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Diario di un naturalista giramondo
Charles Darwin

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Content
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
CAPITOLO VII.
CAPITOLO VIII.
CAPITOLO IX.
CAPITOLO X.
CAPITOLO XI.
CAPITOLO XII.
CAPITOLO XIII.
CAPITOLO XIV.
CAPITOLO XV.
CAPITOLO XVI.
CAPITOLO XVII.
CAPITOLO XVIII.
CAPITOLO XIX.
CAPITOLO XX.
CAPITOLO XXI.
 

 
CAPITOLO I.
SANT’IAGO - ISOLE DEL CAPO VERDE.

Porto Praya - Ribeira Grande - Polvere atmosferica con Infusorii - Costumi di una Aplisia, e di una Seppia - Roccie di S. Paolo, non vulcaniche - Singolari incrostazioni - Gl’insetti, primi coloni delle isole Fernando Noronha - Bahia - Roccie brunite - Costumi di un Diodonte - Conferve ed Infusorii - Pelagia - Cause dello scoloramento del mare.

Respinto indietro due volte, da un forte vento di sud-ovest, il brigantino da guerra Beagle della regia marina inglese, comandato dal capitano Fitz-Roy, salpò finalmente da Devonport il 27 dicembre 1831. La spedizione aveva per iscopo di fare una ispezione compiuta della Patagonia e della Terra del Fuoco, ispezione cominciata dal capitano King dal 1826 al 1830 - esaminare le spiaggie del Chilì, del Perù e quelle di alcune isole del Pacifico - e fare una serie di misure cronometriche intorno al mondo. Giungemmo il 6 gennaio a Teneriffa, ma non ci fu permesso sbarcare, perchè si temeva a terra che noi portassimo loro il cholera. L’indomani mattina vedemmo spuntare il sole dietro lo scosceso profilo della grande isola delle Canarie, ed illuminare repentinamente il Picco di Teneriffa, mentre le parti più basse erano velate da leggere nubi. Questo fu il primo di una lunga serie di giorni deliziosissimi che non ho mai più dimenticato. Il 16 gennaio 1832, gettammo l’àncora a Porto Praya, a Sant’Iago, la principale isola dell’arcipelago del Capo Verde.

Veduto dal mare il contorno di Porto Praya ha un aspetto desolato. Il fuoco dei vulcani di epoche remote, ed il calore ardentissimo del sole dei tropici, hanno reso in molti punti il suolo inetto alla vegetazione. Il paese sale con successivi altipiani, frammisti ad alcune collinette a cono tronco, e l’orizzonte è limitato da una catena irregolare di monti più alti. La scena veduta attraverso alla fosca atmosfera del clima, è interessantissima, se pure una persona che ha lasciato da poco il mare e per la prima volta passeggia in un bosco di alberi di cocco, può essere buon giudice di qualsiasi cosa tranne che del godimento che prova. In generale l’isola non può essere considerata come molto attraente; ma per chi non conosce che un paesaggio d’Inghilterra, l’aspetto nuovo di una terra al tutto sterile ha un non so che di grandioso, che forse una maggiore vegetazione potrebbe toglierle. Per grandi tratti di pianure coperte di lava non si incontra un filo d’erba; tuttavia gregge di capre ed alcune vacche riescono a trovare di che vivere. Piove molto di rado, ma durante una breve parte dell’anno hanno luogo violenti acquazzoni, dopo i quali spunta immediatamente da ogni crepaccio del terreno una scarsa vegetazione. Questa apparisce in breve, e gli animali vivono del fieno che per tal modo si forma naturalmente. Ora è un anno che non piove. Quando l’isola fu scoperta il contorno immediato di Porto Praya era rivestito di alberi[1], di cui la imprevidente distruzione ha cagionato qui come a Sant’Elena ed in qualche altra isola delle Canarie, una quasi assoluta sterilità. Le valli larghe, profonde, di cui molte fanno ufficio solamente per pochi giorni in una stagione di corsi d’acqua, sono rivestite di boschetti di arbusti senza foglie. Pochi esseri viventi abitano quelle valli. L’uccello che vi s’incontra più comune è un martin pescatore (Dacelo Jagoensis), il quale si posa tutto fiducioso sui rami della pianta detta olio di castoro, e di là piomba sulle lucertole e sui grilli. Ha colori brillanti, ma non è così bello come le specie d’Europa; differisce pure grandemente da questi pel volo, pei costumi e pel luogo ove abita, che in generale è una qualche aridissima valle.

Un giorno andammo due ufficiali ed io a cavallo fino a Ribeira Grande, villaggio poche miglia all’est di Porto Praya. Fino alla valle di San Martino, il paese aveva sempre il suo aspetto brutto e scolorito; ma a quel punto un piccolissimo filo d’acqua produce un freschissimo margine di lussureggiante vegetazione. Nel corso di un’ora giungemmo a Ribeira Grande e ci sorprese la vista di una grande fortezza e di una cattedrale, entrambe diroccate. Questa piccola città era, prima che il suo porto si fosse colmato, il luogo principale dell’isola; ora ha un aspetto melanconico ma molto pittoresco. Essendoci procurati un frate nero per guida ed uno spagnuolo che aveva servito nella guerra peninsulare come interprete, visitammo molti fabbricati, di cui la parte principale si componeva di una chiesa. Qui sono stati sepolti i governatori ed i capitani generali delle isole[2]. Alcune delle lapidi hanno la data del secolo decimosesto. Gli ornamenti araldici erano le sole cose in quel luogo remoto che ci ricordassero l’Europa. La chiesa o cappella formava un lato di un quadrilatero, nel mezzo del quale cresceva un boschetto di alberi di banane. Un altro lato era composto dell’ospedale, che ricoverava una dozzina di miserabili.

Tornammo alla Venda pel pranzo. Un gran numero di uomini, di donne e di bambini, tutti neri come l’inchiostro, si raccolsero per vederci. Essi erano sommamente allegri; ad ogni nostra parola, ad ogni nostro cenno, scoppiavano dalle risa. Prima di lasciare la città andammo a visitare la cattedrale. Non vi sono tante ricchezze come nella chiesa più piccola, ma vanta un piccolo organo, che manda suoni singolarmente disarmonici. Donammo qualche scellino al frate nero, e lo spagnuolo, posandogli la mano sul capo, disse, molto ingenuamente, che non credeva che il colore facesse poi una troppo grande differenza. Tornammo allora il più speditamente possibile coi nostri cavallini a Porto Praya.

Un altro giorno dirigemmo le nostre escursioni verso il villaggio di San Domingo, collocato quasi nel centro dell’isola. Sopra una piccola pianura che attraversammo crescevano alcune acacie mezzo intisichite; le loro cime eransi incurvate, per effetto dei continui venti alisei, in modo singolare - alcune erano anche ad angolo retto col loro tronco. La direzione dei rami era esattamente N-E-N. e S-O-S., e queste banderuole naturali indicano la direzione prevalente dei venti regolari. I viaggiatori hanno lasciato così poche traccie su quel suolo nudo, che perdemmo la strada, e ci volgemmo verso Fuentes. Non ci accorgemmo di questo finchè non fummo giunti sul luogo; ed in seguito rimanemmo contenti di questo sbaglio. Fuentes è un graziosissimo villaggio, con un piccolo corso d’acqua; ed ogni cosa vi sembra prosperosa, tranne invero, quello che era più importante, i suoi abitanti. I bambini neri, al tutto neri e macilenti, portavano fasci di legna da ardere grossi quasi come il loro corpo.

Presso Fuentes vedemmo un grande strupo di galline di Faraone - probabilmente erano in numero di cinquanta o sessanta. Erano timidissime e non ci potemmo avvicinare ad esse. Ci sfuggirono, come le pernici in un giorno piovoso di settembre, correndo col capo sollevato, e se erano inseguite, spiccavano immantinente il volo.

Il paesaggio di San Domingo ha una bellezza al tutto inaspettata, rispetto al carattere cupo che prevale in tutto il rimanente dell’isola. Il villaggio sta in fondo ad una valle, limitata da alti e dentati muri di lava stratificata. Le roccie nere fanno contrasto spiccato colla verde e splendida vegetazione che adorna le sponde di un piccolo corso d’acqua limpidissima. Era un giorno di festa, ed il villaggio era pieno di gente. Al nostro ritorno incontrammo un drappello di una ventina circa di fanciulle nere, vestite con molto buon gusto; la loro pelle nera ed i candidi vestimenti spiccavano maggiormente pei scialli e turbanti coloriti che portavano. Appena fummo loro vicini, esse si misero in circolo, e coprendo il sentiero coi loro scialli, cominciarono a cantare con grande energia una selvaggia canzone, battendo il tempo colle mani e coi piedi. Gettammo loro alcune vinteru, che ricevettero con scoppi di risa, e le lasciammo mentre cantavano con lena raddoppiata.

Un mattino il villaggio era singolarmente chiaro; le montagne lontane spiccavano coi loro frastagliati profili, sopra una cupa striscia di nubi azzurrognole. Giudicando dall’apparenza, e da ciò che aveva osservato in Inghilterra, supposi che l’aria fosse satura di umidità. Tuttavia, il fatto, era interamente l’opposto. L’igrometro dava una differenza di 296 gradi, tra la temperatura dell’aria ed il punto a cui l’umidità si precipita. Questa differenza era quasi il doppio di quella che io aveva osservato le mattine precedenti. Questo insolito grado di asciuttezza atmosferica era accompagnato da continui lampi. Non è forse un caso singolare, questo di trovare un notevole grado di trasparenza con un tempo cosifatto?

In generale l’atmosfera è fosca; e ciò è cagionato da una pioggia di polvere impalpabile, che si trovò avere lievemente danneggiato gl’istrumenti astronomici. Il mattino prima di aver gettato l’àncora a Porto Praya, io raccolsi un pizzico di quella polvere finissima color bruno, che sembrava essere stata filtrata dal vento attraverso la stoffa della banderuola dell’albero di maestra. Il signor Lyell mi diede pure quattro involtini di polvere che caddero sopra una nave a qualche centinaio di miglia da quelle isole. Il professore Ehrenberg [3] osserva che quella polvere è composta in gran parte d’infusorii muniti di invogli silicei e di tessuto siliceo di vegetali. Nei cinque involtini che io gli mandai, egli riconobbe non meno di sessantasette differenti forme organiche! Eccettuate due specie marine, gl’infusori abitano tutti l’acqua dolce. Ho trovato non meno di quindici relazioni differenti di polvere caduta su navi al largo nell’Atlantico. Dalla direzione del vento mentre cadeva e dall’esser sempre caduta durante quei mesi in cui si sa che l’harmattan solleva nuvoli di polvere nell’aria, possiamo dedurre con certezza che viene dall’Africa. Tuttavia è un fatto singolarissimo che quantunque il professore Ehrenberg conosca molte specie d’infusorii particolari all’Africa, egli non ne abbia trovato nessuno nella polvere che gli mandai: d’altra parte ne rinvenne in essa due specie che egli conosceva già siccome viventi soltanto nell’America meridionale. La polvere cade in tanta quantità da insudiciare ogni cosa a bordo, e dà molestia alle persone negli occhi; vi furono navi che hanno dato in secco per l’oscurità dell’atmosfera. Questa polvere è caduta sulle navi quando erano a qualche centinaio od a qualche migliaio di miglia dalla costa dell’Africa, ed in certi punti lontani mille e seicento miglia in direzione del N-S. In un po’ di polvere che fu raccolta sopra una nave alla distanza di trecento miglia dalla spiaggia, fui molto sorpreso di trovare particelle di pietra superiori ad un quarantesimo di millimetro quadrato, miste con materia più fina. Dopo questo fatto non v’è di che meravigliarsi della diffusione delle ancor più leggere e più piccole spore delle piante crittogame.

La geologia di quest’isola è la parte più interessante della sua storia naturale, Entrando nel porto, si può vedere una striscia bianca perfettamente orizzontale in faccia agli scogli, che corre per alcune miglia lungo la costa, ed all’altezza di circa 13 metri e mezzo sopra l’acqua. Esaminato questo bianco strato, si scorge che si compone di materia calcarea, nella quale stanno incorporate moltissime conchiglie, la maggior parte delle quali o quasi tutte esistono ora sulla costa vicina, Esso riposa sopra antiche roccie vulcaniche, ed è stato coperto da una corrente di basalto, che deve essere entrata nel mare quando lo strato bianco conchifero era ancora al fondo. È molto interessante segnare i mutamenti, prodotti dal calore della lava soprastante, sulla massa friabile, la quale in certe parti è stata convertita in un calcare cristallino, ed in altre parti in una pietra compatta macchiettata. Dove il calcare è stato preso dai frammenti scoriacei della superfice inferiore della corrente, è stato convertito in gruppi di belle fibre raggiate somiglianti all’aragonite. Gli strati di lava salgono in successivi piani dolcemente inclinati allo indentro, dai quali sono venuti in origine diluvi di pietre fuse. Nei tempi storici non si è manifestato, credo, nessun segno di attività vulcanica in nessuna parte di Santiago. E non è neppure tanto facile scoprire la forma di un cratere sulle cime delle tante colline di ceneri rosse; tuttavia si possono distinguere sulla costa le correnti più recenti, che formano catene di scogli meno alti, ma che sporgono in fuori da quelle che appartengono a serie più antiche: così l’altezza degli scogli somministra un calcolo approssimativo dell’età di quelle correnti.

Durante la nostra stazione, osservai i costumi di qualche animale marino. È comunissima colà una grossa Aplisia. Essa è lunga circa dodici centimetri, ed è di colore gialliccio sudicio, venato di rosso. Da ogni lato della superficie inferiore, o piede, v’ha una larga membrana, che sembra talora operare come ventilatore, facendo che una corrente d’acqua scorra sulle branchie dorsali o polmoni. Si nutre di delicate alghe marine che crescono fra i sassi, nell’acqua bassa e melmosa; e trovai nel suo stomaco parecchie piccole ghiaie, come nel ventriglio di un uccello. Stuzzicata questa aplisia emette un finissimo fluido rosso-porpora, che macchia l’acqua per lo spazio di trenta centimetri all’intorno. Oltre a questo mezzo di difesa, essa ha una secrezione acida, di cui è spalmato il suo corpo, e che produce una sensazione astringente sgradevole, simile a quella prodotta dalla Fisalia.

Mi procurò molto piacere l’osservare varie volte i costumi di un Octopus o seppia. Sebbene comuni nei ristagni d’acqua lasciati dalla bassa marea, questi animali non sono facili da prendere. Colle loro lunghe braccia e colle loro ventose, possono insinuarsi fra i più stretti crepacci; e quando sono attaccati a quel modo ci vuole una grande forza per staccarneli. A momenti si slanciano colla parte del corpo opposta al capo allo innanzi, colla rapidità di una freccia, da un lato all’altro dello stagnetto, facendo torbida l’acqua con un inchiostro color castagno scuro. Questi animali riescono a sfuggire alla vista con una facoltà singolarissima, simile a quella del camaleonte, quella di mutar colore. Sembrano variar la loro tinta secondo la natura del terreno sul quale passano; nell’acqua profonda, la loro tinta generale era bruno-porpora, ma quando venivano poste sulla terra o nell’acqua bassa, questa tinta oscura si mutava in verde gialliccio. Il colore, esaminato molto accuratamente, era grigio, con moltissime macchiettine giallo-brillante: il primo variava di intensità: il secondo spariva al tutto e ricompariva a tratti. Questi mutamenti seguivano cosifattamente che si vedevano passare sul suo corpo di continuo nuvole di una tinta che variava dal rosso al castagno bruno[4]. Ogni parte, essendo sottoposta ad una lieve scossa galvanica, diveniva quasi nera: un effetto simile, ma in grado minore, veniva prodotto raschiando la pelle con un ago. Queste nubi, o rossori, come si potrebbero chiamare, si dice siano prodotti da una alterna espansione e contrazione di minute vesciche che contengono fluidi variamente coloriti[5].

Questa seppia spiegava la sua facoltà da camaleonte, tanto nell’atto del nuoto come quando stava immobile al fondo. Mi divertiva molto la vista di vari artifizi per nascondersi, adoperati da un individuo che pareva rendersi ben conto della mia presenza. Rimaneva per un certo tempo immobile, poi si avanzava lentamente tre o quattro centimetri come fa il gatto dietro al topo; talora mutava colore: esso andava in tal modo finchè, giunto in una parte profonda, guizzava via, lasciando dietro a sè una fosca traccia d’inchiostro per nascondere il buco ove era scivolato.

Mentre stava osservando gli animali marini, col capo chinato sugli scogli all’altezza di un metro circa, venni una volta salutato da uno zampillo d’acqua, accompagnato da un lieve rumore stridulante. Dapprima non poteva capire che cosa fosse, ma poi m’avvidi che era quella medesima seppia, la quale, sebbene nascosta in un buco, mi svelava in tal modo il suo nascondiglio. Non v’ha ombra di dubbio che essa abbia la facoltà di mandar fuori uno zampillo d’acqua, e mi parve quasi certo che poteva prender la sua mira dirigendo il tubo o sifone sulla parte inferiore del suo corpo. Per la difficoltà che hanno questi animali a reggere il loro capo, non possono strisciare agevolmente sul terreno. Ne tenni una nel mio stanzino a bordo ed osservai che al buio era un tantino fosforescente.

Roccie di S. Paolo. - Il mattino del 16 febbraio, veleggiando attraverso l’Atlantico, bracciammo in panno molto vicino all’isola di San Paolo. Questo gruppo di scogli è collocato a 0°,58 latitudine nord, ed a 29°,15 longitudine ovest. Dista 540 miglia dalla costa d’America, e 350 miglia dall’isola di Fernando Noronha. Il punto più alto è solo quindici metri circa sopra il livello del mare, e la intera circonferenza è minore di tre quarti di un miglio. Questo piccolo punto sorge ad un tratto dal fondo dell’Oceano. La sua costituzione mineralogica non è semplice; in alcune parti la roccia è di natura quarzosa, in altre feldspatica, con qualche vena di serpentino. È un fatto notevole, che tutte quante le isolette che stanno lungi da ogni continente nel Pacifico, nell’Oceano indiano e nell’Atlantico, eccettuate le isole Sechelles e questa piccola punta di scogli, sono, credo, composte o di coralli o di materia vulcanica. La natura vulcanica di queste isole oceaniche è evidentemente una conseguenza di quella legge, e l’effetto delle stesse cause chimiche o meccaniche, dalle quali risulta che la maggior parte dei vulcani ora in attività sono collocati presso le coste marine o sorgono come isole in mezzo al mare.

Le roccie di San Paolo appaiono da lontano di un color bianco splendente. Questo fatto è dovuto in parte allo sterco di un gran numero di uccelli marini, ed in parte a ciò, che sono coperte di una sostanza dura brillante madreperlacea, che sta intieramente unita alla superficie delle roccie. Questa sostanza, esaminata colla lente, si trova composta di un buon numero di strati sottilissimi, e la sua totale spessezza è di circa due millimetri e mezzo. Contiene molta materia animale, e la sua origine è dovuta senza dubbio all’azione della pioggia o della spuma marina sullo sterco degli uccelli. Sotto ad alcune piccole masse di guano alla Ascensione, ed alle isolette Abrolhos, trovai certi corpi stalattitici ramificati, formati, secondo ogni apparenza, nello stesso modo dello strato bianco che ricopre quelle roccie. I corpi ramificati somigliavano tanto nell’aspetto generale a certe nullipore (famiglia di piante marine dure e calcaree) che, avendo guardato in fretta la mia collezione, non mi accorsi della differenza. Le estremità globulari dei rami sono di una tessitura perlacea, come lo smalto dei denti, ma tanto dura da rigare il vetro. Io posso qui aggiungere, che in una parte della costa dell’Ascensione, ove v’ha un grande ammasso di sabbia conchifera, si depone sugli scogli coperti dalla marea una incrostazione, per l’acqua del mare, che somiglia, come lo mostra la nostra incisione, a certe piante crittogame (Marchantiæ), che si osservano soventi sulle muraglie umide. La superficie delle fronde elegantemente levigata, e quelle parti già formate che sono pienamente esposte alla luce sono di un bel color nero, ma quelle ombreggiate dagli altri strati sono solamente bigie. Ho mostrato a vari geologi gli esemplari di queste incrostazioni, e tutti giudicarono che fossero di origine ignea o vulcanica. Per la sua durezza e pellucidità, per la sua levigatura pareggia le più belle conchiglie del genere Oliva; - pel cattivo odore che manda e per la perdita del colore quando è sottoposta al cannello - mostra una stretta somiglianza colle conchiglie marine viventi. Inoltre, si sa che nelle conchiglie marine, quelle parti che sono per solito coperte dal mantello dell’animale, il colore è più pallido che non quelle che sono pienamente esposte alla luce, come è precisamente il caso di questa incrostazione. Quando pensiamo che la calce, sia come fosfato o come carbonato, entra nella composizione delle parti dure, come le ossa o il nicchio delle conchiglie, di tutti gli animali viventi, è un fatto fisiologico interessante[6] trovare sostanze più dure dello smalto dei denti, e superfici colorite e brunite come le conchiglie recenti, rifatte mercè mezzi inorganici dalla materia organica morta - imitanti pure nella forma alcuni dei prodotti vegetali più bassi.

Trovammo a San Paolo due sole specie di uccelli, la Sula fosca, e la Sterna stolida. Entrambe hanno indole famigliare e stupida, e così poco avvezze ai visitatori, che ne avrei potuto uccidere un numero grandissimo solo col mio martello geologico. La Sula fosca depone le sue uova sulla roccia nuda; ma la Sterna stolida si costruisce un semplice nido con alghe marine. Accanto a molti di quei nidi stava un piccolo pesce volante, il quale suppongo fosse stato portato dal maschio alla sua compagna. Era cosa curiosissima osservare con quanta sveltezza un grosso e vivace granchio (Graspus), che dimora nei fessi della roccia, rubava il pesce che era accanto al nido, appena la nostra presenza aveva fatto allontanare gli uccelli adulti. Il signor W. Symonds, una delle poche persone che sono sbarcate qui, mi ha detto di aver veduto certi granchi trascinar via dal nido anche i giovani uccelli e divorarli. Su quella isoletta non cresce una pianta, neppure un lichene; tuttavia vi hanno posto dimora parecchi insetti e vari ragni. La lista seguente compie, io credo, la fauna terrestre. Un dittero (Olfersia) vive sulla Sula, ed una zecca che è venuta qui come parassita degli uccelli; una farfallina notturna di color bruno, appartenente al genere che si nutre di piume; un coleottero (Quedius), ed un centogambe venivano fuori dallo strato di guano; ed infine, moltissimi ragni, che suppongo diano caccia a quei piccoli dipendenti e seguaci degli uccelli d’acqua. È molto probabile che la descrizione tanto sovente ripetuta, dei maestosi palmizi e di altre nobili piante tropicali, degli uccelli, ed infine dell’uomo che prendeva possesso delle isolette di corallo del Pacifico, non sia al tutto esatta; temo molto di distruggere la parte poetica di questa storia, dicendo che gli insetti che si nutrono di piume e di sudiciume, gl’insetti parassiti ed i ragni debbono essere i primi abitatori delle terre oceaniche di recente formazione.

La più piccola roccia dei mari tropicali, presentando un fondamento allo accrescersi di molte specie di alghe marine e di animali compositi, mantiene pure moltissimo pesce. Gli squali ed i marinai nelle barche lottavano costantemente fra loro per conservare, ognuno per parte sua, la maggior porzione della preda fatta cogli ami e le lenze. Ho sentito dire che una roccia presso alle Bermude, posta a molte miglia in alto mare e molto profonda sotto acqua, fu scoperta per la prima volta dalla circostanza di avervi osservato molto pesce nel contorno.

Fernando Noronha, 20 febbraio. - Da quanto ho potuto osservare nelle poche ore che rimanemmo in questo luogo, la costituzione dell’isola è vulcanica, ma probabilmente non di data recente. Il rilievo più notevole è una collina a cono, alta circa trecento dieci metri, di cui la parte superiore è sommamente ripida, e da un lato sporge in fuori dalla base. La roccia è di fenolite e si divide in colonne irregolari. Osservando una di quelle masse isolate, dapprima si è propensi a credere che sia sorta repentinamente in uno stato semi-fluido. Tuttavia, a Sant’Elena, mi convinsi che alcune guglie di figura e costituzione quasi simile sono state formate dalla iniezione di roccia fusa in letti stratificati, i quali così hanno formato il modello di quei giganteschi obelischi. Tutta l’isola è boscheggiata; ma per la soverchia asciuttezza del clima non vi si vede ricchezza di vegetazione. A mezza strada del monte, alcune grandi masse di roccie a colonna, ombreggiate da piante simili ai lauri, ed ornate da altre coperte di bei fiori rossi, ma senza una sola foglia, abbellivano le parti più vicine del paesaggio.

Bahia o San Salvatore. Brasile, 29 febbraio. - Il giorno che è trascorso è stato deliziosissimo. Tuttavia, il vocabolo delizia è ancor troppo debole per esprimere ciò che sente un naturalista che per la prima volta va in giro in una foresta del Brasile. L’eleganza delle erbe, la novità delle piante parassite, la bellezza dei fiori, il verde brillante del fogliame, ma sopratutto il lussureggiare di tutta la vegetazione, mi colmavano di maraviglia. Un misto stranissimo di suoni e di silenzio domina nelle parti ombrose della foresta. Il ronzìo degli insetti è tanto forte, che si può udire anche da una nave ancorata a qualche centinaio di metri dalla spiaggia; tuttavia nel centro della foresta sembra regnare un silenzio perfetto. Ad una persona amante della storia naturale, una giornata come quella da me goduta procura un piacere più profondo di quello che egli possa mai sperare in avvenire. Dopo aver errato per alcune ore, tornai al luogo ove era sbarcato; ma prima di giungervi fui sorpreso da un temporale dei tropici. Cercai di ricoverarmi sotto un albero, tanto fitto che in Inghilterra mi avrebbe benissimo riparato dalla pioggia; ma qui, in un paio di minuti un torrentello correva giù lungo il tronco. Si è precisamente a queste pioggie violenti che va attribuita la verde vegetazione nel fitto dei boschi; se le pioggie fossero come quelle dei climi più freddi, la maggior parte dell’acqua sarebbe assorbita o svaporata prima di giungere sul suolo. Non starò ora a descrivere la bella vista di questo magnifico golfo, perchè, al ritorno, torneremo a visitarlo, ed allora avrò occasione di parlarne più distesamente.

Lungo tutta la costa del Brasile, per un tratto di almeno 2000 miglia, e certo molto dentro terra, ovunque si presentano roccie solide, esse appartengono alla formazione granitica. Il fatto che questa enorme area è composta di materiali che la maggior parte dei geologi credono essere stati cristallizzati mentre erano caldi o sotto pressione, fa nascere nella mente molte curiose riflessioni. Questo effetto ebbe egli luogo negli abissi di un profondo oceano? Oppure una copertura di strati venne da prima stesa sopra, e poi ritolta? Possiamo noi credere che una forza qualunque, operando per un tempo breve nell’infinito possa avere denudato il granito sopra uno spazio di parecchie migliaia di miglia quadrate?

In un punto non lontano della città, ove un ruscello si scarica nel mare, osservai un fatto che ha rapporto con un soggetto discusso da Humboldt. Alle cateratte dei grandi fiumi Orenoco, Nilo e Congo, le rocce sienitiche sono rivestite di una sostanza nera, che loro dà l’aspetto di essere state lustrate con piombaggine. Lo straticello è sottilissimo; ed analizzato da Berzelius fu trovato composto di ossidi di manganese e di ferro. Nell’Orenoco questo fatto si presenta sulle rocce periodicamente bagnate dalle acque, ed in quelle parti sole ove la corrente è rapida, oppure, come dicono gl’Indiani, ove le acque sono bianche le rocce sono nere. Qui lo strato è di un bel bruno invece d’essere nero, e sembra composto soltanto di materia ferrugginosa. Gli esemplari non possono dare una giusta idea di quelle lucide pietre brune che brillano ai raggi del sole. Si osservano solo nei limiti delle onde della marea; e siccome il ruscelletto scorre lentamente, i marosi debbono avere la facoltà di lustrare che hanno le cateratte dei grandi fiumi. In tal modo il salire e lo scendere della marea tien luogo probabilmente delle inondazioni periodiche; e così gli stessi effetti sono prodotti in circostanze apparentemente differenti, ma in realtà consimili. Tuttavia, l’origine di questi rivestimenti di ossidi metallici, che sembrano cementati colle rocce, non si può spiegare; e non credo che si possa dare una ragione al fatto che la loro spessezza riman sempre la stessa.

Un giorno io ebbi diletto dall’osservare i maneggi di un Diodon antennatus, che stava montando presso la spiaggia. Tutti sanno che questo pesce, colla sua pelle floscia ha la singolar facoltà di distendersi in forma quasi sferica. Tenuto fuori dell’acqua per un po’ di tempo, e poi rimesso nuovamente in essa, assorbiva notevole quantità di acqua e di aria dalla bocca, e forse anche dagli orifici branchiali. Questo processo si compie in due modi: l’aria è aspirata, poi viene spinta nella cavità del corpo, ed una contrazione muscolare, che si può vedere esternamente, impedisce che torni ad uscire: ma l’acqua entra in una dolce corrente dalla bocca, che rimane aperta ed immobile; questa ultima azione deve tuttavia operarsi col succiamento. La pelle dell’addome è molto più floscia che non quella del dorso; quindi, durante il rigonfiamento, la superficie inferiore vien molto più distesa della posteriore, ed in conseguenza, galleggia col dorso allo ingiù. Cuvier dubita che il Diodonte possa nuotare in questa posizione; ma non solo può procedere in linea retta, ma si volge da ogni lato. Quest’ultimo movimento si compie solo coll’aiuto delle pinne pettorali; perchè la coda è rilasciata e non serve. Pel fatto che il corpo è tanto pieno d’aria, le aperture branchiali stanno fuori dell’acqua, ma una corrente di questa che entra dalla bocca, scorre costantemente attraverso di esse.

Il pesce, dopo di esser rimasto per un po’ di tempo in questo stato di distensione, espelle generalmente aria ed acqua con notevole forza dalle aperture branchiali e dalla bocca. Volendo, potrebbe emettere una certa porzione d’acqua: e perciò sembra probabile che questo fluido venga preso in parte collo scopo di regolarizzare la gravità specifica. Questo Diodonte possiede vari mezzi di difesa. Può mordere fortemente e può spingere fuori dalla bocca l’acqua ad una certa distanza, facendo nello stesso tempo uno strano rumore colle mascelle. Enfiando il corpo, le papille di cui è coperta la sua pelle si raddrizzano e divengono pungenti. Ma il fatto più singolare è, che secerne dalla pelle del ventre, quando è preso in mare, una materia fibrosa di un bellissimo color rosso carmino, che macchia l’avorio e la carta in modo permanente, perchè la tinta ha conservato tutto il suo bel colore fino ad oggi: sono affatto all’oscuro della natura e dell’uso di questa secrezione. Ho inteso dire dal dottore Allan di Forres che egli ha spesso trovato un Diodonte vivo galleggiante e disteso nello stomaco di uno squalo; e che in parecchi casi egli ha scorto che il pesce si era aperta, divorando, una via, non solo attraverso le pareti dello stomaco, ma anche attraverso i fianchi del mostro, che in tal modo rimaneva ucciso. Chi avrebbe mai potuto immaginare che un debole pesciolino possa aver distrutto il grande e fiero pesce-cane?

18 marzo. - Siamo partiti da Bahia. Pochi giorni dopo, non molto lungi dalle isolette Abrolhos, la mia attenzione fu desta dall’aspetto del mare che era colore rosso-bruno. Tutta la superficie dell’acqua veduta con deboli lenti pareva coperta di fieno sminuzzato colle punte frastagliate. Sono minute e cilindriche conferve, in mucchi o zattere composte ognuna di venti o sessanta di esse. Il signor Berkeley mi disse che sono la stessa specie (Trichodesmium erytræum) che si trova sopra grandi tratti del Mar Rosso, e dalla quale deriva il nome di Mar Rosso.

Il loro numero deve essere infinito: il bastimento passava in mezzo a mucchi di esse, di cui uno era largo almeno dieci metri, e, giudicando dal color di mota dell’acqua, lungo almeno due miglia e mezzo. In quasi tutti i viaggi di lungo corso, si parla di queste conferve. Sembrano comuni specialmente nel mare presso l’Australia; e passato il Capo Lesurvin ne trovai una specie affine, ma più piccola, e da quanto pare differente. Nel suo terzo viaggio il capitano Cook avverte che i naviganti davano a quel fatto il nome di mare di segatura.

Presso Kecling Atoll, nell’Oceano Indiano, osservai molte piccole masse di conferve di pochi millimetri quadrati, composte di lunghi fili cilindrici sottilissimi, tanto da essere appena visibili ad occhio nudo, misti ad altri corpi più grandi, finamente conici ai due capi. Due di questi sono disegnati uniti assieme nell’incisione qui annessa; variano in lunghezza da un centimetro ad un centimetro e mezzo, ed anche due centimetri; ed hanno il diametro di un quarto o di un ottavo di millimetro.

Presso una delle estremità della parte cilindrica si osserva generalmente un setto verde, formato di materia granulosa più spesso nel mezzo. Io credo che questo sia il fondo di un sacco delicatissimo e senza colore, composto di una sostanza polposa, che segna l’invoglio esterno, ma non si estende fino dentro agli ultimi punti conici. In alcuni esemplari, certe sfere piccole ma perfette di una materia granulosa bruniccia tengon luogo dei setti; ed io osservai il curioso processo con cui venivano prodotte. La materia polposa della guaina interna si raggruppava repentinamente assieme in linee, alcune delle quali assumevano una forma raggiante da un centro comune; continuava poi, con un moto irregolare e rapido, a contrarsi, cosicchè nel corso di un secondo il tutto era riunito in una perfetta sfericina, che occupava il posto del setto ad un capo del sacco ora al tutto vuoto. La formazione della sfera granulosa veniva affrettata da qualche guasto accidentale. Devo soggiungere, che sovente un paio di questi corpi erano attaccati assieme, come sono rappresentati sopra, cono contro cono, dalla parte dove si presenta il setto.

Aggiungerò qui alcune poche osservazioni riguardo allo scoloramento del mare per cause organiche. Sulla costa del Chilì, a poche miglia al nord della Concezione, la nostra nave passò un giorno in mezzo a grandi strisce di acqua melmosa, precisamente uguale a quella di un fiume molto gonfio; e parimenti ad un grado al sud di Valparaiso, quando eravamo a cinquanta miglia dalla terra, si osservò lo stesso fatto in modo anche più esteso. Messo in un bicchiere due dita di quell’acqua, aveva una tinta rossiccia pallida; ed esaminata col microscopio, vi si vedevano guizzare dentro minutissimi animali, che spesso esplodevano. Hanno forma ovale, e contratta nel mezzo per un anello di ciglia vibratili ricurve. Tuttavia era difficilissimo esaminarli con cura, perchè quando il movimento attuale cessava, il loro corpo, anche passando solo nel campo di visione, scoppiava. Talora scoppiavano i due capi in una volta, talora uno solo, e in quel caso una certa quantità di materia granulosa grossolana, bruniccia, veniva gettata fuori. L’animale un minuto prima di scoppiare si espandeva quasi il doppio del suo volume naturale e l’esplosione seguiva quindici secondi dopo che il movimento progressivo e rapido era cessato: in alcuni pochi casi era preceduto, per un breve intervallo, da un movimento rotatorio sopra l’asse più lungo. Dopo circa due minuti tutti quelli che erano stati isolati in una goccia d’acqua erano cosifattamente periti. Questi animali si muovono coll’apice stretto allo innanzi, coll’aiuto delle loro ciglia vibratili, ed in generale con rapide scosse. Essi sono minutissimi, e al tutto invisibili ad occhio nudo, e coprono solo uno spazio uguale a 26 milionesimi di metro quadrato. Il loro numero era infinito; perchè ogni gocciolina d’acqua che io poteva smuovere ne conteneva moltissimi. In un giorno attraversammo due tratti d’acqua di quel colore, uno dei quali solo doveva avere una estensione di parecchie miglia quadrate. Quale numero sterminato di animali microscopici! Il colore dell’acqua, veduto a una certa distanza, era simile a quello di un fiume che abbia straripato sopra un terreno argilloso; ma sotto l’ombra della nave era al tutto scuro come il cioccolatte. La linea nel punto di unione fra l’acqua rossa e la turchina era distintamente definita. Il tempo essendo stato, nei giorni precedenti, in una calma, il mare abbondava in grado insolito di animali viventi[7].

Nel mare presso la Terra del Fuoco, e non molto lungi dalla costa, ho veduto strette strisce di acqua color rosso brillante, per un gran numero di crostacei, che somigliano in certo modo nella forma a grossi granchiolini. I marinai li chiamano cibo di balena. Non so se le balene si nutrano di essi, ma le sterne, i marangoni ed immensi branchi di grandi e pesanti foche traggono, in alcune parti della costa, il loro principale sostentamento da questi natanti granchiolini. I marinai attribuiscono invariabilmente il fatto dello scoloramento dell’acqua alle uova dei pesci, ma non riconobbi la verità di questo asserto se non una volta. Alla distanza di parecchie miglia dall’Arcipelago delle Galapagos, la nave attraversò tre strisce di acqua color gialliccio oscuro, o color di fango; queste strisce eran lunghe varie miglia, ma larghe solo pochi metri, ed erano separate dall’acqua circostante da un margine sinuoso ma distinto. Il colore era cagionato da pallottoline gelatinose, del diametro di circa ventisei millimetri, nelle quali stavano incorporati moltissimi minuti ovuli sferici: essi erano di due sorta ben distinte; una era di color rossiccio ed aveva forma differente dall’altra. Non ho potuto congetturare a quali specie di animali appartenessero. Il Capitano Colnett osserva, che questo aspetto è comunissimo fra le Isole Galapagos, e che la direzione delle strisce indica quella delle correnti, tuttavia, nel caso sopra menzionato la striscia era cagionata dal vento. L’unico altro caso di questa sorta che io abbia da menzionare, è uno straticello oleoso sull’acqua che spiega colori iridescenti. Sulla costa del Brasile, vidi un tratto notevole dell’oceano coperto in tal modo; i marinai l’attribuirono al carcame putrefatto di qualche balena, che probabilmente galleggiava non molto lontano da quel punto. Non farò qui menzione di quelle minute particelle gelatinose, di cui parlerò in seguito, che sono frequentemente sparse sopra tutta l’acqua, perchè non sono abbastanza abbondanti per produrre qualche mutamento di colore.

Vi sono due circostanze nei ragguagli suddetti che sembrano notevoli; prima, come fanno i vari corpi che formano zone con margini definiti a stare uniti assieme? Nel caso dei granchiolini, i loro movimenti erano tanto concordi quanto quelli di un reggimento di soldati, ma ciò non poteva compiersi negli ovuli nè nelle conferve per via di un qualche cosa di consimile ad un’azione della volontà, nè ciò è neppure probabile negli infusorii. In secondo luogo, quali cause si possono assegnare alla lunghezza ed alla strettezza di quelle strisce? L’aspetto è tanto somigliante a ciò che si può vedere in un corso d’acqua, dove la corrente raduna in lunghe strisce la spuma raccolta nei vortici, che io inclino ad attribuire quell’effetto ad un’azione simile per parte delle correnti del mare o di quelle dell’aria. Supponendo ciò, dobbiamo credere che i vari corpi organizzati sono prodotti in certi luoghi convenienti, e sono in seguito rimossi dall’azione del vento o dell’acqua. Tuttavia confesso che v’ha una gran difficoltà ad immaginare che un dato luogo possa dar nascimento a milioni e milioni di animalucci e di conferve: perchè? donde vengono i germi in quei dati punti? mentre i corpi dei genitori sono stati sparsi dalle onde e dai venti sullo sterminato oceano. Ma io non posso comprendere con un’altra ipotesi il loro aggruppamento lineare. Aggiungerò che Scoresby osserva, che l’acqua verde ove abbondano animali pelagici si trova invariabilmente in una certa parte dell’Oceano artico.


 
CAPITOLO II.
RIO JANEIRO.

Rio Janeiro - Escursione a nord del Capo Rio-Grande - Svaporamento - Schiavitù - Golfo di Botofago - Planarie terrestri - Nuvole sopra il Corcovado - Pioggia pesante - Rane musicanti - Insetti fosforescenti - Elaterio, sua potenza al salto - Nebbia azzurra - Rumore prodotto da una farfalla - Entomologia - Formiche - Vespa che uccide un ragno - Ragno parassita - Artifizi di una Epeira - Ragno gregario - Ragno con una ragnatela dissimetrica.

4 aprile al 5 luglio 1832. - Pochi giorni dopo il nostro arrivo feci la conoscenza di un inglese che andava a visitare un suo podere, collocato a un po’ di più di cento miglia dalla capitale, al nord del Capo Frio. Accettai con piacere l’offerta di accompagnarlo.

8 aprile. - La nostra compagnia era di sette persone. La prima tratta fu interessantissima. Il giorno era terribilmente caldo, e nell’attraversare i boschi, ogni cosa era immobile, tranne le grandi e splendide farfalle, che svolazzavano lentamente, qua e là. Il paesaggio veduto nell’attraversare le colline dietro Praya Grande era bellissimo; i colori intensi, e la tinta dominante l’azzurro oscuro; il cielo e le tranquille acque del golfo splendevano a gara. Dopo aver attraversato un po’ di terra coltivata, entrammo in una foresta, di una maestà insuperata. Giungemmo a mezzodì ad Ithacaia; questo villaggetto è posto in una pianura; e intorno alla casa centrale stanno le capanne dei neri. Queste, per la loro forma regolare e per la loro posizione, mi rammentarono i disegni delle abitazioni degli Ottentoti nell’Africa meridionale. Siccome la luna si alzava di buon ora, determinammo di partire la stessa sera per andare a dormire a Lagra Marica. Mentre andava facendosi buio, passammo sotto uno di quei massicci, nudi e scoscesi dirupi di granito che sono tanto comuni in questo paese. Questo luogo è notevole per essere stato da lungo tempo la dimora di alcuni schiavi fuggiti, i quali coltivando un pezzetto di terra presso la cima, riuscirono a sostentarsi. Alla fine furono scoperti, e una compagnia di soldati spedita contro di loro s’impadronì di tutti gli schiavi, salvo una vecchia, la quale, anzichè ricadere in schiavitù, amò meglio morire precipitandosi dalla rupe. In una matrona romana quest’atto sarebbe stato chiamato amore nobilissimo di libertà; in una povera nera era solo brutale ostinazione. Continuammo a cavalcare per alcune ore. Per le ultime poche miglia la strada era intralciata, ed attraversava una landa deserta, sparsa di paludi e di lagune. Il paesaggio veduto al chiaro di luna aveva un aspetto desolatissimo. Alcune poche lucciole svolazzavano accanto a noi; ed il beccaccino solitario mandava, spiccando il volo, il suo grido lamentoso. Il lontano mormorio del mare rompeva appena la quiete di quella notte.

9 aprile. - Lasciammo il nostro miserabile albergo notturno prima dell’alba. La strada attraversava una stretta pianura sabbiosa, collocata fra il mare e le lagune salate interne. I numerosi uccelli di palude, gli aironi e le grue, e le piante succose che assumevano le forme più fantastiche, davano al paesaggio una animazione che altrimenti non avrebbe avuta. I pochi alberi intristiti erano carichi di piante parassite, fra le quali la bellezza e la fragranza deliziosa di alcune orchidee erano degne di essere ammirate. Appena spuntato il sole, il tempo cominciò a divenire caldissimo, e il riflesso della luce e del calore della sabbia bianca era in sommo grado molesto. Si desinò a Mandetiba; all’ombra il termometro segnava + 46° centigradi. La bella vista delle lontane colline tutte boscheggiate, che si specchiavano nell’acqua tranquillissima di un’ampia laguna, ci rianimò al tutto. Siccome la venda[8] era qui molto buona, ed io ho la piacevole sebbene rara rimembranza di un eccellente pranzo, mi mostrerò riconoscente, e la descriverò come tipo della sua classe. Queste case sovente son grandi e fabbricate di pali spessi, dritti, con intreccio di ramoscelli e quindi intonacate. Di rado hanno un pavimento, e mancano sempre di finestre a vetri, ma per lo più hanno un tetto ben fatto. Generalmente la facciata è aperta, e forma una sorta di veranda, nella quale sono allogate tavole e panche. Le stanze da letto stanno ai due lati, e là il viaggiatore può dormire comodamente quanto gli è possibile, sopra una piattaforma di legno, coperta di un sottile materasso di paglia. La venda è posta in un cortile, ove mangiano i cavalli. Appena arrivati solevamo tirar via la sella ai nostri cavalli e dar loro grano indiano; poi, dopo un leggero inchino, domandare al senore di favorirci qualche cosa da mangiare. - Tutto ciò che volete, signori, - era la risposta consueta. Per le prime volte io ringraziava a torto la Provvidenza di averci condotti da un uomo tanto buono. Mentre la conversazione continuava, il caso diveniva costantemente deplorevole. - Potreste favorirci un po’ di pesce? - Oh! no, signore. - Un po’ di minestra? - Oh! no, signore. - Un po’ di pane? - Oh! no, signore. - Un po’ di carne secca? - Oh! no, signore. Quando eravamo fortunati, dopo aver aspettato un paio d’ore, si otteneva qualche pollo, un po’ di riso e farina. Non di rado accadeva che eravamo obbligati ad uccidere a sassate il pollame per la nostra cena. Allorchè, sfiniti al tutto dalla stanchezza e dalla fame, osavamo timidamente esporre il nostro desiderio di aver presto cena, l’altera e (sebbene vera) poco soddisfacente risposta era: - Sarà pronto quando sarà pronto. Se avessimo ardito di insistere ancora, ci avrebbero detto di continuare il nostro viaggio, siccome troppo impertinenti. Gli osti hanno modi sommamente sgarbati e spiacevoli; le loro case e la loro persona sono spesso molto sudice; è comune la mancanza di forchetta, di coltelli e di cucchiai; e son certo che non si trova una capanna od un tugurio in Inghilterra tanto sprovvisto di ogni comodità. Tuttavia a Campos Novas fummo trattati sontuosamente; pel desinare ci vennero ammanniti polli, riso, biscotti, vino, liquori; caffè alla sera, e pesce e caffè per la colazione. Tutto questo, compreso buon nutrimento per i cavalli, ci costò solo 2 scellini e mezzo a testa. Tuttavia l’oste di quella venda, essendogli stato chiesto se sapeva dirci qualche cosa di una frusta perduta da uno della compagnia, rispose sgarbatamente: - Che cosa posso sapere io? perchè non ci avete badato? Credo che i cani l’abbiano mangiata.

Lasciata Mandetiba, continuammo ad attraversare una intricata solitudine di laghi; in alcuni di questi v’erano conchiglie d’acqua dolce, in altri d’acqua salsa. Del primo genere trovai una Limnea molto numerosa in un lago, nel quale, secondo quello che mi dissero gli abitanti, il mare entra una volta all’anno, e talora anche più sovente, e rende l’acqua al tutto salata. Sono certo che si potrebbero osservare fatti molto interessanti, intorno ad animali marini e di acqua dolce, in questa serie di lagune che limita la costa del Brasile. Il signor Gay ha asserito che egli trovò in vicinanza di Rio conchiglie dei generi marini Solen e Mytilus, e ampullarie d’acqua dolce, che vivevano assieme nell’acqua salmastra. Io ho pure frequentemente osservato nella laguna, presso il Giardino Botanico, ove l’acqua è poco meno salsa di quella del mare, una specie d’idrofilo, somigliantissimo ad un coleottero acquatico comune negli stagni d’Inghilterra; nello stesso lago l’unica conchiglia apparteneva ad un genere che si trova generalmente negli estuari.

Lasciando la costa per un certo tempo, entrammo nuovamente nella foresta. Gli alberi erano altissimi, e, comparati a quelli d’Europa, si facevano notare per la bianchezza dei loro tronchi. Vedo dal mio libro di note, che le piante parassite meravigliosamente belle e cariche di fiori mi colpivano come gli oggetti più nuovi per me in quei maestosi paesaggi. Continuando ad avanzarci, attraversammo alcuni pascoli, molto danneggiati dagli enormi nidi conici delle formiche, che son alti quasi tre metri e mezzo. Davano alla pianura l’aspetto preciso dei vulcani di fango di Jorullo, come sono disegnati da Humboldt. Giungemmo ad Engenhodo a sera, dopo essere stati dieci ore a cavallo. Durante tutto il viaggio, non mi stancai di ammirare la somma di fatica che i cavalli potevano sopportare; pareva anche che guarissero più presto di qualche malattia, di quelli delle nostre razze inglesi. Il pipistrello Vampiro cagiona spesso molto male ai cavalli, mordendoli al garrese. Il danno non è tanto grave per la perdita del sangue, quanto per l’infiammazione che produce poi la pressione della sella. Era stato messo in dubbio ultimamente questo fatto in Inghilterra; fui quindi ben lieto di trovarmi presente quando uno di essi (Desmodus d’Orbigny, Wat.) fu preso sulla groppa di un cavallo. Stavamo una sera ad ora tarda accampati presso Coquimbo, nel Chilì, quando il mio servitore avendo osservato che uno dei cavalli era molto inquieto, andò a vedere di che si trattasse, e sembrandogli scorgere qualche cosa, pose la mano repentinamente sul garrese dell’animale, e s’impadronì del vampiro. Al mattino il luogo ove era stata fatta la morsicatura si vedeva benissimo, perchè era un tantino gonfio e sanguinolento. Il terzo giorno dopo di ciò il cavallo venne cavalcato senza che ne provasse cattivi effetti.

13 aprile. - Dopo tre giorni di viaggio giungemmo a Socego, podere del signor Manuel Figuireda, amico di uno della nostra brigata. La casa era semplice, e sebbene avesse la forma di una capanna, era molto adatta al clima. Nel salotto le seggiole ed i sofà dorati contrastavano curiosamente coi muri imbianchiti colla calce, col tetto coperto di paglia, colle finestre senza vetri. La casa, coi granai, le stalle ed i laboratori pei neri, ai quali s’insegnano vari mestieri, formava una sorta di grossolano quadrangolo; nel centro del quale un gran mucchio di caffè stava seccando. Questi fabbricati stanno sopra una collinetta che guarda il terreno coltivato, il quale è circondato da ogni lato dal verde cupo di una lussureggiante foresta. Il prodotto principale di questa parte del paese è il caffè. Si calcola che ogni albero ne produce all’anno un chilogrammo, ma alcuni ne danno fino a quattro. La Manioca o Cassava è pure coltivata in grande. Ogni parte di questa pianta ha la sua utilità; le foglie e gli steli servono di cibo ai cavalli, e la radice è ridotta in una polpa, la quale, quando è bene seccata e cucinata, forma la farinha, principale articolo di nutrimento del Brasile. È un fatto curioso, sebbene notissimo, che il succo di questa pianta molto nutriente è velenosissimo. Alcuni anni fa, una vacca morì in questo podere, per averne bevuto un tantino. Il signor Figuireda mi disse che l’anno precedente aveva seminato un sacco di fave e tre di riso; il primo ne aveva prodotto ottanta, e gli ultimi trecento e venti. I pascoli allevano una bella razza di bestiame, e i boschi sono tanto pieni di selvaggina, che nei tre giorni precedenti era stato sempre ucciso un cervo. Questa profusione di cibo si mostrava da sè stessa al pranzo, ove, se le tavole non si lamentavano, si lamentarono certamente i convitati; perchè ognuno è tenuto a mangiare di ogni piatto. Un giorno che io mi fui proposto bene di non lasciare andar via qualche cosa senza averla assaggiata, con mio gran smarrimento vidi venire alla fine un tacchino arrosto ed un maiale in tutta la loro sostanziale realtà. Durante il pranzo, un uomo era occupato a mandar via dalla stanza alcuni vecchi cani, e dozzine di piccoli neri, che s’introducevano tutti insieme, ogniqualvolta ne avevano il destro. Se si potesse escludere l’idea della schiavitù, vi sarebbe un fascino particolare in quel modo di vita semplice e patriarcale; v’era una quiete perfetta ed una indipendenza assoluta da tutto il resto del mondo. Appena si vede giungere uno straniero, cominciano i rintocchi di una grossa campana, ed in generale si spara anche qualche cannoncino. In tal modo l’avvenimento è annunziato alle rocce ed alle foreste; ma a nessun altro. Un mattino, uscii per passeggiare un’ora prima del giorno, onde ammirare la quiete solenne di quel paesaggio; alla fine il silenzio fu rotto dall’inno mattutino mandato da tutto il branco dei neri; ed in tal modo comincia generalmente il loro compito quotidiano. In poderi come questi son certo che gli schiavi passano la vita contenti e felici. Il sabato e la domenica lavorano per conto loro, ed in questo clima fertilissimo il lavoro di due giorni basta a sostentare un uomo e la sua famiglia per tutta la settimana.

14 Aprile. - Lasciato Socego, volgemmo i nostri cavalli verso un altro podere sul Rio Macao, il quale era l’ultimo tratto di terreno coltivato in quella direzione. Il podere era lungo due miglia e mezzo, ed il proprietario ne aveva dimenticato la larghezza. Soltanto una piccola parte era stata diboscata, tuttavia quasi ogni ara di terreno avrebbe potuto produrre tutte le più varie colture di una terra tropicale. Considerando l’area enorme del Brasile, la proporzione del terreno coltivato non è nulla a petto di quella parte che è lasciata allo stato di natura, in qualche futura epoca chi sa a quanta gente darà la sussistenza! Nel secondo giorno del nostro viaggio trovammo la strada così intralciata, che era necessario che un uomo andasse avanti con una spada per tagliar le erbe rampicanti. La foresta abbondava di bellissimi oggetti; fra i quali le felci arboree, che, sebbene non fossero grandi, erano, pel loro fogliame verde splendidissimo e per l’eleganza delle fronde, degne al tutto di ammirazione. La sera cadde pioggia dirotta, e sebbene il termometro si mantenesse a 36 centigradi, tuttavia io aveva molto freddo. Appena cessata la pioggia, era curioso osservare lo straordinario svaporamento che cominciava su tutta la distesa della foresta. All’altezza di circa trenta metri le colline erano sepolte in un denso vapore bianco che si sollevava come in tante colonne di fumo dalle parti più fitte del bosco, e specialmente dalle valli. Osservai questo fenomeno in parecchie occasioni. Suppongo che derivi dall’ampia superficie del fogliame riscaldata precedentemente dai raggi del sole.

Mentre io era in questo podere, corsi rischio di essere testimonio oculare di uno di quegli atroci atti che possono seguire soltanto in un paese da schiavi. In seguito ad una disputa e ad un processo, il proprietario era sul punto di portar via tutte le donne e tutti i bimbi agli uomini schiavi, e venderli separatamente in pubblico incanto a Rio. L’interesse solo, non già un qualsiasi sentimento di compassione, lo impedì di mettere ad esecuzione il suo progetto. Infatti non credo che il separare trenta famiglie che hanno vissuto tanti anni insieme, sembrasse al proprietario un atto inumano. Tuttavia sono certo che in fatto di umanità e di buoni sentimenti egli era superiore alla comune degli uomini. Si può dire che non v’è limite al cieco interesse ed all’abito dell’egoismo. Menzionerò un aneddoto di poca importanza, che mi colpì in quel tempo più di qualunque altra storia di crudeltà. Io era sopra un traghetto con un nero di una stupidaggine veramente insolita. Cercando di farmi capire, io parlava forte, gesticolava violentemente, e ciò facendo gli sfiorai il volto con la mano. Egli, suppongo, credette che io fossi in collera e che volessi batterlo; perchè sul momento, con aspetto sgomento e gli occhi semichiusi, lasciò penzolare le mani. Non dimenticherò mai il senso di sorpresa, di disgusto e di vergogna che provai vedendo un uomo alto e robusto atterrito dalla sola minaccia di un colpo diretto, secondo lui, al suo volto. Quell’uomo era stato ridotto ad una degradazione inferiore a quella della schiavitù del più inerme animale.

18 aprile. - Al ritorno passammo due giorni a Socego, e li spesi raccogliendo insetti nella foresta. Pel maggior numero quegli alberi, sebbene siano tanto alti, non hanno più di 90 centimetri o un metro di circonferenza. Ve ne sono naturalmente alcuni di maggior dimensione. Il signor Manuel si faceva fare una barchetta lunga venti metri da un tronco ben solido, che aveva in origine 34 metri di lunghezza ed era molto grosso. Il contrasto delle palme che crescono in mezzo alle specie ramificate nel modo consueto, non manca mai di dare alla scena un carattere intertropicale. In quel luogo la foresta era adorna dalla Palma cavolo, una delle più belle della famiglia. Con un tronco tanto sottile che si potrebbe stringere con le due mani, fa ondeggiare il suo elegante ciuffo di fogliame all’altezza di 13 o 15 metri dal suolo. Le grosse piante rampicanti, coperte a loro volta da altri rampicanti, erano sommamente fitte; ne misurai alcune che avevano la circonferenza di circa sessanta centimetri. Molti degli alberi più antichi avevano un aspetto curiosissimo, per la capigliatura di una liana che pendeva dai loro rami, e rassomigliava a mucchi di fieno. Se l’occhio scendendo dal fogliame superiore si posava sul terreno, era attirato dalla somma eleganza delle foglie delle felci e delle mimose. Queste ultime in certi punti coprivano il terreno di una vegetazione alta appena pochi centimetri. Camminando in mezzo a questi fitti letti di mimose, si faceva una larga traccia pel mutamento di tinta prodotto dalla caduta dei sensitivi pezioli. È facile specificare gli oggetti individuali degni di ammirazione in quelle grandi scene; ma non è possibile dare una giusta idea del senso di meraviglia, di stupore, di devozione, che invadono l’anima ed innalzano la mente.

19 aprile. - Lasciato Socego, per due giorni si rifece la stessa strada. Fu una fatica penosissima, perchè dovevamo attraversare quasi sempre pianure sabbiose ardentissime, non molto lontane dalla costa. Osservai che ogni qual volta il cavallo poneva il piede sulla fine sabbia silicea, si produceva un lieve rumore pigolante. Il terzo giorno prendemmo un’altra via, ed attraversammo l’allegro villaggio della Madre di Deôs. Questa è una delle strade principali del Brasile; tuttavia è in così cattivo stato che nessun veicolo a ruote, tranne qualche pesante carro da buoi, vi potrebbe passare. In tutto il nostro viaggio non incontrammo mai un ponte di pietra; e quelli fatti di legno erano sovente tanto rovinati che non vi era da arrischiarcisi sopra. Tutte le distanze sono ignote. La strada invece di pietre migliari, è segnata di croci, per dimostrare che fu sparso sangue umano. La sera del 23 arrivammo a Rio, avendo terminata la nostra breve ma piacevole escursione.

Durante tutto il tempo che rimasi ancora a Rio, dimorai in una casetta nella Baia di Botofago. Non si poteva desiderare nulla di più delizioso per passare alcune settimane in quella stupenda regione. In Inghilterra il dilettante di storia naturale ha nelle sue passeggiate un grande vantaggio, perchè ha sempre qualche cosa che attira la sua attenzione; ma in questi fertili climi brulicanti di vita le attrattive sono tante, che non si può quasi passeggiare affatto.

Le poche osservazioni che mi fu dato fare si limitarono quasi tutte agli animali invertebrati. L’esistenza di un genere di Planaria, che abita la terra asciutta, mi interessò moltissimo. Questi animali hanno una struttura così semplice, che Cuvier li ha collocati coi vermi intestinali, sebbene non siano mai stati trovati nel corpo di altri animali. Numerose specie abitano tanto nell’acqua dolce che nella salata; ma quelle di cui parlo furono trovate anche nelle parti più asciutte della foresta, sotto i tronchi di alberi tarlati, i quali, credo, servon loro di nutrimento. Nella forma generale somigliano a piccole lumache, ma sono molto più strette in proporzione, e parecchie specie hanno strisce longitudinali di bellissimi colori. La loro struttura è semplicissima; presso la metà della superficie inferiore o strisciante vi sono due piccole fenditure trasversali; dall’anteriore di queste può sporger fuori una bocca a imbuto irritabilissima. Per un certo tempo dopo che il rimanente dell’animale era al tutto morto, per gli effetti dell’acqua salsa, o per qualche altra causa, quest’organo conservava ancora la sua vitalità.

Non ho trovato meno di dodici specie differenti di Planarie terrestri nelle varie parti dell’emisfero meridionale[9]. Tenni vivi per due mesi, nutrendoli di legno tarlato, alcuni esemplari avuti alla Terra di Diemen. Avendone tagliato uno trasversalmente in due parti quasi uguali, nel corso di due settimane entrambi avevano la forma dell’animale perfetto. Tuttavia io aveva diviso per modo il corpo, che una delle metà aveva i due orifizi inferiori, e quindi l’altra metà non ne aveva nessuno. In capo a venticinque giorni dalla operazione la parte più perfetta non si sarebbe distinta da nessun altro esemplare. L’altra parte era molto cresciuta in volume; e verso la estremità posteriore, uno spazio più chiaro s’era formato nella massa parenchimatosa, nella quale una bocca rudimentale in forma di tazza si poteva distinguere chiaramente; tuttavia, nella superficie inferiore non si era ancora aperta nessuna corrispondente fessura. Se il caldo, che in vicinanza dell’equatore era divenuto così intenso, non avesse fatto morire tutti gli individui, non v’ha dubbio che con questo ultimo stadio si sarebbe compiuta la sua struttura. Sebbene questo esperimento sia notissimo, era interessante osservare la graduata produzione di ogni organo essenziale, dalla sola estremità di un altro animale. È difficilissimo conservare queste Planarie; appena il cessar della vita permette alle leggi ordinarie di mutare la loro azione, il corpo di quegli animali divien molle e fluido, con una rapidità di cui io non aveva mai veduto l’uguale.

Visitai la prima volta la foresta in cui si trovavano queste Planarie, in compagnia di un vecchio prete portoghese che mi condusse seco a caccia. La caccia consisteva nello sguinzagliare nel fitto della foresta pochi cani, ed aspettare poi con pazienza che qualche animale si presentasse per far fuoco. Eravamo accompagnati dal figlio di un agricoltore del contorno, vero tipo d: un giovane selvaggio brasiliano. Era vestito di una vecchia camicia e di calzoni tutti laceri, col capo scoperto; portava un fucile antico ed un lungo coltello. L’uso di portare il coltello è universale; e per attraversare le fitte foreste è quasi necessario a cagione delle piante rampicanti. Il fatto dei frequenti assassinii può venire in parte attribuito a quest’uso. I Brasiliani sono tanto destri nel maneggio del coltello, che possono lanciarlo ad una certa distanza con forza sufficiente per cagionare una ferita mortale. Ho veduto buon numero di monelli esercitarsi in quest’arte come fosse un giuoco, e dall’abilità che mostravano nel colpire un bastoncino piantato in terra, promettevano bene per esperimenti più serii. Il giorno prima il mio compagno aveva ucciso due grosse scimmie barbute. Questi animali hanno la coda prensile, l’estremità della quale, anche dopo morte, può sostenere tutto il peso del loro corpo. Una di quelle rimase appesa in tal modo ad un ramo, e fu necessario gettar giù un grosso albero per procurarsela. Questo fu compiuto in poco tempo e la scimmia e l’albero caddero con grande fracasso. La nostra giornata di caccia, oltre la scimmia, si limitò ad alcuni pappagallini verdi, ed a qualche tucano. Tuttavia la mia conoscenza col padre portoghese mi fruttò in un’altra occasione un bell’esemplare del gatto Yagouaroundi.

Tutti hanno sentito parlare della bellezza del paesaggio presso Botofogo. La casa nella quale io dimoravo stava proprio sotto il ben noto monte del Corcovado. È stato osservato, con molta verità, che le colline scoscese a cono sono caratteristiche di quella formazione che Humboldt indica col nome di gneiss granito. Nulla fa tanto effetto quanto il vedere quelle enormi masse rotonde di roccia nuda che sorgono in mezzo ad una lussureggiante vegetazione.

Sovente la mia attenzione era attirata dalle nubi che venivano in su dal mare e formavano un banco precisamente sotto il punto più alto del Corcovado. Questo monte, come il più degli altri, quando è per tal modo in parte velato, sembra sollevarsi molto più superbamente che non sia la altezza di 700 metri.

Il signor Daniell nei suoi esperimenti meteorologici ha osservato, che talora sembra che una nuvola sia attaccata sulla cima del monte, mentre il vento continua a soffiargli sopra. Lo stesso fenomeno qui presentava una lieve variazione. In questo caso si vedeva agevolmente la nuvola salire turbinando, e passare velocemente sulla cima, mentre non era nè diminuita nè accresciuta di mole. Il sole tramontava, ed una leggiera brezza dal mezzogiorno, venendo ad urtare contro il lato meridionale della roccia, si mescolava colla corrente superiore più fresca, così il vapore si condensava; ma mentre i leggieri fiocchi di nuvole passavano sulla cima, e venivano dentro l’azione della atmosfera più calda del banco del pendio settentrionale, tornavano immediatamente a sciogliersi.

Durante i mesi di maggio e giugno, cioè al cominciar dell’inverno, il clima era deliziosissimo. La temperatura media, secondo le osservazioni fatte alle nove del mattino e della sera, era di soli 22° circa. Pioveva spesso dirottamente, ma i venti asciutti meridionali rendevano in breve gradevolissime le passeggiate. Un mattino, nel corso di sei ore caddero tre centimetri di pioggia. Mentre questo temporale passava sulle foreste che circondano il Corcovado, il suono prodotto dalle gocce che cadevano sulle innumerevoli foglie era notevolissimo; si sarebbe potuto sentire dalla distanza di un quarto di miglio, ed era simile a quello di una grossa caduta d’acqua. Dopo i giorni più caldi, era una delizia sedere tranquillamente nel giardino e veder la sera mutarsi in notte. La natura, in questi climi, sceglie i suoi cantori fra artisti più umili che in Europa. Una piccola rana, del genere Hyla, si alloga sopra un ciuffetto d’erba che sporge appena due centimetri fuori dell’acqua, e manda suoni gradevoli; quando parecchie sono insieme cantano armonicamente su vari toni. Ebbi una certa difficoltà a procurarmi un esemplare di questa rana. Il genere Hyla ha le dita terminate da piccole ventose; ed osservai che questo animale poteva strisciare sopra una parete di vetro collocata al tutto perpendicolarmente. Nello stesso tempo varie cicale e grilli mandano un continuo suono trillante, il quale tuttavia, fatto più dolce dalla distanza, non è sgradevole. Ogni sera dopo il tramonto cominciava questo grande concerto; e sovente sono stato a lungo ascoltandolo, finchè la mia attenzione non fosse stata fermata da qualche curioso insetto che passava.

In quel tempo si veggono gl’insetti luminosi svolazzare da una siepe all’altra. In una notte buia la loro luce può vedersi alla distanza di circa duecento passi. È curioso che in tutte le differenti sorta di insetti luminosi, di elateri luccicanti, e di vari animali marini luminosi, come crostacei, meduse, nereidi e coralli del genere Clytia e Pyrosoma, che io ho osservato, la luce era di una tinta verde ben spiccata. Tutti gl’insetti luminosi che ho preso qui appartengono alle Lampyridræ (nella quale famiglia è compresa la specie luminosa d’Inghilterra) ed il maggior numero di esemplari erano della Lampyris occidentalis[10]. Osservai che questo insetto quando viene stuzzicato manda uno splendore più vivace; negli intervalli i segmenti addominali erano oscuri. Il lampo era quasi coistantaneo in due segmenti, ma si vedeva prima nell’anteriore. La materia luminosa era limpida e molto aderente; certi piccoli punti ove la pelle era stata tolta, continuavano a brillare con un lieve scintillio, mentre le parti intatte rimanevano oscure. Quando l’insetto era decapitato i segmenti rimanevano luminosi senza interruzione, ma non tanto brillanti come prima; l’irritazione locale con una spilla aumentava sempre lo splendore della luce. In un caso gli anelli conservarono la loro proprietà luminosa per lo spazio di quasi ventiquattro ore dopo la morte dell’insetto. Da questi fatti parrebbe probabile che l’animale ha solo la facoltà di celare o spegnere a brevi intervalli la luce, e che in altri casi la luminosità è involontaria. Sui sentieri umidi e sassosi trovai un gran numero di larve di questa lampiride; nella forma generale rassomigliavano alla femmina della specie inglese. Queste larve non avevano grandi facoltà luminose; molto differenti dai loro genitori in ciò che, toccate appena, fingevano d’esser morte e cessavano di mandar luce; e neppure l’irritazione aumentava la loro luminosità. Ne tenni alcune vive per un certo tempo; la coda era in esse un organo ben singolare, perchè operava, mercè un congegno bene immaginato, come ventosa od organo di adesione, e parimenti come serbatoio della scialiva, o di qualche altro fluido. Diedi loro a più riprese carne cruda da mangiare, ed osservai sempre che di tratto in tratto l’estremità della coda veniva ad applicarsi contro la bocca, ed una goccia del liquido cadeva sulla carne, che allora poteva venire consumata. Malgrado ciò, non sembrava che la coda potesse trovare a bella prima la bocca; almeno toccava prima il collo, e questo sembrava servir di guida.

Quando fummo a Bahia, un coleottero, l’elaterio (Pyrophorus luminosus, Illig.), mi è parso l’insetto luminoso più comune. In questo caso la luce pareva divenire più brillante per l’irritazione. Un giorno mi divertii osservando la facoltà di saltare di questo insetto, che non è stato, da quanto mi parve, descritto a dovere. Quando l’elaterio stava sul dorso e si preparava a spiccare il salto, moveva il capo ed il torace all’indietro, per modo che la spina pettorale era spinta fuori, e riposava sull’orlo della sua guaina. Continuando lo stesso movimento all’indietro, la spina, per la piena azione dei muscoli, era piegata come una molla; e l’insetto posava allora sull’estremità del capo e delle elitre. Quando lo sforzo veniva repentinamente rilasciato, il capo ed il torace scattavano, ed in conseguenza la base delle elitre colpiva con tal forza la superfice di sostegno, che l’insetto per la reazione scattava all’altezza di quattro o cinque centimetri. I punti sporgenti del torace e la guaina della spina servono a tener fermo il corpo durante il salto. Nelle descrizioni che ho letto non mi pare sia stata data molta importanza alla elasticità della spina; uno scatto così repentino non potrebbe essere l’effetto di semplice contrazione muscolare, senza l’aiuto di qualche congegno meccanico.

Varie volte ebbi il piacere di fare alcune brevi ma piacevolissime escursioni nel contorno. Un giorno andai al giardino botanico, dove si veggono coltivate molte piante, notissime per la loro grande utilità. Le foglie degli alberi della canfora, del pepe, del cinnamomo e del garofano mandavano un odore aromatico squisito; l’albero del pane, il jaca ed il mango rivaleggiavano fra loro nella splendidezza del fogliame. Il paesaggio nel contorno di Bahia prende quasi il suo carattere da questi due ultimi alberi. Prima di averli veduti, io non aveva idea dell’ombra fitta che un albero può fare sul terreno. Entrambi hanno colla vegetazione sempre verde di questi climi lo stesso rapporto che hanno in Inghilterra le piante di alloro e di agrifoglio cogli alberi dalle foglie decidue e di un verde più chiaro.

Giova notare, che le abitazioni sotto i tropici sono circondate dalle più belle forme di vegetazione, perchè molte di esse sono nello stesso tempo utilissime all’uomo. Chi può mettere in dubbio che il banano, il noce di cocco, e molte sorta di palme, l’arancio e l’albero del pane non abbiano queste qualità riunite?

In quel giorno fui particolarmente colpito da un’osservazione di Humboldt, il quale spesso parla del «sottile vapore che senza togliere all’aria la sua trasparenza, ne rende le tinte più armoniche e ne addolcisce gli effetti». È questo un fatto che non ho mai osservato nelle zone temperate. L’atmosfera, veduta per un breve spazio, di un mezzo miglio o di tre quarti di miglio, era perfettamente lucida, ma ad una distanza maggiore tutti i colori si confondevano in una bellissima nebbia di un bigio chiaro sfumato di un po’ di azzurro. La condizione dell’atmosfera tra il mattino ed il meriggio, quando quell’effetto era più evidente, non aveva gran che mutato, tranne nel grado di asciuttezza. Nell’intervallo, la differenza fra il punto della rugiada e la temperatura era salita da 7°,5 a 17°.

Un’altra volta uscii di buon’ora a piedi per andare al monte Gavia. L’aria era piacevolmente fresca e fragrante, e le goccie di rugiada brillavano ancora sulle foglie delle grandi piante liliacee che ombreggiavano i ruscelletti di acqua limpidissima. Sedutomi sopra un masso di granito, era piacevolissimo osservare i vari insetti e gli uccelli mentre svolazzavano. L’uccello mosca sembra compiacersi particolarmente in quei luoghi remoti ed ombrosi. Quando io vedeva quelle creaturine ronzare intorno ad un fiore, mi veniva alla mente la nostra farfalla sfinge; i loro movimenti ed i costumi sono per molti rispetti quasi simili.

Seguendo un sentiero entrai in una maestosa foresta, ed all’altezza di 150 a 200 metri si presentava una di quelle magnifiche vedute, tanto comuni ai due lati di Rio. A quest’altezza il paesaggio possiede la sua più bella tinta; ed ogni forma, ogni sfumatura supera tanto in magnificenza tutto quello che un europeo ha mai veduto nel suo paese, che non sa in qual modo esprimere i propri sentimenti. L’effetto generale mi rammentò spesso gli scenari più brillanti del teatro dell’Opera o di altri grandi teatri. Io non tornava mai da quelle escursioni colle mani vuote. Quel giorno trovai un esemplare di un fungo curioso, chiamato Hymenophallus. Molti conoscono il Phallus d’Inghilterra, che infetta in autunno l’aria del suo sgradevole odore; questo, tuttavia, come sanno bene gli entomologi, è una fragranza deliziosa per alcuni nostri coleotteri. Qui il caso era lo stesso, perchè uno Strongylus, attirato dall’odore, si posò sul fungo che io aveva in mano. Noi vediamo così in due paesi lontani un rapporto simile fra le piante ed insetti delle stesse famiglie, sebbene le specie di entrambe siano differenti. Allorchè l’uomo fa ufficio di agente introducendo in un paese una nuova specie, questo rapporto vien sovente rotto; come esempio di questo fatto posso dire, che le foglie dei cavoli e delle lattughe, che in Inghilterra somministrano cibo a tante lumache e bruchi, rimangono negli orti dei dintorni di Rio intatte.

Durante la nostra stazione al Brasile feci una gran collezione d’insetti. Alcune poche osservazioni generali intorno alla importanza comparata dei vari ordini possono interessare l’entomologo inglese. I grandi Lepidotteri brillantemente coloriti distinguono la zona che abitano, molto più chiaramente di qualunque altro animale. Voglio parlare solo delle farfalle diurne: perchè le notturne, al contrario di quello che si sarebbe potuto aspettare dalla esuberanza della vegetazione, sembrano essere certamente molto meno numerose che non nelle nostre regioni temperate. Fui molto sorpreso dai costumi del Papilio feronia. Questa farfalla non è scarsa e frequenta in generale i boschetti di aranci. Sebbene abbia volo potente, pure si posa spesso sui tronchi d’albero. In questo caso tiene il capo sempre allo ingiù, e le sue ali sono espanse orizzontalmente, invece di essere ripiegate verticalmente secondo il consueto. Questa è la sola farfalla che io abbia mai veduto adoperare le zampe per correre. Non conoscendo io questa particolarità, più di una volta lasciai sfuggire l’insetto, il quale gettatosi da parte precisamente nel punto che stava per prenderlo col mio forcipe, riusciva a salvarsi. Ma un fatto ancor più singolare si è che questa specie possiede la facoltà di mandare un suono[11]. Parecchie volte, quando un paio di esse, probabilmente maschio e femmina, si inseguivano in un volo irregolare passavano a pochi metri di distanza da me: ed io udiva distintamente un suono scricchiolante, simile a quello prodotto da una ruota dentata sopra una molla. Il suono continuava a brevi intervalli, e si poteva distinguere a circa venti metri di distanza; sono sicuro che non v’ha errore in questa osservazione.

Rimasi molto deluso per l’aspetto generale dei coleotteri. Il numero di questi animali piccoli e di colori smorti è grandissimo[12]. I musei d’Europa possono finora vantare solo le specie più grandi dei climi tropicali. Per disturbare la quiete della mente dell’entomologo deve bastare la previsione dello sviluppo futuro di un catalogo compiuto. I coleotteri carnivori, o carabici, sembrano essere pochissimo numerosi sotto i tropici; questo fatto è da notare se si considera che i quadrupedi carnivori sono tanto abbondanti nei paesi caldi. Rimasi colpito da questa osservazione quando visitai il Brasile, e quando vidi che le elegantissime ed attive forme delle Arpalidi ricomparivano nelle pianure temperate della Plata. Tengono forse, i numerosi ragni ed i rapaci imenotteri, il posto dei coleotteri carnivori? Quelli che si nutrono di carogne ed i brachelitri sono molto scarsi; d’altra parte i rincofori ed i crisomelini, i quali tutti traggono il loro sostentamento dal mondo vegetale, si incontrano in grandissima copia. Non mi riferisco qui al numero delle varie specie, ma a quello degli insetti come individui; perchè in questo risiede il carattere più spiccato nella entomologia dei differenti paesi. Gli ordini degli ortotteri e degli emitteri sono particolarmente numerosi, come pure la schiera pungente degli imenotteri, eccettuate forse le api. Chi entra per la prima volta in una foresta dei tropici, riman colpito dal lavoro delle formiche, sopra sentieri bene battuti che si diramano in ogni verso, si veggono eserciti di predatori sempre in attività, alcuni che vanno, altri che tornano, carichi di foglie verdi, sovente più grandi del loro stesso corpo.

Talora una piccola formica dai colori scuri emigra in numero sterminato. Un giorno, a Bahia, la mia attenzione fu richiamata sopra molti ragni, blatte ed altri insetti, ed alcune lucertole, che tutti affaccendati correvano in mezzo ad un tratto nudo di terreno. Un sentierino, ogni stelo ed ogni foglia erano divenuti neri per la presenza di innumerevoli piccole formiche. L’esercito avendo attraversato lo spazio nudo, si divise, e scese da un vecchio muro. In tal modo molti insetti rimasero chiusi; e gli sforzi con cui quelle povere creaturine tentavano di liberarsi da una cosifatta morte erano meravigliosi. Quando le formiche giunsero sulla strada mutarono il loro corso, e tornarono a scendere in strette file lungo il muro. Avendo io messo un sassolino per impedire il passo ad una delle file, tutto il corpo lo aggredì, poi si ritirò immediatamente. Poco dopo un altro corpo tornò alla carica, e non essendo riuscito a smuoverlo, questa linea di marcia fu al tutto abbandonata. Facendo un giro di due centimetri, la fila avrebbe scansato il sasso, e ciò senza dubbio sarebbe seguito, se fosse stato colà dapprima; ma, essendo stati aggrediti, i piccoli ma coraggiosi guerrieri s’indignarono all’idea di cedere.

Certi insetti vespiformi, che fabbricano negli angoli delle verande celle di terra per le loro larve, sono numerosissimi nel contorno di Rio. Riempiono queste celle con ragni e bruchi mezzo morti, che sanno, da quanto pare, pungere meravigliosamente a un dato grado, per lasciarli paralizzati ma vivi, finchè le loro uova siano schiuse, e le larve si nutrono della orrenda massa di vittime impotenti e mezzo morte, vista che è stata descritta da un naturalista entusiasta[13] come curiosa e piacevole! Un giorno osservai con molto interesse una contesa mortale fra una pepsis ed un grosso ragno del genere lycosa. La vespa diede un colpo repentino alla sua preda, poi volò via: il ragno evidentemente era ferito, perchè, cercando di fuggire, rotolò giù da un piccolo pendio, ma ebbe ancora forza sufficiente per trascinarsi in un fitto ciuffo d’erba. La vespa tornò in breve, e parve sorpresa non trovando immediatamente la sua vittima. Allora cominciò una caccia regolare come quella che fa un cane ad una volpe, facendo brevi giri semicircolari, e vibrando continuamente con rapidità le ali e le antenne. Il ragno, quantunque si fosse bene nascosto, venne in breve scoperto; e la vespa, spaventata evidentemente ancora dalle mascelle del suo avversario, dopo molti maneggi gli fece due punture nella parte inferiore del torace. Alla fine, avendo attentamente esaminato colle sue antenne il ragno divenuto immobile, cominciò a trascinarne la coda. Ma io colsi il tiranno e la preda[14].

Il numero dei ragni, in proporzione degli altri insetti, è qui molto più grande che in Inghilterra; forse più che non in qualunque altra divisione degli animali articolati. La varietà delle specie fra i ragni saltatori sembra quasi infinita. Il genere, o meglio la famiglia delle epeire, è qui caratterizzata da molte forme singolari; alcune specie hanno invoglio coriaceo con punte aguzze, altre tibie spinose molto grandi. Ogni sentiero della foresta è intralciato dalla forte ragnatela gialla di una specie, che appartiene alla stessa divisione della Epeira clavipes di Fabricius, di cui fu detto anticamente da Sloane, che fa, nelle Indie Occidentali, ragnatele tanto forti da prendere uccelli. Una piccola e bella specie di ragno, colle zampe anteriori molto lunghe, e che sembra appartenere ad un genere non ancora descritto vive come parassita in quasi tutte queste ragnatele. Credo che esso sia tanto piccolo che la grande epeira non ci bada, e perciò gli permette di predare gl’insetti minuti, i quali aderendo ai fili della tela, andrebbero altrimenti perduti. Questo piccolo ragno, quando è spaventato, fa le viste di esser morto allungando le zampe anteriori, o lasciandosi cadere di botto dalla tela. Una grande epeira della stessa divisione della epeira tubercolata e conica è sommamente comune, in particolare nei luoghi asciutti. La sua ragnatela, che sta generalmente fra le grandi foglie dell’agave comune, si rinforza talora verso il centro con un paio o anche quattro nastri a ghirigoro, che collegano due raggi convergenti. Quando un qualche grosso insetto, come una cavalletta o una vespa, vien preso, il ragno, con un movimento pieno di destrezza, lo ravvolge velocemente, e nello stesso tempo emettendo una striscia di fili dalle sue trafile, travolge in fretta la sua preda in un invoglio simile al bozzolo del filugello. Allora il ragno esamina la sua vittima impotente, e dà il colpo fatale nella parte posteriore del torace, poi si ritira ed aspetta con pazienza che il veleno abbia fatto il suo effetto. La violenza di questo veleno si può giudicare dal fatto che dopo mezzo minuto io apersi la maglia di rete, e vi trovai dentro una grossa vespa al tutto senza vita. Questa epeira sta sempre col capo all’ingiù nel centro della sua tela. Quando è disturbata, opera differentemente secondo le circostanze; se sotto la tela v’ha un cespuglio, vi si precipita repentinamente dentro; ed ho veduto ben distinto il filo allungarsi dalle trafile dell’animale mentre questo era ancora stazionario, come preparazione alla caduta. Se sotto il terreno è sgombro, l’epeira non si lascia cadere se non raramente, ma si muove in fretta per un passaggio centrale da un lato all’altro. Quando è maggiormente disturbata, pratica un curiosissimo maneggio: si alloga nel mezzo, e scuote violentemente la ragnatela, che è appesa a ramoscelli elastici, finchè per ultimo tutta la massa acquista un movimento di vibrazione così veloce, che anche il solo profilo del ragno diviene indistinto.

Si sa molto bene che la maggior parte dei ragni dell’Inghilterra, quando un insetto grosso riman preso nelle loro ragnatele, cerca di tagliare i fili per liberare la preda, e salvare le tele da una compiuta rovina. Tuttavia, vidi una volta in una conserva di fiori nella provincia di Shrop una grossa vespa femmina rimasta presa nella ragnatela irregolare di un ragno piccolissimo; e questo ragno, invece di tagliare la tela, con grande perseveranza continuò ad avvolgere il corpo, e specialmente le ali, della sua preda. La vespa tentò dapprima ma invano di colpire a più riprese col pungiglione il suo piccolo avversario. Dopo un’ora di sforzi ebbi pietà della vespa, la uccisi e tornai a metterla nella ragnatela. Il ragno tornò in breve; ed un’ora dopo fui molto sorpreso di trovarlo colle mascelle affondate nell’orifizio, dal quale la vespa quando è viva protrae il suo aculeo. Tolsi via il ragno due o tre volte, ma nelle ventiquattro ore lo trovai sempre suggendo nello stesso luogo. Il ragno divenne molto gonfio per gli umori della sua preda, che era parecchie volte più grossa di lui.

Aggiungerò qui che ho trovato, presso Santa Fè Baiada, molti grossi ragni neri, con segni color rosso sul dorso, che hanno costumi gregari. Le ragnatele erano collocate verticalmente, come si vede sempre nel genere epeira: ognuna era separata dall’altra da uno spazio di circa sessanta centimetri, ma erano tutte attraversate da certi fili comuni lunghissimi che si estendevano in tutte le parti della comunità. Azara ha descritto un ragno gregario del Paraguay, che Walckenaer crede possa essere un theridion, ma è probabilmente una epeira, e forse anche la stessa specie del mio. Non posso tuttavia ricordarmi di aver veduto un nido centrale largo come un cappello, nel quale, durante l’autunno, quando i ragni muoiono, secondo quello che dice Azara, le uova vengono deposte. Siccome tutti i ragni da me veduti erano della stessa mole, dovevano avere a un dipresso la stessa età. Questo abito gregario, in un genere così tipico come l’epeira, fra insetti che sono tanto sanguinari e solitari che perfino i due sessi si aggrediscono fra loro, è un fatto molto singolare.

In una profonda valle delle Cordigliere, presso Mendoza, trovai un altro ragno con una ragnatela singolarissima. Forti linee raggiavano in un piano verticale da un centro comune, dove l’insetto s’intratteneva; ma solo due dei raggi erano riuniti da una rete lavorata simmetricamente; cosicchè la tela, invece d’essere circolare, come segue generalmente, non era che un segmento a cono. Tutte le ragnatele erano fatte in tal modo.


 
CAPITOLO III.
MALDONADO.

Montevideo - Maldonado - Escursione a R. Polanco - Lazo e Bolas - Pernici - Mancanza d’alberi - Cervo - Capybara - Tucutuco - Molothrus, costumi simili a quelli del cuculo - Piglia mosche - Tiranno - Uccello sbeffeggiatore - Tubi formati dal fulmine o folgoriti - Casa colpita.

Luglio 1832. - Al mattino mettemmo alla vela, ed uscimmo fuori dello splendido porto di Rio Janeiro. Nel nostro passaggio alla Plata non ci si offerse nulla di particolare, tranne in un giorno un grande stuolo di focene in numero di varie centinaia. Tutto il mare era in certi punti coperto da esse e ci si presentava uno spettacolo straordinario, mentre centinaia venivano insieme a salti, in cui si mostrava tutto il loro corpo fendendo così l’acqua. Mentre la nave filava nove nodi all’ora, quegli animali passavano ripetutamente davanti alla prua colla più grande facilità, e poi guizzavano via col corpo allo innanzi. Appena entrammo nello estuario della Plata, il tempo si fece molto variabile. In una notte buia fummo circondati da un gran numero di foche e di pinguini, i quali mandavano suoni tanto strani, che l’ufficiale di guardia riferì che egli udiva il bestiame che muggiva sulla spiaggia. La seconda notte, ci fu dato osservare uno splendido spettacolo di pirotecnica naturale, l’albero maestro e le cime dei pennoni brillavano della luce dei fuochi di Sant’Elmo; e si sarebbe potuto quasi disegnare la forma della banderuola, come se fosse stata sfregata dal fosforo. Il mare era cosifattamente luminoso che le traccie dei pinguini erano segnate da un solco di fuoco, ed il buio del firmamento fu momentaneamente illuminato da un lampo vivacissimo.

Alla foce del fiume osservai con molto interesse quanto lentamente le acque del fiume si mescolassero con quelle del mare. Il fiume limaccioso e senza colore galleggiava per la sua minore gravità specifica sulla superfice dell’acqua salata. Questo fatto era più evidente nel solco della nave, ove la linea dell’acqua azzurra si vedeva mescolarsi in piccole ondette col nuovo fluido.

26 luglio. - Gettammo l’àncora a Montevideo. La Beagle doveva studiare, nei due anni susseguenti, le coste meridionale e settentrionale dell’America, al Sud del Plata. Per non ricadere in inutili ripetizioni, prenderò dal mio giornale quei brani che si riferiscono alle località, senza mantenere l’ordine in cui li abbiamo visitati.

Maldonado è collocata sulla sponda settentrionale della Plata, e non molto distante dall’imboccatura dell’estuario. È una piccola città molto tranquilla e deserta; è fabbricata secondo l’uso universale di quei paesi, colle strade che s’incontrano ad angolo retto; nel mezzo vi è una grande piazza, la quale per la sua ampiezza fa maggiormente spiccare la scarsità della popolazione. Non ha quasi alcun traffico; l’esportazione è quasi tutta composta di poche pelli e di poco bestiame vivo. Gli abitanti sono principalmente proprietari di terre, alcuni pochi sono bottegai, e lo stretto necessario di artigiani e mestieranti, come fabbri e falegnami, che fanno tutto il lavoro in una cerchia di quasi cinquanta miglia. La città è separata dal fiume da una zona di collinette sabbiose, di un miglio circa; da tutte le parti è circondata da una aperta pianura lievemente ondulata, coperta uniformemente di uno straterello di erba verde, sulla quale pascolano innumerevoli branchi di bovine, di pecore e di cavalli. Anche in vicinanza della città v’ha pochissima terra coltivata. Alcune siepi di cattus e di agave segnano il luogo ove è seminato frumento e grano turco.

L’aspetto del paese è molto simile lungo tutta la sponda settentrionale della Plata. L’unica differenza è, che ivi le colline di granito sono un po’ più alte. Il paesaggio non ha nulla che attiri lo sguardo; non v’ha quasi una casa, un pezzo di terra coltivato, neppure un albero per dargli un aspetto un po’ più gaio. Tuttavia, dopo essere stati per qualche tempo confinati in un bastimento, si prova un vivo senso di soddisfazione nel passeggiare sopra una sterminata pianura erbosa. Inoltre se la vista è limitata ad uno spazio piccolo, molti oggetti sono belli. Alcuni degli uccelli più piccoli hanno colori vivaci; ed il verde brillante della superficie, tenuto conto del brucare del bestiame, è adorno di fiori nani, fra i quali una pianta che somiglia ad una margherita ci si presentava come un vecchio amico. Che cosa direbbe un fiorista vedendo tratti immensi coperti tanto fittamente dalla verbena meliandres, tanto che anche in distanza appare dello scarlatto più vivo?

Rimasi a Maldonado dieci settimane e in quel tempo mi procurai una quasi compiuta collezione di animali, uccelli e rettili. Prima di parlare di questi darò un cenno di una piccola escursione che feci fino al fiume Polianco, che è distante circa settanta miglia verso il settentrione. Per dare una idea del buon mercato di ogni cosa in questo paese, dirò solo che ho pagato due dollari al giorno, o dieci franchi, per due uomini, ed un branco di una dozzina di cavalli da sella. I miei compagni erano bene armati di pistole e sciabole, precauzione che io credeva inutile; ma la prima notizia che udii fu, che il giorno precedente un viaggiatore da Montevideo era stato trovato morto sulla strada colla gola tagliata. Questo fatto seguì accanto ad una croce, memoria di un precedente assassinio.

La prima notte dormimmo in una nascosta casetta di campagna, e mi avvidi colà di avere due o tre oggetti, specialmente una bussola tascabile, che ispiravano una meraviglia senza confini. In tutte le case mi chiedevano di mostrar loro la bussola, e con quella ed una carta geografica segnare la direzione dei vari luoghi. Destava una viva ammirazione vedere che io, al tutto estraneo, potessi conoscere la strada (perchè la direzione e la strada sono sinonimi in quella ampia regione) verso luoghi ove non ero mai stato. In una casa, una giovane donna ammalata in letto, mi mandò a pregare di andarla a trovare per mostrarle la bussola. Se la loro sorpresa era grande, la mia era ancor maggiore nel trovare una tale ignoranza in persone che posseggono migliaia di capi di bestiame ed estancias estesissime. Questo non si può attribuire ad altro se non al fatto che quella parte così remota di paese è visitata raramente dagli stranieri. Mi fu domandato se sia la terra od il sole che si muova; se al nord faccia più caldo o più freddo; dove sia la Spagna, e molte altre domande di questa sorta. La maggior parte degli abitanti aveva un’idea indistinta che l’Inghilterra, Londra e l’America settentrionale siano paesi separati ma confinanti, e che l’Inghilterra sia una grande città di Londra. Io portava con me alcuni zolfanelli, che accendevo mordendoli; sembrava così meraviglioso che un uomo potesse far fuoco coi denti, che per solito si riuniva tutta la famiglia per vedere questo fatto; mi fu una volta offerto un dollaro per farlo. Il lavarmi la faccia al mattino destò grande stupore nel villaggio di Las Minas; uno dei principali mercanti mi fece molte domande intorno ad una pratica così singolare, ed anche perchè portassimo la barba a bordo, cosa che aveva udito raccontare dalle nostre guide. Egli mi guardò con molta diffidenza, forse aveva sentito parlare delle abluzioni della religione maomettana, e sapendomi eretico, ne concluse probabilmente che tutti gli eretici siano Turchi. È costume generale in questo paese di chiedere l’alloggio per la notte nella prima casa incontrata. La meraviglia della bussola, ed altri miei fasti da prestigiatore, mi erano fino a un certo punto vantaggiosi, perchè con ciò e nelle lunghe storie che narravano le mie guide del mio spaccare sassi, delle mie conoscenze intorno ai serpenti innocui o velenosi, della raccolta che faceva d’insetti, ecc., io li ripagava della loro ospitalità. Scrivo come se fossi stato in mezzo agli abitanti dell’Africa centrale; Banda Oriental non sarebbe molto lusingata dal paragone; ma allora i miei sentimenti erano questi.

Il giorno dopo ci avviammo cavalcando verso il villaggio di Las Minas. Il paesaggio era alquanto più sparso di eminenze montuose, ma nel resto continuava allo stesso modo; un abitante dei Pampas lo avrebbe considerato certamente come alpino. La contrada è così poco popolata che durante tutto il giorno non incontrammo che una persona. Las Minas è ancor più piccolo di Maldonado. È situato in una piccola pianura, e circondato da bassi monti rocciosi. Ha la consueta forma simmetrica; e colla sua chiesetta nel centro imbianchita colla calce ha un aspetto piuttosto grazioso. Le case del contorno sorgono fuori della pianura isolata, senza giardini o cortili. Questo segue in generale nel paese, e quindi tutte le case hanno un aspetto poco gradevole. Alla sera ci fermammo ad una pulperia od osteria. Durante la sera vennero molti Gauchos a bere liquori e fumare zigari; il loro aspetto è molto notevole; sono in generale alti e belli, ma alcuni hanno nel volto una espressione di orgoglio e di dissolutezza. Spesso portano baffi e lunghi capelli arricciati sulle spalle. Coi loro adornamenti di colori vivaci, cogli sproni suonanti alle calcagna, coi coltelli affilati come pugnali (e spesso adoperati come tali) alla cintura, sembrano uomini al tutto differenti da quello che si potrebbe aspettare dal loro nome di Gauchos, che significa «uomo del contado». Sono eccessivamente cerimoniosi, non bevono mai prima i loro liquori se prima non li avete assaggiati, ma, mentre vi fanno i loro più garbati inchini, paiono sempre in procinto, data l’occasione, di tagliarvi la gola.

Il terzo giorno continuammo in modo irregolare il nostro cammino, perchè io era occupato ad esaminare alcuni giacimenti di marmo. Sulle belle pianure erbose vedemmo molti struzzi (Struthio rhea). Alcuni branchi comprendevano da venti a trenta individui. Questi seduti sopra una piccola eminenza, e contro il chiaro orizzonte, hanno un aspetto maestoso. Non ho mai incontrato in nessun’altra parte di quel paese struzzi tanto fiduciosi; potevamo galoppare fino a poca distanza da loro; ma allora allargavano le ali, partivano col vento in poppa, ed in breve avevano lasciato indietro i cavalli.

A notte giungemmo alla casa di Don Juan Fuentes, ricco proprietario di terre, ma che nessuno dei miei compagni conosceva personalmente. Accostandosi alla casa di uno che non si conosce, si soglion seguire appuntino i cerimoniali di etichetta; si cavalca lentamente fino all’uscio, si saluta coll’Ave Maria, e finchè non esca alcuno dalla casa e vi preghi di scendere da cavallo, non è uso di ciò fare: la risposta formale del padron di casa è sin pecado concebida, vale a dire, concetta senza peccato. Entrati in casa, si parla di cose generali per alcuni minuti, poi si domanda il permesso di passar colà la notte. Naturalmente questo viene accordato. Allora lo straniero si siede alla mensa della famiglia, e gli viene assegnata una stanza, dove colle coperte del suo recado (o sella dei Pampas) si fa il letto. È singolare come le circostanze somiglianti producano consimili effetti nei costumi. Al Capo di Buona Speranza si esercita universalmente la medesima ospitalità colle stesse cerimonie di etichetta. Tuttavia la differenza tra il carattere dello spagnuolo e quello del coltivatore olandese spicca in ciò, che il primo non fa mai al suo ospite nessuna domanda fuori di quelle della più stretta regola di cortesia, mentre l’onesto olandese gli domanda dove è stato, dove va, cosa fa, ed anche quanti fratelli, quante sorelle o quanti figli abbia.

Poco dopo il nostro arrivo alla casa di Don Juan, una delle grandi mandre di bestiame veniva ricondotta a casa, e tre capi di essa erano tratti fuori per essere macellati per uso del podere. Questo bestiame semi-selvatico è molto attivo, e conosce molto bene il lazo fatale, per cui rende ai cavalli molto laboriosa la caccia.

Faceva singolare contrasto colla rozza ricchezza che si mostrava nel numero del bestiame, degli uomini e dei cavalli, la casa al tutto miserabile di Don Juan. Il pavimento era fatto di legno battuto, e le finestre erano senza vetri; il salotto non conteneva che poche seggiole e sgabelli molto grossolani e un paio di tavole. La cena, sebbene vi fossero molti forestieri, non era composta che di grandi paiuoli; uno pieno di bue arrosto, l’altro di bue lesso, con qualche po’ di zucca: tranne quest’ultimo, non v’era nessun altro vegetale e neppure un pezzo di pane. Per bevanda, un grande vaso di terra pieno d’acqua serviva per tutta la brigata. Tuttavia quell’uomo era proprietario di parecchie miglia quadrate di terreno, di cui ogni metro avrebbe prodotto frumento, e con pochissima fatica, tutti i vegetali comuni. Si passò la sera fumando, con qualche canzone improvvisata con accompagnamento di chitarra. Le signorine sedevano tutte insieme in un angolo della camera e non cenarono con gli uomini.

Sono stati scritti tanti libri intorno a questi paesi, che è quasi superfluo descrivere il lazo o le bolas. Il lazo è fatto di una cordicella fortissima, ma sottile e bene intrecciata di cuoio crudo. Un capo è attaccato alla cinghia, che lega assieme gli arnesi complicati del recado, o sella adoperata nei Pampas; l’altro capo è terminato da un piccolo anello di ferro o di rame, col quale si può fare un laccio o nodo scorsoio. Il Gaucho, quando sta per adoperare il lazo, tiene un piccolo gomitolo nella mano che tiene la briglia, e nell’altra il nodo scorsoio, larghissimo, mentre ha il diametro di circa due metri e mezzo. Egli lo fa girare intorno al capo, e con un movimento della mano tiene aperto il nodo; poi, slanciandolo, lo fa cadere sopra il luogo che ha scelto. Quando il lazo non è adoperato, si tiene strettamente raggomitolato da un lato del recado. Le bolas o palle sono di due sorta; le più semplici che si adoperano principalmente per prendere gli struzzi, sono fatte di due sassi rotondi, coperti di cuoio, riuniti da una sottile cinghia intrecciata, lunga circa due metri e mezzo. L’altra sorta differisce per esservi tre palle riunite da cinghie ad un centro comune. Il Gaucho tiene la più piccola delle tre in mano, e fa girare le altre due intorno al suo capo; poi prendendo la mira, le slancia come una catena di palle aggirantesi nell’aria. Appena le palle hanno colpito un oggetto, che girandogli attorno, si avviticchiano fra loro, e si attaccano fortemente. La mole e il peso delle palle varia secondo lo scopo per cui sono fatte; quando sono di pietra, sebbene non più grosse di una mela, vengono slanciate con tanta forza che talora rompono la gamba anche ad un cavallo. Ho vedute palle fatte di legno e grosse come una rapa, onde prendere quegli animali senza far loro male. Talvolta le palle sono fatte di ferro, e queste possono essere slanciate a grandissima distanza. La difficoltà principale nell’adoperare sia il lazo come le bolas, si è di cavalcare tanto bene da poter, mentre si va di carriera e si gira di botto, farli girare con tanta sicurezza, da prendere la mira; a piedi chiunque imparerebbe presto quell’esercizio. Un giorno, mentre mi divertiva a galoppare e far girare le palle intorno al capo, per caso la palla che era libera colpì un ramoscello, e rimanendo così distrutta la sua azione girante, cadde immediatamente sul terreno, e come per incanto ravvolse la zampa posteriore del mio cavallo; l’altra palla mi venne allora strappata di mano, ed il cavallo saldamente legato. Per fortuna era un animale ben pratico, e sapeva di che si trattava, altrimenti si sarebbe probabilmente dimenato fino a farsi del male. I Gauchos scoppiavano dalle risa; asserivano di aver veduto ogni sorta di animale preso, ma non avevano mai visto un uomo imprigionarsi da sè.

Durante i due giorni successivi, giunsi al punto più distante che mi premeva di esaminare. Il paese presentò sempre lo stesso aspetto, finchè il verde tappeto delle erbe divenne più faticoso che non una strada polverosa e piena d’inciampi. Vedemmo in ogni parte gran numero di pernici (Nothura major). Questi uccelli non vanno in branchi, nè si nascondono come le pernici inglesi. Sembrano uccelli molto sciocchi. Un uomo a cavallo girando loro attorno in circolo, o meglio in spira, tanto da avvicinarsi loro ad ogni nuovo giro, può colpirne nel capo quante gli aggrada. Il metodo più comune è di prenderle con un nodo scorsoio o piccolo laccio, fatto collo stelo di una penna di struzzo, attaccato alla punta di una lunga canna. Un fanciullo sopra un cavallo vecchio e tranquillo, ne può prendere spesso in tal maniera da trenta a quaranta al giorno. Nell’America Artica del nord gli Indiani prendono la lepre variabile camminando a spira sempre intorno ad essa sino a che le sono sopra; il meriggio è considerato come il tempo più acconcio, quando il sole è alto, e l’ombra del cacciatore non molto lunga.

Al nostro ritorno a Maldonado, seguimmo una via alquanto diversa. Presso Pan de Azucar, punto ben noto da quelli che hanno navigato nel Plata, io rimasi un giorno in casa di un vecchio spagnuolo molto ospitale. Al mattino di buon ora si fece l’ascensione della Sierra de las Animas. Lo spuntar del sole rendeva il paesaggio alquanto pittoresco. Verso occidente l’occhio si stendeva sopra una sterminata pianura fino al Monte a Montevideo, ed all’oriente sul paese un poco montuoso di Maldonado. Sulla cima del monte vi erano parecchi mucchietti di pietre, che evidentemente stavano là da molti anni. Il mio compagno mi assicurò che era opera degli Indiani antichi. I mucchi somigliavano, ma in proporzione minore, a quelli che si trovano comunemente sui monti del paese di Galles. Il desiderio di ricordare ogni avvenimento sul punto più alto del paese circostante, appare essere una passione universale del genere umano. Al giorno d’oggi non esiste un solo indiano nè incivilito nè selvaggio in questa parte della provincia, nè ho mai saputo che gli antichi abitatori abbiano lasciato dietro di loro nessuna memoria più permanente di quegli insignificanti mucchi sulle cime della Sierra de las Animas.

L’assenza generale e quasi assoluta degli alberi nella Banda Oriental è notevole. Alcune delle colline rocciose sono in parte coperte di cespugli, e sulle sponde dei fiumi più grandi, specialmente al nord di Las Minas, i salici non sono rari. Ho inteso parlare di un bosco di palme presso Arroyo Tapes; e vidi uno di questi alberi di considerevole mole, vicino al Pan de Azucar, nella latit. di 35°. Questi, e gli alberi piantati dagli spagnuoli, sono le sole eccezioni al generale scarseggiare dei legnami. Fra le specie introdotte si possono menzionare i pioppi, gli ulivi, il pesco ed altri alberi da frutta; le pesche riescono tanto bene che somministrano la principale provvista di legno da bruciare alla città di Buenos-Ayres. I paesi sommamente piani, come i Pampas, raramente sono favorevoli allo sviluppo degli alberi. Questo può essere attribuito alla forza dei venti, o ad una sorta di fognatura. Tuttavia, nella natura della terra, intorno a Maldonado, non sembra che questa ragione esista; i monti rocciosi somministrano luoghi protetti, che hanno varie sorta di terreni; i ruscelletti d’acqua sono comuni al fondo di quasi ogni valle, e la natura argillosa della terra sembra bene acconcia a conservare l’umidità. È stato supposto come molto probabile, che la presenza dei boschi sia cagionata generalmente dalla somma annuale di umidità; tuttavia in questa provincia cadono pioggie abbondanti e dirotte durante l’inverno; e l’estate, sebbene asciutta, non lo è poi in grado veramente eccessivo[15]. Vediamo quasi tutta l’Australia coperta di alti alberi, eppure quel paese ha un clima molto più arido. Dobbiamo quindi cercare qualche altra ignota causa.

Se limitiamo le nostre osservazioni all’America meridionale, saremo certo tentati di credere che gli alberi prosperano soltanto in un clima umidissimo; perchè il limite della terra boscheggiata segue, in un modo molto notevole, quello dei venti umidi. Nella parte meridionale del continente, ove prevalgono i venti occidentali, carichi dell’umidità del Pacifico, ogni isola della costa frastagliata occidentale, dalla latit. di 38° fino all’estrema punta della Terra del Fuoco, è fittamente coperta di foreste impenetrabili. Sul versante orientale delle Cordigliere, alla stessa estensione di latitudine, ove un cielo azzurro ed un bel clima dimostrano che l’atmosfera passando sulle montagne ha perduto la sua umidità, le aride pianure della Patagonia non producono che una scarsissima vegetazione. Nelle parti più settentrionali del continente, nei limiti dei venti alisei di S-E., il pendio orientale è adorno di bellissime foreste; mentre la costa occidentale dalla latit. di 4° S. alla latit. di 32° S. si può chiamare un deserto; su questa costa occidentale, verso il N. alla latit. 4° S. dove i venti alisei perdono della loro regolarità, e piove periodicamente a dirotto, le sponde del Pacifico, che nel Perù sono così deserte, assumono presso il Capo Bianco il carattere della rigogliosa vegetazione tanto celebre a Guyaquil ed a Panama. Quindi nelle parti meridionali e settentrionali del continente le terre boscheggiate e deserte occupano posizioni contrarie rispetto alle Cordigliere, e queste posizioni sono, a quanto pare, determinate dalla direzione dei venti dominanti. Nel mezzo del continente v’ha una larga striscia intermedia, che comprende il Chilì centrale e le provincie del Plata, ove i venti saturi di pioggia non hanno da attraversare montagne, e dove la terra non è nè un deserto, nè coperta di foreste. Ma anche questa regola, sia pure limitata all’America meridionale, di alberi che prosperano solo in un clima reso umido dai venti saturi di pioggia, ha una ben spiccata eccezione nel caso delle isole Falkland. Queste isole, collocate alla stessa latitudine della Terra del Fuoco, e solo due o trecento miglia distanti da essa, hanno un clima a un dipresso simili, con una formazione geologica quasi identica, con posizioni favorevoli e la stessa natura torbosa del terreno, tuttavia non crescono colà che poche piante, le quali meritano appena il nome di cespugli; mentre nella Terra del Fuoco è impossibile trovare un metro di terra che non sia coperto da fittissime foreste. In questo caso, tanto la direzione dei venti come quella delle correnti del mare sono favorevoli al trasporto dei semi dalla Terra del Fuoco, come lo dimostrano le bacchette ed i tronchi d’albero, che da quel paese vengono gettati dal mare sulle spiaggie delle Falkland occidentali. Quindi forse vi sono molte piante comuni ai due paesi; ma per ciò che riguarda gli alberi della Terra del Fuoco, ogni tentativo fatto per trapiantarli non è riuscito.

Durante la nostra fermata a Maldonado raccolsi parecchi quadrupedi, ottanta specie di uccelli, e molti rettili, comprese nove specie di serpenti. Dei mammiferi indigeni, l’unico lasciato ancora oggi, di qualche mole e comune, è il Cervus campestris. Questo cervo è molto abbondante, sovente in piccoli branchi, in tutta la contrada che costeggia il Plata e la Patagonia settentrionale. Se taluno strisciando sul terreno, lentamente va verso un branco, sovente il cervo, spinto dalla curiosità, si accosta per riconoscerlo. Ho ucciso in tal modo, dallo stesso luogo, tre individui del medesimo branco. Quantunque siano così poco sospettosi e tanto curiosi, pure quando si va loro vicino a cavallo, sono sommamente cauti. In questo paese nessuno va a piedi, ed il cervo considera l’uomo come suo nemico soltanto allorchè è a cavallo e munito delle bolas. A Bahia Blanca, recente stabilimento nella Patagonia settentrionale, fui sorpreso nel vedere come i cervi non badassero al rumore delle fucilate; un giorno sparai dieci volte a circa ottanta metri di distanza da un animale, e fu molto più spaventato vedendo che la palla aveva fatto saltare una zolla di terra che non dello scoppio prodotto dalla carabina. Avendo esaurita la mia polvere, dovetti abbandonare l’impresa (con mia vergogna come cacciatore, si potrebbe dire, sebbene io sappia molto distintamente colpire al volo gli uccelli) e mandar grida finchè il cervo se ne andò.

Il fatto più curioso rispetto a questo animale, è il fortissimo e sgradevole odore che emana dal maschio. È al tutto indescrivibile; parecchie volte, mentre levava la pelle agli esemplari che ora sono preparati nel museo zoologico di Londra, fui vinto dalla nausea. Ravvolsi la pelle in un fazzoletto di seta e la portai così a casa: dopo essere stato lavato adoperai sempre quel fazzoletto, e naturalmente fu lavato a più riprese; tuttavia, per lo spazio di un anno e sette mesi, appena spiegato, io sentiva quell’odore ben distinto. Questo appare un caso ben sorprendente della permanenza di qualche sostanza, che nondimeno deve essere di natura sottile e volatile. Sovente, quando io passava alla distanza di mezzo miglio sotto vento ad un branco, ho sentito l’aria impregnata di quell’effluvio. Credo che l’odore del maschio è più potente nel periodo in cui le corna sono perfette, cioè libere dalla pelle villosa. Naturalmente, quando è in questo stato la sua carne non è mangiabile; ma i Gauchos asserivano, che quando si tiene sotterrato in terra umida per qualche tempo, perde il suo cattivo odore. Ho letto in qualche parte che gli isolani del Nord della Scozia adoperano lo stesso processo per i rancidi corpi degli uccelli di mare.

Qui l’ordine dei rosicanti è ricchissimo di specie: del topo solo ne ebbi non meno di otto specie[16]. II più grosso rosicante del mondo, il Capibara, (Hydrochærus capybara), è pure comune. Uno che uccisi a Monte Video, pesava 37 chilogramma: era lungo, dall’apice del muso fino alla coda a moncone, novantacinque centimetri, la sua circonferenza era di un metro e dieci centimetri. Questi grossi rosicanti frequentano alle volte le isole alla foce del Plata, dove l’acqua è al tutto salsa, ma sono più numerosi sulle sponde dei fiumi o dei laghi d’acqua dolce. Presso Maldonado vivono insieme in numero di tre o quattro. Durante il giorno si giacciono fra le piante acquatiche, o mangiano all’aperto sul piano erboso[17]. Veduti ad una certa distanza, pel loro modo di camminare e pel colore rassomigliano a maiali; ma quando stanno seduti sulle coscie, ed osservano attentamente un qualche oggetto con un occhio, riprendono l’aspetto dei loro congeneri, cavie e conigli. La loro testa veduta di faccia o di profilo ha un aspetto al tutto ridicolo, per la grande spessezza delle mascelle. Questi animali sono a Maldonado molto fiduciosi; camminando adagino mi accostava fino alla distanza di tre o quattro metri dai più vecchi. Questa fiducia può essere attribuita probabilmente a ciò che, il giaguaro è stato da pochi anni distrutto, ed i Gauchos non credono che valga la spesa di dar la caccia al capibara. Man mano che io mi andava avvicinando, essi sovente facevano sentire un romore particolare, che è un repentino cupo grugnito, che non ha un vero suono, ma che è prodotto piuttosto dall’aria che vien spinta fuori; l’unico suono che a me sembra rassomigli a quel romore, è il primo latrato di un cane di grossa mole. Avendo osservato i quattro individui alla distanza di un braccio (ed essi me) per alcuni minuti, corsero di galoppo nell’acqua con grande impeto, mandando nello stesso tempo il loro latrato. Dopo di aver percorso sott’acqua una certa distanza, ricomparvero alla superfice, ma solo tanto da mostrare la parte superiore del loro capo. Quando la femmina nuota nell’acqua, ed ha i piccoli, si dice che se li alloga sul dorso. Si possono uccidere agevolmente molti di questi animali, ma la loro pelle non ha gran valore, e la carne è parimenti poco apprezzata. Nelle isole del Rio Parana sono abbondantissimi, e somministrano la preda ordinaria al giaguaro.

Il Tucutuco (Ctenomys Brasiliensis) è un curioso animaletto, che si può descrivere in poche parole, dicendo che è come un rosicante coi costumi di una talpa. È numerosissimo in alcune parti del paese, ma è difficile da ottenere, e non vien mai, credo, alla superfice del terreno. Ammucchia all’imboccatura della sua tana monticelli di terra come quelli della talpa, ma più piccoli. Grandi tratti di paese sono scavati in tal modo da questi animali, che i cavalli nel passare si affondano fin sopra al pasturale. Il tucutuco appare, fino a un certo grado, di costumi gregari: l’uomo che me ne procurò alcuni esemplari ne aveva preso sei insieme, e diceva che questo era un caso consueto. Fanno vita notturna; ed il loro cibo principale è la radice delle piante, che è pure lo scopo dei loro scavi tanto estesi e superficiali. Si scopre generalmente questo animale per un rumore speciale che fa quando è sotto terra. Colui che lo sente per la prima volta rimane molto sorpreso, perchè non può facilmente spiegarsi donde venga, nè può comprendere quale sorta di creatura lo possa produrre. Il rumore consiste in un grugnito breve, ma non nasale nè aspro; e questo grugnito è ripetuto monotonamente circa quattro volte in fretta[18]: il nome di tucutuco gli è stato dato per imitazione di questo suono. Dove questo animale abbonda si può sentire in tutte le ore del giorno, ed alle volte precisamente sotto i propri piedi. Quando si tiene in una stanza, il tucutucu si muove lentamente e goffamente, ciò che sembra doversi attribuire al movimento che fanno all’infuori le zampe posteriori, le quali non possono affatto, per la mancanza di un certo legamento nel cavo articolare della coscia, fare il benchè minimo salto. Allorchè tentano di fuggire sono stupidissimi; quando sono in collera o spaventati mandano il loro grido di tucu-tuco. Di quelli che tenni vivi, parecchi anche dal primo giorno, divennero al tutto fiduciosi, non tentando di mordere nè di fuggire, altri erano un po’ più selvatici.

L’uomo che li aveva presi mi disse che se ne trovavano moltissimi ciechi. Un esemplare che io conservai nell’alcool era in questo stato; il Sig. Reid considerava ciò come un effetto dell’infiammazione della membrana nittitante. Quando l’animale era vivo, gli accostai il dito fino a due centimetri dal capo, e non se ne accorse affatto; tuttavia, sapeva, come gli altri, girare per la stanza. Considerando i costumi al tutto sotterranei del tucutuco, la cecità, sebbene tanto comune, non può essere un male tanto serio; tuttavia appare strano che un animale qualunque abbia un organo il quale tanto sovente corre rischio di divenir ammalato. Lamarck sarebbe stato contentissimo di questo fatto, se lo avesse conosciuto, quando meditava[19] (probabilmente con maggiore verità di quello che non fosse solito) sulla cecità gradatamente acquistata dello Spalace, rosicante che vive sotterra, e del Proteo anguino, rettile che vive entro buie caverne piene d’acqua; entrambi questi animali hanno l’occhio in uno stato quasi rudimentale, e coperto da una membrana tendinosa e dalla pelle. Nella talpa comune l’occhio è sommamente piccolo ma perfetto, sebbene molti anatomici non sieno ben certi che abbia relazione col vero nervo ottico; la sua vista deve essere certo imperfetta, sebbene probabilmente sia utile all’animale quando esce dalla terra. Nel tucutuco, che io non credo venga mai alla superficie del suolo, l’occhio è piuttosto più grande, ma spesso diviene cieco ed inutile, sebbene ciò non rechi, a quanto pare, gran disturbo all’animale; senza dubbio Lamarck avrebbe detto che il tucutuco sta ora operando il suo passaggio allo stato dello spalace, e del proteo anguino.

Molte specie di uccelli abbondano grandemente nelle verdi pianure ondulate intorno a Maldonado. Vi sono varie specie di una famiglia affine nella struttura e nei costumi al nostro storno: uno di questi (Molothrus niger) è notevole pei suoi costumi. Sovente se ne veggono parecchi insieme sul dorso di una vacca o di un cavallo; e quando stanno posati sopra una siepe ripulendosi al sole le piume, fanno qualche tentativo di canto o meglio di sibilo; il suono da essi prodotto è singolarissimo, perchè rassomiglia a bollicine d’aria che scaturiscano rapidamente da un piccolo orifizio sotto acqua, tanto da produrre un suono acuto. Secondo Azara questo uccello deposita, come il cuculo, le uova nel nido di altri uccelli. Mi fu detto varie volte dai campagnuoli, che vi doveva certamente essere qualche uccello con cosifatti abiti; ed il mio assistente nel raccogliere, persona accuratissima, trovò il nido di un passero del paese (Zonotrichia matutina) con un uovo un po’ più grosso degli altri, di colore e di forma differenti. Nell’America del Nord v’ha un’altra sorta di Molothrus (M. pecoris), che ha parimente costumi da cuculo, ed è molto intimamente affine alla specie del Plata, anche nella particolarità di allogarsi sul dorso del bestiame; differisce solo nell’essere un po’ più piccolo, e in ciò che il piumaggio e le uova hanno una tinta lievemente differente. Questa intima affinità nella struttura e nei costumi, in specie rappresentantisi, che vengono da parti opposte di un grande continente, colpisce sempre come un fatto singolarissimo, sebbene comune.

Il signor Swainson ha osservato con ragione che, eccettuato il Molothrus pecoris, al quale si può aggiungere il M. niger, i cuculi sono i soli uccelli che si possono chiamare realmente parassiti; cioè tali da «attaccarsi, in certo modo, ad un altro animale vivente, di cui il calore animale fa nascere i suoi piccoli, i quali si nutrono del suo cibo, e morrebbero in seguito alla morte di lui, durante il tempo della infanzia». È un fatto notevole che alcune specie, ma non tutte, tanto dei cuculi come dei molothrus, concordano in questo loro strano costume di propagazione parassitico, mentre sono poi dissimili fra loro in quasi tutti gli altri costumi: il molothrus, come il nostro storno, è socievolissimo, e vive sulle aperte pianure senza artifizio e senza nascondersi; il cuculo, come tutti sanno, è un uccello sommamente timido; frequenta i boschetti più remoti, e si nutre di frutta e di bruchi. Anche nella struttura questi due generi sono differenti fra loro. Sono state addotte molte teorie frenologiche, per spiegare la cagione per cui il cuculo depone le sue uova nei nidi degli altri uccelli. Il signor Prevost[20] solo, credo, ha sparso un po’ di luce colle sue osservazioni su questo problema; egli osserva che la femmina del cuculo, la quale, secondo molti osservatori, depone almeno da quattro a sei uova, deve accoppiarsi col maschio ogni volta dopo aver deposto solo un uovo o due. Ora se il cuculo fosse obbligato a covare le sue uova, dovrebbe covarle tutte in una volta; e allora lasciare le prime per tanto tempo che non potrebbero venire schiuse, oppure avrebbe da covare separatamente ogni uovo o due appena deposti; ma siccome il cuculo rimane in questo paese minor tempo che non qualunque altro uccello migratore, non avrebbe certo tempo sufficiente a queste successive covate. Quindi possiamo scorgere nel fatto del cuculo che si accoppia parecchie volte, e depone le uova ad intervalli, la cagione del deporre che fa le sue uova nel nido di altri uccelli, lasciandole alla cura di genitori estranei. Sono molto inclinato a credere che questo modo di vedere sia giusto, per essere io venuto indipendentemente (come vedremo in seguito) ad una conclusione analoga rispetto allo struzzo del Sud America, le femmine del quale sono parassite, se si può dir così, le une verso le altre, poichè ogni femmina depone varie uova nel nido di parecchie altre femmine, e lo struzzo maschio compie tutti i doveri dell’incubazione, come i genitori estranei del cuculo.

Farò solo menzione ancora di due altri uccelli, che sono comunissimi, e si fanno notare pei loro costumi. Il Saurophagus sulphuratus è il tipo della grande tribù degli uccelli detti tiranni di America. Per la sua struttura è molto affine alle averle, ma nei costumi può essere paragonato con molti uccelli. L’ho osservato parecchie volte, cacciando in un campo, librarsi sopra ad un punto come un falco, poi passare sopra un altro. Quando si vede librato in tal modo nell’aria, può venire molto agevolmente a poca distanza scambiato per un rapace; tuttavia nello scendere non ha la forza nè la velocità di un falco. Altre volte il saurophagus frequenta le vicinanze dell’acqua, e là, come un martin pescatore, rimane stazionario, e pesca i pesciolini che vengono presso il margine dell’acqua. Non di rado questi uccelli vengon tenuti in gabbia, o nei cortili colle ali tagliate. Divengono in breve mansueti, e divertono molto pei loro costumi singolari, che, come mi furono descritti, somigliano a quelli della gazza. Il loro volo è ondeggiante, perchè, da quanto pare, il capo ed il becco sono troppo pesanti pel corpo. La sera, il saurophagus va ad appollaiarsi sopra un cespuglio, spesso sul margine della strada, e ripete continuamente senza mai variare un grido strillante e piuttosto piacevole, che somiglia in certo modo a parole articolate; gli Spagnuoli dicono che è simile a queste parole, bien te veo (ti vedo bene), ed in conseguenza danno all’uccello questo nome.

Un uccello sbeffeggiatore (Mimul orpheus), chiamato dagli abitanti Calandria, si fa notare pel suo canto molto superiore a quello di qualunque altro uccello del paese: infatti, è quasi l’unico uccello che io abbia veduto in America appollaiarsi per cantare. Il suo canto può essere comparato a quello della Silvia salicaria, ma è più forte; alcune note aspre con altre acutissime si alternano producendo un gradevole garrito. Si fa sentire solo in primavera. Nelle altre stagioni il suo grido è aspro e tutt’altro che armonioso. Presso Maldonado questi uccelli erano fiduciosi ed arditi; visitavano in gran numero le case di campagna, per beccare la carne che stava appesa ai muri: se qualche altro uccellino veniva a banchettare esso pure, la Calandria lo scacciava al momento. Vive nei vasti e disabitati piani della Patagonia un’altra specie affine, l’O. Patagonica di D’Orbjgny, che frequenta le valli rivestite di cespugli spinosi; è un uccello più selvatico, ed ha un tuono di voce un po’ differente. Sembra a me una curiosa circostanza, come esempio della graduazione nella differenza dei costumi, che giudicando solo per questo ultimo rispetto, credetti, quando vidi per la prima volta questa seconda specie, che fosse differente da quella di Maldonado. Avendone poi ottenuto un esemplare e comparati i due senza molta accuratezza, mi parvero tanto simili, che mutai d’opinione; ma ora il sig. Gould dice che sono certamente distinte; conclusione conforme alla piccola differenza di costume, della quale tuttavia egli non era consapevole.

Il gran numero, la famigliarità, ed i costumi nauseanti dei rapaci che si cibano di carogne dell’America meridionale, li rende oggetto di meraviglia a chiunque sia avvezzo solo agli uccelli dell’Europa settentrionale. In questa lista si possono comprendere le quattro specie del Caracara o Polyborus. l’Avvoltoio-tacchino, il Gallinazo ed il Condor. Per la struttura i Caracara stanno fra le aquile: vedremo in breve quanto poco siano degni di un posto così elevato. Nei loro costumi tengono il posto delle cornacchie, delle gazze e dei corvi; tribù di uccelli molto sparsa in tutto il resto del mondo, ma che manca affatto nell’America del Sud. Cominciamo dal Polyborus Brasiliensis; questo è un uccello comune, ed ha una cerchia geografica molto ampia; è numerosissimo sulle erbose savanne del Plata (ove ha il nome comune di Carrancha), e non è neppur raro in tutte le sterili pianure della Patagonia. Nel deserto fra i fiumi Negro e Colorado se ne veggono costantemente un gran numero che allineati sulla via aspettano per divorare il carcame degli animali sfiniti che muoiono di fame e di sete. Sebbene sia così comune in pari modo sulle aride spiagge del Pacifico, si trova tuttavia nelle impenetrabili ed umide foreste della Patagonia occidentale e della Terra del Fuoco. I Carranchas ed il Chimango frequentano sempre in gran numero i poderi ed i macelli. Se un animale muore nella pianura, il Gallinazo comincia il suo pasto, e allora le due specie di Polibori ripuliscono bene le ossa. Questi uccelli, sebbene comunemente mangino insieme, son tutt’altro che amici. Quando il Carrancha sta tranquillamente appollaiato sul ramo di un albero o sul terreno, il Chimango continua sovente per un tempo lungo a volare in su ed in giù, avanti e indietro, in semicircolo, cercando di colpire ogni volta al fondo della curva il suo più grosso affine. Il Carrancha non fa segno di badarci, tranne con un cenno del capo. Quantunque i Carranchas si riuniscano sovente in gran numero, non sono gregari; perchè nei luoghi deserti si veggono solitari o più comunemente appaiati.

Si dice che i Carranchas siano molto astuti e rubino molte uova. Tentano pure, unitamente al Chimango, di beccare le croste sul dorso ferito dei cavalli e dei muli. Da una parte il povero animale, colle orecchie basse e il dorso ad arco, e dall’altra l’uccello che svolazza guardando dalla distanza di un metro il disgustoso boccone, formano un quadro, che è stato descritto dal capitano Head colla sua consueta accuratezza e col suo spirito particolare. Queste false aquile di rado uccidono un uccello od un altro animale vivo; ed i loro costumi necrofagi e simili a quelli degli avvoltoi sono evidentissimi a chiunque siasi addormentato nelle desolate pianure della Patagonia, perchè al suo svegliarsi vedrà, sopra ogni rialzo vicino, uno di questi uccelli che lo osserva pazientemente con occhio maligno; è uno dei caratteri del paesaggio di quella contrada che sarà riconosciuto da chiunque abbia girato in quei luoghi. Se una brigata di uomini va a cacciare con cani e cavalli, essi sono accompagnati tutto il giorno da alcuno di questi seguaci. Dopo il pasto, il gozzo scoperto sporge in fuori; ed allora, ed anche generalmente, il Carrancha è un uccello inerte, famigliare e codardo. Il suo volo è pesante e lento come quello della cornacchia d’Inghilterra. Si alza a volo molto raramente; ma ne ho veduto due, uno a grande altezza che scorreva l’aria con grande scioltezza. Corre (invece di saltellare), ma non con tanta agevolezza come alcuni suoi congeneri. Alle volte il Carrancha è rumoroso, ma non generalmente: il suo grido è sonoro, molto aspro e particolare, e può essere paragonato al suono della g gutturale spagnuola, seguito da un’aspra doppia rr; quando manda questo grido solleva il capo sempre più in alto, finchè alla fine, col becco spalancato, la cresta tocca quasi la parte inferiore del dorso. Questo fatto, che è stato messo in dubbio, è verissimo: li ho veduti parecchie volte col capo all’indietro in una posizione al tutto rovesciata. A queste osservazioni aggiungerò, appoggiandomi all’alta autorità di Azara, che il Carrancha si nutre di vermi, di conchiglie, di lumache, di locuste e di rane; che uccide i giovani agnellini strappando loro il cordone umbellicale, e che insegue il Gallinazo, finchè quest’uccello è obbligato a rigettare il carcame che ha ingoiato di fresco. Infine Azara asserisce che parecchi Carranchas, cinque o sei insieme, si uniscono per dar caccia ad uccelli grossi, anche come aironi. Tutti questi fatti dimostrano che è un uccello di costumi molto versatili e di notevole acume.

Il Polyborus Chimango è molto più piccolo della precedente specie. È veramente onnivoro, e mangia anche pane; e mi fu assicurato che danneggia materialmente le piantagioni di patate a Chiloe, tirando sù le radici quando sono piantate di fresco. Di tutti i mangiatori di carogne è in generale l’ultimo ad abbandonare lo scheletro di un animale morto; e si può vedere sovente, fra le costole di una vacca o di un cavallo, come un uccello in gabbia. Un’altra specie è il Polyborus Novæ Zelandiæ, che è comunissimo nelle isole Falkland. Questi uccelli somigliano nei costumi per molti rispetti ai Carranchas. Vivono della carne degli animali morti e di prodotti marini, e sulle roccie di Ramirez; tutto il loro sostentamento dipende dal mare. Sono straordinariamente famigliari e fiduciosi e frequentano il contorno delle case, per mangiare gli avanzi delle mense. Se una brigata di cacciatori uccide un animale, un gran numero di quegli uccelli si raccoglie e aspetta con pazienza ritto da ogni parte sul terreno. Dopo il pasto il loro gozzo scoperto sporge in fuori, ciò che dà loro un aspetto disgustoso. Aggrediscono subito uccelli feriti; un cormorano in questo stato avendo approdato alla spiaggia, venne aggredito immediatamente da parecchi, e ne affrettarono la morte colle beccate. La Beagle non rimase alle Falkland che una settimana, ma gli ufficiali dell’Adventure, che furono colà nell’inverno, fanno menzione di molti straordinari esempi di rapacità e di ardimento di questi uccelli. Essi ghermirono un cane che dormiva profondamente accanto ad uno della brigata; ed il cacciatore durò fatica ad impedire che le oche ferite non gli fossero portate via sotto gli occhi. Si dice che molti insieme (in ciò somigliano ai Carranchas) aspettano all’imboccatura della tana di un coniglio, e s’impadroniscono dell’animale appena esce da quella. Volavano costantemente a bordo della nave quando era in porto, e bisognava far buona guardia acciò non strappassero il cuoio degli attrezzi, e la carne o la cacciagione appese a poppa. Questi uccelli sono molto dispettosi e curiosi, beccano ogni cosa che veggono sul terreno; un grande cappello nero lucido fu portato lontano quasi un miglio, come pure un paio di grosse palle pesanti adoperate per cacciare il bestiame. Il signor Usborne durante la spedizione ebbe da sopportare la perdita di un’eccellente bussola di Kater in marocchino rosso che quegli uccelli gli avevano rubato, e che non potè più trovare. Inoltre questi uccelli sono rissosi e molto collerici; presi dalla rabbia strappano col becco l’erba dal terreno. Non sono veramente gregari; non si alzano molto e il loro volo è pesante ed impacciato; sul terreno corrono sommamente presto, simili in ciò ai fagiani. Sono rumorosi, e mandano vari gridi aspri; uno dei quali somiglia a quello della cornacchia d’Inghilterra; quindi i naviganti li chiamavano cornacchie. È un fatto singolare che, mentre gridano, rialzano il capo e lo gettano allo indietro, come fa il Carranchas. Fabbricano il nido nelle scogliere della costa marina, ma solo nelle piccole isolette vicine, e non nelle due isole principali; è questa una precauzione singolare in uccelli tanto famigliari e fiduciosi. I marinai dicono che la carne di quegli uccelli cucinata è al tutto bianca e buonissima da mangiare; ma l’uomo che si accinge a mangiare una vivanda di quella sorta, deve avere una buona dose di coraggio.

Ora non abbiamo più da menzionare che la Poiana-Tacchino od Aura (Vultur aura) ed il Gallinazo. Il primo si trova ovunque il paese è umido, dal Capo Horn all’America del Nord. Differendo in ciò dal Polyborus brasiliensis e dal Chimango, si è spinto fino alle isole Falkland. L’Aura è un uccello solitario, o tutto al più si vede in coppie. Si riconosce a prima vista da lontano, pel suo volo leggero, alto ed elegantissimo. È ben noto per essere un vero divoratore di carogne. Sulla costa occidentale della Patagonia, fra le boscheggiatissime isolette e le terre scoscese, vive esclusivamente di quello che rigetta il mare, e del carcame delle foche morte. In ogni punto ove questi animali si raccolgono sulle rocce, si possono vedere gli avvoltoi. Il Gallinazo (Cathartes atratus) ha un’area di diffusione differente da quella dell’ultima specie, perchè non s’incontra mai al sud del 41° grado di lat. Azara asserisce che esiste una tradizione, secondo cui questi uccelli furono trovati, al tempo della conquista, presso Monte Video, ma che in seguito seguirono gli abitanti da località più settentrionale. Oggi sono numerosi nella valle del Colorado, che è trecento miglia precisamente al sud di Monte Video. Pare probabile che questa susseguente emigrazione sia avvenuta fino ai tempi di Azara. Il Gallinazo preferisce in generale un clima umido, o piuttosto il contorno dell’acqua dolce; quindi è abbondantissimo nel Brasile ed alla Plata, mentre non s’incontra mai nelle pianure deserte ed aride della Patagonia settentrionale, tranne presso qualche corso d’acqua. Questi uccelli frequentano tutti i Pampas ai piedi delle Cordigliere, ma non ne vidi mai nè mai udii parlare di essi nel Chilì; nel Perù sono conservati pel loro ufficio di spazzini. Questi avvoltoi possono dirsi certamente gregari, perchè sembrano provar piacere a stare in società, e non sogliono raccogliersi assieme per la sola attrattiva della preda comune. Nelle belle giornate si può vedere uno strupo a grande altezza, ogni uccello girando intorno senza chiudere le ali, con graziosissime evoluzioni. Questo si compie evidentemente pel solo piacere dell’esercizio, o forse ha qualche rapporto colle loro nozze.

Ho terminato di menzionare tutti i divoratori di carogne, tranne il Condoro, di cui sarà meglio parlare quando visiteremo un paese più acconcio ai suoi costumi che non le pianure del Plata.

In una larga striscia di colline di sabbia che separano la Laguna del Potrero dalle sponde del Plata, poche miglia lungi da Maldonado, trovai un gruppo di quei tubi vetrificati, silicei, detti folgoriti, che si formano quando il fulmine penetra nella sabbia. Questi tubi somigliano in ogni loro particolare a quelli presi a Drigg nel Cumberland, descritti nelle Geological Transactions[21]. Le colline di sabbia di Maldonado, non essendo protette dalla vegetazione, mutano continuamente di posizione. Per questa ragione le folgoriti sono portate alla superficie; e nel contorno molti altri frammenti dimostrano che erano prima sepolti a grande profondità. Quattro entravano nella sabbia perpendicolarmente; scavando colle mani ne trovai uno alla profondità di sessanta centimetri, ed alcuni frammenti che evidentemente avevano appartenuto alla stessa folgorite, i quali aggiunti all’altra parte, misuravano un metro e cinquantasette centimetri. Il diametro di tutta la folgorite era ovunque quasi lo stesso, e perciò dovevamo supporre che in origine si estendessero ad una maggiore profondità. Queste dimensioni sono tuttavia piccole, comparate a quelle delle folgoriti prese a Drigg, una delle quali fu raccolta ad una profondità non minore di nove metri.

La superfice interna è al tutto vetrificata, brillante e liscia. Esaminato col microscopio un piccolo frammento, pareva pel numero di bollicine racchiuse di aria, o forse di vapore, un saggio fuso al cannello. La sabbia è tutta, o in gran parte, silicea; ma alcuni punti sono di un color nero, e per la loro superfice lucida hanno un lustro metallico. La spessezza della parete del tubo varia da otto millimetri ad un millimetro e un quinto, e talora anche due millimetri e due quinti. Esternamente i granellini di sabbia sono rotondi, ed hanno un aspetto lievemente brillante; non ho potuto scorgere traccia di cristallizzazione. Nello stesso modo in cui sono stati descritti nelle Geological Transactions, le folgoriti sono in generale compresse ed hanno solcature longitudinali profonde, tanto da somigliare molto ad un tronco vegetale pieno di grinze, od alla corteccia dell’olmo o della quercia e del sughero. La loro circonferenza è di circa cinquantadue millimetri, ma in alcuni frammenti che sono cilindrici e senza nessuna solcatura, giunge fino ad un centimetro. La compressione fatta dalla circostante sabbia sciolta, operando mentre il tubo era ancora liquefatto per effetto dell’intenso calore, ha evidentemente cagionato le increspature o le solcature. Giudicando dai frammenti non compressi, la misura o il calibro del fulmine (se pure si può adoperare questo vocabolo), deve essere stato a un dipresso di tre centimetri circa. A Parigi il sig. Hachette ed il sig. Beudant riuscirono a fabbricare tubi per molti rispetti simili a queste folgoriti, facendo passare forti scosse elettriche attraverso a vetro finamente polverizzato: quando veniva aggiunto sale per aumentare la fusibilità, i tubi erano più grandi in ogni dimensione. Nessuno dei due riuscì adoperando feldspato e quarzo polverizzato. Un tubo fatto con vetro pesto era quasi lungo ventisei millimetri, ed aveva un diametro interno di circa un millimetro. Quando si pensi che si adoperarono a Parigi le batterie elettriche più potenti, e che la loro forza sopra una sostanza tanto fusibile come il vetro non produsse che tubi tanto piccoli, dobbiamo provare somma meraviglia per la forza di una scossa del fulmine, il quale, nel colpire la sabbia in vari posti, ha formato cilindri, in un caso lunghi almeno nove metri, con un calibro interno, quando non fosse stato compresso, di sei centimetri circa; e ciò in una materia tanto refrattaria quanto il quarzo!

Le folgoriti, come ho già osservato, entrano nella sabbia in direzione quasi verticale. Tuttavia, una che era meno regolare delle altre, deviava dalla linea retta, con una notevolissima inclinazione, fino a trentatre gradi. Da questo stesso tubo scaturivano due piccoli rami, a trenta centimetri di distanza; uno volto all’ingiù, l’altro all’insù. Quest’ultimo caso è molto notevole, perchè il fluido elettrico deve esser tornato indietro, facendo un angolo acuto di 26° colla direzione del suo corso principale. Oltre alle quattro folgoriti che trovai in linea verticale, e segnate sotto la superfice, vi erano parecchi altri gruppi di frammenti, di cui il tronco originale doveva essere senza dubbio molto vicino. Tutto ciò si trovava in un’area piana di sabbia di trasporto, di sessanta metri per venti, collocata in mezzo ad alte eminenze di sabbia, ed alla distanza di circa mezzo miglio da una catena di colline alte da 120 a 150 metri. Secondo me, la circostanza più notevole, in questo caso come in quello di Drigg, ed in un altro descritto dal signor Ribbentrop in Germania, è il numero dei tubi trovati in spazi tanto limitati. A Drigg in un’area di quindici metri se ne osservarono tre, e lo stesso numero se ne trovò in Germania. Nel caso da me descritto, ne esistevano certamente più di quattro in uno spazio di sessanta metri su venti. Siccome non sembra probabile che le folgoriti siano prodotte da successive scariche distinte, dobbiamo credere che il fulmine, poco prima di penetrare nel terreno, si divide in rami separati.

Il contorno del Rio della Plata sembra particolarmente soggetto a fenomeni elettrici. Nell’anno 1793 ebbe luogo a Buenos Ayres uno dei più terribili uragani che si ricordino a memoria d’uomo: il fulmine cadde in trentasette punti della città, ed uccise diciannove persone. Dai fatti menzionati in vari libri di viaggi, sono propenso a credere che gli uragani siano comunissimi presso la foce dei fiumi. Non è forse possibile che l’unione di grandi masse di acqua dolce e di acqua salata possa disturbare l’equilibrio elettrico? Anche durante le nostre visite passeggiere a questa parte dell’America del Sud, udimmo parlare di un bastimento, due chiese ed una casa che furono colpite dal fulmine. Vidi poco dopo le due chiese e la casa; questa apparteneva al sig. Hood, console generale inglese a Montevideo. Gli effetti del fulmine erano in certi punti singolari; la tappezzeria di carta, per quasi trenta centimetri dai due lati della linea ove scorrevano i fili di ferro dei campanelli, era annerita. Il metallo era stato fuso, e quantunque la stanza fosse alta quattro metri e mezzo, i globetti, cadendo sulle seggiole e sui mobili, li avevano traforati in gran numero di piccoli buchi. Una parte del muro era scheggiata come se fosse stata colpita con polvere da schioppo, ed i frammenti erano stati lanciati con tanta forza da intaccare il muro della parete opposta della stanza. La cornice di uno specchio fu annerita, e la doratura doveva essere stata volatilizzata, perchè una boccetta d’odore che stava sul camminetto, fu ricoperta di particelle metalliche splendenti, che aderivano tanto fortemente come se fossero state di smalto.


 
CAPITOLO IV.
DA RIO NEGRO A BAHIA BLANCA.

Rio Negro - Podere assalito dagli Indiani - Laghi salati - Fenicotteri - Rio Negro e Rio Colorado - Albero sacro - Lepre della Patagonia - Famiglie indiane - Il generale Rosas - Proseguimento verso Bahia Blanca - Dune di sabbia - Luogotenente nero - Bahia Blanca - Incrostazioni saline - Punta Alta - Zorill.

24 luglio 1833. - La nave Beagle salpò da Maldonado, ed il 3 agosto giunse innanzi alla foce del Rio Negro. Questo è il fiume principale di tutta la spiaggia fra lo stretto di Magellano e la Plata. Esso sbocca nel mare a circa trecento miglia al sud dell’estuario della Plata. Cinquanta anni or sono circa, sotto l’antico governo spagnuolo, esisteva qui una piccola colonia, ed è ancora il punto più meridionale (Lat. 41°) su questa costa orientale di America che è abitato dall’uomo civile.

Il paese presso la foce del fiume è miserabile all’estremo; sul lato meridionale comincia una lunga linea di rupi perpendicolari, che mostra una parte della natura geologica del paese. Gli strati sono di arenaria, ed uno strato era notevole per essere costituito di un conglomerato composto di pietre pomici, che devono aver viaggiato per oltre quattrocento miglia, venendo dalle Ande. La superfice è ovunque coperta di uno spesso strato di ciottoli, che si estendono in lungo e in largo sulla aperta pianura. L’acqua è scarsissima, e, quando se ne incontra, è quasi sempre salmastra. La vegetazione è misera e stentata, sebbene si incontrino cespugli di molte sorta, le piante sono tutte armate di formidabili spine, che sembrano avvertire il forestiere a non inoltrarsi di troppo in quelle inospitali regioni.

Lo stabilimento è collocato diciotto miglia sopra la foce del fiume. La strada segue il piede del dirupato pendio, che forma il limite settentrionale della gran valle ove scorre il Rio Negro. Sul nostro cammino incontrammo le rovine di alcune belle Estancias, che pochi anni prima erano state distrutte dagli Indiani. Esse resistettero a vari assalti. Un uomo che si era trovato presente in uno di quei casi, mi fece una descrizione molto chiara di quel fatto. Gli abitanti ebbero il tempo sufficente per raccogliere tutto il bestiame ed i cavalli, e farli entrare nel corral[22] che circondava la casa; poterono anche caricare alcuni cannoncini. Gli Indiani, Araucani del Chilì meridionale, erano in parecchie centinaia e benissimo disciplinati. Apparvero dapprima in due corpi sopra una collina non molto distante, là misero piede a terra, si tolsero i mantelli di pelliccia, e vennero avanti nudi all’assalto. La sola arma di un indiano è un lunghissimo bambù, adorno di penne di struzzo, e con una punta di spada ben aguzza in cima. Il mio narratore pareva rabbrividire con orrore alla ricordanza sola dello scricchiolio di quegli arnesi mentre si andavano avvicinando. Quando furono vicini il cacico Pincheira intimò agli abitanti di deporre le armi, soggiungendo che altrimenti li avrebbe massacrati tutti. Siccome questo sarebbe stato probabilmente l’esito della loro aggressione in qualunque circostanza, la risposta fu una scarica di moschetteria. Gli Indiani, con grande perseveranza, vennero fino allo steccato del recinto; ma con loro sorpresa trovarono che i travi erano tenuti da chiodi e non da legami di cuoio, e naturalmente tentarono invano di tagliarli col loro coltello. Questo salvò la vita ai cristiani; molti indiani feriti vennero trasportati via dai loro compagni; ed alla fine uno dei cacichi minori essendo stato ferito, il corno suonò la ritirata. Tornarono ai loro cavalli e tennero, a quanto pare, un consiglio di guerra. Questo fu per gli Spagnuoli un momento di terribile aspettazione, perchè tutte le loro munizioni, eccettuate poche cartuccie, erano terminate. Dopo un momento gli Indiani salirono a cavallo e in breve scomparvero al galoppo. Un altro assalto venne respinto ancor più prontamente. Un francese dotato di gran sangue freddo era incaricato del cannone; aspettò finchè gl’Indiani furono ben vicini, ed allora sbaragliò la loro fila con mitraglia; in tal modo trentanove d’essi caddero sul terreno; e, naturalmente, un colpo di tal sorta mise in fuga tutta la brigata.

La città vien chiamata indifferentemente Carmen o Patagones. È fabbricata in faccia ad una rupe che sta a fronte del fiume, e molte case sono scavate anche nell’arenaria. Il fiume è largo circa due o trecento metri, ed è profondo e rapido. Le numerose isole, coi loro salici, e i piani promontorii veduti uno dietro l’altro sui confini settentrionali della ampia e verde valle, formano, quando un bel sole li illumina, un paesaggio quasi pittoresco. Il numero degli abitanti non supera le poche centinaia. Queste colonie spagnuole, non hanno, come le nostre inglesi, in loro stesse gli elementi del progresso. Molti Indiani di sangue puro dimorano in questo luogo; la tribù del cacico Lucane ha costantemente i suoi toldos[23] nel contorno della città. Il governo locale fornisce loro in parte la sussistenza, dando ad essi i vecchi cavalli fuori uso, e si guadagnano qualche cosa facendo coperte da cavalli ed altri oggetti per cavalli da sella. Questi indiani vengono considerati come inciviliti, ma quel bene che possono aver acquistato diminuendo di ferocia, è quasi perduto per la loro somma immoralità. Tuttavia, alcuni fra i più giovani vanno migliorando; hanno voglia di lavorare, e poco tempo fa una brigata andò in un viaggio alla caccia delle foche e si comportò benissimo. Essi godevano ora il frutto delle loro fatiche, vestiti di abiti puliti e dai vivaci colori, ed oziando il maggior tempo possibile. Il gusto che dimostrano nel vestirsi è straordinario; se si fosse fatta una statua di bronzo prendendo per modello uno di quei giovani indiani, il suo panneggiamento sarebbe stato perfettamente grazioso.

Un giorno andai a cavallo fino a un grande lago salato, o salina, che dista dalla città una quindicina di miglia. D’inverno è un profondo lago di brina, che in estate si muta in un campo di sale bianco come la neve. Lo strato presso il margine ha la spessezza di dieci centimetri, ma verso il centro la spessezza è ancora maggiore. Questo lago è lungo due miglia e mezzo, e largo un miglio. Se ne incontrano altri nel contorno molto più grandi, e con uno strato di sale spesso sessanta o novanta centimetri anche in inverno quando è sott’acqua. Una di queste piane e candidissime distese, nel mezzo di una pianura bruna e desolata, presenta uno spettacolo straordinario. Ogni anno si estrae una grande quantità di sale dalla salina; e grossi mucchi, del peso di qualche centinaio di tonnellate, eran pronti per essere esportati. La stagione per lavorare le saline è il tempo della messe dei Patagoni; perchè la prosperità del luogo dipende da quelle. Quasi tutta la popolazione si occupa sulle sponde del fiume, e tutti sono occupati a trasportare il sale in grossi carri tirati da buoi. Questo sale cristallizza in grandi cubi, ed è purissimo; il signor Trenham Reehs ha avuto la cortesia di farne l’analisi per me, e vi ha trovato soltanto 0,26 di gesso, e 0,22 di materia terrosa. È un fatto singolare, che non serve tanto bene a conservare la carne come il sale marino delle isole del Capo Verde; ed un negoziante di Buenos Ayres mi disse che lo considerava di un valore minore di cinquanta per cento. Quindi si importa continuamente il sale del Capo Verde, e si mescola con quello di queste saline. La sola causa che si possa attribuire a questa inferiorità è la purezza del sale della Patagonia o il mancare esso di quelle altre sostanze saline che si trovano in tutte le acque del mare; un fatto, che nessuno, credo, avrebbe mai potuto sospettare, ma che è confermato da fatti ultimamente riconosciuti, è che quei sali convengono meglio degli altri per conservare i formaggi che contengono maggior copia di cloruri deliquescenti.

Il margine del lago è fatto di fango: in questo stanno incastrati grossi cristalli di gesso, alcuni dei quali sono lunghi sette centimetri e mezzo, mentre alla superfice se ne osservano altri di soda sparsi intorno. I Gauchos chiamano i primi Pache del sal, e i secondi la Madre; essi asseriscono che questi sali progenitori si incontrano sempre sul margine delle saline, quando l’acqua comincia a svaporare. Il fango è nero ed ha un odore fetente. Dapprima io non poteva indovinare quale fosse la cagione di questo fatto, ma in seguito mi accorsi, che la spuma che il vento spingeva sulla sponda era di color verde, come se avesse contenuto conferve: cercai di portar meco un po’ di quella materia ma un incidente me lo impedì. Alcune parti del lago vedute non molto da lontano apparivano avere un colore rossiccio, e ciò forse deriva da animalucci infusorii. In molti punti il fango era spinto in su da un gran numero di animali vermiformi od anellidi. Quanta sorpresa desta il fatto di animali che possano vivere in mezzo a cristalli di solfato di soda e di calce! E che cosa segue di quei vermi allorchè, durante la lunga estate, la superfice si muta in un compatto strato di sale? Numerosissimi Fenicotteri dimorano e vivono in quel luogo; io incontrai in tutta la Patagonia, nel Chilì settentrionale, e nelle isole Galapagos questi animali ogniqualvolta v’erano laghi salati. Li vidi qui che sguazzavano intorno in cerca di cibo, probabilmente i vermi che si nascondono nel fango, questi forse si nutrono d’infusorii o di conferve. In tal modo abbiamo un piccolo mondo vivente in sè stesso acconcio a questi laghi salati interni. Si dice che un piccolo crostaceo (Cancer salinus)[24] viva in numero sterminato nelle pozzanghere salse a Lymington; ma solo in quelle ove il liquido ha acquistato, per lo svaporamento, una notevole saturazione, vale a dire, circa 93 grammi di sale in 56 centilitri di acqua. Possiamo ben dire, che ogni parte del mondo è abitabile! Tanto i laghi di sale, o quelli sotterranei nascosti sotto monti vulcanici, le sorgenti minerali calde, la sterminata distesa e il profondo degli oceani, le parti più alte dell’atmosfera, e perfino la superfice delle nevi eterne, dovunque albergano esseri organici.

Al nord del Rio Negro, fra questo e il paese abitato presso Buenos Ayres, gli Spagnuoli hanno un solo piccolo stabilimento, creato recentemente a Bahia Blanca. Dista in linea retta da Buenos Ayres quasi cinquecento miglia inglesi (800 chilometri). Le tribù erranti di cavalieri Indiani, che hanno sempre occupato la maggior parte di questo paese, avendo ultimamente tormentato molto le Estancias più lontane dal centro, il governo di Buenos Ayres ha messo in piedi allora un’armata sotto il comando del generale Rosas onde sterminarli. I soldati erano allora accampati sulle sponde del Colorado, fiume che sta a circa ottanta miglia al nord del Rio Negro. Lasciando Buenos Ayres, il generale Rosas attraversò in linea retta quelle inesplorate pianure; e siccome in tal modo il paese fu liberato a dovere dagli Indiani, lasciò dietro di sè, a grandi intervalli, piccoli distaccamenti di soldati con una certa quantità di cavalli (a posta), onde tenere in tal modo comunicazione colla capitale. Siccome la Beagle doveva visitare Bahia Blanca, determinai di andare avanti per terra; ed infine allargai il mio viaggio andando colla posta a Buenos Ayres.

11 Agosto. - Il signor Harris, inglese stabilito a Patagonia, una guida e cinque Gauchos, che andavano per affari all’armata, furono i miei compagni di viaggio. Il Colorado, come ho già detto, è distante circa ottanta miglia; e siccome viaggiavamo lentamente, spendemmo due giorni e mezzo di cammino. Tutta quella parte di paese non si può chiamar con altro nome che un deserto. Si trova l’acqua solo in due piccoli pozzi; si suol chiamare acqua dolce, ma anche in quel tempo dell’anno, durante la stagione delle piogge, era al tutto salmastra. D’estate deve essere una traversata ben penosa; perchè anche allora era sufficentemente desolata. La valle del Rio Negro, per quanto larga è tutta scavata semplicemente in una pianura di arenaria, perchè immediatamente sulla sponda sulla quale sorge la città, comincia una contrada piana, interrotta solo da poche valli e depressioni insignificanti. In ogni parte il paesaggio presenta lo stesso sterile aspetto; un terreno sassoso ed asciutto nutre ciuffi di erba appassita e brulla, e qua e là alcuni bassi cespugli spinosi.

Poco dopo aver passata la prima sorgente scorgemmo un albero famoso, che gl’Indiani venerano come l’altare di Walleechu. È collocato sopra un punto più elevato della pianura, e quindi è molto visibile nel paesaggio anche a grande distanza. L’albero in sè stesso è basso, molto ramificato e spinoso; precisamente sulla radice ha un diametro di circa novanta centimetri. Sorge solo senza alcun vicino, ed infatti fu il primo albero che vedemmo; in seguito ne incontrammo alcuni pochi della stessa specie, ma erano tutt’altro che comuni. Essendo d’inverno l’albero non aveva foglie, ma al loro posto si vedeva un gran numero di funicelle, alle quali stavano appese le varie offerte, come sigari, pezzi di pane, di carne, di stoffe, ecc. Gli indigeni poveri, in mancanza di meglio, si strappano un pezzo del loro mantello e lo attaccano all’albero. I più ricchi sogliono versare liquori spiritosi e matè in una certa buca, e fumare del pari sopra quella, sperando di procurare in tal modo una grandissima soddisfazione a Walleechu. Per compiere la veduta, l’albero era circondato dalle ossa imbianchite dei cavalli che erano stati ammazzati come sacrifizi. Tutti gli Indiani di ogni età e di ogni sesso portano le loro offerte; con ciò credono che i loro cavalli non si stancheranno, che essi godranno di ogni sorta di prosperità. Il Gaucho che mi dava questi ragguagli mi disse che in tempo di pace egli era stato testimonio di quella scena, e che con altri suoi compagni egli soleva aspettare che gli Indiani si fossero allontanati, onde rubare a Walleechu le offerte.

I Gauchos credono che gl’Indiani considerano l’albero come un Dio, ma sembra più probabile, che lo tengano in conto d’altare. La sola ragione che mi sembra più probabile per quella scelta si è che quell’albero è un punto che segna un passaggio pericoloso. La Sierra della Ventana è visibile da una grande distanza, ed un Gaucho mi raccontò che, cavalcando una volta insieme ad un indiano, poche miglia al nord dal Rio Colorado il suo compagno cominciò a mandare quell’acuto grido che sogliono fare al primo vedere un albero lontano; si mise la mano sul capo, e poi fece un segno con essa in direzione della Sierra. Avendogli domandato la ragione di ciò, l’indiano rispose in cattivo spagnuolo: «Ho veduto pel primo la Sierra». Due leghe circa oltre quell’albero curioso ci fermammo per passare la notte; in quell’istante una disgraziata vacca fu scorta dagli occhi di lince di un Gaucho, che si mise subito in caccia, e pochi minuti dopo, avendola presa col suo lazo, la ammazzò. Avevamo in quel luogo le quattro cose necessarie alla vita en el campo, pascolo pei cavalli, acqua, (una pozzanghera melmosa soltanto), carne e legna da far fuoco. I Gauchos erano tutti di buon umore per aver trovato tutti questi oggetti di lusso; ed in breve eravamo tutti affaccendati intorno alla povera vacca. Quella fu la prima notte che passai a cielo scoperto, colla sella del mio cavallo per guanciale e per letto. Nella vita indipendente del Gaucho è una grande soddisfazione quella di poter ad ogni momento legare il proprio cavallo, e dire: «Passeremo qui la notte». Il silenzio di morte della pianura, i cani di guardia, il gruppo di Gauchos, che come zingari si apprestano a dormire intorno al fuoco, mi hanno lasciata nella mente una vivissima immagine di quella prima notte, che non potrò mai più dimenticare.

Il giorno seguente attraversammo un paese simile a quello descritto sopra. Esso è popolato di pochi uccelli od animali di qualsiasi sorta. Di tratto in tratto si scorgeva un cervo, od un guanaco (Llama selvatico); ma l’Agouti (Cavia Patagonica) è il quadrupede più comune. Questo animale rappresenta colà la nostra lepre. Tuttavia differisce da questo genere in molti importanti caratteri, per esempio, ha solo tre dita alle zampe posteriori. È pure quasi due volte grosso più di quella, pesando circa dieci a dodici chilogrammi. L’Agouti è un vero amico del deserto; è frequentissimo in quei luoghi veder due o tre di quegli animali correre saltando uno dietro l’altro in linea retta attraverso quelle selvaggie pianure. Si trovano al nord fino alla Sierra Tapalguen (lat. 37° 30’), ove la pianura diviene quasi repentinamente più verde e più umida; ed il loro limite meridionale è fra il Porto Desiderio e San Giuliano, ove non v’ha mutamento di sorta nella natura del paese. È un fatto singolare, che quantunque l’agouti non si trovi ora al suo fine al Porto San Giuliano, tuttavia il Capitano Wood nel suo viaggio nel 1670 parla di quegli animali come numerosissimi in quel luogo. Quale può essere la causa che ha mutata, in un paese disabitato, vasto e di rado visitato, la cerchia di un animale come quello? Dal numero di essi uccisi dal capitano Wood in un solo giorno a Porto Desiderio, sembra che anticamente dovessero essere molto più numerosi anche colà che non ora. Ove la Viscaccia vive e scava buche, l’agouti se ne serve, ma dove, come a Bahia Blanca, la Viscaccia non si trova, l’agouti si scava le tane da sè stesso. Lo stesso segue colla piccola civetta dei Pampas (Athene cunicularia), che è stata sovente descritta, come sentinella di guardia all’imboccatura delle tane; perchè nella Banda Oriental, in mancanza della Viscaccia, è obbligata a scavarsi la sua tana.

Il mattino seguente, mentre andavamo accostandoci al Rio Colorado l’aspetto del paese mutava; giungemmo in breve ad una pianura erbosa la quale, pei suoi fiori, per la sua alta cedrangola, e per le piccole civette rassomigliava al Pampas. Attraversammo pure una melmosa palude di notevole estensione, che in estate si asciuga e s’incrosta di vari sali, e quindi vien detta salina. Era coperta di piante succose basse, della stessa sorte di quelle che nascono nelle spiagge marine. Il Colorado, nel punto ove lo attraversammo, è largo solo una sessantina di metri; in generale deve avere una larghezza del doppio. Ha un corso tortuosissimo, essendo segnato da salici e da canneti; in linea retta la distanza fino alla foce del fiume si dice essere di cinque leghe, ma per acqua ce ne sono venticinque. La nostra traversata in barchetta fu molto lunga per gli immensi branchi di giumenti che nuotavano nel fiume, onde seguire una divisione di truppe nell’interno. Non ho mai veduto uno spettacolo più ridicolo che quelle centinaia e centinaia di teste, tutte volte da una stessa direzione, colle orecchie dritte e narici allargate, sporgenti appena sull’acqua da parere una grande moltitudine di animali anfibi qualunque. La carne delle cavalle è l’unico cibo che hanno i soldati quando sono in viaggio. Ciò dà loro una grande agevolezza di movimenti, perchè la distanza a cui si possono portare cavalli su quelle pianure, è invero sorprendente: mi venne assicurato che un cavallo non carico può fare cento miglia al giorno per molti giorni di seguito.

Il campo del generale Rosas, era presso il fiume. Consisteva in un quadrato chiuso da carri, artiglierie, capanne di paglia, ecc. I soldati erano quasi tutti di cavalleria; e io non credo che sia mai stata raccolta un’armata che avesse un aspetto di una riunione di furfanti e di banditi più di quella. La maggior parte della bassa forza si componeva di uomini di sangue misto, meticci di neri, indiani e spagnuoli. Non so il perchè, ma è ben raro che uomini di quella origine, abbiano una buona espressione nel volto. Andai a trovare il segretario per mostrargli il mio passaporto. Cominciò ad interrogarmi con artifizio in modo dignitosissimo e molto misterioso. Per fortuna io aveva una lettera di raccomandazione del governo di Buenos Ayres[25] pel comandante della Patagonia. Questa lettera fu portata al generale Rosas che mi mandò una gentilissima risposta; e allora il segretario tornò tutto sorridente e cortese. Ci alloggiammo nel rancho, o tugurio di un singolare vecchio spagnuolo che aveva servito sotto Napoleone nella spedizione contro la Russia.

Rimanemmo due giorni al Colorado; io aveva poco da fare, perchè il paese circostante era una palude che in estate (dicembre), quando la neve si scioglie sulle Cordigliere, è inondata dal fiume. Il mio principale divertimento era di osservare le famiglie di Indiani che venivano a vendere qualche piccolo oggetto al rancho ove dimoravamo. Si credeva che il generale Rosas avesse per alleati circa seicento Indiani. Gli uomini erano di razza bella e di statura alta; tuttavia in seguito osservai agevolmente lo stesso aspetto nei selvaggi della Terra del Fuoco, sebbene fosse reso più brutto dal freddo, dalla mancanza di cibo e dal minore incivilimento. Alcuni autori, nel definire le razze più infime del genere umano, hanno diviso questi Indiani in due classi; ma certamente questo si scosta dal vero. Fra le donne giovani, o chinas, alcune meritano invero il nome di belle. I loro capelli erano ruvidi, ma lucenti e neri, e li acconciano in due trecce che giungono fino alla cintura. Avevano una bella carnagione ed occhi brillanti; le gambe, i piedi e le braccia piccole e di forme eleganti; alcuni portavano intorno alla noce del piede e alla cintura larghi braccialetti di perle turchine. Non vi poteva essere nulla di più interessante di alcune di quelle famiglie. Sovente giungevano al nostro rancho una madre colle sue figliole tutte sullo stesso cavallo. Cavalcavano come gli uomini, ma colle ginocchia molto più rialzate. Forse questa abitudine deriva da ciò che sogliono, viaggiando, cavalcare cavalli carichi. Le donne sono obbligate a caricare e scaricare i cavalli, far le tende per la notte; in breve devono, come le mogli di tutti i selvaggi, essere utili schiave. Gli uomini si battono, cacciano, hanno cura dei cavalli, e fanno le selle e i finimenti per cavalcare. Una delle loro principali occupazioni casalinghe è quella di battere due pietre insieme per arrotondarle e farne delle bolas. Con quest’arma importante l’indiano colpisce la sua selvaggina e si conquista il suo cavallo, che corre liberamente sulla pianura. Combattendo, cerca prima di tutto di scavalcare il suo avversario colle bolas, e quando è impacciato dalla caduta lo uccide col chuzo. Se le palle colpiscono solo il collo o il corpo di un animale, sono spesso gettate via e perdute. Siccome l’arrotondare le pietre è il lavoro di due giorni, la manifattura delle palle è un’occupazione comunissima. Parecchi di quegli uomini e di quelle donne avevano il volto dipinto in rosso, ma non vidi mai le strisce orizzontali tanto comuni presso gli abitanti della Terra del Fuoco. Il loro principale orgoglio è di avere ogni cosa fatta di argento; ho veduto un cacico che aveva gli sproni, le staffe, il manico del coltello e le briglie fatte con questo metallo; la testiera e le briglie erano di filo d’argento e non più grosse della corda di un frustino, e la vista di un focoso cavallo tenuto in freno da una briglia così sottile, dava al maneggio di esso un notevole carattere di eleganza.

Il generale Rosas mostrò il desiderio di vedermi; circostanza cui mi rallegrai molto in seguito. Egli è un uomo di carattere straordinario, ed esercita una grandissima influenza in tutto il paese, che a quanto pare egli volgerà alla prosperità ed al progresso di esso[26]. Si dice che possegga settantaquattro leghe quadrate di terra, ed abbia circa trecentomila capi di bestiame. I suoi poderi sono accuditi a meraviglia, e producono una quantità molto maggiore di frumento che non quelli degli altri. Cominciò ad acquistare rinomanza pei regolamenti fatti pei suoi poderi, e per aver disciplinato qualche centinaio di uomini, e resili atti a resistere con successo alle aggressioni degli Indiani. Corrono in paese molte storielle intorno al modo severo in cui diede forza alle sue leggi. Una di queste era, che nessun uomo, sotto pena di esser messo nei ceppi, avrebbe portato il coltello nei giorni di domenica; siccome quel giorno era dedicato principalmente a giuocare ed a bere ne venivano molte questioni, che pel costume generale di battersi col coltello, spesso avevano un esito fatale. Una domenica il governatore venne in gran pompa a fare una visita al podere, ed il generale Rosas preso all’improvviso, uscì ad incontrarlo col suo coltello, al solito attaccato alla cintola. Il maggiordomo gli toccò il braccio, e gli fece ricordare la sua legge; per cui il generale rivoltosi al governatore, disse che era dolentissimo, ma che doveva andare in prigione, e finchè non ne fosse uscito, egli non aveva più nessun potere nella propria casa. Dopo un po’ di tempo, il maggiordomo si persuase ad aprire la prigione e lasciarlo uscire, ma appena questo fu fatto, il generale si volse al maggiordomo e gli disse: «Voi avete infranta la legge, così dovete andare al mio posto». Azioni di questa sorta davano nel genio ai Gauchos, che tutti posseggono un grande rispetto per la propria eguaglianza e dignità.

Il generale Rosas è pure cavallerizzo perfetto, qualità di non piccolo riguardo in un paese nel quale un esercito riunito suol eleggere il suo generale in seguito alla seguente prova. Dopo aver fatto entrare in un recinto, o corral, un branco di cavalli selvatici venivano spinti fuori da quello da una porta sulla quale stava una stanga per traverso; si era messo per condizione che chiunque cadendo da quella sbarra sopra uno di quegli animali indomati, mentre correva fuori, avesse saputo, senza sella nè briglia, non solo cavalcarlo, ma domarlo e riportarlo indietro alla porta del corral, sarebbe stato nominato generale. La persona che riusciva era in conseguenza eletta, e senza dubbio era un generale bene acconcio per quella sorta di esercito. Questo fatto straordinario fu compiuto pure da Rosas.

Con questi mezzi, e coll’uniformarsi ai costumi ed al vestiario dei Gauchos, egli ha ottenuto nel paese un’autorità sconfinata, e quindi un potere dispotico. Un negoziante inglese mi asserì che un uomo il quale ne aveva ucciso un altro, quando venne arrestato e interrogato intorno al motivo del suo delitto rispose: «Egli parlava con poco rispetto del generale Rosas, ed io l’uccisi». In capo ad una settimana l’uccisore fu messo in libertà. Senza dubbio questo fu opera del partito del generale, e non del generale medesimo.

Nel conversare è entusiasta, sensibile e molto serio. La sua gravità è spinta ad un grado estremo; sentii raccontare da uno dei suoi buffoni (perchè ne ha due come gli antichi feudatari) il seguente aneddoto: «Io aveva voglia di sentire un certo pezzo di musica, per cui andai due o tre volte dal generale per chiedergli licenza; egli mi disse: «Va, non mi annoiare, sono occupato». Tornai ad andarci; egli mi disse: Se torni ancora ti farò punire. Andai nuovamente una terza volta, e si mise a ridere. Balzai fuori della tenda, ma era troppo tardi; ordinò a due soldati di prendermi e di legarmi ai pali. Lo pregai per tutti i santi di lasciarmi andare, ma fu inutile; quando il generale ride non risparmia nè un pazzo, nè un savio». Quel poveretto aveva l’aspetto tutto addolorato, in ricordanza di quella punizione. È quello invero un castigo molto terribile; si piantano quattro pioli nel terreno e l’uomo viene steso colle braccia e le gambe in posizione orizzontale, e lasciato così per parecchie ore. Evidentemente l’idea è presa dal metodo consueto di seccare cuoi. La mia visita passò senza un sorriso, ed ottenni un passaporto ed un ordine pei cavalli di posta del Governo, e questo mi fu accordato dal generale nel modo più cortese.

Al mattino partimmo per Bahia Blanca, ove giungemmo due giorni dopo. Dopo aver lasciato l’accampamento regolare, attraversammo i toldos degli Indiani. Questi sono rotondi come forni, e coperti di pelli; all’imboccatura di ciascuno era un chuzo conico confitto nel terreno. I toldos erano divisi in gruppi separati, che appartenevano alle tribù dei vari cacichi, e i gruppi erano a loro volta divisi in altri più piccoli, secondo il grado di parentela dei proprietari. Per parecchie miglia viaggiammo lungo la valle del Colorado. Le pianure alluviali delle sponde sembravano fertili, e si credeva che potessero esser bene acconce per la coltivazione del frumento. Lasciato il fiume e rivolti verso il nord, entrammo in un paese diverso dalle pianure meridionali del fiume. Il terreno continuava ad essere asciutto e sterile; ma pure vi crescevano varie sorta di piante, e l’erba, sebbene bruna ed appassita, era più abbondante, mentre i cespugli spinosi erano in minor numero. Poco dopo questi ultimi scomparvero al tutto, e la pianura rimase senza un cespuglio che ne coprisse la nudità. Questo mutamento della vegetazione segna il principio del grande deposito calcare argilloso, che forma la vasta distesa dei Pampas, e copre le roccie granitiche della Banda Oriental. Dallo stretto di Magellano al Colorado, per una distesa di circa ottocento miglia, la superfice del paese è composta di ciottoli piatti; questi sono in gran parte di porfido, e probabilmente derivano dalle rocce delle Cordigliere. Al nord del Colorado questo giacimento si assottiglia, ed i ciottoli divengono piccolissimi, e qui cessa la vegetazione caratteristica della Patagonia.

Dopo aver viaggiato per un tratto di venticinque miglia, si giunse ad una larga zona di dune di sabbia, che si estende, finchè giunge l’occhio, all’oriente e all’occidente. Queste colline di sabbia collocate sulla argilla fanno sì che si possono formare piccole pozzanghere di acqua, e così somministrano in quel paese aridissimo una provvista d’acqua dolce di grande valore. Il gran vantaggio che proviene dalle depressioni ed elevazioni di terreno non si tiene spesso in mente. Le due meschine sorgenti nel lungo tragitto tra il Rio Negro e il Colorado erano cagionate da piccolissime disuguaglianze della pianura, senza di esse non si sarebbe trovata neppure una goccia d’acqua. La zona di dune di sabbia è larga circa otto miglia; è probabile che in qualche antico periodo formasse il margine di un grande letto, ove scorre ora il Colorado. In questa parte del paese, ove si presentano prove evidenti della recente elevazione del terreno, queste riflessioni non si possono guari trascurare da alcuno, non volendo anche considerare che la geografia fisica del paese. Dopo aver passato il tratto di terreno sabbioso, giungemmo a sera ad una delle case di posta; e siccome i cavalli freschi stavano pascolando un po’ lontano, si determinò di passare colà la notte.

La casa stava alla base di un rialzo, alto da trenta a sessanta metri, notevole per quel paese. Questa posta era comandata da un tenente nero, nato in Africa; bisogna dire a sua lode che fra il Colorado e Buenos Ayres non si incontra un’osteria tanto ordinata come la sua. Aveva una stanzetta pei forestieri, ed un piccolo ricinto pei cavalli, fatto tutto di verghette e di canne; aveva pure fatto scavare un fosso intorno alla casa, per difendersi in caso di aggressione. Tuttavia, questo non sarebbe stato un grande riparo qualora fossero venuti gli Indiani ad aggredirlo; ma la sua principale tranquillità stava in ciò che sperava di vender cara la sua vita. Poco tempo prima, un distaccamento d’indigeni in viaggio erano passati di là la notte; se si fossero accorti della casa di posta, il nostro nero amico e i suoi quattro soldati sarebbero stati certamente massacrati. Non ho mai incontrato nessuno più cortese e più servizievole di quel nero; mi faceva quindi pena vedere che non si sedeva, nè mangiava con noi.

Al mattino mandammo di buon ora a cercare i cavalli, e si partì per un’altra allegra galoppata. Passammo la Cabeza del Buey, vecchio nome dato al capo di una grande palude, che si estende da Bahia Blanca. Colà si cambiarono i cavalli, e si passò per alcune leghe in mezzo a paludi e maremme salate. Dopo aver cambiato un’ultima volta i cavalli, si ricominciò a guazzare nel fango. La mia cavalcatura cadde, e fui ben concio di melma nera, incidente sgradevolissimo, quando non s’ha altro vestito di ricambio. A poche miglia dal forte s’incontrò un uomo, il quale ci disse che era stato sparato un grosso cannone, come segnale della vicinanza degli Indiani. Lasciammo all’istante la strada, e seguimmo il margine di una laguna, che quando si è inseguiti presenta il miglior mezzo di fuga. Eravamo tutti contenti di trovarci al riparo entro le mura, quando ci accorgemmo che tutto quell’allarme non era nulla, perchè si trovò che quegli Indiani erano amici che andavano a raggiungere il generale Rosas.

Bahia Blanca non merita quasi il nome di villaggio. Poche case e baracche per le truppe stanno chiuse da un profondo fosso e da un forte muro. Lo stabilimento è recentissimo (dal 1828), e la sua nascita è stata causa di torbidi. Il Governo di Buenos Ayres lo occupò ingiustamente colla forza, invece di imitare il saggio esempio dei vice-re spagnuoli, che comprarono la terra dagli Indiani presso lo stabilimento più antico del Rio Negro. Quindi furono necessarie le fortificazioni; e le poche case e la poca terra coltivata senza il limite delle mura, neppure il bestiame, sono al sicuro dalle aggressioni degli Indiani oltre i limiti della pianura sulla quale sta la fortezza.

Quella parte del porto ove doveva ancorarsi la Beagle essendo lontana venticinque miglia, ottenni dal comandante una guida e alcuni cavalli, per vedere se fosse giunta.

Dopo lasciata la pianura di tufo verde, che si estendeva lungo il corso di un torrentello, entrammo in una vasta landa deserta, composta di sabbia, di paludi salmastre, o di fango puro. Alcune parti erano rivestite di bassi cespugli ed altre di piante succose, che crescono rigogliose solo ove abbonda il sale. Sebbene tutta la contrada fosse brulla, abbondavano struzzi, cervi, aguti, ed armadilli. La mia guida mi disse che due mesi prima aveva corso un gran rischio di perdere la vita; stava cacciando con due uomini, non molto lungi da quella parte del paese, allorchè s’imbattè in una brigata di Indiani, che presero ad inseguirli, ed in breve raggiunsero ed uccisero i suoi due compagni. Le zampe del suo stesso cavallo rimasero prese dalle bolas; ma egli balzò di sella e col coltello tagliò il laccio e lo liberò; mentre stava facendo questo doveva ripararsi dietro al suo cavallo ed ebbe due gravi ferite dai chuzo di quegli Indiani. Slanciatosi di nuovo in sella, riuscì con meravigliosa sveltezza, a ripararsi dalle lunghe lancie dei suoi persecutori, che lo seguirono fin presso al forte. Da quella volta vi era l’ordine di non allontanarsi di molto dalla fortezza. Io non era informato di questo alla mia partenza, e fui molto sorpreso osservando che la mia guida guardava con grande attenzione un cervo, che sembrava essere stato spaventato in qualche parte del paese più lontana.

Trovammo che la Beagle non era giunta, ed in conseguenza ci risolvemmo a tornarcene indietro, ma i cavalli furono in breve stanchi, e fummo obbligati a passar la notte sulla pianura. Al mattino prendemmo un armadillo, il quale sebbene sia un eccellente vivanda quando si fa arrostire nel suo invoglio, tuttavia non poteva essere una colazione ed un pranzo molto sostanzioso per due uomini affamati. Il terreno nel punto ove si passò la notte, era incrostato di uno strato di solfato di soda, e quindi naturalmente non v’era acqua. Tuttavia molti piccoli rosicanti riescono a vivere in quel luogo, e il tucutuco stava mandando il suo lieve grugnito sotto il mio capo, durante una metà della notte. I nostri cavalli erano ben miseri, ed al mattino furono in breve stanchi per non avere avuto nulla da bere, cosicchè fummo obbligati a camminare a piedi. Verso il mezzodì i cani uccisero un capretto che venne arrostito. Ne mangiai un poco, ma mi svegliò una sete insoffribile. E questa era ancor più penosa, dacchè la strada, per le recenti pioggie, era piena di piccole pozzanghere di acqua chiara, ma imbevibile. Erano appena venti ore che io era senz’acqua, e una parte solo di quel tempo sotto un sole ardente, tuttavia la sete mi aveva molto infiacchito. Non posso comprendere come si possa vivere due o tre giorni in tali circostanze; nello stesso tempo debbo dire che la mia guida non soffriva affatto, ed era maravigliata che un giorno solo di quella privazione avesse potuto darmi tanto fastidio.

Ho detto varie volte che il terreno era alla superfice incrostato di sale. Questo fenomeno è al tutto differente da quello delle saline, e più straordinario. In molte parti dell’America meridionale, ove il clima è moderatamente asciutto, s’incontrano queste incrostazioni, ma non le ho mai vedute in nessun luogo così abbondanti come presso a Bahia Blanca. Qui ed in altre parti della Patagonia, il sale è composto principalmente di solfato di soda misto a sale comune. Finchè il terreno rimane umido in queste salnitraie (come le chiamano impropriamente gli Spagnuoli, scambiando quella sostanza col salnitro), non si vede nulla tranne una vasta pianura di un terreno nero, melmoso, che nutrono pochi ciuffi di piante succose. Ripassando per quei luoghi, dopo una settimana di tempo asciutto, si riman sorpresi vedendo miglia quadrate di pianura bianca, come dopo una lieve nevicata qua e là ammucchiata dal vento in piccoli rialzi. Quest’ultimo aspetto viene principalmente da ciò che i sali sono portati alla superfice, durante il lento evaporamento dell’umidità, intorno ai tronchi di erbe secche, di alberi ed ai pezzi di terra, invece di essere cristallizzati in fondo alle pozzanghere. Le salnitraie s’incontrano tanto sui piani alti solo pochi piedi sul livello del mare, e nelle terre di alluvione che stanno lungo i fiumi. Il signor Parchappe trovò che le incrostazioni saline sulla pianura alla distanza di qualche miglio dal mare, si componevano principalmente di solfato di soda, con solo sette per cento di sale comune; mentre più vicino alla costa, la proporzione del sal comune cresceva a 37 parti per cento. Questa circostanza farebbe supporre che il solfato di soda è generato nel terreno, dal muriato rimasto alla superfice durante il lento e recente sollevamento di questo arido paese asciutto. Questo complesso di fenomeni merita l’attenzione dei naturalisti. Le piante succose, che amano il sale, le quali, come si sa, contengono molta soda, hanno esse la facoltà di scomporre il muriato! La melma nera e fetente ove abbonda la materia organica, può essa somministrare il solfuro ed infine l’acido solforico?

Due giorni dopo cavalcai nuovamente verso il porto; eravamo poco lungi dal nostro destino, quando il mio compagno, lo stesso uomo di prima, scorse tre persone che cacciavano a cavallo. Smontò immediatamente, ed avendole osservate attentamente disse: «Non cavalcano come cristiani, e nessuno può lasciare il forte». I tre cacciatori si unirono e smontarono pure da cavallo. Alla fine uno risalì di nuovo e cavalcò sulla collina a perdita di vista. Il mio compagno disse: « dobbiamo risalire a cavallo; caricate la vostra pistola»; e guardò la sua spada. «Sono essi Indiani?» gli chiesi. «Quien sabe? (chi sa?) se non fossero più di tre non vi sarebbe nulla da temere». Mi colpì molto il vedere che uno dei tre era salito sulla collina per cercare il resto della tribù. Dissi questo; ma per tutta risposta non ottenni che un quien sabe? Coll’occhio e col capo non cessò per un minuto di scrutare lentamente il lontano orizzonte. Io trovava che la sua insolita freddezza fosse uno scherzo un po’ spinto, e gli chiesi perchè non tornavamo a casa. La sua risposta mi fece dare una scossa. «Stiamo tornando indietro, ma in una direzione da poter passare presso una palude, nella quale faremo galoppare i cavalli finchè potranno, e poi ci affideremo alle nostre gambe: quindi non vi è pericolo». Io non mi sentiva la stessa fiducia e desiderava affrettare il passo. Egli mi rispose: «No, finchè essi non ce ne daranno l’esempio». Quando qualche accidente del terreno ci nascondeva, noi ci mettevamo a correre di galoppo, ma in caso contrario, andavamo al passo. Alla fine giungemmo in una valle, e volgendoci a sinistra, galoppammo in fretta fino al piede di un colle; quell’uomo mi diede il suo cavallo da tenere, fece accovacciare i cani, e si trascinò sulle mani e sui piedi per fare una ricognizione. Rimase in quella posizione per un certo tempo, poi con uno scoppio di risa, esclamò: Mugeres! (donne). Le riconobbe per essere la moglie e la cognata del figlio del maggiore, che stavano in cerca di uova di struzzo. Ho descritto il contegno di quell’uomo, perchè operava sotto l’impressione che fossero Indiani. Appena, tuttavia, ebbe scoperto quello sciocco errore, mi diede cento ragioni del perchè non potevano essere Indiani; ma prima erano state tutte dimenticate. Allora cavalcammo in pace e tranquillità fino ad un punto basso chiamato la Punta alta, donde potevamo vedere quasi tutto il grande porto di Bahia Blanca.

L’immensa distesa delle acque è rotta da numerosi banchi di fango, che gli abitanti chiamano Cangrejales o granchierie pel numero infinito di granchiolini. La melma è così molle che è impossibile camminarci sopra, anche solo per pochi passi. Molti banchi hanno la loro superfice coperta di lunghi giunchi, di cui si vedono solo le cime nelle alte acque. In una occasione, quando eravamo in barca, eravamo così intralciati da quei bassi fondi, che non potevamo quasi liberarcene. Non si vedeva altro che strati piatti di melma; il giorno non era chiarissimo, e vi era molta refrazione, o, come dicevano i marinai, «gli oggetti apparivano alti». L’unica cosa che vedevamo e che non era piana, era l’orizzonte: i giunchi parevano cespugli sospesi nell’aria, e l’acqua pareva banchi di fango e i banchi di fango parevano acqua. Passammo la notte a Punta Alta e impiegai il mio tempo in cerca di ossa fossili; poichè quel luogo è una vera catacomba di avanzi di razze estinte. La sera era al tutto serena e tranquilla: la somma monotonia del paesaggio gli dava un interesse anche in mezzo ai banchi di melma ed ai gabbiani, ai monticelli di sabbia ed agli avvoltoi solitari. Tornando il mattino dopo indietro, passammo sulle tracce fresche di un Pluma, ma non ci fu possibile di trovarlo. Vedemmo un paio di Zorilla, o Moffette, animali odiosi, che non sono per nulla rari. Nell’aspetto generale il zorilla rassomiglia ad una puzzola, ma è un po’ più grande, e molto più tozzo in proporzione. Consapevole della sua potenza, gira di giorno nella aperta pianura, e non teme nè l’uomo nè il cane. Se si spinge un cane ad aggredirlo, perde all’istante il suo coraggio dalle poche goccie di olio fetido, che produce violenti dolori e bruciore al naso. Ogni cosa che è imbrattata di quell’olio è perduta per sempre. Azara dice che se ne può sentire l’odore alla distanza di una lega; più di una volta quando entrai nel porto di Montevideo, il vento che veniva dalla terra ci portava a bordo della Beagle quell’odore. È cosa certa che qualunque animale cede il campo ben volentieri innanzi al Zorilla.


 
CAPITOLO V.
BAHIA BLANCA.

Bahia Blanca - Geologia - Numerosi quadrupedi giganteschi estinti - Estinzione recente - Longevità della specie - I grossi animali non hanno bisogno di una rigogliosa vegetazione - Africa meridionale - Fossili della Siberia - Due specie di struzzi - Costumi dell’uccello fornaio - Armadilli - Serpenti velenosi, rospo, lucertola - Letargo degli animali - Costumi della penna di mare - Guerra degli Indiani e massacri - Punte di freccie - Reliquie antichissime.

La Beagle giunse qui il 24 agosto, ed una settimana dopo fece vela per la Plata. Col permesso del capitano Fitz-Roy fui lasciato indietro, onde viaggiare per terra fino a Buenos Ayres. Aggiungerò qui alcune osservazioni che furono fatte durante questa visita e in una precedente occasione, quando la Beagle stava compiendo lo studio del porto.

La pianura, lungi poche miglia dalla costa, appartiene alla grande formazione dei Pampas, che si compone in parte di argilla rossiccia, ed in parte di una roccia molto calcare e marnosa. Più vicino alla costa vi sono alcune pianure fatte coi rimasugli della pianura superiore, con melma, ciottoli, e sabbia spinta su dal mare durante il lento sollevamento del terreno, l’elevazione del quale noi vediamo chiaramente negli strati superiori di conchiglie recenti, e nei ciottoli arrotondati di pomice sparsi sul terreno. A Punta Alta abbiamo una sezione di una specie di queste piccole pianure di recente formazione, che è sommamente interessante pel numero e pel carattere straordinario degli avanzi dei giganteschi animali terrestri che si trovano in essa. Questi avanzi sono stati appieno descritti dal professore Owen, nella zoologia del viaggio della Beagle, e sono depositati nel collegio dei Chirurghi. Darò qui soltanto un breve cenno della loro natura.

Primo, alcune parti di tre cranii e d’altre ossa di Megatherium, il nome del quale basta ad esprimere le grosse dimensioni; secondo il Megalonise, grosso animale affine a quello; terzo, il Schelidotherium, animale parimente affine di cui ottenni uno scheletro quasi perfetto. Deve esser stato grosso quanto un Rinoceronte; nella struttura del capo, secondo il signor Owen, si avvicina molto al Formichiere del Capo, ma per alcuni altri rispetti si accosta agli Armadilli; quarto, il Mylondon Darwinii, genere strettamente affine ma di mole un po’ inferiore; quinto un altro quadrupede sdentato gigantesco; sesto, un grosso animale con un invoglio osseo a scompartimenti molto simile a quello dell’Armadillo; settimo, una specie estinta di cavallo, del quale dovrò in seguito parlare; ottavo, un dente di un animale pachiderma, probabilmente lo stesso dello Macrauchenia, animale tozzo, munito di un lungo collo come quello di un cammello, del quale riparlerò in seguito. Infine, il Toxodon, forse uno degli animali più strani che siano mai stati scoperti: la sua mole era uguale a quella di Elefante o Megaterio, ma la struttura dei suoi denti, secondo quello che dice il signor Owen, dimostra evidentemente che esso era affinissimo ai rosicanti, ordine che ai nostri giorni comprende la maggior parte dei più piccoli quadrupedi; in molti particolari era affine ai pachidermi, giudicando dalla posizione degli occhi, delle orecchie e delle narici, era probabilmente acquatico come il Dugongo, ed il Lamantino, ai quali era pure affine. Oh quanto meravigliosamente i varii ordini, oggidì ben separati sono collegati insieme in varii punti alla struttura del Toxodon!

Gli avanzi di questi nove grandi quadrupedi, e molte altre ossa distaccate, si rinvennero incorporate nella spiaggia, in uno spazio di circa 200 metri quadrati. È un fatto notevole che tante specie differenti siano state trovate insieme; e ciò dimostra quanto numerosi devono essere stati i generi degli antichi abitanti di questo paese. Alla distanza di circa trenta miglia da Porta Alta, in una roccia di terra rossa, trovai parecchi frammenti di ossa, alcuni di grande mole. Fra questi vi erano i denti di un rosicante, somigliantissimi nella forma e nella mole a quelli del Capibara, i costumi del quale sono stati descritti, epperciò, probabilmente, un animale acquatico. Vi era pure parte del capo di un Ctenomys; la specie differisce dal Tucutuco, ma ha una stretta rassomiglianza generale.

La terra rossa simile a quella dei Pampas, nella quale erano incorporati quegli avanzi, contiene, secondo il professore Ehrenberg, otto animaletti infusori di acqua dolce ed uno d’acqua marina; quindi è probabile che fosse un deposito di estuario.

Gli avanzi trovati a P. Alta, erano incorporati in strati di ciottoli e di melma rossiccia, precisamente simile a quella che il mare solleva in un basso fondo. Erano riunite a ventitre specie di conchiglie, tredici delle quali sono recenti ed altre quattro somigliantissime a forme recenti; se le altre siano estinte o soltanto ignote, è cosa molto dubbia, perchè pochissime collezioni di conchiglie sono state fatte su questa costa. Tuttavia, siccome le specie recenti erano incorporate nel numero in proporzione quasi uguale a quelle che vivono ora nel golfo, io credo che non vi può essere alcun dubbio che questo accumulamento appartenga ad un periodo terziario recentissimo. Pel fatto che le ossa del Schelidotherium, compresa anche la rotula, erano sotterrate nella loro acconcia posizione, e pel fatto che l’armatura ossea del grande animale armadilliforme era così bene conservata, unitamente alle ossa delle gambe, possiamo esser certi che questi avanzi erano freschi ed uniti dai loro ligamenti, allorchè furono depositati nella ghiaia insieme alle conchiglie. Quindi abbiamo buone prove che i sopramenzionati quadrupedi giganteschi, più differenti di quelli dei nostri giorni che non i più antichi quadrupedi dell’epoca terziaria d’Europa, vivevano quando il mare era popolato dalla maggior parte de’ suoi presenti abitatori ed abbiamo la conferma di quella notevole legge, sulla quale insiste tanto il signor Lyell, cioè che la «longevità della specie dei mammiferi è in complesso inferiore a quella dei testacei!».

La grande mole delle ossa degli animali Megateroidi che comprendono il Megaterio, il Melagonyx, il Schelidotherium, ed il Mylodon, è invero prodigiosa. Il modo di vivere di questi animali imbarazzava grandemente i naturalisti, finchè il professore Owen[27] recentemente non ebbe sciolto con sommo ingegno il problema. Per la loro semplice struttura i denti di questi animali Megateroidi dimostrano che essi vivevano di vegetali, e probabilmente delle foglie e dei ramoscelli degli alberi; le loro forme pesanti, e le forti e incurvate unghie sembrano tanto poco favorevoli alla locomozione, che alcuni eminenti naturalisti hanno presentemente creduto che, simili al Tardigrado, al quale sono intimamente affini, vivessero arrampicandosi sugli alberi e cibandosi delle foglie. Era un’idea ardita, per non dir presuntuosa, immaginare alberi anche antidiluviani forniti di rami tanto robusti da sostenere animali grossi come elefanti. Il professore Owen, con ipotesi più probabile crede che, invece di arrampicarsi sugli alberi, essi tirassero giù i rami e sradicassero gli alberi più piccoli, e in tal modo si cibassero delle foglie. Il peso e la grandezza colossale delle loro parti posteriori, che non si possono immaginare se non si sono vedute, divengono, con quella ipotesi, di evidente benefizio, invece di essere un ingombro; il loro aspetto tozzo scompare. Colla loro grande coda ed i massicci calcagni piantati fortemente sul terreno come una tripode, potevano liberamente far uso di tutta la forza delle potentissime braccia e dei grandi artigli. Dovevano invero avere profonde radici quegli alberi che potevano resistere a quella forza! Il Mylodon, inoltre doveva essere fornito di lingua lunga ed estensibile come quella della giraffa, la quale, per una di quelle belle previdenze della natura, può così coll’aiuto del suo lungo collo giungere al suo frondoso alimento. Farò osservare, che in Abissinia l’elefante, secondo Bruce, quando colla proboscide non può giungere ai rami, intacca profondamente sotto e sopra e tutto intorno il tronco con le sue difese, finchè lo abbia assottigliato per modo da poterlo far rompere e cadere a terra.

Gli strati che contengono questi avanzi fossili, non sono più alti di quattro metri e mezzo e sei metri sul livello dell’alta marea, e quindi il sollevamento del terreno è stato piccolo (senza che abbia avuto luogo nessun periodo di abbassamento intermedio, del quale non abbiamo alcuna prova) dal tempo in cui i grossi quadrupedi andavano vagando nelle pianure circostanti, e l’aspetto esterno del paese deve essere stato a un dipresso come è ora. Quale, si domanderà naturalmente, era dunque il carattere della vegetazione di quel periodo; era il paese tanto miserabilmente sterile quanto è ora? Siccome tante fra le conchiglie incorporate in quegli strati sono simili a quelle che vivono nel golfo, fui dapprima propenso a credere che l’antica vegetazione fosse probabilmente simile all’attuale; ma questa sarebbe stata una deduzione erronea, perchè alcune di queste conchiglie vivono sulle lussureggianti coste del Brasile, e generalmente i caratteri degli abitanti del mare non sono una guida sicura per giudicare quelli della terra. Nondimeno, per le seguenti considerazioni, io non credo che il solo fatto di molti quadrupedi giganteschi che hanno vissuto nelle pianure intorno a Bahia Blanca, sia una prova sicura che esse fossero coperte di una rigogliosa vegetazione; io non ho alcun dubbio che il paese sterile posto un po’ al sud, presso Rio Negro, colle sue poche piante spinose, avrebbe potuto nutrire molti e grossi quadrupedi.

È stata una supposizione generale, la quale è passata da un libro all’altro, che i grandi animali abbiano bisogno di una vegetazione lussureggiante; ma non esito a dire che questa opinione è del tutto falsa, e che ha tratto i geologi ad errare intorno ad alcuni punti di grande importanza nella storia del mondo antico. È probabile che questo pregiudizio abbia avuto origine nell’India e nelle isole Indiane, ove all’idea dei branchi degli elefanti si collega quelle delle grandi foreste e delle impenetrabili giungle. Tuttavia, se ci riferiamo a rapporti di viaggi nell’Africa meridionale, noi vi troveremo frequenti menzioni tanto intorno alla sterilità del paese, quanto al numero dei grossi animali che lo abitano. La stessa cosa è dimostrata dalle numerose incisioni che sono state pubblicate di varie parti dell’interno. Allorchè la Beagle era ancora alla città del Capo, io feci una escursione di alcuni giorni nell’interno, che almeno bastò a rendere meglio intelligibile quello che io aveva letto.

Il dottore Andrea Smith, alla testa della sua avventurosa brigata, il quale ha recentemente potuto varcare il tropico del Capricorno, mi informa che, considerando tutta la parte meridionale dell’Africa, non vi può essere alcun dubbio che non sia un paese sterile. Lungo le coste meridionali ed orientali, sonvi alcune belle foreste, ma, tranne queste eccezioni, il viaggiatore può varcare per intieri giorni aperte pianure, rivestite di una magra e scarsa vegetazione. È difficile formarsi un’idea della fertilità comparativa; ma si può dire con certezza che il totale della vegetazione prodotta in qualunque tempo dall’Inghilterra, è forse dieci volte superiore di un’area eguale, nell’interno dell’Africa meridionale. Il fatto che carri tirati da buoi possono viaggiare in ogni direzione, tranne presso la costa, senza avere interrotto il loro cammino che qualche rara mezz’ora per tagliare alcuni cespugli, darà forse un’idea più chiara dello scarseggiare della vegetazione. Ora se osserviamo gli animali che vivono in queste sterminate pianure, troveremo che il loro numero è straordinariamente grande, e la loro mole immensa. Dobbiamo menzionare l’elefante, tre specie di rinoceronti, e probabilmente, secondo il dottore Smith due altre; l’ippopotamo, la giraffa, il bos-caffer, grosso quanto un bue adulto ed un po’ meno di una alce, due zebre e il quacca, due gru e parecchie antilopi ancor più grosse di questi ultimi animali. Si potrebbe supporre che quantunque le specie siano numerose, gl’individui di ognuna siano pochi. Per la cortesia del dottor Smith, posso dimostrare che qui la cosa va all’apposto. Egli mi ha informato, che in un giorno di cammino in carri tirati da buoi, al 24° di latitudine, egli vide, senza discostarsi gran fatto dai due lati della strada, da cento a centocinquanta rinoceronti che appartengono a tre specie; lo stesso giorno vide parecchi branchi di giraffe che sommavano tutte insieme a qualche centinaio, e che, quantunque non avesse veduto nessun elefante, essi si trovano in quella località. Alla distanza di poco più di un’ora di cammino dal luogo ove avevano pernottato la notte precedente, i suoi compagni uccisero allora otto ippopotami e ne videro molti altri. Nello stesso fiume vi sono molti coccodrilli. Naturalmente era un caso al tutto straordinario vedere tanti grossi animali affollati insieme, ma è una prova evidente che debbono essere molto numerosi. Il dottor Smith descrive il paese che attraversò quel giorno, come «scarsamente coperto di erba e di arbusti alti circa un metro e venti centimetri, e ancor più scarsi s’incontravano gli alberi di mimose». I carri viaggiavano quasi in linea retta.

Oltre questi grossi animali, chiunque abbia qualche cognizione della storia naturale del Capo, ha letto il fatto di branchi di antilopi, che possono paragonarsi solo ai branchi degli uccelli migratori. Infatti il gran numero di leoni, di pantere, e di iene, e le moltitudini di uccelli di rapina mostrano chiaramente l’abbondanza di quadrupedi minori; una sera intorno all’accampamento del dottore Smith si contarono fino a sette leoni. Come mi faceva osservare questo distinto naturalista la carneficina di ogni giorno nell’Africa meridionale deve essere invero spaventosa!

Confesso che è cosa per verità molto sorprendente che un tale numero di animali, possa trovare di che vivere in un paese che produce un nutrimento così scarso. I quadrupedi più grossi senza dubbio girano per larghe distese in cerca di cibo; ed il loro nutrimento principale deve principalmente esser composto di bosco ceduo, che forse contiene molta sostanza in poco volume. Il dottore Smith mi ha pure comunicato che la vegetazione cresce rapidamente; per cui appena una parte vien consumata, ne nasce subito una nuova provvista. Non vi può essere quindi alcun dubbio che le nostre idee intorno alla quantità di cibo per nutrire grossi quadrupedi siano molto esagerate; giova ricordare che il cammello, animale di non piccola mole, è sempre stato considerato come l’emblema del deserto.

Questa credenza che ove esistono grossi quadrupedi, la vegetazione debba essere necessariamente lussureggiante, è tanto più notevole in quanto che il fatto è ben lontano dal vero. Il signor Burchell mi disse, che entrando nel Brasile, la cosa che lo colpì maggiormente fu lo splendore della vegetazione dell’America meridionale in riscontro di quella dell’Africa meridionale, unitamente alla mancanza di grossi quadrupedi. Nei suoi viaggi egli ha notato che un confronto fra il peso rispettivo (qualora si avessero dati sufficenti) di un numero eguale dei più grossi quadrupedi erbivori di ogni paese sarebbe sommamente curioso. Se da un lato noi prendiamo l’elefante[28], l’ippopotamo, la giraffa, il bue del Capo, l’alce, certamente tre, e forse cinque specie di rinoceronti; dal lato americano, due tapiri, il guanaco, tre cervi, la vigogna, il peccari, il capibara (dopo i quali dobbiamo scegliere fra le scimmie per compiere il numero), e poi collochiamo questi due gruppi l’uno accanto all’altro, non è facile concepire serie più sproporzionate di mole. Dai fatti sopramenzionati siamo costretti a conchiudere, contro anteriori probabilità[29], che nei mammiferi non esiste stretto rapporto fra la mole della specie e la quantità della vegetazione, nei paesi ove dimorano.

Rispetto al numero dei grossi mammiferi, non esiste certamente parte del mondo che possa paragonarsi all’Africa meridionale. Dopo i differenti fatti che sono stati citati, l’aspetto al tutto deserto di quella regione non può essere messo in dubbio. Nella parte del mondo che appartiene all’Europa, dobbiamo risalire sino alle epoche terziarie per trovare fra i mammiferi uno stato di cose somigliante a quello che esiste ora al Capo di Buona Speranza. Quest’epoche terziarie, che siamo soliti considerare straordinariamente abbondanti di grossi animali, perchè troviamo gli avanzi di molti secoli accumulati in certi punti, possono appena vantarsi di possedere quadrupedi più grossi, che non quelli che esistono ora nell’Africa meridionale. Se noi riflettiamo allo stato della vegetazione di quelle epoche, dobbiamo almeno limitarci a considerare le analogie esistenti, tanto da non credere assolutamente necessaria una lussureggiante vegetazione, poichè vediamo uno stato di cose tanto differente al Capo di Buona Speranza.

Sappiamo[30] che le estreme regioni del nord d’America, molti gradi oltre il limite ove il terreno, alla profondità di parecchi centimetri, rimane eternamente gelato, sono coperte di foreste di grossi ed alti alberi. Parimenti in Siberia, abbiamo boschi di betulle, di abeti, di tremoli e di larici, che crescono nella latitudine 64°[31], ove la temperatura media dell’aria scende sotto zero, e dove il terreno è tanto gelato, che il carcame di un animale incorporato in esso viene perfettamente conservato. Da questi fatti noi dobbiamo conchiudere, per quello che riguarda soltanto la quantità della vegetazione, che i grossi quadrupedi delle epoche terziarie posteriori potevano in moltissime parti dell’Europa settentrionale e dell’Asia aver vissuto nei luoghi dove sono stati ritrovati i loro avanzi. Non parlo qui del genere di vegetazione necessaria al loro sostentamento; perchè, siccome vi è prova di mutamenti fisici, e siccome gli animali sono estinti, così possiamo supporre che anche le piante si sono mutate.

Mi sia permesso di aggiungere che queste osservazioni si riferiscono direttamente al caso degli animali della Siberia conservati nel ghiaccio. La ferma convinzione che fosse necessaria una rigogliosa vegetazione, fornita di caratteri tropicali, per dar sostentamento a così grossi animali, e l’impossibilità di conciliar questa colla vicinanza dei ghiacci perpetui, è stata una delle cause principali che diedero origine a parecchie teorie intorno a repentini rivolgimenti di climi, ed a catastrofi gravissime che furono inventate per spiegare il loro seppellimento. Io son ben lungi dal credere che il clima non abbia cambiato dal tempo in cui vivevano quegli animali che giacciono sepolti nel ghiaccio; voglio ora solo dimostrare che, per quello che riguarda soltanto la quantità di cibo, gli antichi rinoceronti, possono aver pascolato sulle steppe della Siberia centrale (probabilmente le parti settentrionali erano sott’acqua) anche nella loro condizione presente, come fanno ora i rinoceronti e gli elefanti viventi sui karros dell’Africa meridionale.

Darò qui un ragguaglio dei costumi di alcuni dei più interessanti uccelli che sono comuni nelle pianure selvaggie della Patagonia settentrionale; parlerò pel primo del più grande, che è lo struzzo dell’America meridionale. I costumi ordinari dello struzzo sono familiari a tutti. Vivono di sostanze vegetali come radici ed erbe; ma a Bahia Blanca ne ho veduti parecchie volte tre o quattro insieme venire, durante la bassa marea, sulle stesse spiagge melmose che sono allora asciutte per cibarsi, secondo quello che dicono i Gauchos, di pesciolini. Quantunque lo struzzo sia solitamente sospettoso, cauto e solitario, e sebbene corra molto velocemente, tuttavia vien preso senza grande difficoltà dall’Indiano o dal Gaucho armato di bolas. Quando parecchi uomini a cavallo si dispongono in un semicerchio, lo struzzo si confonde e non sa più da che parte fuggire. In generale preferisce correre contro il vento; tuttavia alla prima fermata allarga le ali, e come una nave va a vele gonfie. In una bella e calda giornata vidi parecchi struzzi entrare in una piantagione di alti giunchi, ove si accovacciarono per nascondersi, finchè loro fummo quasi vicini. Non è cosa generalmente nota questa che gli struzzi entrano prontamente nell’acqua. Il sig. Hing mi disse che nel golfo di San Blas, e a Porto Valdes nella Patagonia, vide questi uccelli parecchie volte nuotare da un’isola all’altra. Corrono all’acqua tanto allorchè vi sono spinti, quanto per loro proprio impulso senza essere spaventati; la distanza che attraversarono era di 200 yarde, ossia di 180 metri. Quando nuotano non si vede gran cosa del loro corpo sporgere fuori dell’acqua; il loro collo è disteso un tantino allo innanzi, e procedono lentamente. Vidi due volte alcuni struzzi attraversare nuotando il fiume Santa-Cruz, in un punto ove era largo 400 yarde (360 metri), e la sua corrente rapidissima. Il capitano Sturt, scendendo il Marrumbidgee, in Australia, vide due Emu che stavano nuotando.

Gli abitanti del paese distinguono prontamente, anche da lontano, lo struzzo maschio dallo struzzo femmina. Il primo è più grosso ed ha i colori più oscuri[32], ed ha il capo più tozzo. Lo struzzo, credo il maschio, emette un suono singolare, profondo, sibilante; allorchè lo udii per la prima volta, mentre io stava in mezzo ad alcune colline di sabbia, credetti che venisse da qualche bestia selvatica, perchè è un suono che non si può dire da qual distanza nè donde provenga. Quando eravamo a Bahia Blanca, nei mesi di settembre e di ottobre si trovavano in gran numero uova di struzzo sparse sopra tutto il paese. Sono deposte talora sparse e isolate, ed in tal caso non vengono mai chiuse, e sono chiamate dagli Spagnuoli Huachos; oppure sono raccolte insieme in una profonda buca che forma il nido. Dei quattro nidi che io visitai tre contenevano ventidue uova per uno, ed il quarto ventisette. In un giorno di caccia a cavallo vennero trovate sessantaquattro uova; quarantaquattro di queste erano in due nidi e le altre venti, sparse o huachos. I Gauchos affermano unanimemente, e non v’ha ragione per mettere in dubbio le loro parole, che il maschio solo fa schiudere le uova ed accudisce poi per un certo tempo anche i piccoli. Il maschio quando sta sul nido cova molto diligentemente; ne calpestai quasi uno col mio cavallo. Si asserisce che in tal caso diviene molto feroce, ed anche pericoloso, e si sa che taluni hanno aggredito un uomo a cavallo, cercando di colpirlo colle zampe e di saltargli addosso. Quegli che mi raccontava questo fatto mi mostrò un vecchio che aveva veduto tutto spaventato per essere stato inseguito da uno struzzo. Trovo nei viaggi di Burchell nell’Africa meridionale queste parole: «Avendo ucciso uno struzzo maschio ne trovai le piume imbrattate, e mi fu detto dagli Ottentotti che era un uccello covatore»; comprendo che l’Emu maschio nel giardino zoologico di Londra prenda cura del nido; questo costume quindi è comune alla famiglia.

I Gauchos asseriscono che parecchie femmine fanno le uova in un sol nido. Mi è stato detto positivamente che quattro o cinque femmine furono viste andare successivamente nel mezzo del giorno nello stesso nido. Aggiungerò pure, che in Africa si crede che due o più femmine covino nello stesso nido. Quantunque a prima vista questa abitudine appaia singolare, tuttavia io credo che si possa spiegare agevolmente. Il numero delle uova nel nido varia da venti a quaranta ed anche a cinquanta, e secondo Azara talora da settanta ad ottanta. Ora quantunque sia molto probabile, dal fatto che il numero delle uova trovate in una regione è così straordinariamente grande in proporzione degli uccelli che le producono, e parimenti dallo stato dell’ovario della femmina, che essa possa deporne un gran numero, tuttavia il tempo necessario a ciò deve essere lunghissimo. Azara asserisce che una femmina domestica depone diciassette uova con un intervallo di tre giorni da uno all’altro. Se la femmina fosse obbligata a covare le proprie uova, prima che l’ultimo fosse deposto il primo sarebbe probabilmente stantìo; ma se ognuna deponesse alcune uova in periodi successivi, in differenti nidi, e parecchie femmine, come è riconosciuto essere il caso, si combinassero insieme, allora le uova di una raccolta sarebbero a un dipresso della stessa età. Se il numero delle uova di uno di questi nidi è, come credo, non maggiore alla media del numero che depone una femmina in una stagione, allora vi debbono essere tanti nidi quante femmine, ed ogni maschio avrà una bella parte nel còmpito dell’incubazione durante il periodo in cui probabilmente le femmine non possono covare, per non avere ancora terminato di deporre le uova[33]. Feci già menzione del gran numero di huachos, o uova abbandonate; cosicchè in un giorno di caccia se ne trovarono venti in questo stato. Sembra strano che tante ne vadano perdute. Non è forse possibile che questo provenga dalla difficoltà di potersi varie femmine associare insieme e trovare un maschio pronto ad imprendere l’ufficio dell’incubazione? È chiaro che dapprima vi deve essere un certo grado di associazione almeno fra due femmine; altrimenti le uova sarebbero sparse su vaste pianure, a distanze troppo grandi per potere il maschio raccoglierle tutte in un nido: alcuni autori hanno supposto che le uova sparse siano deposte per servire da cibo ai giovani uccelli. Questo non può essere guari il vero; in America gli huachos, sebbene si trovino sovente stantii ed imputriditi, sono generalmente interi.

Quando mi trovava a Rio Negro, nella Patagonia settentrionale, sentii i Gauchos parlare ripetutamente di un uccello rarissimo che chiamavano Avestruz Petise. Lo descrivevano come più piccolo dello struzzo comune (che colà è abbondante), dicendo avere con esso intima rassomiglianza generale. Dicono che il suo piumaggio è più oscuro e macchiettato, che ha le gambe più corte e piumate più in giù che non quelle dello struzzo comune. Se ne fa caccia colle bolas con maggiore agevolezza delle altre specie. I pochi abitanti che hanno veduto le due specie, asseriscono che le potrebbero distinguere anche ad una grande distanza. Sembra, tuttavia, che le uova della specie piccola sieno più generalmente note; e fu osservato, con sorpresa, che erano ben poco più piccole che non quelle del Rhea, ma di una forma un po’ differente e d’una tinta di azzurro pallido. Questa specie s’incontra rarissimamente nelle pianure che costeggiano il Rio Negro; ma un grado e mezzo circa più al sud sono discretamente abbondanti. Quando il signor Martens si trovava a Porto Desiderio nella Patagonia (lat. 48°), uccise con una fucilata uno struzzo; ed io osservandolo dimenticai in quel momento nel modo più sconsiderato, tutta la storia del Petise, e credetti che fosse un uccello della specie comune non ancora adulto. Venne cucinato e mangiato prima che mi fosse ritornata la memoria. Fortunatamente il capo, il collo, le zampe, le ali, molte delle piume più grandi ed una gran parte della pelle erano state conservate; e da queste parti venne messo insieme un esemplare quasi perfetto, che si vede nel Museo della Società zoologica di Londra. Il signor Gould descrivendo questa nuova specie mi ha fatto l’onore di darle il mio nome.

Fra gl’Indiani Patagoni dello stretto di Magellano, trovammo un meticcio indiano, che aveva vissuto alcuni anni nella tribù, ma che era nato nelle provincie settentrionali. Gli domandai se non avesse mai sentito parlare dell’Avestruz Petise. Mi rispose dicendo non esservi altro in quelle contrade meridionali. Mi disse inoltre che il numero delle uova trovate nei nidi delle Petise è notevolmente minore di quello dell’altra specie, cioè non più di quindici in media, ma soggiunse che erano deposte da varie femmine. A Santa Cruz vedemmo parecchi di questi uccelli. Essi sono sommamente cauti; credo che essi possano vedere una persona prima che questa li distingua. Risalendo il fiume ne vedemmo pochi; ma nella nostra tranquilla e rapida discesa ne osservammo molti appollaiati o in branchetti di quattro o cinque.

Venne notato che questo uccello non allarga le ali quando sta per fuggire rapidamente, come suole fare la specie settentrionale. In conclusione, noterò che lo struzzo Rhea abita la regione della Plata, fino alquanto al sud del Rio Negro in lat. 41°, e lo Struthio Darwinii ne prende il posto nella Patagonia meridionale, la parte verso il Rio Negro rimanendo territorio neutrale. Il signor A. d’Orbigny[34], quando si trovava a Rio Negro fece molti tentativi per avere uno di quegli uccelli, ma non ebbe mai la fortuna di riuscire ad ottenerlo. Dobrizhoffer[35], da molto tempo conosceva queste due specie di struzzi; egli dice: «Dovete sapere inoltre, che l’Emu differisce in mole e in costumi, in differenti regioni; perchè quelli che abitano le pianure di Buenos Ayres e di Tucuman sono più grossi ed hanno piume nere, bianche e grigie; quelli vicini allo stretto di Magellano sono più piccoli e più belli, perchè le loro piume bianche hanno l’estremità nera, e le nere parimenti terminano in bianco».

Un singolarissimo uccellino, il Tinochorus rumicivorus, è qui comune; nei costumi e nell’aspetto generale, partecipa quasi ugualmente dei caratteri, per quanto siano differenti, della quaglia e del beccaccino. Il Tinochorus si trova in tutta la parte meridionale del Sud America, ovunque sonvi pianure sterili o terre aperte di pascoli asciutti. Frequenta in coppie o in branchetti i punti più desolati, ove può appena vivere un’altra creatura. Quando vengono accostati si accoccolano per modo che è difficile distinguerli dal terreno. Quando mangiano camminano piuttosto lentamente, colle gambe molto aperte. Essi si spolverano nelle strade e nei luoghi sabbiosi, e frequentano certi siti particolari, dove si possono trovare ogni giorno: come le pernici spiccano il volo in branchi. Per tutti questi riguardi, pel ventriglio muscoloso adatto al cibo vegetale, pel becco arcuato e le narici carnose, per le zampe, le coste e la forma del piede, il Tinochorus ha una stretta intimità colla quaglia. Ma appena si vede questo uccello nel volo tutto il suo aspetto muta; le lunghe ali aguzze tanto differenti da quelle dei gallinacei, il volo irregolare, il grido lamentoso che manda al momento di alzarsi ricordano il beccaccino. I cacciatori della Beagle lo chiamavano tutti beccaccino dal becco corto. Il suo scheletro mostra che esso realmente appartiene a questo genere, o meglio alla famiglia dei trampolieri.

Il Tinochorus è strettamente affine a qualche altro uccello dell’America del Sud. Due specie del genere Attagis hanno quasi, in ogni rispetto, i costumi della pernice di montagna; una vive nella Terra del Fuoco, sopra i limiti delle foreste, e l’altra precisamente sotto la linea delle nevi delle cordigliere del Chilì centrale. Un uccello di un altro genere molto affine, il Chionis alba, abita le regioni antartiche; si nutre di alghe marine e di conchiglie che trova sulle roccie bagnate dalla marea. Quantunque non abbia i piedi palmati, per qualche abito inesplicabile, s’incontra frequentemente in alto mare. Questa piccola famiglia di uccelli è una di quelle che, per la sua svariata relazione con altre famiglie, sebbene ora non presenti che difficoltà al naturalista sistematico, potrà infine essere di aiuto nella rivelazione del grande disegno, comune ai secoli passati e presenti, secondo il quale si crearono tutti gli esseri organizzati.

Il genere Furnarius contiene parecchie specie, tutti piccoli uccelli che vivono sul terreno ed abitano paesi asciutti ed aperti. Nella struttura non possono essere comparati con nessuna forma d’Europa. Gli ornitologi li hanno collocati in generale fra i rampicanti, sebbene in ogni loro costume siano opposti a questa famiglia. La specie più nota è l’uccello Fornaio comune del Plata, il Casara o Costruttor di case degli Spagnuoli. Il nido, dal quale prende il suo nome, è posto nei luoghi più esposti, come sulla cima di un palo, di una roccia, o di un Cactus. È fatto di fango e di pagliuzze, ed ha pareti forti e spesse; nella forma rassomiglia appunto ad un forno, o ad un alveare depresso. L’apertura larga e ad arco è precisamente nel mezzo della facciata; dentro al nido v’ha un tramezzo che va quasi fino al tetto, formando così un passaggio o anticamera al vero nido.

Un’altra specie più piccola di Furnarius (F. cunicularius), rassomiglia all’uccello Fornaio nella tinta generale rossiccia del suo piumaggio, in un grido particolare ripetuto, e nello strano uso di correre a sbalzi. Per questa sua affinità gli Spagnuoli lo chiamano Casarita (ossia piccolo costruttore di case), quantunque la sua nidificazione sia differente. La Casarita fabbrica il suo nido nel fondo di uno scavo profondo e cilindrico, che si dice si estenda orizzontalmente quasi un metro e ottanta sotto il terreno. Parecchie persone del paese mi dissero che quando erano fanciulli avevano tentato di scovare il nido, ma erano appena riusciti a giungere in fondo al passaggio. L’uccello preferisce un banco di terreno sabbioso compatto, sul margine di una strada o di un corso d’acqua. Qui (a Bahia Blanca) i muri intorno alle case sono fatti di fango indurito; ed osservai che quello che circondava il cortile del mio alloggio, era forato da scavi rotondi in parecchi punti. Avendo chiesto al proprietario la causa di ciò, egli me la diede dolendosi molto della piccola Casarita, di cui in seguito ne vidi parecchie all’opera. È assai curioso vedere quanto questi uccelli siano incapaci di acquistare una qualche nozione della spessezza, perchè quantunque essi continuamente volteggiassero sopra quel basso muro, essi continuavano a volerlo forare, supponendo fosse un eccellente banco pei loro nidi. Senza dubbio ogni uccello, appena avrà trovato la luce dall’altro lato del muro, deve essere rimasto ben meravigliato di un fatto così sorprendente.

Ho già fatto menzione di quasi tutti i mammiferi comuni a questa regione. Di armadilli si incontrano tre specie, cioè il Dasypus minutus, o Pichy, il D. villosus o Peludo, e l’Apar. Il primo si estende dieci gradi più verso il sud che non qualsiasi altra specie: una quarta specie, la Mulita, non va oltre a Bahia Blanca. Le quattro specie hanno a un dipresso costumi simili; tuttavia il peludo è notturno, mentre gli altri girano di giorno sulle aperte pianure, nutrendosi di coleotteri, di larve, di radici, ed anche di serpentelli. L’Apar, detto comunemente mataco, è notevole per avere solo tre cingoli mobili; il rimanente della sua corazza cesellata è quasi inflessibile. Esso ha la facoltà di impallottolarsi come una delle specie dei cento gambe d’Inghilterra. In questo stato è al riparo dalle aggressioni dei cani; perchè il cane non potendo prenderlo tutto in bocca, lo morde da un lato e la palla scivola via. L’invoglio liscio e duro del mataco presenta una difesa migliore che non le dure spine dell’istrice. Il pichy preferisce un terreno molto duro; e le dune di sabbia della costa, dove per molti mesi non cade goccia d’acqua, sono il suo luogo di predilezione; sovente cerca di sfuggire alla vista accoccolandosi sul terreno. In una cavalcata di un giorno presso Bahia Blanca se ne incontrano generalmente parecchi; quando se ne scorgeva uno era necessario, per impadronirsene, gettarsi quasi giù da cavallo; perchè l’animale in quel terreno soffice si affonda tanto rapidamente, che le parti posteriori di esso erano quasi sempre scomparse prima che l’uomo fosse sceso da cavallo. Sembra quasi una crudeltà uccidere quei graziosi animaletti, perchè, come diceva un Gaucho, mentre piantava il suo coltello nel dorso di uno di essi, son tan mansos, cioè sono tanto mansueti. Sonovi molte specie di rettili; un serpente (un Trigonocephalus o Cophias), il quale secondo la mole del dente tubuloso velenifero, deve essere molto pericoloso. Cuvier contro il parere di alcuni naturalisti, fece di questo un sotto-genere del serpente a sonaglio, ed un intermedio fra esso e la vipera. In appoggio a questa opinione osservai un fatto, che mi sembra curiosissimo ed istruttivo, perchè dimostra come ogni carattere, anche in qualche grado indipendente dalla struttura, abbia una tendenza a variare lentamente. L’estremità della coda di questo serpente termina in una punta che si allarga lievissimamente, e mentre l’animale striscia, ne fa vibrare costantemente l’ultimo pezzo; e questa parte urtando l’erba ed i ramoscelli secchi produce un rumore gorgogliante, che si può distintamente udire alla distanza di circa due metri. Appena l’animale veniva irritato o sorpreso, scuoteva la coda, e le sue vibrazioni erano rapidissime. Anzi, finchè il corpo conservava la sua irritabilità, era evidente una tendenza a questo movimento consueto della coda. Perciò questo Trigonocefalo, ha, per alcuni riguardi, la struttura della vipera, ed i costumi del serpente a sonagli; tuttavia il rumore è prodotto da un congegno più semplice. L’espressione della faccia di questo serpente era orribile e feroce; la pupilla consisteva in una fessura verticale entro un’iride macchiettata color rame; le mandibole eran larghe alla base, ed il naso terminava in una sporgenza triangolare. Io non credo di aver mai veduto nulla di più brutto, tranne alcuni fra i pipistrelli vampiri. Suppongo che questo aspetto ributtante derivasse da ciò che i lineamenti son collocati in posizione, rispetto gli uni agli altri, in certo modo come quelli della faccia umana, e così si ha un confronto di orridezza. Fra i rettili Batraci, trovai solo un piccolo rospo (Phryniscus nigricans), singolarissimo pel suo colore. Per avere una giusta idea del suo aspetto, dobbiamo figurarci che esso sia stato immerso in un inchiostro ben nero, e, dopo, asciutto, sia stato lasciato strisciare sopra una tavola tinta di fresco di un bel vermiglio, tanto da colorirsi le piante dei piedi e parte dello stomaco. Se fosse stata una specie senza nome, certamente avrebbe dovuto esser chiamato Diabolicus, perchè è un rospo molto acconcio a sussurrare parole nell’orecchio di Eva. Invece di aver costumi notturni, come il solito nei rospi, e vivere in tane umide ed oscure, esso striscia durante il caldo del giorno fra le aride colline di sabbia e le brulle pianure, ove non si trova una sola goccia d’acqua. Esso necessariamente non conta che sulla rugiada per inumidirsi; e questa viene assorbita probabilmente dalla pelle perchè come si sa, questi rettili hanno grande facoltà di assorbimento cutaneo. A Maldonado ne trovai uno in un luogo tanto asciutto quanto a Bahia Blanca, e credendo di fargli un gran piacere lo portai in una pozzanghera d’acqua; non solo il piccolo animale non sapeva nuotare, ma credo che senza aiuto si sarebbe in breve annegato.

Sonovi molte specie di lucertole, ma una sola (Proctotretus multimaculatus), è notevole pei suoi costumi. Vive sulla sabbia nuda presso la costa marina, e pel suo colore macchiettato, poichè le sue brune squame sono sparse di punti bianchi giallicci e turchinicci, non si può guari distinguere dalla superficie che la circonda. Quando è spaventata cerca di fuggire all’occhio fingendosi morta, colle zampe stese, col corpo depresso e cogli occhi chiusi; se viene ancora molestata si affonda rapidamente nella sabbia. Questa lucertola pel corpo appiattito e per le zampe corte non può correre velocemente.

Aggiungerò qui alcune osservazioni intorno al letargo degli animali in questa parte del Sud America.

Al nostro arrivo a Bahia Blanca il 7 settembre 1832, credemmo che la natura avesse negato a questa arida e sabbiosa regione, quasi ogni creatura vivente. Tuttavia scavando il terreno si trovarono parecchi insetti, alcuni grossi ragni, e varie lucertole in uno stato di mezzo letargo. Al 15 alcuni pochi animali cominciarono a comparire, e il 18 (tre giorni prima dell’equinozio) ogni cosa annunciava il principio della primavera. Le pianure si ornavano dei fiori del garofano, della acetosella, dei piselli selvatici, delle œnotheræ e dei geranii; e gli uccelli cominciavano a deporre le uova. Molti insetti lamellicorni ed eteromeri, questi ultimi notevoli pel loro corpo profondamente scolpito, cominciavano a muoversi lentamente intorno; mentre la schiera delle lucertole, abitatrici costanti dei terreni sabbiosi correva per ogni verso. Durante i primi undici giorni, mentre la natura era ancora addormentata, la temperatura media, presa dalle osservazioni fatte ogni due ore a bordo della Beagle era di + 10 cent.; e al meriggio il termometro di mare saliva oltre a + 13 cent. Negli undici giorni susseguenti quando ogni cosa vivente cominciava a rianimarsi, la media era di + 14 cent., e nel meriggio saliva dai + 17 cent. ai + 19 cent. Quindi un aumento di + 2 cent. nella temperatura media, ma un grado molto maggiore di calore bastava a svegliare le funzioni della vita. A Montevideo, donde avevamo salpato allora, nei ventitre giorni compresi fra il 26 di luglio e il 19 di agosto, la temperatura media di duecento settantasei osservazioni era di + 14 cent.; la media del giorno più caldo era di + 17 cent., e quella del più freddo di + 9 cent. Il punto più basso cui scese il termometro fu di + 6 cent., e occasionalmente nel meriggio salì fino a + 19 o + 20. Tuttavia con questa alta temperatura quasi tutti i coleotteri, parecchi generi di ragni, di chiocciole, di conchiglie terrestri, di lucertole, e di rospi stavano tutti giacenti intorpiditi fra i sassi. Ma abbiamo veduto che a Bahia Blanca, la quale è quattro gradi più al sud, e quindi con un clima più freddo, questa stessa temperatura, con un estremo di caldo un po’ minore, bastava a svegliare tutti gli ordini degli esseri animati. Ciò dimostra quanto esattamente sia governato lo stimolo necessario a svegliare gli animali in letargo del clima solito della regione e non caldo assoluto. Tutti sanno che sotto i tropici, il letargo invernale, o più propriamente letargo estivo degli animali è determinato non dalla temperatura, ma dalle stagioni asciutte. Presso Rio Janeiro, osservai dapprima con mia sorpresa che, pochi giorni dopo che alcune piccole pozze si erano riempite d’acqua, esse si popolavano di un gran numero di conchiglie e di coleotteri adulti, i quali dovevano essere stati addormentati. Humboldt ha riferito lo strano fatto di una capanna stata fabbricata in un punto ove un giovane coccodrillo giaceva sotterrato nel fango indurito. Egli aggiunse: «Gli Indiani trovano sovente enormi boa, che essi chiamano Ilgï o serpenti d’acqua, nello stesso stato di letargo. Per rianimarli sono obbligati a stuzzicarli o inumidirli con acqua». Menzionerò solo un altro animale, un zoofito (credo la Virgularia Patagonica), specie di penna di mare. Si compone di uno stelo sottile diritto, carnoso con file alterne di polipi da ogni lato, e circondato da un asse elastico pietroso, che varia in lunghezza da metri 0,20 a 0,60. Lo stelo ad una delle estremità è tronco, ma dall’altra termina in un appendice vermiforme carnosa. L’asse pietroso che dà forza allo stelo si può seguire da questa estremità fino ad un semplice vaso pieno di materia granulosa. Nella bassa marea si veggono centinaia di questi zoofiti che sporgono fuori come stoppia, coll’estremità tronca all’insù, pochi centimetri sulla superfice della sabbia melmosa. Quando vengono toccati o spinti si ritirano repentinamente con forza, tanto da scomparire in parte o al tutto. Con questa azione, l’asse sommamente elastico deve piegarsi all’estremità inferiore dove è naturalmente un tantino incurvato; ed io suppongo che il zoofito vada debitore solo a questa elasticità della facoltà di nuovamente rialzarsi in mezzo al fango. Ogni polipo, sebbene intimamente unito ai suoi fratelli, ha una bocca, un corpo e tentacoli distinti. In un grosso esemplare vi debbono essere molte migliaia di questi polipi; tuttavia vediamo che operano con un solo movimento: hanno inoltre un asse centrale connesso mercè un sistema di oscura circolazione e le ova si producono in un organo distinto da individui separati[36]. Si potrà domandare quale è un individuo? È sempre interessante scoprire da che cosa abbiano avuto origine i racconti degli antichi viaggiatori; e non dubito che i costumi di questa virgularia spieghino uno di questi. Il Capitano Lancaster, nel suo viaggio nel 1601, narra che nelle sabbie marine dell’isola di Sombrero, nelle Indie orientali, egli trovò «un ramoscello che spuntava fuori come un arboscello, e volendolo cogliere esso si ritira in giù e si affonda nel terreno a meno che non venga tenuto molto stretto. Essendo sradicato si trova la sua radice comporsi di un gran verme, e mentre l’albero cresce in altezza il verme diminuisce; e quando il verme si è al tutto trasformato in albero, esso mette le radici nella terra e così divien grande. Questa trasformazione è una delle più grandi meraviglie che io abbia veduto nei miei viaggi; perchè se questo albero è sradicato mentre è giovane, e si strappano via le foglie e la corteccia, diviene una dura pietra quando è secco, molto simile al corallo bianco: così questo verme si trasforma due volte in nature differenti. Di questi ne abbiamo raccolti e portati a casa molti».

Durante la mia stazione a Bahia Blanca, mentre stava aspettando la Beagle, tutto il paese era in uno stato costante di eccitamento per le voci di guerra e di vittorie tra le truppe di Rosas e gli Indiani selvaggi. Un giorno si riferì che un piccolo distaccamento che formava una delle postas sulla linea di Buenos Ayres, era stato trovato trucidato. L’indomani 300 uomini giunsero dal Colorado sotto il comandante Miranda. La maggior parte di questi erano Indiani mansos (ossia inciviliti), ed appartenevano alla tribù del Cacico Bernantio. Passarono la notte colà, e non si può concepire nulla di più rozzo e selvaggio della scena del loro bivacco. Alcuni bevettero fino all’ubbriachezza; altri ingollavano il sangue del bestiame ucciso per la loro cena e poi resi malati da tutto ciò, di nuovo lo rigettarono e rimanevano imbrattati di sangue e di sozzura.

Nam simul expletus dapibus, vinoque sepultus

Carvicem inflexam posuit jacuitque per antrum

Immensus, saniem eructans, ac frusta eruenta

Per somnum commixta mero.

Al mattino partirono pel teatro del massacro coll’ordine di seguire il rastro ossia la traccia anche se li conducesse fino al Chilì. Udimmo in seguito che gli Indiani selvaggi erano fuggiti nei grandi Pampas, e per qualche ragione la loro traccia era stata smarrita. Un’occhiata al rastro svela a questa gente tutta una storia. Supponendo che essi esaminino la traccia di 1000 cavalli, sanno subito dire quelli che sono cavalcati vedendo quanti siano andati di portante dalla profondità delle altre impronte, se qualche cavallo era carico; dalle irregolarità dei passi la loro stanchezza, dal modo in cui il cibo era stato cucinato, se gli inseguiti viaggiavano in fretta; dall’aspetto generale, quanto tempo era trascorso dacchè erano passati. Essi consideravano un rastro di dieci giorni o due settimane, abbastanza fresco per essere riconosciuto. Udimmo pure che Miranda si diresse dal capo occidentale della Sierra Ventana in linea retta all’isola di Cholechel, collocata 70 leghe risalendo il Rio Negro; questa è una distanza di quasi 300 miglia attraverso un paese al tutto ignoto. Quali altri eserciti al mondo sono così indipendenti? Col sole per guida, la carne delle cavalle per nutrimento, le coperte delle selle per letto; finchè vi è un po’ d’acqua, questi uomini andrebbero fino alla fine del mondo. Alcuni giorni dopo vidi un’altra schiera di questi soldati a mo’ di banditi partire contro un’altra tribù d’Indiani alle piccole Salinas che erano stati traditi da un cacico prigioniero. Lo spagnuolo che comandava questa spedizione era un uomo intelligentissimo. Mi diede i ragguagli dell’ultimo scontro a cui egli era stato presente. Alcuni Indiani che erano stati fatti prigionieri, diedero informazioni intorno a una tribù che viveva al nord del Colorado; vennero spediti 200 soldati, ed essi furono i primi a scoprire gl’Indiani pel polverio dei loro cavalli mentre erano in viaggio.

Il paese si presentava montuoso e selvaggio, e doveva essere molto nell’interno perchè si vedevano le Cordigliere. Gli Indiani, uomini, donne, fanciulli in numero di 110 circa, furono quasi tutti presi ed uccisi, perchè i soldati trucidavano tutti gli uomini. Gli Indiani sono ora tanto atterriti, che non resistono più in corpo, ma fuggono soli abbandonando anche le mogli e i figli; ma quando son sorpresi, si battono come belve contro qualunque numero fino all’ultimo momento. Un Indiano moribondo azzannò pel pollice il suo avversario, e si lasciò schizzar fuori il suo occhio piuttosto che lasciare la presa. Un altro che era ferito, fingeva la morte e teneva un coltello pronto per fare ancora un colpo micidiale. Ma quegli che mi dava questi ragguagli mi disse che una volta mentre inseguiva un indiano, questi gli domandava misericordia, mentre nascostamente si scioglieva le bolas dalla cintura per slanciarle contro la sua testa.

«Ma io lo atterrai con un colpo di sciabola, e poi sceso da cavallo gli tagliai la gola col coltello». È questa una scena terribile; ma quanto più tremendo è il fatto certissimo, che tutte le donne le quali sembrano avere più di vent’anni vengono massacrate a sangue freddo? Quando io diceva che questo mi sembrava piuttosto inumano, mi si rispose: «Come si fa? Sono tanto feconde!»

Ognuno qui è pienamente convinto che questa è una guerra giustissima perchè fatta contro barbari. Chi potrebbe credere che tanta atrocità accada in questo secolo in un paese civile e cristiano? I bambini degli Indiani si risparmiano per essere venduti o dati come servitori, o meglio schiavi per tutto quel tempo durante il quale i loro padroni possono far loro credere di esserlo. Tuttavia pare che non siano trattati troppo male.

Nel combattimento quattro uomini fuggirono insieme. Vennero inseguiti; uno fu ucciso e gli altri tre presi vivi; si trovarono essere messaggeri o ambasciatori di un grosso corpo di Indiani, uniti per la difesa comune presso le Cordigliere. La tribù alla quale erano stati mandati stava per tenere un gran consiglio; il festino di carne di cavallo era apparecchiato ed il ballo pronto; il mattino dopo gli ambasciatori dovevano ritornare alle Cordigliere. Erano uomini notevolmente belli, di carnagione chiara, alti 1 metro e 80 cent. circa, e tutti in età di 30 anni. I tre superstiti erano naturalmente molto bene informati, e per farli parlare furono posti in fila. I due primi essendo interrogati risposero nosè (non so), e fucilati l’uno dopo l’altro. Il terzo disse pure nosè, soggiungendo: «Sparate, sono un uomo e posso morire!» Non dissero sillaba che potesse recar danno alla causa del loro paese! La condotta del sopramenzionato cacico fu ben diversa; salvò la sua vita svelando il piano di guerra concertato e il punto d’unione nelle Ande. Si credeva che fossero già insieme sei o settecento Indiani, e che nell’estate questo numero sarebbe stato doppio. Dovevano spedirsi ambasciatori agli Indiani delle piccole saline presso Bahia Blanca, i quali come ho detto furono traditi da quello stesso cacico. Quindi le comunicazioni fra gli Indiani si estendono dalle Cordigliere fino alla spiaggia dell’Atlantico.

Il piano del generale Rosas è di uccidere tutti gli erranti e dopo di aver spinto il rimanente in un punto comune, aggredirli in corpo nell’estate coll’aiuto dei Chiliani. Quest’operazione deve esser ripetuta per tre anni successivamente. Suppongo che si scelga l’estate come tempo dell’attacco principale, perchè essendo allora le pianure senz’acqua, gl’Indiani non possono viaggiare che in certe date direzioni. La fuga degli Indiani al sud del Rio Negro, ove in quella vasta ed ignota regione sarebbero salvi, è impedita da un trattato coi Tehuelches a questo scopo, che Rosas li paga moltissimo per uccidere ogni indiano che passa al sud del fiume, ma se essi cadono ciò facendo, vengono sterminati. La guerra principalmente si fa presso gl’Indiani che stanno vicino alle Cordigliere; perchè molte tribù di questo versante orientale combattono insieme a Rosas. Tuttavia il generale, come lord Chesterfield supponendo che i suoi amici possano un giorno divenir suoi nemici, li mette sempre nelle prime file, cosicchè il loro numero si va ognora diradando. Dopo aver lasciato l’America meridionale, abbiamo udito che questa guerra d’esterminio ha completamente fallito.

Fra le fanciulle prigioniere prese nello stesso scontro si trovavano due bellissime spagnuole che erano state rapite da bambine dagli Indiani, e non sapevano parlare altra lingua che la indiana. Da quello che dicevano, dovevano venire da Salta; alla distanza in linea retta di quasi 1000 miglia. Questo può dare un’idea dell’immenso territorio sul quale si vanno aggirando gl’Indiani; tuttavia, per quanto grande esso sia, credo che fra mezzo secolo non vi sarà più un indiano selvaggio al nord di Rio Negro. La guerra è troppo sanguinosa per durare a lungo; i cristiani uccidono ogni indiano e questi fanno lo stesso coi cristiani. È penoso osservare di quanto gli Indiani abbiano dovuto arrestarsi dinanzi alla dominazione spagnuola. Schirdel[37] dice che nel 1535, quando venne fondata Buenos Ayres, vi erano villaggi popolati da due o tre mila abitanti. Anche nel tempo di Falconer 1750 gli Indiani facevano irruzione fino a Luxan, ad Areco, e ad Arrecife, ma ora sono stati respinti al di là del Salado. Non solo intere tribù sono state sterminate, ma gli Indiani che son rimasti sono diventati più barbari. Invece di vivere in grandi villaggi dando opera alla pesca ed alla caccia, essi ora girano per le aperte pianure senza case e senza occupazioni fisse.

Ho udito qualche ragguaglio di uno scontro che ebbe luogo, alcune settimane prima di quello menzionato a Cholechel. È questo un posto importantissimo essendovi un guado pei cavalli e fu in conseguenza per qualche tempo il quartier generale di una divisione dell’armata. Quando le truppe vi giunsero per la prima volta, vi trovarono una tribù d’Indiani, dei quali ne uccisero una ventina o una trentina. Il cacico si salvò in un modo meraviglioso. I capi Indiani hanno sempre uno o due cavalli legati che tengon pronti per ogni occasione urgente. In una di queste il cacico balzò sopra un vecchio cavallo bianco prendendo con sè un suo bambino. Il cavallo non aveva nè sella nè briglia. Per sfuggire alle palle l’indiano cavalcava nel modo particolare alla sua nazione; vale a dire tenendo un braccio al collo del cavallo e con una gamba sola sul dorso. Sospeso in tal modo, egli accarezzava il capo del cavallo e gli parlava. I persecutori fecero ogni sforzo nella caccia; il comandante mutò tre volte di cavallo, ma invano; il vecchio indiano col suo figlio furono liberi.

Che bel quadro ci possiamo formar nella mente: la nuda ed abbronzata figura del vecchio indiano col suo bambino, cavalcando come Mazzeppa sopra un cavallo bianco, lasciando lontano l’orda dei persecutori!

Vidi un giorno un soldato batter l’acciarino per far fuoco con un pezzo di selce che riconobbi subito essere un pezzo della punta di una freccia. Mi disse di averlo trovato presso l’isola di Cholechel, e che spesso ne aveva colà trovato. Era lungo da metri 0,05 a 0,07, quindi, due volte più grande di quelli che si adoperano ora alla Terra del Fuoco; era fatta di selce opaca giallognola, ma la punta e le barbe erano state volontariamente tolte via. Si sa benissimo che ora nessun indiano dei pampas adopera arco o freccie. Credo che convenga eccettuarne una piccola tribù nella Banda Oriental; ma essi sono molto lontani dagli Indiani dei Pampas e stanno vicini a quelle tribù che abitano le foreste e non possiedono cavalli. Sembra quindi che queste punte di freccie siano antiche reliquie degli Indiani[38] prima del gran mutamento succeduto nei loro costumi per l’introduzione dei cavalli nel sud dell’America.


 
CAPITOLO VI.
DA BAHIA BLANCA A BUENOS-AYRES.

Partenza per Buenos-Ayres - Rio Sauce - Sierra Ventana - Terza posta - Cavalli da tiro - Bolas - Pernici e Volpi - Profilo del paese - Piviere dalle lunghe gambe - Terutero - Uragano di grandine - Recinti naturali nella Sierra Tapalguen - Carne di Puma - Regime di carne - Guardia del Monte - Effetti del bestiame sulla vegetazione - Cardi - Buenos-Ayres - Corral dove si macella il bestiame.

Settembre 8. - Presi a mio servizio un Gaucho per accompagnarmi nel mio viaggio a Buenos Ayres; ottenni questo con una certa difficoltà, perchè il padre di quest’uomo aveva paura di lasciarlo andare, e un altro che sarebbe venuto volentieri mi fu descritto come così pauroso che temetti di prenderlo con me, perchè mi dissero che anche quando vedeva uno struzzo in distanza lo scambiava con un indiano e fuggiva come il vento. Per giungere a Buenos-Ayres ci sono circa quattrocento miglia in mezzo ad un paese disabitato. Partimmo di buon’ora al mattino; essendo saliti poche centinaia di metri dal bacino di erba verde sul quale sta Bahia Blanca, entrammo in una vasta e desolata pianura. Essa si compone di una roccia sminuzzata argilloso-calcarea, la quale per la natura asciutta del clima non produce che pochi sparsi cespiti di erba avvizzita, senza che un arboscello od un albero rompano quella monotona uniformità. Il tempo era bello ma l’atmosfera era nebbiosa; io credeva che significasse l’avvicinarsi di un temporale, ma i Gauchos mi dissero che ciò derivava dal fatto che la pianura a qualche grande distanza nell’interno era incendiata. Dopo una lunga galoppata, e dopo aver cambiato due volte i cavalli, giungemmo a Rio Sauce; esso è un fiumicello profondo, rapido, e di una larghezza non maggiore di metri 7,50.

La seconda posta sulla strada di Buenos-Ayres è collocata sulle rive di esso; un po’ al di sopra vi è un guado per i cavalli dove l’acqua non giunge loro al ventre; ma tolto questo punto quel fiume nel suo corso verso il mare è al tutto impraticabile, e quindi forma una utilissima difesa contro gli Indiani. Per quanto insignificante sia questo fiumicello, il gesuita Falconer, di cui le informazioni sono generalmente esattissime, lo descrive come un fiume notevole che ha origine alle Cordigliere. Riguardo a questa origine non credo la cosa esatta, perchè il Gaucho mi assicurò che nel mezzo dell’estate asciutta, questo corso d’acqua, contemporaneamente col Colorado, ha periodici straripamenti, che possono solo avere origine dalla neve che si scioglie sulle Ande. È sommamente improbabile che un corso d’acqua tanto piccolo quanto era allora il Sauce, possa attraversare tutta la larghezza del continente; e invero, se fosse il residuo di un gran fiume, le sue acque sarebbero, come in altri casi, ben riconosciute salmastre. Durante l’inverno, dobbiamo considerare tutte le sorgenti che scaturiscono intorno alla Sierra Ventana come le sorgenti di quel liquido e puro fiumicello. Suppongo che le pianure della Patagonia, come quelle dell’Australia, siano percorse da molti fiumicelli, i quali compiono il loro ufficio solo durante certi periodi. Probabilmente questo è il caso per l’acqua che si versa nel Capo di Porto Desiderio, e parimenti col Rio Chiupat sulle rive del quale furono trovate, dagli ufficiali addetti alla spedizione, masse di scorie sommamente celluliformi.

Siccome quando arrivammo era ancora di buon’ora nel pomeriggio, prendemmo cavalli freschi ed un soldato per guida e partimmo per la Sierra de la Ventana. Questa montagna è visibile dall’ancoraggio di Bahia Blanca; ed il capitano Fitz-Roy calcola che la sua altezza era di circa 1000 metri; altitudine notevolissima per questa parte orientale del continente. Non mi risulta che un forestiero qualunque prima della mia visita abbia fatto l’ascensione di questa montagna; ed in vero pochissimi soldati a Bahia Blanca sapevano gran cosa intorno ad essa. Quindi udimmo parlare di strati carboniferi, di argento e d’oro, di caverne e di foreste, cose tutte che infiammarono la mia curiosità, solo per darmi poi un disinganno. La distanza dalla posta era di circa sei leghe, sopra una livellata pianura della stessa natura di prima. La gita fu tuttavia interessante perchè il monte cominciava a mostrare la sua vera forma. Quando giungemmo al piede del rilievo principale, ebbimo molta difficoltà a trovare un po’ d’acqua, e credevamo di dover passare la notte senza trovarne affatto. Alla fine ne scoprimmo un poco guardando da vicino il monte, perchè alla distanza anche di pochi metri, i rivoletti erano sotterrati e al tutto perduti in mezzo alla pietra friabile calcare, ed ai minuti detriti. Non credo che la natura abbia mai prodotto un ammasso di roccie più desolato e più solitario - merita invero il nome di Hurtado, vale a dire separato. Il monte è ripido, sommamente scosceso e rotto, quindi sprovvisto di alberi, ed anche di arboscelli, per cui non potemmo trovare neppure uno stecco per mettere la nostra carne sulla fiamma di steli di cardoni[39]. Lo strano aspetto di questo monte è contrastato dalla pianura somigliante al mare, che non solo giunge fino ai suoi fianchi scoscesi, ma parimenti ne separa le file parallele. L’uniformità del colore dà al paesaggio un aspetto sommamente tranquillo, mentre il bigio bianchiccio della roccia quarzosa ed il bruno chiaro dell’erba appassita della pianura non sono rotte da nessuna tinta più vivace. Consentaneamente in vicinanza di un alto e maestoso monte si è soliti a vedere un paese accidentato, sparso di grossi frammenti. Qui la natura mostra che l’ultimo movimento prima che il letto del mare si cambiasse in terra asciutta può talvolta essere molto tranquillo. In quelle circostanze era curioso il vedere fino a qual distanza si sarebbero trovati ciottoli della roccia principale. Sulla spiaggia di Bahia Blanca, e presso allo stabilimento, ve ne erano alcune di quarzo, le quali certamente dovevano essere venute da questa sorgente; la distanza è di quarantacinque miglia.

La rugiada che sul principio della notte inumidì le coperte della sella sotto le quali dormivamo, era al mattino gelata. La pianura, sebbene apparisse orizzontale, andava insensibilmente salendo fino ad un’altezza da 250 a 300 metri sul livello del mare. Al mattino (9 settembre), la guida mi disse di salire sul rialzo più vicino, il quale, egli credeva mi avrebbe condotto alle quattro punte che coronano la cima. L’arrampicarsi su quelle roccie scoscese era molto faticoso; i fianchi erano così dirupati, che quello che si guadagnava in cinque minuti si perdeva negli altri cinque susseguenti. Finalmente quando giunsi sulla sommità di questo rialzo rimasi sommamente deluso trovando che una precipitosa valle tagliava trasversalmente la catena in due e mi separava dalle quattro punte. Questa valle è strettissima, ma col fondo piano, e forma un eccellente passaggio pei cavalli degli Indiani, perchè unisce le pianure del lato settentrionale con quelle del lato meridionale di questa catena. Essendo sceso, e mentre stava attraversandolo, vidi due cavalli pascolare; immediatamente mi nascosi nell’erba altissima, e mi misi ad osservare, ma non avendo veduto nessun segno di Indiani, continuai con somma cautela la mia seconda ascensione. Era già tardi, e questa parte del monte, come l’altra, era scoscesa e dirupata. Alle due giunsi alla cima della seconda punta, ma questo con somma difficoltà. Ogni 20 metri mi veniva il crampo alla parte superiore delle coscie, tantochè temeva di non poter più scender nuovamente. Era anche necessario tornare per un’altra strada, siccome non si poteva neppure pensare di far a meno dei cavalli. Dovetti quindi abbandonare il pensiero di salire sulle due punte più alte. Del resto la loro altezza era di poco maggiore, e lo scopo geologico era raggiunto, quindi non valeva la pena di correre il rischio di una nuova fatica. Suppongo che la ragione dei crampi fosse il grande mutamento nel modo di azione muscolare, dal faticoso cavalcare all’arrampicare ancor più faticoso. È una lezione degna d’esser ricordata perchè in alcuni casi può cagionare gravi difficoltà.

Ho già detto che il monte è composto di roccia quarzosa bianca, alla quale sta unita ardesia cretacea brillante. All’altezza di poche centinaia di metri sulla pianura, chiazze di conglomerati aderivano in certi punti alla roccia solida. Nella durezza e nella natura del cemento rassomigliavano ai massi che si vedono giornalmente formarsi sopra alcuni punti. Non dubito che questi ciottoli vennero aggregati in un modo simile, durante il periodo in cui la grande formazione calcarea stava depositandosi intorno al mare circostante. Possiamo credere che le foggie scoscese e dirupate del duro quarzo mostrano ancora gli effetti delle onde di un vasto oceano.

Nel complesso rimasi deluso da quest’ascensione. Anche la vista era insignificante; una pianura simile al mare, ma senza il suo bel colore e senza il suo profilo definito. Tuttavia la scena era nuova, ed un po’ di pericolo, come il sale sulla carne, le dava un certo gusto. Che il pericolo fosse molto piccolo, era dimostrato dal fatto che i miei compagni facevano un buon fuoco, cosa che non si fa mai quando si sospetta che gl’Indiani siano nel contorno. Giunsi al mio bivacco al tramonto, e dopo aver bevuto molto matè e fumato parecchi sigaritos, apparecchiai il mio letto per la notte. Il vento era violentissimo e freddo, ma con tuttociò non ho mai dormito così bene.

Settembre 10. - Al mattino, dopo aver sfuggito un temporale, giungemmo sul far del giorno alla costa del Sauce. Sulla strada vedemmo molti cervi ed un guanaco presso il monte. La pianura che confina colla Sierra, è attraversata da certe strane fosse di cui una larga circa 6 metri e profonda almeno 10; fummo quindi obbligati a fare un giro notevole per poter trovare un passaggio. Passammo la notte alla posta e la conversazione, come è generalmente il caso, si aggirò sugli Indiani. La Sierra Ventana era tempo fa un luogo molto frequentato, e tre o quattro anni or sono, vi avvennero molti combattimenti. La mia guida era stata presente all’uccisione di molti Indiani; le donne fuggirono sulla cima del rialzo e si difesero disperatamente con grosse pietre: molte in tal modo si salvarono.

Settembre 11. - Continuai il viaggio alla terza posta in compagnia del tenente che la comandava. La distanza si dice essere di quindici leghe, ma questa misura è soltanto presuntiva, e molto esagerata. La strada presentava poco interesse, in mezzo ad una pianura coperta di erba secca; alla nostra sinistra, ad una distanza più o meno grande sorgevano alcune basse colline: una continuazione delle quali attraversammo appunto vicino alla posta. Prima di arrivare incontrammo una grande mandra di cavalli e di bovine custoditi da 15 soldati; ma ci dissero che molti erano andati perduti. È difficilissimo far viaggiare gli animali nella pianura; perchè di notte l’avvicinarsi di un puma od anche di una volpe fa sì che i cavalli si disperdono in ogni direzione; anche un temporale fa lo stesso effetto. Poco tempo prima un ufficiale partì da Buenos-Ayres con 500 cavalli. e quando giunse all’armata ne aveva meno di venti.

Poco dopo, da una nuvola di polvere ci accorgemmo che una schiera di uomini a cavallo ci veniva incontro; i miei compagni anche da lontano li riconobbero per Indiani, dai lunghi capelli che cadevano loro sulle spalle. In generale gli Indiani si cingono il capo con una benda, ma non lo coprono mai, e i loro neri capelli che sventolano intorno alle loro facce abbronzate accrescono in sommo grado l’aspetto selvaggio della loro fisonomia. Si riconobbe essere una schiera appartenente ad una tribù amica, quella di Bernanzio che si dirigeva alla salina per prendere sale. Gli Indiani mangiano molto sale, e i loro bambini lo succhiano come se fosse zucchero; in ciò differiscono molto dai Gauchos Spagnoli, i quali mentre conducono lo stesso genere di vita, ne mangiano pochissimo: secondo Mungo Park, vi è gente che vive di cibo vegetale, ed ha un desiderio invincibile di sale. Gli Indiani ci salutarono allegramente mentre ci passavan vicino galoppando; si spingevano innanzi un branco di cavalli, ed erano seguiti da buon numero di magri cani.

Settembre 12 e 13. - Rimasi a questa posta due giorni aspettando una compagnia di soldati, i quali, siccome il generale Rosas ebbe la bontà di dirmi, andavano a Buenos-Ayres; il generale stesso mi consigliò di prendere quella occasione per esser scortato. Al mattino andammo a cavallo sulle colline circostanti per vedere il paese ed esaminarne la geologia. Dopo pranzo i soldati si divisero in due schiere per far prova di abilità colle bolas. Due lancie vennero piantate nel terreno alla distanza di 35 metri, ma venivano colpite e ravvolte una volta sola ogni quattro o cinque. Le palle possono venir lanciate da 50 a 60 metri; ma con poca certezza di riuscita. Questo tuttavia non si applica ad un uomo a cavallo, perchè quando la velocità del cavallo si aggiunge alla forza del braccio si dice che possono venir slanciate con buon effetto alla distanza di 80 metri. Come prova della loro forza posso riferire, che alle isole Falkland quando gli Spagnuoli uccisero alcuni loro compatriotti e tutti gli Inglesi, un giovane spagnuolo amico di questi stava fuggendo, allorchè un uomo di alta statura per nome Luciano, gli corse dietro galoppando, gridandogli di fermarsi, aggiungendo che non voleva altro che dirgli una parola. Precisamente quando lo Spagnuolo stava sul punto di giungere alla barca, Luciano slanciò le palle, queste lo colpirono nelle gambe con tal forza, che lo gettarono a terra, lasciandolo per qualche tempo privo dei sensi. Dopo che Luciano ebbe fatto il suo discorso, l’uomo fu lasciato fuggire. Egli ci disse che le sue gambe erano segnate di grandi solchi nel luogo dove la corda si era avvoltolata, come se avesse ricevuto dei colpi di frusta. Sul mezzogiorno arrivarono due uomini che portavano un biglietto della prossima posta per essere spedito al generale, cosicchè oltre questi due, la nostra compagnia si componeva quella sera di me, della mia guida, del tenente e dei suoi quattro soldati. Questi ultimi erano esseri strani; il primo era un bel giovane nero; un secondo meticcio di indiano e di nero, e gli altri due indescrivibili; cioè un vecchio minatore del Chilì color mogano, ed un altro in parte mulatto. Ma non aveva mai veduto due meticci come questi, forniti di più detestabile espressione del viso, A sera, allorchè si sedettero vicino al fuoco per giuocare alle carte, mi allontanai un poco per osservar quella scena degna di Salvator Rosa. Siccome eran seduti sotto un vasto dirupo, così io poteva vederli dall’alto; intorno ad essi v’erano cani, armi, avanzi di cervi e di struzzi; e le loro lunghe lancie piantate nel terreno. Un po’ più indietro nel buio i loro cavalli erano attaccati a piuoli, pronti ad ogni pericolo inaspettato. Se il silenzio della desolata pianura veniva interrotto dai latrati dei cani, un soldato abbandonava il fuoco, appoggiava il capo sul terreno ed esplorava in tal modo lentamente l’orizzonte. Anche se il rumoroso terutero faceva udire il suo grido, la conversazione si fermava, per un momento ogni testa rimaneva inclinata. Quale vita miserabile menano ai nostri occhi questi uomini! Essi erano almeno 10 leghe lontani dalla posta del Sauce, e dopo il massacro fatto dagli Indiani, 20 leghe da un’altra. Si supponeva che gli Indiani avessero fatto la loro aggressione nel mezzo della notte, perchè di buon’ora il mattino dopo il massacro furono veduti per buona sorte avvicinarsi a questa posta. Tutta la brigata che si trovava qui, riuscì perciò a fuggire con un branco di cavalli; ogni uomo ne legò parecchi assieme conducendone quanto più poteva.

La capannuccia fatta di steli di cardi, nella quale passammo la notte, non ci riparava nè dal vento, nè dalla pioggia; anzi in quest’ultimo caso l’unico ufficio del tetto era quello di radunarla in goccie più grosse. Non avevano altro cibo che quello che potevano cacciare, come struzzi, cervi, armadilli, ecc., e tutto il loro combustibile si componeva degli steli secchi di una pianticella somigliante in certo modo all’aloe. Il solo lusso di questi uomini era di fumare sigariti e di succhiare il matè. Mi pareva allora che gli avvoltoi, i quali sono compagni all’uomo in queste aride pianure, mentre si posavano sulle collinette circostanti, sembrassero dire con la loro pazienza: «Ah! quando verranno gli Indiani a procurarci un festino!»

Al mattino partimmo per la caccia e, sebbene non v’abbiamo avuto grande successo, vi fu qualche bel colpo. Poco dopo la partenza, la compagnia si separò, deliberando che ad un certo punto del giorno (e nel presceglierlo mostrarono molta abilità) tutti si sarebbero incontrati dai differenti punti della bussola sopra una spianata, spingendo colà in tal modo gli animali selvatici. - Un giorno andai a caccia a Bahia Blanca, ma gli uomini colà si disposero cavalcando in semicerchio, lontani uno dall’altro circa trecento metri. Un bello struzzo maschio essendo cacciato innanzi da uno dei cavalieri della prima fila, cercò di fuggire da un lato, i Gauchos lo inseguirono senza posa facendo girare i loro cavalli meravigliosamente e facendo girare intorno al loro capo le bolas. Alla fine quello che era più innanzi le slanciò facendole girare nell’aria; in un momento lo struzzo rotolò per terra; le sue gambe erano state ravvolte dalla funicella.

Le pianure abbondano di tre specie di pernici[40], due delle quali sono grosse come le femmine dei fagiani. Il loro nemico, una piccola e graziosa volpe, era pure singolarmente numeroso; nel corso del giorno ne incontrammo almeno 40 o 50. In generale stanno vicino alle loro tane, ma i cani ne uccisero una. Tornati alla posta, trovammo due della brigata, i quali avevano cacciato da soli. Avevano ucciso un puma e trovato un nido di struzzo con 27 uova. Si dice che ognuna di queste uova uguaglia in peso 11 uova di gallina, così da questo solo nido ottennero una quantità di cibo uguale a quella che ci avrebbero dato 297 uova di galline.

Settembre 14. - Siccome i soldati appartenenti alla prossima posta dovevano ritornarvi, e tutti insieme formavano una brigata di cinque uomini ben armati, mi determinai di non aspettare le truppe che dovevano venire. Il tenente mio ospite, mi faceva mille istanze perchè mi fermassi ancora. Siccome era stato con me cortesissimo, procurandomi non solo il cibo, ma imprestandomi anche i suoi cavalli - io voleva in qualche modo rimunerarlo. Ne parlai colla mia guida, la quale mi disse di non farne assolutamente nulla; che la sola risposta che avrei probabilmente ricevuto sarebbe stata questa: «Abbiamo nel nostro paese tanta carne da darne al cani, e quindi non è il caso di risparmiare per un cristiano». Non bisogna supporre che il grado di tenente in un esercito come quello fosse la causa del suo ricusare pagamento; era soltanto un sentimento elevato dell’ospitalità che ogni viaggiatore deve riconoscere come quasi universale in questi paesi. Dopo aver galoppato per alcune leghe, giungemmo in una bassa e pantanosa pianura, che si estende per quasi ottanta miglia al nord, fino alla Sierra Tapalguen. In alcune parti vi erano bei piani umidi, coperti d’erba, mentre in altri il terreno era molle, nero e torboso. Vi erano pure molti laghi vasti e profondi, e grandi canneti. Il paese nel complesso rassomigliava a certe parti pantanose della provincia di Cambridge in Inghilterra. A notte avemmo una certa difficoltà a trovare, in mezzo a quei paduli, un luogo asciutto pel nostro bivacco.

Settembre 15. - Alzati di buon’ora nel mattino attraversammo poco dopo la posta ove gli Indiani avevano ucciso i cinque soldati. L’ufficiale aveva diciotto ferite di chuzo sul corpo. Nel mezzo del giorno, dopo una dura galoppata, si giunse alla quinta posta, ove per qualche difficoltà nell’ottenere cavalli, passammo la notte. Siccome questo punto era quello più esposto di tutta la linea, vi erano di stazione ventun soldati. Al tramonto essi tornarono dalla caccia, recando con loro sette cervi, tre struzzi, molti armadilli e molte pernici.

Quando si va a cavallo per la campagna, si suole comunemente dar fuoco alla pianura; e quindi la notte, come in questa occasione l’orizzonte era illuminato in parecchi punti da un brillante incendio. Questa pratica si fa in parte per distruggere ogni traccia agli Indiani, ma principalmente per migliorare i pascoli. Nelle pianure erbose ove non stanno i quadrupedi ruminanti più grossi, sembra necessario distruggere col fuoco ogni vegetazione superflua, onde rendere migliore quella dell’anno seguente.

In questo luogo il Rancho, non aveva neppure il tetto, ma si componeva di una fila di steli di cardi onde rompere la forza del vento. Era collocato sulla sponda di un largo e profondo lago, brulicante di uccelli, fra i quali spiccava il cigno col collo nero. Quella specie di piviere che sembra montato sui trampoli (Himantopus nigricollis), è qui comune in grossi branchi. È stato a torto accusato di mancar di eleganza; quando passa nell’acqua profonda, che è il suo luogo di predilezione, i suoi movimenti sono tutt’altro che sgarbati. Questi uccelli quando sono in branco mandano un rumore che rassomiglia singolarmente al grido di alcuni piccoli cani in piena caccia; quando mi svegliava la notte, fui più di una volta scosso per un momento a quel suono lontano. Il teru-tero (Vanellus cayanus) è un altro uccello, che sovente interrompe la quiete della notte. Nell’aspetto e nei costumi rassomiglia per molti riguardi alla nostra pavoncella; ma le sue ali sono armate di acuti sproni, come quelli delle zampe del gallo comune. Come la nostra pavoncella in alcune lingue d’Europa piglia il nome del suo grido, così è del teru-tero. Chi viaggia a cavallo sull’erbosa pianura, è costantemente inseguito da questi uccelli, che sembrano odiare l’uomo e meritano certamente di essere odiati pel loro continuo, monotono ed aspro grido. Tornano molto molesti al cacciatore, avvertendo ogni uccello ed ogni altro animale del suo avvicinarsi; al viaggiatore è possibile che siano utili, come dice Molina, dandogli avviso di qualche ladro notturno. Durante la nidificazione cercano come le nostre pavoncelle, di fingersi feriti per allontanare dal nido i cani e gli altri nemici. Le uova di questo uccello sono considerate come una grande leccornia.

Settembre 16. - Siamo alla settima posta ai piedi della Sierra Tapalguen. Il paese era al tutto piano, coperto di un’erba grossolana e di un terreno torboso e soffice. La capanna qui era notevolmente pulita, i pali e il tetto erano fatti di fascetti di steli di cardoni legati assieme con una cinghia di cuoio; e per sostenere queste colonne in certo modo coniche, il tetto e le pareti erano rivestite di canne. Ci fu qua raccontato un fatto, al quale non avrei dato fede, se non ne avessi avuto in parte una prova oculare; cioè, che nella notte precedente era caduta una grandine grossa come piccole mele, e sommamente dura e tanto violenta da uccidere buon numero di animali selvatici. Uno degli uomini aveva già trovato tredici cervi (Cervus campestris) morti, ed io vidi la loro pelle fresca; un altro della brigata pochi momenti dopo il mio arrivo ne portò ancora sette. Ora io so molto bene che un uomo senza cani può appena uccidere sette cervi in una settimana. Quegli uomini credevano di aver veduto circa quindici struzzi morti (una parte di uno di questi ci fornì il pranzo), ed essi aggiunsero di averne veduti molti correre qua e là evidentemente acciecati od orbati d’un occhio. Un gran numero di uccelli più piccoli, cioè anatre, avvoltoi e pernici rimase ucciso. Vidi una di queste ultime con un segno nero sul dorso, come se fosse stata colpita da un ciottolo. Uno steccato di steli di cardone che stava intorno alla capanna venne quasi gettato giù, e quello che mi dava questi ragguagli avendo messo fuori il capo per vedere cosa fosse, ne ebbe una profonda ferita per la quale porta tutt’ora la testa bendata. Dicevasi il temporale essere scoppiato in un sito limitato; certamente l’ultima notte del nostro bivacco vedemmo in quella direzione una densa nuvola con molti lampi. È strano come animali così grossi come i cervi abbiano potuto rimanere uccisi; ma non ho alcun dubbio, dalle prove che ho riferito, che questo racconto sia stato punto esagerato. Tuttavia son lieto che sia reso maggiormente credibile dalla testimonianza del gesuita Drobrizhoffer, il quale, parlando di una regione molto al nord, dice che era colà caduta una grandine enorme, ed aveva ucciso molto bestiame; gli Indiani quindi chiamarono quel luogo Lalegraicavalca che vuol dire: «le piccole cose bianche». Il dottor Malcolmson, pure mi informa che egli fu testimonio durante l’anno 1831 nell’India di un uragano di grandine tanto grossa che uccise molti grandi uccelli e ferì buon numero di bestiame. Quei grani erano piatti ed uno aveva la circonferenza di 26 centimetri, ed un altro pesava 60 grammi. Essi scavarono una passeggiata di ciottolini come le palle di un fucile e passarono in mezzo ai vetri delle finestre, facendo un buco rotondo, ma senza romperli.

Avendo terminato il nostro desinare di carne colpita dalla grandine, attraversammo la Sierra Tapalguen; catena di basse colline di un centinaio di metri d’altezza; che comincia al Capo Corrientes. La roccia in questa parte è di puro quarzo; più verso l’est mi accorsi che era granitica. Le colline sono di una forma notevole; esse son fatte di tanti altipiani piatti, circondati da bassi dirupi perpendicolari come se fossero di strati superiori di un deposito sedimentario. La collina sulla quale salii era piccolissima, non superava i 200 metri di diametro; ma ne vidi altre più grandi. Una che si chiama il Corral dicesi abbia un diametro di due o tre miglia e sia circondata da dirupi perpendicolari alti 10 a 12 metri, tranne in un punto dove v’ha un passaggio. Falconer dà un curioso ragguaglio degli Indiani che spingono colà i cavalli selvaggi, e poi custodendo l’entrata li tengono al sicuro. Non ho udito mai altro esempio di un altipiano in una formazione di quarzo, e che nella collina che io esaminai, non aveva nè fenditure nè stratificazioni. Mi fu detto che la roccia del Corral era bianca e mandava fuoco. Solo a notte fatta giungemmo alla posta del Rio Tapalguen. A cena da qualche parola udita fui compreso d’un tratto d’orrore pensando che io mangiava una delle pietanze favorite del paese, cioè un vitello mezzo formato prima della sua nascita; invece di un vitello era un puma; la carne è bianchissima e rassomiglia a quella del vitello nel sapore. Il dottor Shaw fu deriso per aver detto che «la carne del leone è molto stimata avendo una certa affinità con quella del vitello nell’odore, nel sapore e nel colore». Certamente questo è il caso pel puma. I Gauchos sono di varia opinione intorno alla commestibilità del giaguaro, ma sono unanimi nel dire che il gatto è eccellente.

Settembre 17. - Seguimmo il corso del Rio Tapalguen, in mezzo ad una regione fertilissima fino alla nona posta. Tapalguen, o la città di Tapalguen se così si può chiamare, si compone di una pianura perfettamente livellata, tutta guarnita, a perdita di vista, di toldos o capanne a mo’ di forno, degli Indiani. Le famiglie degli Indiani alleati che combattevano al fianco di Rosas, risiedevano colà. Incontrammo molte giovani donne indiane che cavalcavano due o tre insieme sullo stesso cavallo; esse, con molti giovani, erano notevolmente belle, rappresentando la loro fresca carnagione la salute. Oltre i toldos, vi erano tre ranchos, uno abitato dal comandante, gli altri due da Spagnuoli che tenevano bottegucce.

Comprammo qui un po’ di biscotto; io ero stato parecchi giorni senza assaggiare altro che carne; questo nuovo regime non mi dispiaceva per nulla; ma sentiva che sarebbe stato più favorevole se fosse stato accompagnato da un forte esercizio. Ho sentito dire che alcuni ammalati in Inghilterra, ai quali era consigliato un regime esclusivamente animale, anche colla speranza di salvar la vita, non avevano guari potuto tollerarlo. Tuttavia il Gaucho nei Pampas, non assaggia per lunghi mesi che carne di bue. Ma essi mangiano, dico io, una grande quantità di grasso, che è di una natura meno analizzata, e particolarmente non amano la carne magra, come quella dell’aguti. Il dottor Richardson parimenti ha osservato che «quando le persone hanno mangiato per lungo tempo soltanto cibo animale, il desiderio di mangiare del grasso diviene così insaziabile, che possono consumare una gran quantità di grasso oleoso solo senza provar nausea»; questo mi sembra un curioso fatto fisiologico. È forse per questo loro regime di carne che i Gauchos, come altri animali carnivori, possono stare un certo tempo senza cibo. Mi fu detto che a Tandeel, alcuni soldati inseguirono volontariamente una schiera di Indiani per tre giorni senza mangiare nè bere.

In quelle botteghe vedemmo molti articoli, come coperte da cavallo, cinture, legacci da calze, tessuti dalle donne indiane. I disegni erano graziosissimi, e i colori brillanti; il lavoro dei legacci era tanto buono che un negoziante inglese a Buenos-Ayres asseriva che erano stati fatti in Inghilterra, finchè si accorse che i fiocchetti erano stati legati con tendini spaccati.

Settembre 18. - Oggi abbiamo avuto una lunga cavalcata. Alla dodicesima posta che è sette leghe al sud del Rio Salado, giungemmo alla pianura estencia ove si trova bestiame bovino e donne bianche; dopo di quella dovemmo attraversare molto paese inondato dalle acque, che giungevano alle ginocchia dei nostri cavalli. Incrociando le staffe e cavalcando come gli Arabi colle gambe in su, giungemmo a rimanere abbastanza asciutti. Era quasi notte quando giungemmo al Rio Salado. Il fiume era profondo e largo circa 40 metri; in estate però il suo letto diviene quasi asciutto, e quel po’ d’acqua che rimane, è quasi tanto salata come quella del mare. Passammo la notte in uno dei grandi poderi del generale Rosas; è tanto esteso e così fortificato, che giungendo nel buio della notte, credetti che fosse una città o una fortezza; al mattino vedemmo immense mandre di bestiame, possedendo qui il generale 74 leghe quadrate di terreno. Dapprima questo suo podere era occupato da 300 uomini, ed essi sfidavano ogni aggressione degli Indiani.

Settembre 19. - Abbiamo oltrepassata Guardia del Monte. È questa una graziosa, piccola città molto raggruppata, con molti giardini pieni di peschi e di meli cotogni. La pianura qui rassomiglia molto a quella intorno a Buenos-Ayres; essendo l’erba corta e di un bel verde con distese di cedrangole e di cardi, e con tane di viscaccie. Fui molto colpito dal mutamento del paese, dopo d’avere attraversato il Salado. - Da un’erba grossolana, eravamo passati ad un bel tappeto di erbe verdi. Dapprima io attribuiva questo fatto a qualche mutamento della natura del suolo; ma gli abitanti mi assicurarono che qui, come a Banda Oriental, dove v’ha tanta differenza tra il paese intorno a Montevideo e le Savanne scarsamente abitate di Cologna, questo fatto si deve attribuire al concimare ed al pascolo del bestiame. Precisamente lo stesso fatto è stato osservato nelle praterie del Nord America[41] dove l’erba grossolana alta da 1,50 a metri 2, quando è pascolata dal bestiame, si muta in un terreno pastorizio comune. Io non sono sufficentemente botanico per dire se il mutamento qui sia dovuto all’introduzione di nuove specie, all’alterazione avvenuta nel crescere di alcune, o alla differenza del loro numero proporzionale. Azara osservò parimenti con meraviglia questo mutamento, egli pure è molto incerto intorno alla vista inaspettata di piante che non s’incontrano nel contorno, ma soltanto sul limite dei sentieri che conducono a capanne nuovamente costrutte. In un’altra parte egli dice[42]: «ces chevaux (sauvages) ont la manie de préferer les chemins, et les bords des routes pour déposer leurs excrement, dont on trouve de monceaux dans ces endroits».

Non spiega forse ciò in parte questo fatto? Noi così abbiamo linee di terra riccamente concimata che servono come di canali di comunicazione attraverso ampie regioni.

Presso Guardia trovammo il limite meridionale di due piante europee divenute ora comunissime. Il finocchio copre largamente le sponde delle fosse del contorno di Buenos-Ayres e di Montevideo. Ma il cardo[43] (Cynara cardunculus) ha un’area molto più estesa; s’incontra in queste latitudini dalle due parti delle Cordigliere attraverso il continente. Lo trovi in luoghi non frequentati nel Chilì, Entre Rios e Banda Oriental. In quest’ultimo paese, molte (probabilmente parecchie centinaia) miglia quadrate, sono coperte da una massa di queste piante pungenti e riescono quindi impenetrabili al corpo degli uomini e degli animali. Sopra le pianure ondulate ove s’incontrano queste distese di piante, non vi può vivere null’altro. Tuttavia prima della loro introduzione la superfice deve avere portato come in altre parti un’erba comune. Io non so se vi sia notizia di un caso come questo dell’invasione in così grande scala di una pianta straniera sulle indigene. Come ho già detto in nessun luogo vidi il cardo a mezzodì del Salado: ma è probabile che in proporzione che il paese viene abitato il cardo ristringerà i sui limiti. Il caso è differente col cardo selvatico gigantesco, dalle foglie variegate dei Pampas, perchè lo incontrai nella valle del Sauce. Secondo i principii tanto bene esposti dal signor Lyell, pochi paesi hanno sopportato mutamenti più notevoli dall’anno 1535 allorchè i primi coloni dalla Plata sbarcarono con 72 cavalli. Le innumerevoli mandre di cavalli, di bovini e di pecore, non solo hanno alterato tutto l’aspetto della vegetazione, ma hanno quasi bandito il guanaco, il cervo e lo struzzo. Numerosi altri mutamenti debbono pure essere seguiti, il maiale selvatico in alcune parti probabilmente si sostituisce al peccari; branchi di cani selvatici si sentono ora abbaiare sulle sponde boscheggiate dei corsi di acqua meno frequentati, e il gatto comune mutatosi in un animale più grosso e più feroce abita le colline rocciose. Come ha osservato il signor d’Orbigny, l’accrescimento del numero degli avvoltoi, dacchè vennero introdotti gli animali domestici, deve essere sommamente grande, ed abbiamo riferito le ragioni che fanno credere che essi abbiano allargato la loro cerchia meridionale. Non v’ha dubbio che molte piante, oltre il cardo ed il finocchio, sono divenute indigene; quindi le isole presso la foce del Parana sono fittamente ricoperte di alberi di pesche e di arancie, che nascono dai semi portati colà dalle acque del fiume.

Mentre stavamo cambiando i cavalli a Guardia, molte persone ci interrogarono curiosamente intorno all’esercito - non ho mai veduto nulla che rassomigli all’entusiasmo destato da Rosas per la riuscita di «una guerra più giusta di quella perchè fatta contro i barbari». Confesso che questa espressione è naturalissima perchè fino a poco tempo fa, nè uomo, nè donna, nè cavallo erano al riparo dalle aggressioni degli Indiani. La marcia di quel giorno fu assai lunga attraverso alla stessa verde e rigogliosa pianura, ricca di molte mandre, e con qualche solitario podere sparso qua e là, col suo ombu. A sera cadde una pioggia dirotta; arrivati alla casa di posta il proprietario ci disse che se non avessimo avuto il passaporto in piena regola, noi avremmo dovuto continuare la nostra strada perchè vi erano tanti ladri da non prestar fede più ad alcuno. Quando egli lesse però il mio passaporto, che cominciava con queste parole: «El naturalista Don Carlos» il suo rispetto e la sua cortesia non ebbero limiti come prima i suoi sospetti erano stati illimitati. Quello che sia un naturalista nè lui nè i suoi compagni non hanno, credo, neppure l’idea; ma probabilmente il mio titolo non perdette per questo nulla del suo valore.

Settembre 20. - Verso la metà del giorno giungemmo a Buenos-Ayres. Il contorno della città ha un aspetto molto bello, colle sue siepi di agave, i suoi boschetti di olivi, di peschi e di salici, i quali tutti estendevano al vento le loro verdi foglie. Mi avviai verso la casa del sig. Lumb, negoziante inglese, che mi usò ospitalmente, durante il mio soggiorno in quella città, ogni sorta di cortesie e di gentilezze.

La città di Buenos-Ayres è grande[44] e credo che sia una delle più regolari del mondo. Ogni strada è ad angolo retto con quella che la incrocia, ed essendo le parallele equidistanti, le case sono riunite in saldi quadrati di eguali dimensioni che vengono detti quadras. D’altra parte le case stesse sono quadrati vuoti; mentre tutte le stanze si aprono in un bel cortiletto. In generale non hanno che un piano col tetto piatto munito di sedili molto frequentati dagli abitanti durante l’estate. Nel centro della città vi è la piazza, ove si trovano le pubbliche segreterie, la fortezza, la cattedrale, ecc. In questo luogo pure gli antichi vicerè avevano i loro palazzi. Il complesso generale dei fabbricati ha una notevole bellezza architettonica, sebbene individualmente nessuno ne abbia una propria.

Il grande Corral ove si tengono gli animali destinati al macello per servir di cibo alla popolazione che si nutre di carne è uno degli spettacoli più curiosi da vedere. La forza del cavallo a petto di quella del toro è invero meravigliosa; un uomo a cavallo quando ha gettato il suo lazo intorno alle corna di un animale, può portarlo dovunque vuole. L’animale scavando il terreno colle gambe distese, con vani sforzi tenta di resistere alla forza che lo trascina, generalmente si slancia sveltamente da un lato, ma il cavallo si volge prestamente per sostenere l’urto, e sta tanto fermo che il toro vien quasi gettato a terra, ed è sorprendente come questo non si rompa il collo. Tuttavia la lotta non consiste solamente nella forza, perchè la cinghia del cavallo è slanciata contro il collo disteso del toro. In tal modo un uomo può tener fermo il cavallo più selvaggio se vien preso col lazo precisamente sotto le orecchie. Quando il toro è stato portato sul luogo dove dev’essere macellato, il matador con grande precauzione gli taglia il tendine del garretto. Allora dà il colpo mortale. È il più espressivo suono di feroce agonia che io abbia mai udito. Spesso l’ho distinto da lontano, e così ho sempre saputo che la lotta stava per terminare. Quello spettacolo è feroce e ributtante; il terreno è quasi composto d’ossa; i cavalli e i cavalieri sono coperti di sangue.


 
CAPITOLO VII.
DA BUENOS-AYRES A SANTA FÈ.

Escursione a santa Fè - Quantità di cardi - Costumi della Viscaccia - Piccolo gufo - Correnti saline - Pianure livellate - Mastodonte - Santa Fè - Mutamento nel paesaggio - Geologia - Denti del cavallo estinto - Rapporto fra i quadrupedi fossili ed i recenti dell’America del Nord e del Sud - Effetti di una grande siccità - Parana - Costumi del Giaguaro - Becco a cesoie - Martin pescatore - Pappagallo ed uccello dalla coda a forbice - Rivoluzione - Buenos-Ayres - Stato del governo.

Settembre 27. - A sera partii per un’escursione a Santa Fè, che dista da Buenos-Ayres circa 300 miglia inglesi (Km 482 e metri 700), ed è collocata sulle rive del Parana. Le strade nei dintorni della città dopo le piogge erano orribilmente cattive. Io non avrei mai creduto possibile che un carrozzone strascinato da buoi potesse procedervi. In ogni modo essi non facevano più di un miglio all’ora (metri 1609), ed un uomo li guidava a mano per cercare i luoghi migliori. I buoi erano sommamente spossati; è un grande errore credere che con strade migliori ed un modo più celere di viaggiare si accrescano in proporzione le sofferenze degli animali. Sulla nostra via passammo vicino ad una fila di carrettoni e ad una mandra di bovine che andavano a Mendoza. La distanza è di circa 580 miglia geografiche, ed il viaggio si compie in generale in 50 giorni. Questi carrettoni sono lunghissimi, stretti e coperti di canne. Non hanno che due ruote di cui il diametro in alcuni casi giunge perfino a tre metri. Ogni carrettone è tirato da 6 buoi che sono stimolati da un pungolo lungo almeno 6 metri; questo è sospeso dentro al tetto; pei buoi vicino alle ruote ve ne è uno più piccolo, e pel paio di mezzo sorge dalla metà del lungo una punta ad angolo retto. Tutto quell’apparato pareva un ordigno guerresco.

Settembre 28. - Attraversammo la piccola città di Luxan ove v’ha sul fiume un ponte di legno - cosa molto insolita in questo paese. - Passammo pure Areco. La pianura mostrava un aspetto livellato, ma non era così in fatto, perchè in varii punti l’orizzonte era lontano. Le estancias sono qui molto discoste perchè vi sono pochi buoni pascoli, perchè il terreno è qui coperto in grandi distese di una cedrangola acida, oppure di alti cardi selvatici. Questi ultimi, notissimi per la bella descrizione che ne ha dato sir F. Head, erano in quel tempo dell’anno a due terzi della loro altezza; in alcune parti giungevano al dorso del cavallo, ma in alcune altre non erano ancora nati ed il terreno era nudo e polveroso come in una strada comune. Gli steli erano di un verde brillantissimo, ed avevano l’aspetto di una foresta in miniatura. Quando questi cardi selvatici sono al tutto cresciuti, la loro distesa è affatto impenetrabile, tranne in alcuni brevi tratti intralciati come un labirinto. Questi sono noti solo al ladri, i quali in questa stagione vi abitano ed escono la notte per rubare ed assassinare impunemente. Avendo domandato in una casa se i ladri fossero numerosi, mi fu risposto: «I cardi non sono ancora abbastanza alti». A prima vista quella risposta non era molto chiara. Non vi è molto interesse ad attraversare quei luoghi perchè pochi mammiferi e pochi uccelli li abitano tranne la viscaccia e la sua amica, la piccola civetta dalle tane. La viscaccia[45] è come tutti sanno molto caratteristica nella zoologia dei Pampas. Al sud si trova fino al Rio Negro a 41 gradi di latitudine, ma non oltre. Non può vivere come l’aguti, sulle sassose e deserte pianure della Patagonia, ma preferisce un terreno argilloso e sabbioso che produce una vegetazione differente e più abbondante. Presso Mendoza, al piede delle Cordigliere, s’incontra molto vicino alle specie affini alpine. È una curiosissima circostanza della sua distribuzione geografica che essa non sia mai stata veduta, fortunatamente per gli abitanti di banda Oriental, ad oriente del fiume Uruguay; tuttavia in questa provincia sonovi pianure che sembrano meravigliosamente acconcie ai suoi costumi. L’uruguai è stato per le sue migrazioni un ostacolo insuperabile; quantunque abbia varcato il Parana, ostacolo ancor più grande, e la viscaccia sia comune in Entre-Rios, provincia che sta fra questi due grandi fiumi. Presso Buenos Ayres questi animali sono comunissimi. Sembrano loro dimora prediletta quelle parti della pianura, le quali metà dell’anno sono coperte di cardi selvatici giganteschi. I Gauchos asseriscono che vive di radici; ciò che sembra probabile per la grande forza dei suoi denti roditori e per la natura dei luoghi che frequenta. A sera le viscaccie escono fuori in gran numero e stanno tranquillamente sedute sull’ingresso della loro tana. In questo tempo sono fiduciosissime, ed un uomo a cavallo che passa vicino non sembra essere per loro che un oggetto di grave contemplazione. Corrono molto sgarbatamente, e quando sono incalzate dal pericolo, rassomigliano per la loro coda diritta e le brevi zampe anteriori, a grossi topi. La loro carne cotta è bianchissima e buona, ma di rado è adoperata.

La viscaccia ha un’abitudine singolarissima, quella cioè di portare qualunque oggetto duro all’entrata della sua tana; intorno ad un gruppo di buchi si trovano ossa di bestiami, pietre, sassi, steli di cardo, pezzi di terra indurita, sterco di animali secco, ecc., raccolti in mucchi irregolari, che frequentemente potrebbero riempire un carretto. Mi fu detto con certezza che un signore, viaggiando in una notte scura, lasciò cadere il suo oriuolo, tornato il mattino si mise a cercare nel contorno di tutti i buchi delle viscaccie che erano sulla strada, e, come sperava, lo rinvenne. Questo costume di raccogliere quello che può trovarsi sul terreno presso la sua abitazione deve costar loro molta fatica. A quale scopo ciò facciano, non posso immaginare menomamente; non può esser per difesa, perchè questi mucchi sono principalmente messi al di là della bocca della tana che entra nel terreno con una fortissima inclinazione. Senza dubbio vi deve essere una buona ragione per ciò fare; ma gli abitanti del paese sono intorno a questa pratica al tutto ignoranti. L’unico fatto che abbia riscontro a questo, è l’abitudine di quello straordinario uccello d’Australia, la Calodera maculata, che fa un elegante pergolato di fusellini per trastullarsi in esso, e raccoglie presso quel luogo terra, conchiglie, ossa e piume di uccelli, specialmente fornite di colori vivaci. Il signor Gould che ha descritto questi ratti, m’informa che gli indigeni quando hanno perduto qualche oggetto duro, vanno a cercare in quei pergolati e una pipa venne in tal modo ritrovata.

La civetta delle tane (Athene cunicularia) che è stata tanto sovente menzionata, abita sulle pianure di Buenos Ayres, esclusivamente nelle tane della viscaccia, ma in Banda Oriental lavora essa stessa. Durante il giorno, ma più specialmente a sera, quest’uccelli si veggono in ogni direzione appollaiati, frequentemente in coppie, sui mucchi presso le loro tane. Se vengono disturbati, o entrano nel buco, oppure mandando un grido strillante, fuggono con un volo notevolmente ondulato a breve distanza, e poi si volgono a guardare fissamente il loro inseguitore. Alle volte si sentono la sera fare grande schiamazzo. Trovai nello stomaco di due che apersi, avanzi di sorci, ed un giorno vidi un serpentello ucciso e portato via da essi. Posso qui menzionare, per dimostrare di quale varia specie di cibo vivono queste civette, che una piccola specie uccisa nelle isolette dell’Arcipelago Chonos aveva lo stomaco pieno di grossi granchi. Nell’India v’ha un genere di civette pescatrici che vivono parimente di granchi.

Attraversammo a sera il Rio Arrecife sopra una semplice zattera fatta di botti legate insieme, e si passò la notte alla casa di posta dell’altra riva. Quel giorno io aveva fatto una tirata a cavallo di 31 lega, e sebbene il sole fosse caldissimo, io non era molto stanco. Quando il capitano Head parla di fare a cavallo 150 leghe al giorno, io non suppongo che la distanza sia uguale a 150 miglia inglesi. In ogni caso le 31 leghe erano soltanto 76 miglia (metri 122,284) in linea retta, ed in un paese aperto, credo che aggiungendovi 4 miglia pei giri che si fanno, sia un calcolo giusto.

Settembre 29-30. - Continuammo ad attraversare a cavallo pianure dello stesso genere. A San Nicola vidi per la prima volta il maestoso fiume Parana. Ai piedi dell’altura dove è collocata la città, stavano ancorate alcune grosse navi. Prima di arrivare a Rozario, attraversammo il Saladillo, una corrente limpida d’acqua, ma troppo salmastra per essere bevuta. Rozario è una grande città fabbricata sopra una livellata pianura senza vita, che forma un rialzo di circa 20 metri sopra il Parana. Il fiume qui è larghissimo con molte isole basse e boscheggiate, come pure la sponda opposta. L’aspetto rassomiglierebbe a quello d’un gran lago se non fossero le isolette bislunghe, che danno solo l’idea dell’acqua corrente. I dirupi sono la parte più pittoresca; talora sono al tutto perpendicolari e di color rosso; talora sono grandi masse scoscese coperte di cactus e di mimose. Tuttavia la vera grandezza di questo immenso fiume si deriva massimamente dal pensare quale importante mezzo di comunicazione e di commercio sia fra una nazione e l’altra, quanto lungo sia il suo viaggio e per quale vasto territorio esso porti il grande corso d’acqua dolce che scorre ai nostri piedi.

Per molte leghe al nord e al sud di San Nicola e di Rozario, il paese è realmente livellato. Tutto quello che hanno scritto i viaggiatori intorno alla monotonia della sua vista, non si può considerare come esagerato. Tuttavia io non ho mai trovato un punto, ove girando lentamente attorno lo sguardo, gli oggetti si vedessero ad una maggiore distanza in una direzione piuttosto che in un’altra, ciò che è una prova della disuguaglianza della pianura. In mare l’occhio di una persona che sia a due metri circa al di sopra dell’acqua, ha il suo orizzonte distante due miglia circa e quattro quinti (metri 4505). Parimente, quanto più la pianura è livellata, tanto più l’orizzonte s’avvicina a questi stretti limiti, e, secondo me, questo distrugge al tutto quell’idea di grandezza che si suppone avere una vasta pianura livellata.

Ottobre 1. - Partimmo col lume di luna e giungemmo al Rio Tercero all’alzar del sole. Questo fiume vien pure chiamato Saladillo, e merita il suo nome perchè le sue acque sono salmastre. Rimasi qui la maggior parte del giorno in cerca di fossili. Oltre ad un dente perfetto del Toxodon e molte altre ossa sparse, trovai due immensi scheletri l’uno presso all’altro che sorgevano in un forte rialzo da un dirupo perpendicolare del Parana. Tuttavia erano così rovinati, che potei tirar fuori soltanto alcuni pochi frammenti di un dente molare; ma questi bastavano a dimostrare che gli avanzi appartenevano ad un mastodonte, probabilmente della stessa specie di quello che anticamente deve avere abitato le Cordigliere dell’alto Perù in numero tanto sterminato. Gli uomini che mi portarono in barca dicevano che da lungo tempo conoscevano gli scheletri, e si erano spesso meravigliati che si trovassero in quel luogo; essendo necessaria una teoria qualunque, essi conclusero che, come la viscaccia, il mastodonte fosse anticamente un animale scavatore! A sera si andò cavalcando fino ad un’altra stazione, ed attraversammo il Monge, altro corso d’acqua salmastra, che raccoglie gli scoli dei Pampas.

Ottobre 2. - Attraversammo Corunda, che per la bellezza de’ suoi giardini è uno dei più graziosi villaggi che io abbia veduto. Da questo punto a Santa Fè la strada non è molto sicura. La sponda occidentale del Parana verso nord, non è più abitata, e quindi gli Indiani scendono fin lì, ed uccidono i viaggiatori. La natura del paese favorisce anche questo fatto, perchè invece di una pianura erbosa vi è un’aperta boscaglia, composta di basse e pungenti mimose. Passammo vicino ad alcune case saccheggiate e quindi abbandonate. Vedemmo anche uno spettacolo che fu per le mie guide argomento di grande soddisfazione; era lo scheletro di un Indiano colla pelle seccata sulle ossa, appeso ad un ramo d’albero.

Giungemmo al mattino a Santa Fè. Fui sorpreso osservando quale grande mutamento di clima aveva prodotto una differenza di soli tre gradi di latitudine tra questo paese e Buenos-Ayres. Ciò appariva evidente dal vestiario e dal colorito degli uomini, dalla maggior mole degli alberi ombrosi, dal numero dei nuovi cactus ed altre piante, e specialmente dagli uccelli. Nel corso di una ora, notai una mezza dozzina di questi, che non aveva mai veduto a Buenos-Ayres. Considerando che non vi è nessun limite naturale fra questi due luoghi, e che il carattere del paese è quasi simile, la differenza è molto maggiore di quello che avrei dovuto aspettarmi.

Ottobre 3 e 4. - Dovetti passare questi due giorni a letto per un forte mal di capo. Una buona vecchia che mi accudiva, mi consigliò di provare molti singolari rimedi. È qui una pratica comune il legarsi una foglia di arancio, o un pezzetto di impiastro nero sopra la tempia: ed è ancora più comune spaccare una fava in due, inumidirne le due metà e metterle sopra ogni tempia, ove aderiscono agevolmente. Non si crede bene di togliere via le fave o gli impiastri, ma lasciare che cadano da loro, e talvolta se si domanda ad un uomo che cosa siano quegli oggetti appiccicati sulla sua testa, risponde: «ho avuto un mal di capo due giorni fa». Molti dei rimedi adoperati dalle genti della campagna, sono stranamente ridicoli, ma troppo disgustosi per essere menzionati. Uno dei meno nauseanti è quello di uccidere e di spaccare due cagnolini e fasciarli da ogni lato di un membro rotto. I piccoli cani senza pelo sono molto ricercati per farli dormire sui piedi degli ammalati. Santa Fè è una cittadina tranquilla, pulita ed ordinata. Il Governatore Lopez era soldato semplice al tempo della rivoluzione; ma sono ora 17 anni che è al potere. Questa continuità di governo è dovuta alla sua indole tirannica; perchè la tirannia sembra ancor meglio adatta per questi paesi che non la repubblica. L’occupazione prediletta del governatore è quella di dar la caccia agli Indiani; poco tempo fa ne uccise 48 e ne vendette i bambini da 75 a 100 lire cadauno.

Ottobre 5. - Attraversammo il Parana a Santa Fè Bayada, città situata sulla sponda opposta. Impiegammo molte ore nel passaggio, perchè il fiume si componeva qui di un labirinto di piccole correnti separate da isolotti bassi e boscheggiati. Io aveva una lettera di presentazione per un vecchio catalano, che mi accolse in modo sommamente ospitaliero. Bayada è la capitale di Entre Rios. Nel 1825 la città contava 6000 abitanti, e la provincia 30.000; tuttavia per quanto pochi siano gli abitanti, nessuna provincia ha sofferto rivoluzioni più sanguinose e disperate. Si vantano di avere qui deputati, ministri, un’armata stazionaria e i governatori; quindi non v’è da meravigliarsi se hanno le loro rivoluzioni; fra qualche tempo questo paese deve divenire uno dei più ricchi della Plata. Il suolo è vario e fertile, e la sua forma quasi insulare gli dà due grandi linee di comunicazione che sono il Parana e l’Uraguay.

Rimasi qui cinque giorni che impiegai ad esaminare la geologia del paese circostante, che era interessantissima. Alla base dei dirupi, vediamo gli strati che contengono denti di squali e conchiglie marine di specie estinta. Da questi si passa alla marna indurita, e da questa alla terra argillosa dei Pampas, colle sue concrezioni calcari e le ossa di quadrupedi terrestri. Questa sezione verticale ci narra chiaramente la storia di un grande golfo di acqua pura salina, gradatamente invaso, e mutato alla fine in un letto di melmoso estuario, nel quale i carcami galleggianti furono seppelliti. A Punta Gorda, in Banda Oriental, trovai un deposito estuario dei Pampas alternato con pietra calcare contenente alcune delle stesse conchiglie estinte, e questo dimostra, o un mutamento nelle primiere correnti, o più probabilmente un’oscillazione di livello nel fondo dell’antico estuario. Fino a poco tempo fa, le mie ragioni per considerare la formazione dei Pampas con un estuario depositato erano il suo aspetto generale, la sua posizione alla foce del gran fiume Plata ora esistente, e la presenza di tante ossa di quadrupedi terrestri; ma ora il professore Ehrenberg ha avuto la bontà di esaminare per me un poco della terra rossa presa molto addentro nel deposito, proprio accanto agli scheletri dei mastodonti, e trovò in essa molti infusorii, tanto di acqua salata, quanto di acqua dolce, ma questi ultimi in numero maggiore, e perciò, come egli osserva, l’acqua deve essere stata salmastra. Il signor A. d’Orbigny trovò sulle rive del Parana, all’altezza di 34 metri grandi strati di un estuario di conchiglie che vivono ora a 100 miglia più in giù verso il mare; ed io ho trovato simili conchiglie ad una minore altezza sulle sponde dell’Uraguay; ciò dimostra che, precisamente prima che i Pampas fossero lentamente sollevati e resi terra asciutta, l’acqua che li copriva era salmastra. Sotto Buenos Ayres sonovi letti sollevati di conchiglie marine di specie esistenti, il che dimostra che il periodo di sollevamento dei Pampas è stato in un periodo recente.

Nel deposito dei Pampas a Bayada trovai l’armatura ossea di un gigantesco animale simile agli armadilli, l’interno del quale, quando ne fu tolta la terra, era simile ad una grande caldaia; trovai pure denti del toxodon e del mastodonte, ed un dente di cavallo, nel medesimo stato di friabilità e di decadimento. Quest’ultimo dente mi interessava moltissimo[46], ed io ebbi molta cura di accertarmi che era stato sotterrato contemporaneamente cogli altri avanzi; perchè io allora non era informato che tra i fossili di Bahia Blanca vi fosse un dente di cavallo sotterrato nella materia cementante, e neppure era allora noto con certezza che avanzi di cavallo sono comuni nel Nord America. Il signor Lyell ha portato ultimamente dagli Stati Uniti un dente di cavallo; ed è un fatto interessante che il professore Owen non potè trovare in nessuna specie, nè fossile nè recente, la lieve ma particolare curvatura che lo caratterizza, finchè pensò di compararlo col mio esemplare trovato qui; egli ha denominato questo cavallo americano Equus curvidens. E certamente è un fatto meraviglioso nella storia dei mammiferi, questo che nel Sud America un cavallo indigeno abbia vissuto e sia scomparso, e sia stato sostituito dopo molti secoli dalle innumerevoli mandre di cavalli discese da quei pochi che furono introdotti dai coloni spagnuoli.

L’esistenza nel Sud America di un cavallo fossile, del mastodonte, possibilmente di un elefante[47], di un ruminante dalle corna cave, scoperto dai signori Lund e Clausen nelle caverne del Brasile, sono fatti sommamente interessanti per rispetto alla distribuzione geografica degli animali. Se oggi invece di dividere l’America coll’istmo di Panama, la dividessero nella parte Meridionale del Messico[48] a 20 gradi di latitudine ove il grande altipiano presenta un ostacolo alla migrazione delle specie, alterando il clima, e formando, tranne alcune valli ed una striscia di terra bassa sulla costa, una larghissima barriera; avremmo le due provincie zoologiche dell’America del Nord e del Sud in grande contrasto l’una coll’altra. Alcune poche specie hanno varcata la barriera, e possono essere considerate come vagabondi venuti dal Sud; tali sono il puma, l’opossum, il kinkajou ed il peccari. L’America meridionale è caratterizzata dall’avere molti particolari roditori, una famiglia di scimmie, il lama, il peccari, il tapiro, l’opossum, e particolarmente parecchi generi di sdentati, ordine che comprende i tardigradi, i formichieri e gli armadilli. D’altra parte l’America del Nord è caratterizzata (lasciando in disparte alcune poche specie erranti) da numerosi particolari rosicanti, e da quattro generi (il bue, la pecora, la capra e l’antilope), di ruminanti cavicorni, grande divisione di cui il Sud America non possiede, come è noto, una sola specie. Anticamente, ma durante il periodo in cui vivevano la maggior parte delle conchiglie ora esistenti, il Nord America possedeva, oltre ai numerosi cavicorni, l’elefante, il mastodonte, il cavallo e tre generi di sdentati, cioè il Megaterio, il Megalonice, ed il Milodonte. Quasi durante questo stesso periodo (come lo dimostrano le conchiglie a Bahia Blanca), l’America del Sud aveva, come abbiamo visto testè, un mastodonte, un cavallo, un ruminante dalle corna cave, e gli stessi tre generi (come pure parecchi altri) di sdentati. Quindi è evidente che il Nord ed il Sud America avendo in un periodo geologico recente questi stessi generi in comune, doveva esservi una maggiore affinità nel carattere dei loro abitanti terrestri di quello che non sia ora. Quanto più io medito su questo caso, tanto più mi appare interessante; non conosco nessun’altro esempio ove noi possiamo segnare quasi il periodo ed il modo di separazione di una grande regione in due provincie zoologiche bene caratterizzate. Il geologo, il quale è pienamente compreso delle vaste oscillazioni di livello che hanno alterato la crosta della terra in periodi recenti, non avrà timore di speculare intorno al recente sollevamento dell’altipiano del Messico, o più probabilmente, intorno alla recente sommersione della terra nell’Arcipelago delle Indie occidentali, come la causa della presente separazione geologica dell’America del Nord e del Sud. Il carattere sud-americano dei mammiferi delle Indie occidentali[49], sembra indicare che questo arcipelago era anticamente unito al continente meridionale, e che è divenuto in seguito un’area di abbassamento.

Quando l’America, e specialmente l’America del Nord, possedeva i suoi elefanti, i suoi mastodonti, il suo cavallo, ed i suoi ruminanti dalle corna cave, era molto più strettamente affine nei suoi caratteri zoologici alle parti temperate dell’Europa e dell’Asia che non sia ora. Siccome gli avanzi di questi generi si rinvengono su i due lati dello Stretto di Behring[50] e sulle pianure della Siberia, siamo indotti a considerare la parte Nord-Ovest dell’America settentrionale, come il primo punto di comunicazione fra il mondo antico e quello cosidetto nuovo. Siccome un numero così grande di specie, tanto viventi quanto estinte, di questi stessi generi abita ed ha abitato il continente antico, appare probabilissimo che gli elefanti, i mastodonti, il cavallo ed i ruminanti cavicorni dell’America settentrionale abbiano emigrato sulla terra da poco sollevatasi presso lo stretto di Behring, dalla Siberia nel Nord America, e quindi sopra terra parimente sorta dalle acque nelle Indie occidentali, nell’America del Sud, ove per un certo tempo si mescolarono colle forme caratteristiche di quel continente meridionale, finchè si sono estinte.

Mentre io stava viaggiando nel paese, mi furono fatte parecchie descrizioni molto vivaci dell’ultima grande siccità, e queste relazioni possono spargere un po’ di luce sopra i casi in cui moltissimi animali di ogni sorta vennero incorporati insieme nella terra. Il periodo compreso fra l’anno 1827 e il 1830 vien chiamato il gran seco, ovvero la grande siccità. Durante quel tempo cadde così poca pioggia, che ogni vegetazione, anche quella dei cardoni selvatici, mancò affatto; i ruscelli erano asciutti, e tutta l’intiera campagna aveva l’aspetto di una polverosa strada maestra. Questo era specialmente il caso nella parte settentrionale della provincia di Buenos Ayres, e nella parte meridionale di Santa Fè. Un grandissimo numero di uccelli, di animali selvatici, di bestiame e di cavalli perirono per mancanza di cibo e di acque. Un uomo mi disse che un cervo[51] soleva venire nel suo cortile al pozzo, che egli aveva dovuto scavare per fornire acqua alla propria famiglia, e che le pernici, quando erano inseguite avevano appena la forza di volar via. Il calcolo più basso della perdita del bestiame nella sola provincia di Buenos Ayres, fu di un milione di capi. Un proprietario a San Pedro possedeva prima di quegli anni 2000 bovine; trascorsi questi non ne aveva più neppur una. San Pedro è collocato nel mezzo di una bellissima campagna, ed anche ora abbonda di animali, tuttavia durante l’ultima parte del gran seco, il bestiame vivo era portato con bastimenti pel consumo degli abitanti. Gli animali andavano errando dalle loro estancias, e si avviavano più verso il Sud, ove si mescolavano insieme in tali masse, che fu spedita da Buenos Ayres una commissione governativa per sedare le questioni dei proprietari. Il signor Woodbine Parish mi diede ragguagli intorno ad un’altra curiosissima sorgente di dispute; il terreno essendo stato tanto tempo asciutto, si erano sollevate così fatte quantità di polvere, che in questa aperta campagna i segnali di limite erano stati distrutti, e i proprietari non potevano più riconoscere i confini dei loro terreni.

Un testimonio oculare mi disse che mandre di migliaia di capi di bestiame si gettarono nel Parana, ed essendo spossati dalla fame non poterono più arrampicarsi sulle sponde melmose del fiume e così si annegarono. Il braccio di fiume che corre accanto a San Pedro era tanto pieno di carcami imputriditi, che il padrone di un bastimento mi disse che il fetore lo rendeva al tutto impraticabile. Senza dubbio perirono in tal modo centinaia di migliaia di animali nel fiume; i loro corpi quando erano in putrefazione furono veduti galleggianti sulla corrente; ed è probabilissimo che molti siano stati depositati nell’estuario del Plata. Tutti i piccoli fiumi divennero sommamente salati, e così produssero la morte di moltissimi animali in certi punti particolari; perchè un animale che beve così fatta acqua non può più risanare. Azara, descrivendo la furia dei cavalli selvatici in così fatta occasione, quando si precipitavano negli stagni, dice che quelli che arrivavano prima venivano oppressi e stritolati da quelli che venivano in seguito. Egli aggiunge di aver veduto più di una volta oltre ad un migliaio di carcami di cavalli selvatici distrutti in tal modo. Io osservai che i corsi di acqua più piccoli dei Pampas erano selciati di una breccia di ossa, ma questo probabilmente è l’effetto di un graduato accrescimento piuttostochè non l’effetto della distruzione in un dato periodo. Dopo la siccità del 1827 al 1832, venne una copiosa stagione di pioggie che cagionò grandi inondazioni. Quindi è quasi certo che alcune migliaia di scheletri furono sotterrati dai depositi dell’anno più recente. Quale sarebbe l’opinione di un geologo che osservasse una così fatta enorme raccolta di ossa di animali di ogni specie e di ogni età incorporate in una fitta massa di terra? Non attribuirebbe egli questo fatto ad un diluviare sopra tutta la superficie del terreno, piuttostochè all’ordine comune delle cose?[52]

Ottobre 12. - Era mia intenzione spingere oltre la mia escursione, ma non sentendomi al tutto bene in salute, fui obbligato a ritornare con una balandra, ossia una barca con un albero della portata di 100 tonnellate, diretta a Buenos-Ayres. Siccome il tempo era bello, legammo la barca al mattino di buon ora al ramo di un albero di una delle isole. Il Parana è pieno di isole, che van soggette ad un costante decadimento e rinnovamento. A memoria del padrone del bastimento parecchie di queste piuttosto grandi erano scomparse, ed altre si erano formate e coperte di vegetazione. Son fatte di una sabbia melmosa, senza il più piccolo ciottolo, ed erano allora a 1 metro e 20 centimetri sul livello del fiume; ma durante le inondazioni periodiche sono coperte d’acqua. Presentano tutte un carattere; molti salici e pochi alberi sono stretti insieme da una grande varietà di piante rampicanti, che formano così una fitta giungla. Questi boschetti somministrano ricovero ai capibara ed ai giaguari. Il timore di quest’ultimo animale toglieva al tutto il piacere di girare in quei boschi. Quella sera non mi era inoltrato più di un centinaio di metri quando avendo trovato sicure tracce della recente visita della tigre, dovetti tornare indietro. Vi erano di queste tracce sopra ogni isola, e siccome nelle precedenti escursioni, el rastro de los Indios, era stato l’argomento dei nostri discorsi, così in questa lo fu el rastro del tigre.

Le sponde boscheggiate dei grandi fiumi sembrano essere i luoghi di ritrovo prediletti del giaguaro; ma al sud del Plata mi fu detto che frequenta i canneti che crescono sul margine dei laghi; dovunque sembra aver bisogno di acqua. La loro preda consueta è il capibara, per cui si dice generalmente, che dove abbonda il capibara non va da temere del giaguaro. Falconer asserisce che presso il lato meridionale della foce del Plata sono molti giaguari, e che questi vivono principalmente di pesce; io ho sentito ripetere questo asserto. Sul Parana hanno ucciso molti legnaiuoli, e sono anche entrati di notte nei bastimenti. Vi è un uomo che vive ora a Bayada, il quale mentre saliva al buio sul ponte, venne afferrato; riuscì però a sfuggire perdendo l’uso di un braccio. Quando le inondazioni spingon fuori dalle isole questi animali, essi divengono pericolosissimi. Mi fu detto che alcuni anni or sono uno grossissimo riuscì a penetrare in una chiesa a Santa Fè; due frati che vi entravano uno dietro l’altro furono uccisi, ed un terzo, che era venuto per vedere che cosa succedeva, riuscì con molta difficoltà a sfuggire. La belva venne spenta con un colpo di fucile, sparato da un angolo del fabbricato che non aveva tetto. Questi animali recarono pure in quel tempo gravi danni alle bovine ed ai cavalli. Si dice che uccidono la preda rompendole il collo. Se son scacciati dal loro pasto, di rado vi ritornano. I Gauchos dicono che il giaguaro, quando la notte va in giro, è molto tormentato dalle volpi, che urlano mentre gli vanno dietro. È questa una curiosa coincidenza col fatto generalmente asserito, degli sciacalli che accompagnano, in modo parimente officioso, la tigre delle Indie orientali. Il giaguaro è un animale rumoroso che va molto in giro la notte, specialmente prima del cattivo tempo.

Un giorno, mentre stava cacciando sulle sponde dell’Uruguay, mi furono mostrati certi alberi verso i quali vanno costantemente questi animali per aguzzare, dicesi, i loro artigli. Vidi tre alberi ben noti; di prospetto la corteccia era divenuta liscia, come dal fregamento del petto dell’animale, da ogni lato vi erano profonde scalfitture o meglio scanalature, che si estendevano obliquamente, per la lunghezza di quasi un metro. Queste scalfitture erano di varie età. Un metodo comune per assicurarsi se nel contorno v’ha un giaguaro è quello di esaminare questi alberi. Mi figuro che questo costume del giaguaro sia precisamente uguale a quello che si può osservare ogni giorno nel gatto domestico, quando colle zampe allungate e gli artigli protratti sgraffia le gambe di una seggiola; ed ho sentito dire che in Inghilterra alcune giovani piante da frutta in un orto, erano state in tal modo molto danneggiate. Un’abitudine ad un dipresso cosiffatta deve essere comune al puma, perchè sul nudo terreno della Patagonia ho veduto frequentemente graffiature tanto profonde, che nessun altro animale poteva averle fatte. Secondo me lo scopo di questa pratica è quello di portar via le punte scheggiate dei loro artigli, e non, come credono i Gauchos, di aguzzarli. Si uccide il giaguaro senza grande difficoltà, coll’aiuto di cani che l’inseguono e lo obbligano a salire sopra un albero, ove con due o tre palle è spedito.

A cagione del tempo cattivo abbiamo dovuto rimanere due giorni allo ancoraggio.

L’unico nostro divertimento era quello di pescare il pesce pel nostro pranzo; ve ne è di varia sorta, e tutto buono da mangiare. Un pesce chiamato armado (un silurus), è notevole per un aspro rumore che fa quando è preso coll’amo e la lenza, e che si può sentire distintamente quando il pesce è sott’acqua. Questo medesimo pesce ha la facoltà di attaccarsi fortemente ad un oggetto qualunque, come ad un remo o ad una canna da pescare, colla forte spina delle pinne pettorali e dorsali. A sera il tempo era al tutto tropicale, il termometro era salito a 26 centigradi. Un gran numero di lucciole svolazzavano intorno, e le zanzare ci disturbavano molto. Io aveva posato la mia mano per cinque minuti, ed in breve era divenuta nera da esse; non credo che non ve ne fossero meno di cinquanta, tutte affaccendate a succhiarmi il sangue.

Ottobre 15. - Proseguimmo la nostra via e oltrepassammo Punta Gorda, dove v’ha una colonia di Indiani alleati della provincia di Missiones. Scendemmo rapidamente la corrente, ma prima del tramonto, per uno sciocco timore di cattivo tempo, entrammo in uno stretto braccio del fiume. Presi la barchetta e remai un poco intorno al seno. Era strettissimo, sinuoso e profondo; da ogni lato un muro dell’altezza di dieci a dodici metri, fatto di alberi intrecciati con rampicanti, dava al canale un aspetto singolarmente malinconico. Vidi qui un uccello straordinarissimo, chiamato Becc’a cesoie (Rhinchops nigra). Ha gambe corte, piedi palmati, ali sommamente lunghe e aguzze, ed ha la mole a un di presso di una sterna. Il becco è compresso, ossia schiacciato sui lati, vale a dire in un

piano ad angoli retti con quello di un Becc’a cucchiaio o di un’anatra. È sottile ed elastico come un tagliacarte di avorio, e la mandibola inferiore, al contrario di quella di ogni altro uccello, è di tre centimetri e mezzo più lunga che non la superiore. In un lago presso Maldonado, dal quale era stata prosciugata tutta l’acqua, e che in conseguenza, brulicava di pesciolini, vidi parecchi di questi uccelli, generalmente in branchetti, volare rapidamente in su e in giù presso la superficie del lago. Tenevano il becco al tutto aperto, e la mandibola inferiore stava immersa a metà nell’acqua. Sfiorando in tal modo la superfice, la solcavano nella loro corsa; l’acqua era al tutto immobile, ed era uno spettacolo curiosissimo osservare un branco di questi uccelli, di cui ognuno lasciava la sua stretta immagine sullo specchio della superfice. Nel loro volo spesso si volgono con somma sveltezza, e destramente operano colla loro sporgente mandibola inferiore, per ghermire pesciolini che tengono poi stretti colla metà più corta superiore del loro becco a cesoie. Vidi ripetutamente questo fatto, mentre, come rondini, volavano continuamente su e giù proprio innanzi a me. Quando per caso lasciavano la superfice dell’acqua il loro volo era imbarazzato, irregolare e veloce; allora mandavano grida forti ed aspre. Quando questi uccelli stanno pescando, è evidentissimo il vantaggio che ricavano dalle lunghe remiganti primarie, perchè le tengono asciutte. Quando sono in questa occupazione il loro aspetto rassomiglia a quei simboli coi quali molti artisti rappresentano gli uccelli marini. La coda viene adoperata per governare il loro corso irregolare.

Questi uccelli sono comuni molto dentro terra lungo il corso del Rio Parana; dicesi che vi rimangano durante tutto l’ammo, e facciano il nido nelle paludi. Nel corso del giorno rimangono in branchi sulle pianure erbose, a poca distanza dall’acqua. Essendo ancorati, come ho detto, in uno dei profondi seni che si trovano fra le isole del Parana, mentre annottava, uno di questi uccelli apparve ad un tratto. L’acqua era al tutto tranquilla e molti pesciolini guizzavano attorno. L’uccello continuò per un certo tempo a sfiorare la superfice volando secondo la sua foggia strana ed irregolare, su e giù per lo stretto canale, divenuto oscuro per la notte che scendeva e per l’ombra degli alberi che sovrastano. A Montevideo, osservai che alcuni branchi numerosi di questi uccelli rimanevano durante il giorno sulle sponde melmose della bocca del porto, nello stesso modo come sulle pianure erbose presso il Parana; ed ogni sera spiccavano il volo verso il mare. Da questi fatti credo che le Rincopi generalmente peschino nella notte, quando molti degli animali inferiori vengono in maggior numero alla superfice. Il signor Lesson asserisce di aver veduto questi uccelli aprire le conchiglie delle mactræ, che stanno sotterrate nelle sponde sabbiose della costa del Chilì; è molto improbabile che col loro debole becco, colla mandibola inferiore tanto sporgente, colle loro brevi zampe e le lunghe ali, questa possa essere un’abitudine generale.

Nel nostro corso lungo il Parana, osservai solo tre altri uccelli, di cui i costumi meritano di essere menzionati. Uno è un piccolo Martin-pescatore (Ceryle americana); ha la coda più lunga che non la specie d’Europa, e quindi non si posa in un atteggiamento tanto rigido e diritto. Anche il suo volo, invece di essere diretto e veloce come una freccia, è debole ed ondulante, come quello degli uccelli dal becco molle. Manda un suono basso come lo scricchiolio di due sassolini fregati insieme. Un piccolo pappagallo verde (Conurus murinus), col petto bigio, sembra preferire, per fabbricarsi il nido, a qualunque altro luogo, gli alberi più alti delle isole. Un gran numero di nidi sono collocati tanto vicini assieme, da formare una grande massa di verghette. Questi pappagalli vivono sempre in branchi, e recano molti danni ai campi di grano. Mi fu detto che presso Colonia ne furono uccisi 2500 nel corso di un anno. Un uccello colla coda forcuta terminata con due lunghe penne (Tyrannus Savana), e chiamato dagli Spagnuoli Coda a cesoie, è comunissimo presso Buenos Ayres; si posa consuetamente sopra i rami d’albero ombu, presso una casa, e di là spicca brevi voli inseguendo insetti, e torna allo stesso luogo. Quando vola, presenta nel suo modo di procedere e nell’aspetto generale una somiglianza in caricatura della rondine comune. Ha la facoltà di volgersi con brevissimo giro nell’aria, e ciò facendo apre e chiude la coda, talora in direzione orizzontale o laterale, talora verticalmente, appunto come un paio di forbici.

Ottobre 16. - Alcune leghe sotto Rozario la sponda occidentale del Parana è limitata da dirupi perpendicolari, che si estendono in una lunga linea, fino dopo San Nicola; quindi rassomiglia più ad una costa marina, che non alla sponda di un fiume d’acqua dolce. È un grande contrasto allo spettacolo del Parana, il quale per la natura molle delle sue sponde ha l’acqua molto melmosa. L’Uraguay, che scorre in mezzo ad un paese granitico, è assai più limpido; e nel punto in cui i due fiumi si uniscono in capo al Plata, le acque si possono distinguere per un lungo tratto, pel loro colore nero e rosso. A sera non essendo il vento al tutto favorevole, ci legammo immediatamente ad un albero secondo il solito, e l’indomani, siccome era un po’ più forte, sebbene con un corso favorevole, il padrone era troppo indolente per voler partire. A Bayada, me lo avevano descritto come «hombre muy afflicto» un uomo sempre di cattivo umore; ma certamente egli sopportava tutti i ritardi con meravigliosa rassegnazione. Era un vecchio spagnuolo che da molti anni risiedeva in quel paese. Professava una grande stima per gli Inglesi, ma affermava con piena convinzione che la battaglia di Trafalgar era stata vinta solo perchè tutti i capitani spagnuoli erano stati comprati, e che l’unica azione veramente valorosa dai due lati venne compiuta dall’ammiraglio spagnuolo. Mi sembrava assai caratteristico che quell’uomo amasse meglio che i suoi compatriotti fossero creduti traditori della peggiore specie, anzichè inetti e codardi.

Ottobre 18 e 19. - Continuammo lentamente a scendere il fiume: la corrente non ci dava grande aiuto. Nel nostro tragitto incontrammo pochissimi bastimenti. Uno dei più bei doni della natura, come questo grande mezzo di comunicazione, sembra essere qui al tutto trascurato - un fiume nel quale i bastimenti possono navigare da un paese temperato, abbondantissimo di certi prodotti e mancante di certi altri, ad un altro fornito di clima tropicale, e di un suolo che, secondo uno dei migliori giudici, il signor Bonpland, è forse il più fertile che vi sia nel mondo. Quanto differente sarebbe stato l’aspetto di questo fiume, se coloni inglesi avessero avuto la buona ventura di essere i primi a risalire il Plata! Quante belle città non sorgerebbero ora sulle sue sponde! Fino alla morte di Francia, dittatore del Paraguay, questi due paesi debbono rimanere distinti, come se fossero collocati sopra punti opposti del globo. E quando il vecchio e sanguinario tiranno andrà a render conto delle sue azioni, il Paraguay sarà dilaniato dalle rivoluzioni violente in proporzione della precedente calma non naturale. Questo paese dovrà imparare, come tutti gli altri Stati del Sud America, che una repubblica non può riuscire finchè non contenga un certo numero di uomini imbevuti dei principii della giustizia e dell’onore.

Ottobre 20. - Essendo arrivati alla foce del Parana, ed avendo io molto desiderio di giungere a Buenos Ayres, sbarcai a Las Conchas, coll’intenzione di andare colà a cavallo. Arrivando, m’accorsi con grande sorpresa di essere quasi prigionero. Essendo scoppiata una violenta rivoluzione, tutti i porti erano bloccati. Non potei tornare al mio bastimento, e quanto ad andar per terra alla città, non vi era neppur da pensarvi. Dopo un lungo colloquio col comandante, ottenni il permesso di andare l’indomani dal generale Rolor, che comandava una divisione di ribelli da quel lato della capitale. Al mattino mi avviai a cavallo verso l’accampamento. Il generale, gli ufficiali ed i soldati, avevano l’aspetto di grandi briganti, e credo che realmente fossero tali. Il generale, la sera prima di abbandonare la città, andò volontariamente dal governatore, e colla mano sul petto, gli diede la sua parola d’onore che sarebbe rimasto fedele fino all’ultimo. Il generale mi disse che la città era strettamente bloccata, e che tutto quello che egli poteva fare era di darmi un passaporto pel comandante in capo dei ribelli a Quilmes. Avevamo quindi da fare un gran giro intorno alla città, e ci volle molta fatica ad ottenere cavalli. Il mio ricevimento al campo fu al tutto cortese, ma mi dissero che era impossibile potere entrare nella città. Questo mi inquietava molto, perchè io credeva che la partenza della Beagle dal Rio della Plata avvenisse prima di quello che non avvenne realmente. Avendo tuttavia parlato della cortesia del generale Rosas, usatami quando mi trovava al Colorado, la magia stessa non avrebbe mutato lo stato delle cose più presto di quello che lo facesse questa conversazione. Mi dissero all’istante che sebbene non avrebbero potuto darmi un passaporto, quando io avessi voluto lasciare la guida ed i cavalli, mi avrebbero lasciato passare in mezzo alle sentinelle. Fui contentissimo di questo aggiustamento, ed un ufficiale venne con me per dar l’ordine che mi lasciassero passare il ponte. Per lo spazio di una lega la strada era tutta deserta. Incontrai solo una compagnia di soldati che si contentarono di guardare con gravità un vecchio passaporto; e finalmente ebbi la soddisfazione di trovarmi dentro la città.

Questa rivoluzione non aveva alcun pretesto; ma in uno Stato il quale, nel corso di nove mesi (dal febbraio all’ottobre 1820), aveva sopportati quindici mutamenti di governo - ogni governatore, secondo la costituzione, viene eletto per tre anni - sarebbe sragionevole cercare pretesti. In questo caso, un certo numero di uomini i quali, affezionati a Rosas, erano in contrasto col governatore Balcarce - in numero di settanta abbandonarono la città, e col grido di Rosas, tutto il paese prese le armi. La città fu dunque bloccata, non fu permesso di introdurre alcuna provvista, nè bestiame, nè cavalli, oltre a ciò, vi fu una piccola scaramuccia, ed alcuni uomini uccisi giornalmente. Il partito di fuori sapeva benissimo che fermando la provvista di carne sarebbe certamente vittorioso. Il generale Rosas può non aver avuto notizia di questo sollevamento, ma sembra essere al tutto consenziente con questo partito. Un anno fa egli fu eletto governatore, ma non volle accettare quel posto, a meno che la Sala non gli avesse conferito poteri straordinari. Questo gli venne rifiutato, e d’allora in poi il suo partito ha dimostrato che nessun altro governatore può rimanere al posto. Le scaramuccie d’ambo i lati vennero apertamente sospese finchè fosse possibile aver notizie di Rosas. Dopo pochi giorni dacchè io ebbi lasciato Buenos Ayres, giunse una lettera nella quale il generale disapprovava che la pace fosse stata rotta, ma soggiungeva che egli era di opinione che il partito esterno avesse per sè la ragione. Appena ricevuta questa lettera, il governatore, i ministri, ed una parte dei militari in numero di alcune centinaia fuggirono dalla città, i ribelli entrarono, nominarono un nuovo governatore, e cinquemila cinquecento uomini furono pagati pei loro servizi. Dopo questi fatti era evidente che Rosas avrebbe finito per divenire dittatore; perchè il popolo in questa come in altre repubbliche, ha una particolare antipatia pel nome di re. Dopo la nostra partenza dal Sud America, abbiamo sentito dire che Rosas è stato eletto, con poteri e per un tempo al tutto contrario ai principi costituzionali della repubblica.


 
CAPITOLO VIII.
BANDA ORIENTAL E PATAGONIA.

Escursione a Colonia del Sacramiento - Valore di una Estancia - Bestiame, modo di contarlo - Singolare razza di buoi - Ciottoli forati - Cani da pastore - Cavalli resi mansueti dopo essere stati cavalcati dai Gauchos - Carattere degli abitanti - Rio Plata - Strupi di farfalle - Ragni areonauti - Fosforescenza del mare - Porto Desiderio - Guanaco in Porto San Giuliano - Geologia della Patagonia - Animali fossili giganteschi - Tipi di costante organizzazione - Mutamento nella zoologia dell’America - Cause d’estinzione.

Essendo stato per quasi due settimane in città, fui lieto di andarmene a bordo di un bastimento diretto a Montevideo. Una città bloccata deve essere sempre un luogo di dimora poco piacevole; in questo caso poi vi eran sempre da temere i briganti interni. Le sentinelle erano le più da temersi, perchè pel loro officio e per avere le armi in mano rubavano con un grado di autorità che gli altri uomini non potevano assumere. Il nostro viaggio fu lunghissimo e noioso. Sulle carte geografiche il Plata ha un aspetto grandioso, ma in realtà è poca cosa. Una vasta estensione di acqua melmosa non è nè maestosa nè bella. Nel giorno, le due sponde, le quali sono entrambi sommamente basse, si potevano distinguere dal ponte. Arrivato a Montevideo trovai che la Beagle non sarebbe partita presto, per cui mi preparai ad una breve escursione in questa parte della Banda Oriental. Tutto quello che ho detto intorno al paese presso Maldonado, si può applicare a Montevideo, ma il terreno, eccettuato il monte Verde, alto 135 metri, dal quale prende il suo nome, è ancor più piano. Pochissima parte della ondulata pianura erbosa è cinta; ma presso la città vi sono alcune striscie di terra chiuse da siepi coperte di agave, cactus e finocchio.

Novembre 14. - Al pomeriggio lasciammo Montevideo. Era mia intenzione di andare a Colonia del Sacramiento, collocata sulla sponda settentrionale del Plata, ed in faccia a Buenos Ayres, e quindi risalendo l’Uraguay, andare al villaggio Mercedes sul Rio Negro (uno dei tanti fiumi di questo nome del Sud America), e da questo punto tornare direttamente a Montevideo. Passammo la notte nella casa della mia guida a Canelones. Al mattino ci alzammo di buon’ora, sperando di poter fare una lunga cavalcata, ma fu una vana speranza, perchè tutti i fiumi erano straripati. Attraversammo entro barchette i fiumi Canelones, Santa Lucia e San Josè, e questo ci prese molto tempo. In una escursione precendente io aveva attraversato il Santa Lucia presso la sua foce, ed aveva provato molta sorpresa, osservando con quanta facilità i nostri cavalli, quantunque non avezzi a nuotare, avevano attraversato una estensione larga almeno seicento metri. Avendo fatto menzione di questo a Montevideo, mi fu detto che un bastimento carico di ciarlatani coi loro cavalli, avendo fatto naufragio nel Plata, un cavallo nuotò per sette miglia per giungere alla sponda. Nel corso del giorno mi divertii molto osservando la destrezza spiegata da un Gaucho, per obbligare un cavallo restìo a nuotare nel fiume. Egli si toglieva le vestimenta, gli saltava sul dorso, e lo faceva andare nell’acqua finchè avesse perduto il fondo; poi scivolava giù dalla groppa, si teneva fermo alla coda, e quando il cavallo girava per tornare alla sponda, l’uomo lo spaventava gettandogli l’acqua in faccia. Appena il cavallo aveva toccato terra dall’altra sponda l’uomo gli balzava, sopra, ed era già fermo colla briglia in mano prima che il cavallo fosse giunto sulla riva. Un uomo nudo sopra un cavallo nudo è un bellissimo spettacolo; io non aveva idea quanto questi due animali stiano bene assieme. La coda di un cavallo è un’appendice utilissima; io ho passato un fiume in una barchetta con entrovi altre quattro persone, e questa barchetta attraversava il fiume nello stesso modo come il Gaucho. Se un uomo ed un cavallo debbono attraversare un largo fiume, il mezzo migliore è per l’uomo di attaccarsi alla criniera ed aiutarsi con l’altro braccio nuotando.

Passammo la notte ed il giorno seguente alla posta di Cufre. Alla sera giunse il procaccia. Era in ritardo di un giorno perchè il Rio Rozario era straripato. Questo però non doveva avere molta conseguenza; perchè quantunque fosse passato in alcune delle principali città di Banda Oriental, tutto il suo carico si componeva di due lettere! Dalla casa si godeva di una vista piacevole; una superfice verde ondulata, ed in distanza alcuni tratti del Plata. Mi accorgo che considero questa provincia con occhi molto differenti di quello che io facessi al mio primo arrivare. Mi ricordo che allora la credeva singolarmente livellata; ma ora, dopo avere cavalcato attraverso ai Pampas, so capire per qual motivo mi inducessi a considerarla al tutto piana. Il paese si compone di una serie di ondulazioni, in se stesse forse non assolutamente grandi, ma comparate colle pianure di Santa Fè, sono vere montagne. Da queste alture scaturiscono molti ruscelletti, ed il terreno è verde e lussureggiante.

Novembre 17. - Attraversato il Rozario, che è profondo e rapido, e passato il villaggio di Colla, giungemmo a mezzo giorno a Colonia del Sacramiento. La distanza è di circa venti leghe, in mezzo ad una campagna coperta di bella erba, ma miseramente fornita di bestiame e di abitanti. Fui invitato a passare la notte a Colonia, ed accompagnare, l’indomani, un signore che andava al suo podere, ove vi erano alcune roccie di calcare. La città è fabbricata sopra un promontorio sassoso a un dipresso come Montevideo. È molto fortificata, ma tanto le fortezze quanto la città, hanno sofferto molto dalla guerra col Brasile. È antichissima; e l’irregolarità delle strade, ed i boschetti di aranci e di peschi che la circondano, le danno un aspetto grazioso. La chiesa è una curiosa rovina; era adoperata come magazzino delle polveri, e fu colpita dal fulmine in uno degli innumerevoli temporali del Rio Plata. Due terzi del fabbricato saltarono in aria dalle fondamenta, ed il resto rimane come uno sparso e curioso monumento delle forze unite del fulmine e della polvere. La sera andai a girare intorno alle mura mezzo demolite della città. Furono il punto principale della guerra Brasiliana, guerra dannosissima per questo paese, non tanto per i suoi effetti immediati, quanto per essere stata l’origine di una moltitudine di generali e di ufficiali di tutti i gradi. Si contano molti più generali (ma senza paga), nelle province Unite del Plata, che non nel Regno Unito della Gran Bretagna. Questi signori hanno imparato ad amare il potere, e non trovano male qualche piccola sommossa; quindi ve ne sono sempre molti in aspettazione, onde creare disordini e rovesciare un governo che finora non ha mai posato sopra nessuna base stabile. Tuttavia osservai, tanto qui come in altri luoghi, un interesse molto generale per la elezione del Presidente; e questo sembra essere un buon segno per la prosperità di questo piccolo paese. Gli abitanti non richiedono molta educazione nei loro deputati; io sentii alcuni uomini discutere i meriti di quelli di Colonia, e dicevano che «quantunque non fossero uomini di affari potevano firmare il loro nome»: con questo parevano credere che ogni uomo ragionevole dovesse esserne contento.

Novembre 18. - Andai col mio ospite alla sua estancia o podere all’Arroyo di San Giovanni. La sera facemmo una cavalcata intorno al podere; si componeva di due leghe e mezzo quadrate, ed era situato in quello che vien detto rincon, vale a dire un lato aveva di fronte il Plata, gli altri due erano difesi da corsi d’acqua non guadabili. Vi era un buonissimo porto per piccoli bastimenti, e grande copia di legname piccolo, ciò che ha molto valore come provvista di combustibile per Buenos-Ayres. Io era ansioso di sapere il valore di un così bel podere. Vi erano tre mila capi di bestiame, e ne avrebbe potuto mantenere tre o quattro volte tanti. Vi erano ottocento cavalle, centocinquanta cavalli mansueti, e seicento pecore. Eravi molta copia d’acqua e di pietra calcare, una casa rustica, eccellenti recinti o corrals, ed un orto con peschi. Per tutto questo gli erano stati offerti 50.000 franchi, ed egli ne voleva solo di più 12.000, e probabilmente l’avrebbe venduta per meno. Il disturbo principale in un podere, è quello di fare andare il bestiame due volte alla settimana in un punto centrale, onde renderlo mansueto e contarlo. Quest’ultima operazione sembrerebbe difficile, dove ci sono dieci o quindicimila teste insieme. Si compie secondo il principio che il bestiame, invariabilmente si separa da sè in piccoli branchi da quaranta a cento. Ogni branco si riconosce per alcuni pochi animali che hanno un segno particolare, ed il suo numero è noto. Cosicchè, quando se ne perde uno sopra diecimila, si vede questa perdita dall’essere esso mancante in uno dei piccoli strupi o tropillas. Durante una notte burrascosa, tutto il bestiame si confuse insieme; ma il mattino dopo, le tropillas si separarono come prima. Per cui ogni animale deve conoscere il suo compagno in mezzo a diecimila altri.

Incontrai due volte in questa provincia alcuni buoi di una curiosissima razza detta Nâta o Niata. Sembrano esternamente avere quasi la stessa affinità coll’altro bestiame, come ha il cane mastino cogli altri cani. La loro fronte è brevissima e larga, colla punta nasale rivolta in su, ed il labbro superiore molto allo indietro; la mascella inferiore sporge oltre la superiore, ed ha una curva corrispondente all’insù; quindi i loro denti sono sempre scoperti. Le narici sono collocate in alto e molto aperte; gli occhi sporgono all’infuori. Quando camminano portano il capo basso sopra un corto collo, e le loro zampe posteriori, sono alquanto più lunghe delle anteriori, che non sogliano essere. I loro denti scoperti, il capo corto, le narici rivolte in su, danno loro un aspetto semi fiducioso, semi provocante, quanto si può immaginare ridicolo.

Dopo il mio ritorno, ho ottenuto il cranio di uno di questi animali, per la gentilezza del mio amico il capitano Sulivan R. N.; questo cranio ora si trova nelle collezioni del collegio dei chirurghi[53]. Don F. Muniz di Luxan, ha raccolto cortesemente per me tutte le informazioni che ha potuto avere intorno a questa razza. Dalla sua relazione appare che circa ottanta o novant’anni fa questi animali fossero rari e tenuti come curiosità a Buenos-Ayres. Si crede generalmente che questa razza abbia avuto origine fra gli Indiani al Sud del Plata; e che presso di essi fosse comunissima. Anche oggi, quelli allevati nelle provincie presso il Plata svelano la loro origine meno incivilita, essendo più fieri del bestiame comune, ed abbandonando la femmina il suo primo piccolo, quando è visitata o disturbata troppo sovente. È un fatto singolare che una struttura quasi simile alla anormale[54] come quella della razza niata, caratterizza, secondo quello che mi ha riferito il dottor Falconer, quel grosso ruminante estinto dell’India, che si chiama il Sivatherium. La razza è purissima; ed un toro ed una vacca niata, producono invariabilmente vitelli niata. Un toro niata con una vacca comune, o l’incrociamento opposto, producono prole munita di caratteri intermedii, ma quelli della razza niata sono più spiccati: secondo il signor Muniz, vi sono prove evidenti, contrarie alla credenza comune degli agricoltori in casi analoghi, che la vacca niata quando è incrociata con un toro comune, trasmette le sue particolarità più fortemente che non il toro niata quando viene incrociato con una vacca comune. Quando l’erba è abbastanza alta, il bestiame niata mangia colla lingua e col palato come le bovine comuni; ma durante le grandi siccità, quando muoiono tanti animali, quelli della razza niata soffrono maggiormente, e sarebbero distrutti se non fossero accuditi; perchè il bestiame comune, come i cavalli, può mantenersi in vita brucando colle labbra sui rami degli alberi e nei canneti; i niata non possono far questo tanto bene perchè le loro labbra non si congiungono, e quindi si è osservato che muoiono prima del bestiame comune. Questo fatto mi ha colpito come una buona prova delle difficoltà che abbiamo a giudicare dai costumi ordinari della vita, in quali circostanze, che si presentano solo a lunghi intervalli, si possa determinare lo scarseggiare o la estinzione di una specie.

Novembre 19. - Dopo aver passata la valle di Las Vacas, passammo la notte nella casa di un americano del nord, che lavorava in un forno da calce, sull’Arroyo di Las Vivoras. Al mattino andammo a cavallo fino ad un promontorio che sporge sulle sponde del fiume, e che si chiama Punta Gorda. Lungo il cammino cercammo di trovare un giaguaro. Eranvi molte traccie fresche; e visitammo gli alberi sui quali si dice che esso aguzzi gli artigli; ma non si riuscì a disturbarne alcuno. Da questo punto il Rio Uraguay presentava ai nostri occhi una maestosa distesa di acque. Per la chiarezza e rapidità della sua corrente, il suo aspetto era molto superiore a quello del Parana suo vicino. Sulla riva opposta, parecchi bracci di quest’ultimo fiume si versavano nell’Uraguay. Siccome splendeva il sole si potevano scorgere distintamente i due colori delle acque.

A sera continuammo la nostra strada verso Mercedes sul Rio Negro. Domandammo il permesso di passare la notte in un podere al quale eravamo arrivati. Era un grande possedimento di dieci leghe quadrate, e il proprietario è uno dei più ricchi possidenti del paese. Suo nipote ne aveva il governo e presso di lui vi era un capitano dell’armata che pochi giorni prima era fuggito da Buenos-Ayres. Considerata la loro posizione sociale i loro discorsi erano assai divertenti. Al solito mostravano una illimitata meraviglia della rotondità del globo, e non potevano quasi credere che un buco fatto nella terra sufficentemente profondo, verrebbe a riuscire dall’altra parte. Tuttavia avevano sentito parlare di un paese, ove vi erano sei mesi di luce e sei mesi di buio, e dove gli abitanti eran altissimi e sottilissimi. Erano molto curiosi di conoscere il prezzo e la condizione delle bovine e dei cavalli in Inghilterra. Avendo udito che non prendevamo il nostro bestiame col lazo, esclamarono «Ah! dunque adoperate soltanto le bolas»; l’idea di un paese con recinti era al tutto nuova per essi. Finalmente il capitano mi disse, che aveva da farmi una domanda e che mi sarebbe stato molto grato se avessi voluto rispondergli con piena veracità. Tremai pensando quanto profondamente scientifica doveva essere questa domanda: ed era «Se le signore di Buenos-Ayres non erano le più belle del mondo». Io risposi come un rinnegato: «Precisamente così». Egli soggiunse «Io ho un’altra domanda, le signore in qualche altra parte del mondo portano pettini così alti?» Io con grande solennità gli assicurai di no. Questo fece loro un grandissimo piacere. Il capitano esclamò: «Vedete! un uomo che ha visitato mezzo mondo dice che questo è il caso; noi lo abbiamo sempre creduto, ma ora ne siamo certi». Il mio eccellente giudizio intorno a pettini ed alla bellezza, mi procurò il più ospitaliero ricevimento; il capitano mi obbligò a prendere il suo letto, ed egli dormì sul suo recado.

Novembre 21. - Siamo partiti all’alba ed abbiamo viaggiato lentamente tutto il giorno. La natura geologica di questa parte della provincia, differisce dal resto, e rassomiglia strettamente a quella dei Pampas. Quindi vi sono grandi tratti di cardi selvatici: invero tutto il paese si può chiamare un’ampia distesa di queste piante; due specie crescono separatamente, ogni pianta accanto alla propria specie. Il cardo comune giunge alla schiena del cavallo, ma il cardo dei Pampas supera sovente la testa del cavaliere. Scostarsi solo di un metro dalla strada è al tutto impossibile, e la strada stessa è in parte, e talora al tutto rinchiusa. Naturalmente non vi è pascolo; se il bestiame o i cavalli penetrano in quelle boscaglie, sono affatto perduti. Quindi è molto rischioso trasportare il bestiame in questa stagione dell’anno; perchè quando sono abbastanza spossati per affrontare i cardi, vi si precipitano dentro e non si possono più vedere. In questi distretti vi sono pochissimi poderi, e quei pochi che vi sono stanno nel contorno di umide vallate, dove per fortuna non possono vivere queste piante invaditrici. Siccome la notte era giunta prima che fossimo arrivati alla metà della giornata passammo la notte in una miserabile capanna, abitata da poverissima gente. La somma cortesia, sebbene un po’ formale, dei nostri ospiti, considerata la loro condizione, era al tutto piacevole.

Novembre 22. - Siamo arrivati ad un podere sul Berquelo che appartiene ad un cortesissimo inglese, pel quale io avevo una lettera di raccomandazione, del mio amico il signor Lumb. Dimorai colà tre giorni. Un mattino andai a cavallo col mio ospite, alla Sierra del Pedro Flaco, circa venti miglia risalendo il Rio Negro. Quasi tutto il paese era coperto di un’erba bella ma grossolana, che giungeva al ventre dei cavalli; tuttavia vi erano molte leghe quadrate senza un sol capo di bestiame. La provincia di Banda Oriental, se fosse bene fornita, potrebbe allevare un numero sterminato di animali; oggi l’esportazione annuale del cuoio da Montevideo sale a trecento mila capi; e il consumo del paese, per lo sciupìo che se ne fa, è notevolissimo. Un proprietario mi disse, che egli doveva mandare il bestiame per lungo tragitto fino ad uno stabilimento ove gli animali venivano salati, e quelli che erano troppo stanchi venivano spesso uccisi e scuoiati; ma che non aveva mai potuto persuadere i Gauchos a mangiarli, per cui bisognava ogni sera macellare un altro animale per la cena! La vista del Rio Negro dalla Sierra, era più pittoresca di qualunque altra che io avessi veduto in questa provincia. Il fiume largo, profondo e rapido, serpeggiava al piede di un dirupo roccioso; una zona di boschi seguiva il suo corso, e l’orizzonte terminava nelle lontane ondulazioni della pianura erbosa.

Quando mi trovava in questo sito, sentii parlare parecchie volte della Sierra de las Cuentas; collina distante molte miglia al nord. Questo nome vuol dire collina di perle. Mi venne assicurato che si trovavano colà moltissimi ciottolini rotondi di varii colori, ognuno dei quali aveva un piccolo foro cilindrico. Anticamente gli Indiani li raccoglievano onde farne vezzi e smaniglie, gusto, secondo me, comune a tutte le nazioni selvaggie come alle più civili. Io non sapeva che cosa pensare di questa storia, ma avendone parlato al dott. Andrea Smith, al capo di Buona Speranza, mi disse che si rammentava di aver trovato sulla costa Sud-Est dell’Africa, a circa cento miglia dal fiume di S. Giovanni alcuni cristallini di quarzo, cogli spigoli arrotondati dall’attrito, mescolati con ciottoli della spiaggia del mare. Ogni cristallo aveva il diametro di circa un centimetro ed una lunghezza di due o tre centimetri. Molti avevano un canaletto che si estendeva da un’estremità all’altra; perfettamente cilindrico, e di una mole sufficente per lasciar passare un grosso filo o una sottile corda da violino. Il loro colore era rosso o bianco fosco. Gli indigeni conoscevano questa struttura nei cristalli. Io ho parlato di queste circostanze perchè siccome non si conosce ora nessun corpo cristallizzato che abbia questa forma può venir in animo a qualche futuro viaggiatore di investigare la vera natura di cosifatte pietre.

Nei giorni che passai in quel podere mi divertii molto con quello che udii e vidi dei cani da pastore del paese[55]. Quando si va intorno a cavallo, si suole incontrare una grossa greggia di pecore custodita da uno o due cani, alla distanza di alcune miglia da ogni abitazione e da ogni uomo. Sovente io faceva le meraviglie intorno ad una amicizia così potente. Il metodo di educazione consiste nel separare il cagnolino, quando è giovanissimo, dalla madre, ed avvezzarlo ai suoi futuri compagni. Si tiene ferma una pecora tre o quattro volte al giorno, perchè l’animaletto possa poppare e gli si fa un covo di lana nel recinto delle pecore; non si lascia avere più nessuna relazione con altri cani, o coi bambini della famiglia. Inoltre il cagnolino viene generalmente castrato; cosicchè, quando è adulto non può guari avere nessun sentimento in comune cogli animali della sua specie. Educato in tal modo non desidera di abbandonare il greggie, e precisamente come un altro cane difenderà l’uomo suo padrone, questo difenderà le pecore. È curioso osservare quando si va vicino a un greggie, come il cane immediatamente viene avanti abbaiando, e le pecore tutte gli si stringono dietro, come intorno all’ariete più vecchio. Questi cani imparano anche agevolmente a condurre a casa il greggie ad una data ora della sera. L’inconveniente più grave che hanno, si è il trastullarsi quando sono giovani colle pecore; perchè nei loro giuochi fanno talora galoppare quei poveri animali senza misericordia.

Il cane da pastore entra in casa ogni giorno per avere un po’ di carne, e quando l’ha ottenuta fugge via come se si vergognasse di sè stesso. In questi casi i cani casalinghi sono molto dispotici, ed il più piccolo di essi aggredisce ed insegue l’estraneo. Appena però quest’ultimo ha raggiunto il gregge, egli si volge indietro e comincia ad abbaiare, ed allora tutti i cani casalinghi se la danno in fretta a gambe. Nello stesso modo un branco intero di cani selvatici affamati, raramente oserà aggredire un gregge (e alcuni mi hanno detto che ciò non succede mai) custodito anche da un solo di questi fedeli pastori. Questo fatto mi sembra un caso curioso della pieghevolezza delle affezioni del cane; e tuttavia sia esso selvatico od educato, ha un senso di rispetto e di timore per quelli che compiono il loro istinto di associazione. Perchè noi non possiamo comprendere da quale pricipio i cani selvatici siano fatti fuggire da un solo col suo gregge tranne che essi considerino, per qualche confusa nozione, che quell’uno in tal modo associato acquista forza come se fosse in compagnia della propria specie. Federico Cuvier ha osservato, che tutti gli animali che si addomesticano facilmente, considerano l’uomo come un membro della loro propria società, e quindi compiono il loro istinto di associazione. Nel caso sopra riferito il cane da pastore considera le pecore come suoi confratelli e così acquista fiducia; e i cani selvatici, sebbene sappiano che le pecore individualmente non siano cani, ma sono buone da mangiare, tuttavia aderiscono in parte a questo modo di vedere quando stanno in gregge con un cane da pastore alla loro testa.

Una sera un domidor (domatore di cavalli), venne onde domare alcuni puledri. Descriverò qui gli stadii di preparazione, perchè credo non siano stati mai menzionati da altri viaggiatori. Un branco di puledri selvatici è fatto entrare nel corral, o grande recinto di palizzate, e se ne chiude la porta. Supporremo che un uomo solo abbia da impadronirsi e montare un cavallo, il quale non ha mai sentito nè briglia nè sella. Io credo che tranne per un Gaucho, questo sarebbe al tutto impraticabile. Il Gaucho fa uscir dal branco un puledro già cresciuto e mentre l’animale corre intorno allo steccato, gli lancia il lazo in modo da prendergli le zampe anteriori. All’istante il cavallo si rovescia con un forte urto, e mentre si dibatte sul terreno, il Gaucho tenendo stretto il lazo, fa un circolo tanto da impadronirsi di una delle zampe posteriori, proprio sotto la barbetta, e lo riporta stretto alle due zampe anteriori; allora egli rallenta il lazo in modo che le tre siano legate insieme. Si siede poi sul collo del cavallo e gli attacca una forte briglia, senza aver un freno alla mascella inferiore; questo fa passando una stretta striscia di cuoio fra gli occhi fino alla fine delle reni, e parecchie volte intorno alla mascella ed alla lingua. Le due zampe anteriori sono ora tenute strettamente insieme con una forte striscia di cuoio, legata da un nodo scorsoio. Il lazo che ravvolge le tre zampe insieme, viene allora rallentato, ed il cavallo si alza con difficoltà. Il Gaucho allora tenendo forte la briglia attaccata alla mascella inferiore, conduce il cavallo fuori del recinto. Se un altro uomo assiste all’operazione (altrimenti la fatica è molto maggiore), egli tiene la testa del cavallo, mentre l’altro gli mette gli arnesi e la sella, che attacca con cinghie. Durante questa operazione, il cavallo per lo spavento e la meraviglia di sentirsi così legato intorno al ventre, si getta ripetutamente sul terreno, e non si rialza finchè non è battuto. Alla fine quando la sella è messa, il povero animale non può quasi respirare dal timore, ed è bianco dalla spuma e dal sudore. L’uomo allora si prepara a montarlo stringendo fortemente la staffa, affinchè il cavallo non perda l’equilibrio, e nel momento in cui slancia la gamba sul dorso dell’animale, scioglie il nodo scorsoio che lega le zampe anteriori, e l’animale è libero. Alcuni domatori sciolgono il nodo mentre l’animale è sdraiato sul terreno, e già a cavallo lo fanno alzare in piedi sotto di loro. Il cavallo, pazzo di terrore, spicca alcuni sbalzi violenti, poi parte al galoppo; quando è al tutto sfinito, l’uomo pazientemente lo riporta al corral, ove giunge riscaldato e mezzo morto; allora il povero animale è lasciato libero. Quei cavalli che non prendono subito il galoppo; ma che si gettano ostinatamente a terra, sono molto difficili da addestrare. Questo metodo è sommamente pericoloso, ma in due o tre prove il cavallo è domato. Tuttavia non è che dopo parecchie settimane che l’animale si può cavalcare con un morso di ferro, ed un freno solido, perchè deve imparare ad associare la volontà del suo cavaliere col tocco delle redini, prima che possa servire una briglia più perfetta.

Gli animali in questi paesi sono tanto abbondanti, che l’umanità e l’interesse proprio non vanno uniti; perciò temo che la prima sia quasi ignota. Un giorno mentre cavalcava nei Pampas con un rispettabilissimo Estanciero, il mio cavallo essendo stanco restava indietro. L’uomo spesso mi diceva di spronarlo. Quando io gli diceva che io non aveva cuore, perchè il cavallo era stanchissimo, egli esclamava: «Perchè no? - Non ci badate - Spronatelo - il cavallo è mio». Mi ci volle una certa difficoltà a fargli capire che io non adoperava gli sproni per amore del cavallo e non per amor suo. Egli con uno sguardo tutto meravigliato, esclamò: «Ah! Don Carlos, que cosa!». Evidentemente quell’idea non gli era passata mai per la testa. I Gauchos sono conosciutissimi per essere eccellenti cavalieri. L’idea di cader da cavallo, qualunque cosa faccia quest’ultimo, non passa mai loro per la mente. Secondo la loro opinione un buon cavaliere è un uomo che sa domare un puledro selvaggio, o che, quando il cavallo cade, scende di sella sui proprii piedi, o sa compiere altre cosifatte gesta. Ho sentito parlare di un uomo che scommetteva di gettar giù il suo cavallo venti volte ed egli rimaner ritto diciannove. Mi ricordo di aver veduto un Gaucho che cavalcava un cavallo molto restìo, il quale per tre volte di seguito si rizzò tanto alto da cadere violentemente all’indietro. L’uomo cavalcava con meravigliosa freddezza e spiava il momento acconcio per scender giù, non un momento prima, nè uno dopo del tempo giusto; ed appena il cavallo era di nuovo in piedi, l’uomo gli balzava sul dorso, ed alla fine partirono di galoppo. Il Gaucho non sembra mai esercitare nessuna forza muscolare. Un giorno io stava osservando un buon cavaliere, mentre galoppavamo rapidamente, e pensava fra me «certo se il cavallo fa un salto, tu che sembri così non curante sulla tua sella devi cadere». In quel momento uno struzzo maschio sbucò fuori proprio sotto il naso del cavallo; il giovane puledro spiccò un salto da parte come un cervo; ma tutto quello che si sarebbe potuto dire dell’uomo era che egli si era scosso e spaventato col suo cavallo.

Nel Chilì e nel Perù si accudisce molto di più la bocca del cavallo che non nella Plata, e questo evidentemente è una conseguenza della natura più intricata del paese. Nel Chilì un cavallo non è tenuto per veramente domato, finchè non si possa farlo fermare di botto, quando è in piena carriera, sopra un punto particolare - per esempio, sopra un mantello steso sul terreno; oppure slanciarlo contro un muro e farlo alzare e sgraffiarne la superficie cogli zoccoli. Ho veduto un animale pieno di spirito, il quale guidato soltanto con due dita, prese il galoppo attraverso un cortile, e fu fatto girare intorno allo steccato di una veranda, con grande speditezza, ma conservando sempre la stessa distanza, tantochè il cavaliere tenendo il braccio steso, sfregò per tutto il tempo il suo dito contro lo steccato. Poi facendo un volteggio in ara, coll’altro braccio steso nello stesso modo, egli ricominciò a correre con meravigliosa forza nella direzione opposta.

Un cavallo cosifatto è ben domato, e quantunque questo possa parere a prima vista inutile, non lo è per nulla. Non si fa che quello che ogni giorno vuol essere fatto con perfezione. Quando un toro selvatico è inseguito e preso col lazo, si mette talora a galoppare in giro, ed il cavallo spaventato del grande sforzo, se non è ben domato non si metterà subito a girare come il perno di una ruota. In conseguenza di ciò molti uomini sono stati uccisi, perchè se il lazo si avvolge per caso intorno al corpo di un uomo, esso viene all’istante, per la forza dei due opposti animali, quasi tagliato in due. Per lo stesso principio non si fanno grandi corse, e queste sono della lunghezza di due o trecento metri, volendo avere cavalli che facciano uno slancio veloce. I cavalli da corsa non sono ammaestrati soltanto per toccare coi loro zoccoli una linea, ma per portare tutti quattro i piedi insieme, onde al primo sbalzo mettere in giuoco la piena azione delle parti posteriori. Mi fu raccontato al Chilì un aneddoto, che credo vero; esso presenta un buon esempio dell’uso di un animale ben domato. Un rispettabile signore incontrò, un giorno, mentre era a cavallo, due uomini, uno dei quali montava un cavallo che quel signore sapeva essergli stato rubato. Egli lo accusò di questo; essi risposero sguainando la sciabola ed inseguendolo. L’uomo, sul suo buono e veloce cavallo si tenne sempre a poca distanza da loro; mentre egli passava accanto ad un fitto cespuglio, cominciò a correre intorno a questo e mise il suo cavallo dietro a questo riparo. Gli inseguitori furono obbligati a slanciarsi da una e dall’altra parte. Allora sbucando fuori repentinamente, proprio dietro di essi, immerse il suo coltello nel dorso di uno degli uomini, ferì l’altro, ricuperò il suo cavallo dal ladro moribondo, e se ne andò a casa. Per queste gesta ippiche sono necessarie due cose: un freno molto forte, come quello dei Mammalucchi, la forza del quale, sebbene adoperata di rado, è notissima al cavallo; grandi sproni spuntati che possono essere adoperati talora come un semplice tocco, talora come un istrumento dolorosissimo. Comprendo che gli sproni inglesi, i quali pungono la pelle al menomo tocco, sarebbero impossibili da adoperare con un cavallo domato al modo del Sud America.

In un podere presso Las Vacas un gran numero di cavalle vengono uccise ogni settimana per la loro pelle, sebbene questa non valga più di cinque dollari di carta, o dodici franchi e mezzo l’una. Sembra dapprima strano che valga la spesa di uccidere tante cavalle per un prezzo così minimo; ma siccome in questo paese è tenuto come cosa ridicola domare o cavalcare una cavalla, esse non hanno altro valore tranne che per la loro riproduzione. L’unica cosa in cui vidi adoperare cavalle era per levare il grano dalla spiga; perciò erano fatte girare in un recinto circolare ove i covoni sono distesi. L’uomo incaricato di macellare le cavalle era celebre per la sua destrezza nel maneggiare il lazo. Allogatosi alla distanza di dodici metri dall’ingresso del recinto, egli aveva messo pegno che avrebbe preso le zampe di ogni animale senza mancarne uno, mentre gli passava di corsa vicino. Vi era un altro uomo, il quale diceva che egli sarebbe entrato nel corral a piedi, avrebbe preso una cavalla, le avrebbe legate le zampe anteriori insieme, l’avrebbe tirata fuori, gettata a terra, uccisa, squoiata, e preparata la pelle per seccare (quest’ultima faccenda è molto noiosa); ed egli si impegnava a compiere tutte queste operazioni sopra ventidue animali in un sol giorno. Oppure ne avrebbe ucciso e squoiato cinquanta nello stesso tempo. Questo sarebbe stato un compito prodigioso, perchè viene considerato come una buona giornata di lavoro lo spelare e preparare le pelli di quindici o sedici animali.

Novembre 26. - Al mio ritorno mi avviai in linea retta per Montevideo. Avendo sentito parlare di alcune ossa gigantesche che si trovavano in un podere vicino al Sarandi, piccolo fiume che entra nel Rio Negro, partii a cavallo accompagnato dal mio ospite, e comperai pel valore di 8 franchi la testa del Toxodon[56]. Quando fu trovata era al tutto perfetta; ma i fanciulli le fecero saltar via alcuni denti coi sassi, e poi fecero della testa un bersaglio. Per fortuna trovai un dente perfetto, che si adattava benissimo ad uno degli alveoli di questo cranio, e questo dente era sepolto solo sulle sponde del Rio Tercero, alla distanza di circa cento ottanta miglia da questo luogo. Trovai avanzi di questo straordinario animale in due altri luoghi, per cui anticamente deve essere stato comune. Trovai qui pure alcuni grandi pezzi dell’armatura di un animale gigantesco simile all’armadillo, e parte della grossa testa di un Mylodon. Le ossa di questa testa erano tanto fresche che contenevano, secondo l’analisi del signor T. Reeks, sette per cento di materia animale, e quando venivano collocate in una lampada a spirito, bruciavano con una piccola fiamma. Il numero degli avanzi incassati nel grande estuario depositato che forma i Pampas e copre le roccie di granito della Banda Oriental, deve essere straordinariamente grande. Credo che tirando una linea retta in qualunque direzione attraverso i Pampas verrebbero tagliati alcuni scheletri od alcune ossa. Oltre queste che trovai nelle mie brevi escursioni, sentii parlare di molte altre, e l’origine di nomi come questi: «La sorgente dell’animale; La collina del gigante», è ovvia. Altre volte udii parlare della proprietà meravigliosa di certi fiumi, che avevan il potere di mutare le ossa piccole in grandi; oppure, come alcuni asserivano, le ossa stesse crescevano in essi. Per quanto io possa supporre, nessuno di questi animali è perito, come si credeva anticamente, nelle paludi o nei letti melmosi dei fiumi del terreno presente, ma le loro ossa sono state messe allo scoperto dai corsi d’acqua che attraversano il deposito subacqueo nel quale erano incassati in origine. Possiamo concludere che tutta l’area dei Pampas è un vasto sepolcreto di questi estinti quadrupedi giganteschi.

Nel meriggio del 28 arrivammo a Montevideo, essendo stati due giorni e mezzo in strada. Per tutto quel tratto il paese aveva un carattere molto uniforme, essendo alcune parti alquanto più rocciose e montuose che non presso il Plata. Non lungi da Montevideo attraversammo il villaggio di Las Pietras, così nominato per alcuni grossi massi rotondi di sienite. Il suo aspetto era piuttosto grazioso. In questo paese alcuni alberi di fichi intorno ad un gruppo di case ed un luogo trenta metri più alto del livello generale, deve essere sempre considerato come pittoresco.

Durante gli ultimi sei mesi ebbi l’opportunità di studiare alcun poco il carattere degli abitanti di quelle provincie. I Gauchos, o contadini, sono molto superiori a quelli che dimorano nelle città. Il Gaucho è invariabilmente più cortese, più educato, più ospitale; non ho mai incontrato un caso di inospitalità o di scortesia. Egli è modesto, rispetta se stesso e il paese, ma nello stesso tempo è ardito e spiritoso. D’altra parte si commettono molti furti e molti omicidii; l’uso di portar sempre il coltello è la causa principale di questi ultimi. È penoso sentire quante vite umane si perdono in dispute insignificanti. Nel combattimento, ogni avversario cerca di segnar l’altro nel volto ferendolo sul naso o negli occhi, come spesso è dimostrato da profonde e orribili cicatrici. I furti sono una conseguenza naturale dell’uso comune di giuocare, di bere molto e della somma indolenza. A Mercedes domandai a due uomini perchè non lavorassero. Uno mi rispose con somma gravità che i giorni erano troppo lunghi; l’altro che egli era troppo povero. Il numero dei cavalli e l’abbondanza del cibo sono la distruzione di ogni industria. Inoltre vi sono moltissimi giorni festivi; poi nulla può riuscire se non è cominciato quando la luna cresce, per cui metà del mese si perde per queste due cagioni.

La polizia e la giustizia sono al tutto insufficienti. Se un uomo povero commette un omicidio ed è preso, sarà messo in prigione e forse fucilato; ma se è ricco ed ha amici, può essere tranquillo che non incontrerà nessuna pena. È cosa curiosa che gli abitanti più rispettabili del paese aiutano l’assassino a fuggire. Sembrano credere che l’individuo pecchi contro il Governo e non contro le persone. Un viaggiatore non ha altra protezione che le sue armi da fuoco, e l’uso costante di portarle è l’unico ostacolo a più frequenti ruberie.

Il carattere delle classi più alte e più educate che dimorano nelle città, partecipa, ma forse in un grado minore, delle buone qualità del Gaucho, ma temo sia macchiato di molti vizii di cui quello va immune. La sensualità, lo scherno di ogni religione, la più grossolana corruzione non sono al tutto insoliti. Quasi ogni funzionario pubblico può essere comperato. Il capo dell’ufficio postale vendeva franchi governativi falsificati. Il governatore ed il primo ministro si accordano apertamente per saccheggiare lo Stato. La giustizia, quando il denaro entra in giuoco, non esiste più. Conosco un inglese, il quale, andò dal primo giudice cui disse, che non conoscendo gli usi del paese tremava entrando nella stanza, e gli disse: «Signore, vengo ad offrirvi duecento dollari (di carta del valore di circa 125 franchi), se volete far arrestare prima di un certo tempo un uomo che mi ha truffato. So che questo è contro la legge, ma il mio avvocato (e lo nominò), mi ha raccomandato di fare questo passo!» Il primo giudice aderì e sorridendo lo ringraziò, e l’uomo prima di notte era in prigione. Con questa assoluta mancanza di principii nella maggior parte dei governanti, col paese pieno di ufficiali turbolenti e mal pagati, il popolo spera tuttavia che una forma democratica di governo possa riuscire! Penetrando per la prima volta nella società di questi paesi due o tre particolarità colpiscono come singolarmente notevoli. I modi cortesi e dignitosi che s’incontrano in ogni classe, il buon gusto delle donne nei loro abbigliamenti, e l’uguaglianza di tutte le classi. Al Rio Colorado alcuni piccoli bottegai solevano pranzare col generale Rosas. Il figlio di un maggiore a Bahia Blanca si guadagnava la vita facendo carte per sigaritos, e si offerse per accompagnarmi, come guida o servitore, a Buenos Ayres, ma suo padre non acconsentì per timore del pericolo. Molti ufficiali dell’armata non sanno nè leggere nè scrivere, tuttavia stanno nella società come uguali agli altri. In Entre Rios, la Sala non è composta che di sei deputati. Uno di essi aveva una botteguccia, ed evidentemente non si credeva degradato per questo. Tuttavia ciò è naturale in un paese nuovo, nondimeno la mancanza di gentiluomini di professione, sembra ad un inglese alquanto strana.

Quando si parla di queste regioni, il modo in cui sono state allevate dalla loro snaturata madre, la Spagna, deve essere sempre presente alla mente. Nel complesso forse, si deve dare maggior lode per quello che è stato fatto, che non biasimo per quello che manca ancora.. È impossibile porre in dubbio che l’estrema libertà di questi paesi non debba infine produrre buoni effetti. Il modo stesso con cui sono generalmente tollerate le religioni straniere, l’attenzione che si porta ai mezzi di educazione, la libertà della stampa, le agevolezze offerte a tutti i forestieri, e specialmente, mi sia permesso di aggiungere, ad ognuno che professi le più piccole pretese alla scienza, debbono essere ricordate con gratitudine, da coloro che hanno visitato le provincie spagnuole del Sud America.

Dicembre 6. - La Beagle salpò dal Rio Plata, per non entrar più mai nelle sue acque fangose. Eravamo diretti a Porto Desiderio, sulla costa della Patagonia. Prima di procedere più oltre, metterò insieme qui alcune poche osservazioni fatte in mare.

Parecchie volte quando la nave aveva oltrepassato di alcune miglia la foce del Plata, ed altre volte quando era verso le coste del nord della Patagonia, noi siamo stati circondati da insetti. Una sera mentre eravamo a circa dieci miglia dal golfo di S. Blas, un gran numero di farfalle in branchi innumerevoli si estendeva fin dove l’occhio poteva giungere. Anche con l’aiuto del cannocchiale non era possibile vedere uno spazio libero dalle farfalle. I marinai esclamavano: «nevica farfalle», ed infatti questo era ciò che sembrava. Vi si trova più di una specie, ma la maggior parte apparteneva ad una specie molto simile, ma non identica, alla comune Colias edusa d’Inghilterra. Alcune farfalle notturne e alcuni imenotteri accompagnavano quelle farfalle; ed un bel coleottero (Calosoma) volava in mezzo al branco. Si conoscono altri casi in cui questo coleottero è stato preso in alto mare; e questo è ancor più notevole, che la maggior parte dei carabidi raramente o mai spiccano il volo. Il giorno era stato bello e tranquillo, come pure quello antecedente, con un po’ di venticello leggiero e variabile. Quindi non si può supporre che gli insetti fossero stati spinti dal vento dalla terra, ma dobbiamo conchiudere che avevano preso il volo spontaneamente. Dapprima questi grandi branchi di Colias sembravano somministrare un esempio come quelli che si menzionano delle migrazioni di un’altra farfalla, la Vanessa cardui: ma la presenza di altri insetti, rende il caso distinto, ed anche meglio intelligibile. Prima del tramonto si levò una forte brezza dal nord, che deve aver prodotto la morte di centinaia di migliaia di farfalle ed altri insetti.

Un’altra volta, mentre mi trovava a diciassette miglia dal Capo Corrientes, aveva gettato una rete per prendere animali pelagici. Avendola tirata su, vi trovai dentro con mia grande sorpresa, un gran numero di coleotteri, e quantunque in alto mare, non parevano aver sofferto dall’acqua salata. Perdetti alcuni degli esemplari, ma quelli che conservai appartenevano ai generi, Colymbetes, Hydroporus, Hydrobius, (due specie) Notaphus, Cynucus, Adimonia e Scarabœus. Dapprima credetti che questi insetti fossero stati spinti dal vento dalla spiaggia, ma avendo riflettuto che delle otto specie quattro erano acquatiche, e due altre in parte tali, mi sembrò più probabile che fossero venuti nel mare galleggiando sopra una piccola corrente che scaturisce da un lago presso il Capo Corrientes. In ogni modo è una circostanza molto interessante trovare insetti vivi natanti in alto mare, a diciassette miglia dal punto di terra più vicino: vi sono molte relazioni di insetti stati spinti dal vento dalle spiagge della Patagonia. Il capitano Cook ha osservato questo fatto, come pure il capitano King nella Adventure. Probabilmente la causa di questo fatto è dovuta alla mancanza di ricovero, tanto di alberi come di colline, cosicchè un insetto, librato sulle sue ali, può venire facilmente spinto dal vento di terra in alto mare. Il caso più notevole che io conosca di un insetto stato preso lungi dalla terra, è quello di un grosso grillo (Acrydium), che volò a bordo, quando la Beagle era sopravento delle isole del Capo Verde, e quando il punto di terra più vicina, non direttamente opposto ai venti regolari, era il Capo Blanco sulla costa d’Africa, lontano 370 miglia[57].

In parecchie occasioni, quando la Beagle si trovava nella foce del Plata, gli attrezzi della nave erano stati coperti colla ragnatela del ragno dal filo Santa Maria. Un giorno (primo novembre 1832) osservai particolarmente questo fatto. Il tempo era stato bello e sereno, e nel mattino si vedevano nell’aria brani di ragnatela in fiocchi, come nei giorni d’autunno in Inghilterra. La nave era distante dalla terra sessanta miglia nella direzione di una costante sebbene leggiera brezza. Un gran numero di piccoli ragni lunghi circa due millimetri e mezzo, di color rosso bruno, stavano attaccati alle ragnatele. Ve ne saranno state, credo, alcune migliaia sul bastimento. Quando il piccolo ragno veniva a toccare l’attrezzo, era sempre allogato sopra un filo solo e non sulla massa fioccosa. Quest’ultima pareva esser sola prodotta dallo sviluppo dei singoli fili. I ragni erano tutti di una specie, ma dei due sessi insieme coi piccoli, questi ultimi si distinguevano per la loro mole più piccola e pel loro colore più sbiadito. Non starò qui a dar la descrizione di questo ragno, ma dirò solo che non mi sembra dover essere compreso in nessuno dei generi di Latreille. Il piccolo areonauta, appena arrivava a bordo era attivissimo, correva intorno, talora si lasciava cadere, e poi risaliva sullo stesso filo; talora si affaccendava a fare una piccola ed irregolare rete negli angoli fra le funi. Correva agevolmente sulla superfice dell’acqua. Disturbato sollevava le sue zampe anteriori in atto di attenzione. Appena arrivato pareva aver molta sete, e colle mascelle spalancate beveva avidamente le goccie d’acqua; questa stessa circostanza è stata osservata da Strack; non sarà questa una conseguenza dell’avere l’insettino attraversata una atmosfera asciutta e rarefatta? La sua provvista di ragnatele sembra inesauribile. Mentre stava osservandone alcuno sospeso ad un filo, notai parecchie volte, che il più lieve soffio d’aria li portava lontani fuori della vista in linea orizzontale. Un’altra volta (il 25), in circostanze simili, osservai ripetutamente la stessa specie di piccolo ragno, tanto quando era caduto o si era trascinato sopra qualche piccola eminenza, alzare il suo addome, mandar fuori un filo, e poi andarsene orizzontalmente, ma con una rapidità al tutto incredibile. Mi è parso di vedere che il ragno, prima di compiere le operazioni preparatorie suddette, riuniva le sue zampe insieme, con fili delicatissimi, ma non sono sicuro dell’esattezza di questa osservazione.

Un giorno a Santa Fè, ebbi una migliore occasione per osservare fatti simili. Un ragno della lunghezza di circa sette millimetri, e che nell’aspetto generale rassomigliava ad un Citigrado (quindi al tutto differente dal ragno dal filo Santa Maria) mentre stava sulla cima di un palo, mandò fuori dalle sue trafile quattro o cinque fili. Questi mentre brillavano al sole, potevano essere paragonati a raggi di luce divergenti, tuttavia non erano diritti ma ondulati come fili di seta spinti dal vento. Erano lunghi più di un metro, e divergevano dagli orifizi in direzione ascendente. Il ragno allora abbandonò il palo ed in breve lo perdetti di vista. La giornata era calda ed in apparenza tranquilla; tuttavia in tali circostanze, l’atmosfera non può essere mai tanto quieta da non atterrare un oggetto così delicato come il filo di un ragno. Se durante una calda giornata, noi guardiamo all’ombra un oggetto posto sopra una panca, o sotto un piano livellato ad un punto lontano dal paesaggio, l’effetto di una corrente ascendente di aria riscaldata è quasi sempre evidente; queste correnti ascendenti, come è stato osservato, sono parimente dimostrate dal salire che fanno le bolle di sapone, che non si solleverebbero in una stanza chiusa. Quindi credo molto difficile comprendere il salire che fanno i sottilissimi fili, che escono dalle trafile del ragno, ed in seguito l’ascensione del ragno stesso; la divergenza dei fili, è stata spiegata in parte, credo dal signor Murray, per la loro simile condizione elettrica. La circostanza, che ragni della stessa specie, ma di sessi e di età differenti, sono stati trovati in parecchie occasioni alla distanza di molte leghe dalla terra attaccati in gran numero ai fili, rende probabile che l’uso di viaggiare attraverso l’aria sia tanto caratteristico di questa tribù, quanto quello di tuffarsi lo è dell’Argyroneta. Possiamo quindi respingere la supposizione di Latreille, che il ragno dal filo Santa Maria deve la sua origine indifferentemente ai piccoli di parecchi generi di ragni; quantunque come abbiamo veduto, i giovani di altri ragni siano forniti della facoltà di compiere viaggi aerei[58].

Durante i nostri differenti viaggi al Sud del Plata, rimorchiai spesso a poppa una rete fatta di stamigna, e presi così molti animali curiosi. Vi erano molti generi di crostacei strani e non ancor descritti. Uno, il quale per qualche rispetto è affine ai Notopoda (ossia quei granchi che hanno le zampe posteriori collocate quasi sul dorso, onde potere aderire alla parte inferiore degli scogli), è notevolissimo per la struttura delle sue zampe posteriori. La penultima articolazione invece di terminare in un semplice uncino, finisce con tre appendici arricciate di lunghezza disuguale, la più lunga uguaglia quasi l’intera zampa. Questi uncini sono sottilissimi, e sono a mo’ di sega con finissimi denti diretti allo indentro; le loro estremità incurvate sono piatte, e su questa parte stanno cinque minutissime ventose che sembrano operare nello stesso modo delle ventose dalle braccia della seppia. Siccome l’animale vive in alto mare, e manca probabilmente di luogo per riposare, suppongo che questa bella anomalissima struttura, sia acconcia per tenerlo attaccato agli animali marini galleggianti.

Nell’acqua profonda, lungi dalla terra, il numero delle creature viventi è sommamente scarso; al sud di 35° di latitudine, non sono mai riescito a prendere che alcune beroe, e poche specie di piccoli crostacei entomostracei. Nell’acqua poco profonda, alla distanza di poche miglia dalla costa, sono numerose molte specie di crostacei ed alcuni altri animali, ma solo durante la notte. Fra le latitudini 56° e 57° sud del Capo Horn, la rete venne tirata a bordo parecchie volte, tuttavia non portò su mai nulla, tranne alcuni pochi individui di due minutissime specie di entomostracei. Tuttavia le balene e le foche, le procellarie e le diomedee sono molto abbondanti in questa parte dell’Oceano. È sempre stato un mistero per me di che cosa possano vivere le diomedee che stanno tanto lontane dalla spiaggia; suppongo che, come il Condoro, possano digiunare a lungo, e che un buon pasto del carcame di una balena imputridita basti per un tempo lungo. Le parti centrali ed intertropicali dell’Atlantico, brulicano di pteropodi, crostacei e raggiati coi loro divoratori i pesci volanti, e di nuovo coi loro divoratori le palamite e le albicore; suppongo che i numerosi animali pelagici inferiori si nutrano di infusorii, i quali dalle ricerche di Ehrenberg si sa ora che abbondano nell’alto mare; ma di che cosa vivono questi infusorii nella limpida acqua azzurra?

Mentre si viaggiava un po’ al sud del Plata in una notte molto buia, il mare ci presentò uno spettacolo meraviglioso e bellissimo. Soffiava una forte brezza ed ogni parte della superfice, che durante il giorno era spuma, ora splendeva di una pallida luce. La nave spingeva innanzi a sè due flutti di fosforo liquido, e nel suo solco era seguita da uno strascico lattiginoso. Fin dove giungeva l’occhio la cresta di ogni onda era brillante ed il firmamento sopra l’orizzonte, per lo splendore riflesso di queste livide fiamme, non era così interamente oscuro come la volta del cielo.

Mentre ci avanzavamo verso il sud, il mare era di rado fosforescente; e varcato il Capo Horn, non mi ricordo di averlo veduto così più di una volta, ed allora era tutt’altro che splendido. Questo fatto ha probabilmente una stretta relazione colla scarsità di esseri organici in quella parte del mare. Dopo lo scritto elaborato[59] di Ehrenberg, intorno alla fosforescenza del mare, è quasi superfluo che io faccia qualche osservazione su questo argomento. Posso tuttavia soggiungere, che i medesimi brani e particelle irregolari della materia gelatinosa descritta da Ehrenberg, sembrano essere tanto nell’emisfero meridionale, quanto nel settentrionale, la causa comune di questo fenomeno. Le particelle erano tanto minute da passare attraverso le maglie di un velo sottilissimo, tuttavia molte erano distintamente visibili ad occhio nudo. L’acqua messa in un vaso ed agitata, mandava scintille, ma una piccola porzione sopra un vetro da oriuolo era appena luminosa. Ehrenberg afferma che queste particelle conservano tutte una certa dose di irritabilità. Le mie osservazioni, di cui alcune erano fatte direttamente appena attinta l’acqua, davano un risultato diverso. Posso anche dire che avendo adoperato la rete durante la notte, ed avendola lasciata divenire in parte asciutta, dodici ore dopo la presi per adoperarla nuovamente, e ne trovai tutta la superfice scintillante come quando l’aveva prima tratta dall’acqua. Non sembra probabile in questo caso che le particelle abbiano potuto rimanere tanto tempo vive. Una volta avendo tenuta una medusa del genere Dianoea finchè fu morta, l’acqua nella quale era collocata divenne luminosa. Quando le onde brillano di splendide scintille verdi, credo che questo sia generalmente dovuto a minuti crostacei. Ma non vi può esser dubbio che un gran numero di altri animali pelagici siano fosforescenti quando sono in vita.

In due occasioni io aveva osservato il mare luminoso a notevoli profondità sotto la superfice. Presso la foce del Plata alcuni spazi circolari ed ovali, del diametro di due a quattro metri, e con profili definiti, brillavano di una luce costante ma pallida; mentre l’acqua circostante mandava solo poche scintille. Si sarebbe detto il riflesso della luna o di qualche corpo luminoso, perchè gli orli erano sinuosi per le ondulazioni della superfice. Il bastimento che pescava quattro metri, passò sopra quegli spazi senza disturbarli. Perciò noi dobbiamo supporre che alcuni animali si fossero riuniti assieme ad una profondità maggiore di quella a cui giungeva il bastimento.

Presso Fernando Noronha il mare mandava luce a sprazzi, pareva come se un grosso pesce si fosse rapidamente mosso in mezzo ad un fluido luminoso. I marinai attribuivano questo fatto a quella cagione; tuttavia in quel tempo io conservava alcuni dubbi per la frequenza e rapidità degli sprazzi di luce. Ho già osservato che questo fenomeno è molto più comune nelle regioni calde che non nelle fredde; e talora mi è venuto il pensiero che l’alterazione nella condizione elettrica dell’atmosfera fosse molto favorevole a produrre questo fatto. Certamente io credo che il mare è molto più luminoso dopo alcuni giorni di tempo più tranquillo del solito, durante il quale brulica di varii animali. Osservando che l’acqua carica di particelle gelatinose è in uno stato impuro, e che l’aspetto luminoso in tutti i casi comuni è prodotto dall’agitazione del fluido in contatto dell’atmosfera, sono indotto a credere che la fosforescenza sia l’effetto della scomposizione delle particelle organiche, processo mercè il quale (si sarebbe quasi tentati di chiamarlo una sorta di respirazione), il mare si purifica.

Dicembre 23. - Siamo giunti a Porto Desiderio, collocato nel 47° di latitudine sulla costa della Patagonia. Questo seno entra nella terra con un giro di circa venti miglia, ed una larghezza irregolare. La Beagle gettò l’àncora poche miglia dopo l’ingresso, in faccia alle rovine di un antico stabilimento spagnuolo.

La stessa sera scesi a terra. Il primo sbarcare in un nuovo paese è molto interessante, e specialmente quando, come in questo caso, tutto l’aspetto porta l’impronta di un carattere individuale e spiccato. All’altezza di sessanta o novanta metri, sopra alcuni massi di porfido si estende una vasta pianura la quale è veramente caratteristica della Patagonia. La superfice è al tutto livellata, e si compone di masse tondeggianti miste ad una terra bianchiccia. Qua e là crescono alcuni ciuffi d’erba bruna, e ancor più rari sorgono alcuni bassi cespugli spinosi. Il tempo è asciutto e piacevole, e il bellissimo cielo azzurro di rado viene oscurato. Quando alcuno si trova nel mezzo di una di queste pianure deserte, e guarda verso l’interno, l’occhio è generalmente limitato dal rialzo di un’altra pianura, alquanto più alta, ma egualmente livellata e brulla; ed in ogni altra direzione l’orizzonte non si distingue pel tremulo miraggio che sembra sollevarsi dalla superfice riscaldata.

In un paese cosiffatto il destino dello stabilimento spagnuolo fu in breve deciso; l’asciuttezza del clima durante la maggior parte dell’anno, e le frequenti aggressioni degli Indiani erranti, obbligarono i coloni ad abbandonare le loro case a metà fabbricate. Tuttavia, lo stile in cui furono cominciate mostra la mano potente e liberale dell’antica Spagna. Il risultamento di tutti i tentativi fatti per colonizzare questa parte dell’America al Sud del 41° di latitudine sono stati infelici. Il Porto della Fame esprime col suo nome i lunghi e grandi patimenti di parecchie centinaia di povera gente, di cui rimase superstite un uomo solo per raccontare le loro miserie. Al golfo di San Giuseppe sulla costa della Patagonia, venne fondato un piccolo stabilimento; ma una domenica gli Indiani aggredirono e massacrarono tutta la gente, tranne due uomini che rimasero prigionieri per molti anni. A Rio Negro parlai con uno di questi uomini ora vecchissimo.

La zoologia della Patagonia è tanto limitata quanto la sua flora[60]. Sulle aride pianure si vedevano alcuni pochi coleotteri neri (Heteromera), strascinarsi lentamente intorno, e di tratto in tratto una lucertola passava velocemente da un lato all’altro. Di uccelli abbiamo tre avvoltoi, e nelle valli alcune poche cincie ed insettivori. Un ibis (Theristicus melanops - specie che è detta incontrarsi nel centro dell’Africa), non è raro nelle parti più deserte: trovai nel suo stomaco grilli, cicale, lucertoline, ed anche scorpioni[61]. In un certo tempo dell’anno questi uccelli vanno in branchi, in un altro tempo a paia: il loro grido è forte e singolare, come il nitrito del guanaco.

Il guanaco o Lama selvatico, è il quadrupede caratteristico delle pianure della Patagonia; esso è nell’America del Sud il rappresentante del camello d’Oriente. È un animale elegante allo stato di natura, con collo lungo e svelto e zampe sottili. È comunissimo in tutte le parti temperate del continente, e si estende al sud fino alle isole presso il Capo Horn. Vive generalmente in piccoli branchi da sei a trenta individui ognuno; ma sulle sponde di Santa Cruz ne abbiamo veduto un branco che ne doveva contenere almeno cinquecento.

Sono generalmente selvatici e molto cauti. Il signor Stokes mi disse di aver veduto un giorno col canocchiale un branco di questi animali che erano stati evidentemente spaventati, e correvano via velocemente, quantunque fossero tanto lontani che egli non poteva vederli ad occhio nudo. Il cacciatore spesso si accorge della loro presenza udendo molto lontano il loro particolare nitrito di allarme. Se allora egli guarda attentamente, vedrà forse il branco allineato sul pendio di qualche lontana collina. Facendosi più vicino si odono ancora alcuni pochi gridi, ed essi corrono con passo apparentemente lento, ma in realtà veloce, lungo qualche stretto sentierino verso una vicina collina. Tuttavia se per un caso egli incontra ad un tratto un animale isolato, o parecchi insieme, generalmente rimangono immobili e lo guardano fisso, poi forse corrono per qualche metro, si voltano e lo guardano nuovamente. Qual’è la cagione di questa loro diversa timidezza? Scambiano forse da lontano l’uomo col puma, loro principale nemico? Oppure la curiosità vince la timidezza? Quello che è certo si è che sono curiosi; perchè se una persona sdraiata per terra prende strani atteggiamenti, come per esempio alzar le gambe in aria, essi si accostano quasi sempre pian piano per osservarla. Questo era un artifizio ripetutamente praticato dai nostri cacciatori con buon esito, ed aveva inoltre il vantaggio di lasciar fare parecchi colpi, i quali tutti erano considerati come parte del giuoco. Sui monti della Terra del Fuoco ho veduto più di una volta un guanaco, il quale essendo accostato non solo nitriva e gridava, ma s’impennava e saltava nel modo più ridicolo, apparentemente in atto di sfida. Questi animali vengono agevolmente addomesticati, e ne ho veduto alcuni in questo stato nella Patagonia settentrionale presso una casa, senza nessun legame. In questo stato sono fierissimi, ed aggrediscono prontamente un uomo, dandogli un colpo di dietro colle due ginocchia. Si afferma che il motivo di queste aggressioni sia la gelosia per le loro femmine. Tuttavia il guanaco selvatico non ha idea di difesa; basta un cane a tener fermo uno di quei grossi animali finchè giunga il cacciatore. In molti dei loro costumi somigliano alle pecore di un greggie. Così quando veggono avvicinarsi uomini a cavallo da varie parti rimangono subito sgomentati, e non sanno più da che parte fuggire. Questo agevola grandemente il metodo di caccia indiano, perchè così sono facilmente spinti in un punto centrale e subito circondati.

I guanachi vanno volentieri nell’acqua: parecchie volte a Porto Valdes furono veduti nuotare da un’isola all’altra. Byron nel suo viaggio, dice di averli veduti bere l’acqua salata. Alcuni dei nostri ufficiali videro parimente un branco il quale da quanto pareva stava bevendo l’acqua salmastra di una salina presso Capo Blanco. Mi figuro che in varie parti del paese, se essi non bevessero acqua salata, non ne beverebbero affatto. Nel meriggio sovente si rotolano nella polvere entro piccole cavità. I maschi combattono insieme; un giorno me ne passarono due proprio accanto, i quali nitrivano e cercavano di mordersi tra loro; e parecchi che furono uccisi avevano la pelle profondamente solcata da cicatrici. Sembra che talora alcuni branchi vadano in esplorazione; a Bahia Blanca, ove, a trenta miglia dalla costa, questi animali sono sommamente rari, vidi un giorno le traccie di trenta o quaranta che erano venuti in linea retta fino ad un seno di acqua salata melmosa. Essi allora debbono essersi accorti della vicinanza del mare, perchè si erano voltati colla regolarità della cavalleria, ed erano tornati indietro, in linea retta come quella in cui erano venuti. I guanachi hanno un costume particolare che a me è al tutto inesplicabile; cioè, che durante varii giorni depongono i loro escrementi nello stesso mucchio. Vidi uno di questi mucchi che aveva il diametro di due metri e mezzo, ed era composto di gran copia di escrementi. Questa abitudine, secondo il signor A. d’Orbigny, è comune a tutte le specie del genere, ed è utilissima per gli Indiani del Però, i quali adoperano gli escrementi per combustibile, e sono così liberati dalla noia di doverli andare a raccogliere.

Il guanaco sembra avere certi luoghi prediletti per andare a morire. Sulle sponde del Santa Cruz, in alcuni spazi circoscritti che in generale sono boscheggiati e prossimi al fiume, il terreno era presentemente tutto biancheggiante di ossa. In uno di questi punti contai da dieci a venti crani. Esaminai attentamente quelle ossa; esse non sembravano, come alcune sparse da me vedute, rosicate o rotte, come quando vengono ammucchiate dalle fiere. Nella maggior parte dei casi gli animali debbono essersi trascinati prima di morire in mezzo a quei boschetti. Il signor Bynoe mi ha detto che in un viaggio precedente egli aveva osservato lo stesso fatto sulle sponde del Rio Gallegos. Non comprendo affatto la ragione di questo, ma posso dire che i guanachi feriti a Santa Cruz si avviavano invariabilmente verso il fiume. A San Jago, nelle isole del Capo Verde, mi ricordo di aver veduto in un burrone un angolo remoto di esso coperto di ossa di capra: allora dicemmo che era il cimitero di tutte le capre dell’isola. Faccio menzione di questi fatti poco importanti, perchè in certi casi possono spiegare la presenza di un gran numero di ossa intatte in una caverna, o sepolte entro massi alluviali, e parimente perchè certi animali siano più comunemente sepolti nei depositi di sedimento che non altri.

Un giorno la scialuppa fu mandata sotto il comando del signor Chaffers con tre giorni di provvigioni ad esaminare la parte superiore del porto. Al mattino andammo in cerca di alcuni luoghi per far provvista d’acqua menzionati in una vecchia carta spagnuola. Trovammo un seno in fondo al quale vi era un bel ruscello (il primo ch’io abbia veduto) di acqua salmastra. Qui la marea ci obbligò ad aspettare parecchie ore, e in questo intervallo feci alcune miglia a piedi nell’interno. La pianura, al solito, era composta di ghiaia mista a terreno che all’aspetto pareva creta, ma di natura molto differente. Per la friabilità di questi materiali era scavata in varii burroni. Non vi era un albero, e tranne il guanaco che stava sulla cima di un colle, attenta sentinella del suo branco, non v’era quasi un animale od un uccello. Tutto era silenzio e desolazione. Tuttavia all’aspetto di quelle scene, senza la vicinanza di un oggetto brillante, si prova vivacissimo un indefinito ma forte sentimento di piacere. Uno domandò da quanti secoli la pianura era in questo stato, e quanti ancora avrebbe così dovuto durare:

Niuno risponder sa - tutto un deserto

Ora ci appare, ed un linguaggio arcano

Parla dubbii terribili[62]…

A sera veleggiammo per poche miglia più avanti, poi si piantarono le tende per la notte. Nel mezzo del giorno susseguente la scialuppa era arenata, e per la poca profondità dell’acqua non potemmo andare avanti. Avendo trovato l’acqua dolce, il signor Chaffers prese la barchetta e risalì per altre due o tre miglia, dove questa pure arenò, ma in un fiume d’acqua dolce. L’acqua era melmosa, e sebbene il fiume fosse piuttosto piccolo, sarebbe difficile spiegarne l’origine altrimenti che dalle nevi che si sciolgono nelle Cordigliere. Nel luogo ove ponemmo il nostro bivacco eravamo circondati da scoscesi dirupi, diritte punte di porfido. Non credo di aver mai veduto un luogo che sembrasse più segregato dal resto del mondo di quel roccioso crepaccio in mezzo alla vasta pianura.

Il giorno dopo il nostro ritorno all’ancoraggio alcuni ufficiali ed io andammo a saccheggiare un’antica tomba indiana che io aveva trovata sulla cima di una vicina collina. Due immense pietre, che pesavano probabilmente almeno due tonnellate, erano state poste proprio di faccia ad uno spigolo di roccia alto circa un metro e ottanta cent. In fondo alla tomba sulla dura roccia v’era uno strato di terra profondo circa trenta centimetri, che deve essere stato portato colà dalla pianura sottostante. Sopra di esso vi era un selciato di sassi appiattiti, sui quali stavano ammucchiati altri sassi, tanto da riempire lo spazio tra l’orlo della roccia e i due grandi massi. Per render più completa la tomba, gli Indiani avevano pensato di staccare dallo spigolo un grosso frammento, e gettarlo sul mucchio tanto da posare sui due massi. Facemmo saltare con una mina la tomba nei due lati, ma non ci fu dato di rinvenire nè reliquie nè ossa. Queste ultime probabilmente erano da lungo tempo distrutte (nel qual caso la tomba doveva essere sommamente antica), perchè in un altro luogo io trovai alcuni mucchi più piccoli, sotto i quali si potevano distinguere ancora alcuni pochissimi frammenti sminuzzati per avere appartenuto all’uomo. Falconer asserisce che un Indiano è sotterrato nel luogo dove muore, ma che in seguito le sue ossa vengono accuratamente raccolte e portate, a meno che la distanza non sia troppo grande, per essere deposte presso la spiaggia del mare. Si può comprendere questa usanza pensando che prima della introduzione dei cavalli, questi Indiani devono aver condotto la stessa vita degli abitanti della Terra del Fuoco dei nostri tempi, e quindi devono aver dimorato generalmente in prossimità del mare. Il pregiudizio comune di essere sepolti dove dormono i propri antenati avrà fatto che gli Indiani girovaghi dei nostri tempi portino la parte meno caduca dei loro morti agli antichi cimiteri della costa.

Gennaio 9, 1834. - Prima di notte le Beagle gettò l’àncora nel bello e spazioso porto di San Giuliano, collocato a circa cento e dieci miglia al sud di Porto Desiderio. Rimanemmo colà otto giorni. Il paese è quasi uguale a quello di Porto Desiderio, forse ancor più sterile. Un giorno una brigata accompagnò il capitano Fitz Roy in un lungo giro intorno alla punta del porto. Rimanemmo undici ore senza assaggiare una goccia d’acqua, ed alcuni della brigata erano al tutto sfiniti. Dalla cima di una collina (allora ben chiamata collina della sete), si vedeva un bel lago, e due della brigata andarono colà per mostrare con segni concertati se fosse acqua dolce. Quale non fu la nostra delusione trovando che era una discesa di sale bianco come la neve cristallizzato in grandi cubi! Attribuimmo la nostra gran sete alla asciuttezza dell’atmosfera; ma, qualunque fosse la causa, fummo ben contenti la sera di tornarcene alle nostre barche. Quantunque non avessimo potuto trovare, in tutto il nostro giro neppure una goccia d’acqua dolce, tuttavia ve ne deve essere in qualche parte; perchè per un caso singolare trovai alla superficie dell’acqua salata presso la punta del golfo un Colymbetes non al tutto morto, che doveva vivere in qualche stagno non molto lontano. Tre altri insetti (una Cincindela, simile alla Hybrida, una Cymindis ed un Harpalus, che tutti vivono nelle pozzanghere melmose, prodotte dagli allagamenti del mare), ed un altro trovato morto sulla pianura, compiono la lista dei coleotteri. Una grossa mosca (Tabanus) era numerosissima, e ci tormentava colla sua dolorosa puntura. La mosca comune, che è tanto noiosa nelle stradicciole d’Inghilterra, appartiene a questo stesso genere. Eravamo qui, come succede frequentemente nel caso delle zanzare, molto imbarazzati a spiegare come vivano questi insetti, e del sangue di quali animali si nutrano comunemente? Il guanaco è quasi il solo quadrupede dal sangue caldo, e si trova in numero troppo piccolo, comparato alla quantità delle mosche.

La geologia della Patagonia è interessante. Al contrario dell’Europa, dove le formazioni terziarie sembrano essersi accumulate in golfi, qui abbiamo per centinaia di miglia di costa un grande deposito, che racchiude molte conchiglie terziarie, tutte, da quanto pare, estinte. La conchiglia più comune è una massiccia e gigantesca ostrica, talvolta del diametro di trenta centimetri. Questi strati sono coperti da altri di una pietra particolare bianca e dolce, che racchiude molto gesso e rassomiglia alla creta, ma che è realmente della natura della pietra pomice. È dessa notevolmente singolare per essere composta, almeno per una decima parte del volume, di infusorii: il professore Ehrenberg vi ha già trovato dentro trenta forme organiche. Questo strato si estende per 500 miglia lungo la costa, e probabilmente ad una distanza ancor più grande. Al Porto San Giuliano la sua spessezza è più di 240 metri! Questi strati bianchi sono ovunque coperti di una massa di ghiaia, che forma probabilmente uno dei più grandi giacimenti di selce che vi siano al mondo; esso certamente si estende dalla vicinanza del Rio Colorado a 600 o 700 miglia marine al sud; a Santa Cruz (fiume un po’ al sud di San Giuliano), giunge fino al piede delle Cordigliere; a mezza strada risalendo il fiume, la sua spessezza supera i 60 metri; probabilmente esso si estende in ogni parte fino a questa grande catena, dalla quale i ciottoli bene arrotondati di porfido sono derivati; possiamo calcolare la sua larghezza a 200 miglia, e la media della spessezza a 15 metri. Se questo grande giacimento di ciottoli, senza comprendere il fango necessariamente venuto dal loro attrito, fosse ammucchiato in una massa, formerebbe una grande catena di monti! Quando noi consideriamo che tutti questi ciottoli, innumerevoli come i granelli di sabbia del deserto, hanno avuto origine dal lento cadere delle masse di roccia sulle antiche coste marine e sulla sponda dei fiumi; e che questi frammenti sono stati spezzati in pezzi più piccoli, ognuno dei quali è stato lentamente rotolato, arrotondato e trasportato lontano, la mente rimane stupita pensando al lungo corso di anni assolutamente necessario per questo. Però tutta questa ghiaia è stata trasportata e fatta probabilmente rotonda dopo che sono stati deposti gli strati bianchi, e in conseguenza è molto più lontana dai letti i più inferiori entro i quali si trovano le conchiglie terziarie.

Ogni cosa in questo continente meridionale è stata fatta in grande; il terreno dal Rio Plata alla Terra del Fuoco, una distanza di 1200 miglia, è stato sollevato in massa (e nella Patagonia all’altezza di 90 a 120 metri), durante il periodo delle conchiglie marine ora esistenti. Le antiche e scoperte conchiglie rimaste sulla superficie della pianura sollevata conservano ancora in parte i loro colori. Il movimento di sollevazione è stato interrotto da almeno otto lunghi periodi di riposo, durante i quali il mare invadeva di nuovo la terra scavandola profondamente e formando nei successivi livelli le lunghe file di dirupi o rialzi che separano le differenti pianure, mentre si sollevano come scalini una dietro l’altra. Il movimento sollevatorio e la forza scavatrice del mare durante i periodi di riposo, furono pari sopra lunghi tratti di costa; perchè io era meravigliato trovando che le pianure a scalinate stanno ad altezze quasi corrispondenti con punti molto lontani. La pianura più bassa è alta 27 metri; e la più alta sulla quale salii presso la costa è alta 285 metri; e di questa rimangono solo gli avanzi nella forma di piatte colline coperte di ghiaia. La pianura superiore del Santa Cruz sale all’altezza di 90 metri al piede delle Cordigliere. Ho già detto che entro il periodo delle conchiglie marine esistenti, la Patagonia si è sollevata da 90 a 120 metri: posso aggiungere che durante il periodo in cui i ghiacci trasportavano massi sulla pianura superiore di Santa Cruz il sollevamento è stato almeno di 450 metri. Nè la Patagonia è stata mutata da soli sollevamenti; le conchiglie terziarie estinte che si trovano dal porto San Giuliano a Santa Cruz non possono aver vissuto, secondo il prof. E. Forbes, in una profondità maggiore di 12 a 75 metri; ma esse ora sono coperte da uno strato depositato dal mare della spessezza di 240 a 300 metri; quindi il letto del mare sul quale vivevano un tempo queste conchiglie deve essersi abbassato di alcune centinaia di metri, onde abbia potuto compiersi l’accumulamento degli strati soprastanti. Quale storia di mutamenti geologici svela la costa semplicemente costrutta della Patagonia!

A Porto San Giuliano[63], entro certo fango rosso che ricopre la ghiaia sulla pianura alta 27 metri, trovai un mezzo scheletro della Macrauchenia Patachonica, notevole quadrupede, grosso quanto un camello. Appartiene alla stessa divisione dei Pachidermi col Rinoceronte, il Tapiro, il Paleoterio; ma nella struttura delle ossa del suo lungo collo rivela una stretta affinità col camello, o piuttosto col Guanaco ed il Lama. Dal fatto che si trovano conchiglie marine recenti in due delle pianure più alte a scalinate, che debbono essere state modellate e sollevate prima che il fango in cui era sepolta la Macrauchenia fosse depositato, è certo che questo curioso quadrupede viveva molto dopo che il mare fu popolato dalle sue conchiglie presenti. Dapprima io fui molto sorpreso dal fatto che un grosso quadrupede abbia potuto vivere così recentemente, nella latitudine di 49°, 15’, in queste desolate pianure sassose colla loro stentata vegetazione; ma l’affinità della Macrauchenia col guanaco, che abita ora regioni sterilissime, risolve in parte questa difficoltà.

L’affinità, sebbene lontana, tra la Macrauchenia ed il Guanaco, tra il Toxodon ed il Capibara - l’affinità ancor più stretta fra i tanti sdentati estinti ed i viventi tardigradi, formichieri ed armadilli, ora così grandemente caratteristici della zoologia del Sud America - e l’affinità ancor più stretta fra le specie fossili e viventi di Ctenomys ed Hydrochærus, sono fatti interessantissimi. Questa affinità è dimostrata meravigliosamente - tanto meravigliosamente quanto quella fra gli animali Marsupiali fossili ed estinti dell’Australia - dalla grande collezione portata ultimamente in Europa dalle caverne del Brasile dai sigg. Lund e Clausen. In questa collezione vi sono specie estinte di tutti i trentadue generi, eccetto quattro dei quadrupedi terrestri che abitano ora le provincie in cui si trovano queste caverne, e le specie estinte sono molto più numerose che non quelle viventi oggi; vi sono fossili formichieri, armadilli, tapiri, pecari, guanachi, opossum tutti fossili, ed un gran numero di rosicanti del nord America, di scimmie e di altri animali. Questa meravigliosa affinità nello stesso continente fra i morti ed i vivi spargerà, senza dubbio, in seguito maggior luce sull’aspetto degli esseri organici del nostro globo e la loro scomparsa da esso, che non qualunque altra classe di fatti.

È impossibile pensare al mutamento seguito nel continente americano senza provare la più profonda meraviglia. Anticamente esso deve aver brulicato di enormi mostri, ora non troviamo che pigmei, se si comparano colle razze affini antecedenti. Se Buffon avesse conosciuto i giganteschi animali simili al tardigrado ed all’armadillo, ed i perduti Pachidermi, egli avrebbe potuto dire con maggior verità che la forza creatrice aveva perduto in America il suo potere, piuttostochè dire che essa non aveva mai avuto grande vigore. La maggior parte, se non tutti questi quadrupedi estinti vivevano in un periodo recente, ed erano contemporanei della maggior parte delle conchiglie marine viventi. Dal tempo in cui vivevano non può esser seguito nessun grande mutamento nella forma del terreno. Che cosa dunque può avere distrutto tante specie o interi generi? La mente dapprima è irresistibilmente indotta a credere a qualche grande catastrofe; ma per distruggere in tal modo animali tanto grandi che piccoli, nella Patagonia meridionale, nel Brasile, nelle Cordigliere del Perù, nel Nord America sino allo stretto di Behring, noi dobbiamo scuotere tutta l’ossatura del globo. Inoltre l’esame della geologia del Plata e della Patagonia induce a credere che tutti i profili del terreno risultano da mutamenti lenti e graduati. Dal carattere dei fossili in Europa, in Asia, in Australia e nell’America settentrionale e meridionale, sembra che le condizioni che favoriscono la vita dei quadrupedi più grossi fossero estese per tutto il mondo; quali fossero queste condizioni nessuno finora ha saputo trovare. Non può essere stato neppure un mutamento di temperatura quello che abbia nello stesso tempo distrutto gli abitanti delle latitudini tropicali temperate ed antiche nelle due parti del globo. Sappiamo positivamente dal signor Lyell che nel Nord America i grossi quadrupedi vivevano dopo quel periodo in cui i massi erratici erano portati in latitudini ove oggi non giungono mai i ghiacci; da varie cagioni indirette ma concludenti possiamo esser certi che nell’emisfero meridionale anche la Macrauchenia viveva molto dopo il periodo in cui i ghiacci trasportavano i massi erratici. Potrebbe l’uomo dopo la sua prima invasione nell’America del Sud aver distrutto, come è stato supposto, i pesanti Megaterii e gli altri sdentati? Dobbiamo almeno cercare qualche altra causa per la distruzione del piccolo tucotuco a Bahia Blanca, e di molti topi fossili ed altri piccoli quadrupedi del Brasile. Nessuno supporrà che una siccità anche più terribile di quelle che sono causa di tante perdite nelle provincie del Plata, avrebbe potuto distruggere ogni individuo ed ogni specie dalla Patagonia meridionale allo stretto di Behring. Che cosa diremo dell’estinzione del cavallo? Queste pianure che sono state poi percorse da migliaia e centinaia di migliaia di discendenti della razza introdotta dagli spagnuoli, hanno forse mancato di pascoli? Le specie introdotte dopo hanno esse consumato il cibo delle razze antecedenti? Possiamo noi credere che il Capibara abbia preso il cibo del Toxodon, il Guanaco quello della Macrauchenia, i piccoli sdentati viventi quello dei numerosi loro giganteschi prototipi? Certo nessun fatto nella lunga storia del mondo è tanto notevole quanto le vaste e ripetute distruzioni dei suoi abitanti.

Nondimeno se noi consideriamo questo argomento da un altro punto di vista, ci sembrerà meno incerto. Noi non teniamo sempre presente alla mente la profonda ignoranza in cui siamo delle condizioni di vita di ogni animale; nè ci ricordiamo sempre che un qualche ostacolo impedisce costantemente il troppo rapido accrescimento di ogni essere organizzato lasciato allo stato della natura. In media la provvista del cibo rimane costante; tuttavia la tendenza di ogni animale a crescere colla propagazione è geometrica; ed i suoi effetti sorprendenti non sono stati in nessun luogo più meravigliosamente dimostrati, come nel caso degli animali europei che si sono rinselvatichiti in America durante gli ultimi secoli. Ogni animale allo stato di natura si riproduce regolarmente; tuttavia in una specie da lungo tempo stabilita ogni grande accrescimento di numero è evidentemente impossibile, e deve essere arrestato in qualche modo. Tuttavia raramente possiamo dire con certezza di una data specie, a qual periodo di vita o a qual periodo dell’anno segua, se quest’ostacolo abbia luogo solo a lunghi intervalli, o anche quale sia la vera natura di questo ostacolo. Da ciò probabilmente segue che proviamo pochissima sorpresa, vedendo due specie strettamente affini nei costumi essere una rara e l’altra abbondante nello stesso distretto, ovvero anche, che una si trovi numerosa in un distretto, ed un’altra, che compie lo stesso ufficio nella economia della natura, abbondi in una regione vicina che differisce pochissimo nelle sue condizioni. Se ci viene domandato come questo segua si risponde immediatamente che deriva da qualche lieve differenza nel clima, nel cibo, o nel numero dei nemici; tuttavia quanto raramente, se pur mai, possiamo segnare la causa precisa e il modo di azione dell’ostacolo! Perciò siamo indotti a concludere che certe cause quasi sempre al tutto inapprezzabili da noi, determinano se una data specie sarà in numero abbondante o scarso.

Nei casi ove noi possiamo segnare l’estinzione prodotta dall’uomo di una specie, sia entro una vasta od una limitata cerchia sappiamo che essa diviene sempre più rara finchè sia perduta; sarebbe difficile segnare una qualche esatta distinzione[64] fra una specie distrutta dall’uomo o dall’accrescimento dei suoi naturali nemici. L’evidenza della scarsità che precede l’estinzione è più notevole negli stati terziari successivi, come è stato notato da parecchi insigni osservatori; è stato sovente veduto che una conchiglia molto comune in uno stato terziario sia ora rarissima, e sia stata per lungo tempo anche creduta estinta. Se dunque, come appare probabile, le specie cominciano a divenir rare e poi si estinguono, - se il troppo rapido accrescimento di ogni specie, anche fra le più favorite, è certamente arrestato, come dobbiamo riconoscere, sebbene sia difficile dire come e quando - e se noi vediamo senza la più piccola sorpresa, sebbene non possiamo conoscerne la vera ragione, una specie abbondante ed un’altra strettamente affine rara nello stesso distretto, - perchè proveremo noi tanta meraviglia di ciò, che lo scarseggiare faccia ancora un passo e giunga all’estinzione? Un’azione che procedesse intorno a noi, fosse anche appena apprezzabile, potrebbe certamente essere spinta un po’ più avanti senza eccitare la nostra osservazione. Chi proverebbe molta sorpresa udendo che il Megalonyx era anticamente raro a petto del Megatherium, o che una delle scimmie fossili era poco numerosa a petto di una delle scimmie viventi? E tuttavia in questa comparativa scarsità noi abbiamo la più chiara prova delle condizioni meno favorevoli alla loro esistenza. Ammettere che le specie divengono generalmente rare prima di estinguersi - non sentir sorpresa della comparativa scarsità di una specie rispetto ad un’altra, e tuttavia attribuire a qualche agente straordinario l’estinzione di una specie e maravigliarsene grandemente, mi sembra lo stesso come ammettere che la malattia nell’individuo è il preludio della morte - non sorprendersi della malattia - ma quando l’ammalato muore meravigliarsi, e credere che sia morto violentemente.


 
CAPITOLO IX.
SANTA CRUZ, PATAGONIA E ISOLE FALKLAND.

Santa Cruz - Spedizione su pel fiume - Indiani - Immensi corsi di lava basaltica - Frammenti non trasportati dal fiume - Scavazione della valle - Condoro, suoi costumi - Cordigliera - Massi erratici di grande mole - Avanzi indiani - Ritorno alla nave - Isole Falkland - Cavalli, bovine, conigli selvatici - Volpe simile ad un lupo - Fuoco fatto di ossa - Modo di cacciare il bestiame selvatico - Geologia - Correnti di pietre - Scene di violenza - Pinguini - Oche - Uova di Doris - Animali composti.

Aprile 13, 1834. - La Beagle si è ancorata entro la foce di Santa Cruz. Questo fiume sta circa a sessanta miglia al Sud di Porto San Giuliano. Il capitano Stokes nel suo ultimo viaggio lo risalì per trenta miglia, ma venendogli a mancare le provvisioni, fu obbligato a tornare. Tranne quello che fu scoperto in quel tempo, poco o nulla era conosciuto intorno a questo gran fiume. Il capitano Fitz-Roy è ora determinato a seguire il suo corso fin dove il tempo vorrà permetterglielo. Il 18 partirono tre barche baleniere, portando le provvigioni di tre settimane, e la comitiva è di 25 uomini - forza che avrebbe bastato a sfidare un esercito d’Indiani. - Con una forte alta marea ed una bella giornata facemmo buon cammino e si bevette in breve acqua dolce, ed a notte avevamo quasi superato l’azione della marea.

Il fiume aveva qui un’ampiezza ed un aspetto, che era poco meno del più alto punto da noi ultimamente passato. In generale era largo da tre a quattrocento metri, e nel mezzo aveva la profondità di circa cinque metri. La rapidità della corrente, che in tutto il suo corso è da quattro a sei nodi all’ora, è forse la cosa più notevole di esso. L’acqua è di un bel colore azzurro, ma con una lieve tinta di latte, e non è tanto trasparente quanto si crederebbe a prima vista. Scorre sopra un letto di ciottoli simili a quelli che compongono la spiaggia e le pianure circostanti. Ha un corso serpeggiante in mezzo ad una valle che si estende in linea retta verso occidente. Questa valle ha una larghezza che varia da cinque a dieci miglia; è limitata da altipiani a gradinate, che sorgono per lo più uno sopra l’altro all’altezza di 150 metri, ed hanno sui lati opposti, una notevole corrispondenza.

Aprile 19. - Contro una corrente tanto forte era, naturalmente, al tutto impossibile procedere avanti col remo o colla vela; quindi le tre barche furono legate insieme una in fila all’altra, venne lasciato in ognuna un uomo, e il rimanente sbarcò per tirarle. Siccome le disposizioni generali del Capitano Fitz-Roy erano eccellenti per agevolare il lavoro di tutti, e siccome tutti ne avevano una parte, io descriverò il sistema. La comitiva, tutti compresi, fu divisa in due schiere, ognuna delle quali tirava la corda alternativamente per un’ora e mezza. Gli ufficiali di ogni barca mangiavano dello stesso cibo e mangiavano nella stessa tenda colla propria ciurma, cosicchè ogni barca era al tutto indipendente dalle altre. Dopo il tramonto il primo luogo piano ove crescessero alcuni cespugli si sceglieva per passarvi la notte. Ognuno della ciurma aveva il suo giorno per far la cucina. Immediatamente dopo che la barca era tirata su, il cuoco accendeva il fuoco; due altri piantavano la tenda; la carretta trasportava gli oggetti dalla barca, gli altri li portavano alle tende e raccoglievano legna da far fuoco. Con quest’ordine ogni cosa era pronta per la notte in mezz’ora. Una guardia di due uomini ed un ufficiale era sempre in piedi; questi dovevano vigilare sulle barche, tener acceso il fuoco, e far la guardia contro gli Indiani. Ognuno della brigata aveva la sua ora di guardia in ogni notte.

Durante questa giornata abbiamo tirato soltanto per un breve tratto, perchè vi sono molte isolette, coperte di cespugli spinosi, ed i canali fra esse erano poco profondi.

Aprile 20. - Abbiamo passato le isole e ci siamo rimessi al lavoro. Il cammino regolare della nostra giornata, quantunque fosse abbastanza faticoso, ci ha fatto fare soltanto dieci miglia in linea retta; e forse quindici o venti tutti insieme. Al di là del luogo ove abbiamo passato la notte il paese è al tutto terra incognita, perchè fu a quel punto che il capitano Stokes tornò indietro. Vedemmo un gran fumo da lontano, e si trovò lo scheletro di un cavallo, ciò che ci fece avvisati della vicinanza degli Indiani. L’indomani mattina, 21, si trovarono sul terreno traccie di una quantità di cavalli e impronte lasciate dai chuzos, ossia lunghe lance. Si credette generalmente che gl’Indiani avessero riconosciuto la nostra presenza durante la notte. Poco dopo giungemmo ad un luogo ove si vedeva chiaramente dalle recenti impronte di uomini, di bambini e di cavalli che la brigata aveva attraversato il fiume.

Aprile 22. - Il paese rimaneva lo stesso ed era al tutto privo d’interesse. La grande somiglianza delle produzioni in tutta la Patagonia è uno dei suoi caratteri più notevoli. Le pianure livellate di arida ghiaia producono le medesime piante nane e stentate; e nelle valli crescono gli stessi cespugli spinosi. Ovunque vediamo i medesimi uccelli e i medesimi insetti. Anche le stesse sponde dei fiumi, dei rivoletti che sboccano in esso, erano appena rallegrate da una tinta verde più brillante. La maledizione della sterilità è sulla terra, l’acqua che scorre sopra un letto di ciottoli partecipa alla medesima maledizione. Quindi è scarsissimo il numero degli uccelli acquatici perchè non vi è nulla che sostenga la vita nel corso di questo sterile fiume.

La Patagonia, per quanto povera sia in alcuni rispetti, può tuttavia vantarsi di avere una maggiore quantità di piccoli rosicanti[65], che non forse qualunque altro paese del mondo. Parecchie specie di topi hanno per caratteri esterni orecchie grandi e sottili ed una bellissima pelliccia. Questi animali brulicano fra i boschetti delle valli, ove per lunghi mesi non assaggiano una goccia d’acqua tranne la rugiada. Sembrano essere tutti cannibali; perchè appena un topo era preso in una delle mie trappole, esso veniva divorato dagli altri. Una piccola volpe di forme delicatissime, che è pure molto abbondante, trae probabilmente la sua sussistenza da questi animaletti. Il guanaco ha anch’esso qui acconcia dimora; sono comunissimi strupi di cinquanta o cento; e, come ho affermato, ne abbiamo veduto uno che doveva contenerne almeno cinquecento. Il puma, col condoro ed altri avvoltoi del suo seguito, inseguono e fanno preda di questi animali. Si vedevano le impronte del puma quasi ovunque sulle sponde del fiume, e gli avanzi di parecchi guanachi, col collo slogato e le ossa spezzate, dimostravano in qual modo fossero morti.

Aprile 24. - Come gli antichi navigatori quando si accostavano ad una terra ignota, così noi esaminammo ed osservammo il più piccolo segno di mutamento. Il tronco di un albero trascinato dalle acque, od una frana di roccia primitiva, era salutata con gioia, come se avessimo veduto una foresta sorgere sui fianchi delle Cordigliere. Tuttavia la cima di un fitto gruppo di nuvole che rimaneva quasi costantemente in una posizione era il presagio più felice, e per un caso si trovò vero. Dapprima le nuvole furono prese per monti, in luogo delle masse di vapore condensate sulle loro cime ghiacciate.

Aprile 26. - Abbiamo quest’oggi incontrato un notevole mutamento nella struttura geologica delle pianure. Fino dai primi passi io aveva esaminato accuratamente la ghiaia del fiume, e durante i due ultimi giorni aveva osservato la presenza di alcuni pochi ciottoli di un basalto molto celluloso. Questi andarono gradatamente crescendo in numero ed in mole, ma nessuno era grosso come il capo di un uomo. Tuttavia, questa mattina, ciottoli della stessa roccia, ma più compatti, divennero ad un tratto abbondanti, e nel corso di una mezz’ora vedemmo alla distanza di cinque o sei miglia lo spigolo angoloso di un grande altipiano basaltico. Quando arrivammo alla sua base si trovò che la corrente gorgogliava in mezzo ai massi caduti. Per altre ventotto miglia il corso del fiume era ingombro di queste rocce basaltiche. Sopra quel limite immensi pezzi di rocce primitive, derivati dalla formazione circostante di massi, erano parimente numerosi. Nessuno dei pezzi di una mole un po’ notevole era stato trascinato dalle acque più di tre o quattro miglia più sotto della sua origine; considerando la singolare velocità del gran corpo d’acqua del Santa Cruz, che in nessun punto v’ha una distesa di acqua tranquilla, questo esempio è molto dimostrativo della insufficienza dei fiumi per trasportare pezzi di rocce anche di mole moderata. Il basalto non è altro che lava la quale si è rovesciata in fondo al mare; ma le eruzioni debbono essere avvenute su grandissima scala. Al punto ove incontrammo per la prima volta questa formazione, essa aveva una spessezza di 36 metri; risalendo il corso del fiume, la superfice montava impercettibilmente e la massa diveniva più fitta, cosicchè a quaranta miglia sopra la prima stazione aveva la spessezza di 96 metri. Io non posso sapere quale sia questo spessore vicino alle Cordigliere, ma l’altipiano colà giunge all’altezza di circa mille metri sopra il livello del mare; dobbiamo perciò considerare i monti di quella grande catena come sua sorgente; e di una cosifatta sorgente sono le correnti che sono passate sopra il letto dolcemente inclinato del mare per la distanza di cento miglia. Alla prima occhiata data ai dirupi di basalto dei due lati opposti della valle, si scorgerà chiaramente che gli strati erano una volta uniti. Quale forza, dunque, ha smosso lungo un immenso tratto di paese, una massa solida di durissima roccia, dello spessore di cento metri e di una larghezza variante da un po’ meno di due miglia a quattro miglia? Il fiume, per quanto piccola sia la sua forza per trasportare frammenti anche di poca mole, tuttavia nel corso dei secoli ha potuto produrre con la sua erosione un effetto di cui è difficile giudicare il valore. Ma in questo caso, indipendentemente dalla piccola forza di un cosifatto agente, vi sono buone ragioni per credere che questa valle fosse anticamente occupata da un braccio di mare. In questo lavoro è inutile internarsi negli argomenti che inducono a questa conclusione, derivanti dalla forma e dalla natura degli altipiani a gradinate dei due lati della valle, dal modo in cui il fondo di questa si espande presso le Ande in una grande pianura a mo’ di estuario sparsa di monticelli di sabbia, e dalla presenza di alcune poche conchiglie marine che giacciono sul letto del fiume. Se avessi spazio potrei dimostrare che il Sud America era anticamente in questo punto tagliato da uno stretto che univa l’Oceano Atlantico ed il Pacifico, come quello di Magellano. Ma, si potrà domandare, in qual modo è stato rimosso il solito basalto? I geologi avrebbero anticamente messo in campo l’azione violenta di qualche spaventoso cataclisma; ma in questo caso una così fatta supposizione sarebbe stata al tutto inammissibile, perchè le medesime pianure a gradinate colle conchiglie marine esistenti giacenti sulla loro superficie che fronteggiano la lunga linea della costa della Patagonia, sorgono da ogni lato della valle del Santa Cruz. Nessuna azione possibile di un allagamento qualunque avrebbe potuto modellare in tal modo il terreno, sia dentro la valle, sia lungo la costa aperta, e la valle stessa è stata scavata dalla formazione di quelle pianure o altipiani a gradinate. Quantunque sappiamo che vi sono maree che procedono avanti dentro lo stretto di Magellano in ragione di otto nodi all’ora, dobbiamo confessare che la mente nostra è presa da stupore riflettendo al numero degli anni, al trascorrere dei secoli, che le maree, senza l’aiuto di grossi cavalloni, debbono aver consumato per scavare un’area tanto vasta ed un tale spessore di lava di solido basalto. Nondimeno, dobbiamo credere che gli strati minati dalle acque di questo antico stretto fossero spezzati in grossi frammenti, e questi sparsi sulla riva erano ridotti dapprima in pezzi più piccoli, poi in ciottoli, ed infine nel fango impalpabile che le maree trascinarono lontano negli Oceani orientale e settentrionale.

Col mutarsi della struttura geologica delle pianure, anche il carattere del paesaggio venne pure alterato. Quando io andava girando sopra alcune delle strette file di roccie, avrei potuto immaginarmi di essere trasportato nuovamente nelle sterili valli dell’isola di Sant’Jago. In mezzo ai dirupi di basalto trovai alcune piante che io non avevo veduto in nessun altro luogo, ma ne riconobbi altre che dovevano essere venute dalla Terra del Fuoco. Queste roccie porose servono come serbatoio della scarsa acqua piovana; ed in conseguenza sulla linea ove si uniscono le formazioni ignee e sedimentarie, scaturiscono (cosa rarissima in Patagonia) alcune piccole sorgenti, e queste possono distinguersi ad una certa distanza pei circoscritti ciuffi di erbe color verde vivo.

Aprile 27. - Il letto del nume è divenuto un po’ stretto, e quindi la sua corrente è più veloce. Qui andavamo sei nodi all’ora. Per questa causa e pei tanti grossi ed angolosi frammenti, il tirare le barche si è fatto pericoloso e faticoso.

Quest’oggi ho ucciso un Condoro. Da una punta dell’ala all’altra misurava due metri e cinquantacinque centimetri, e dal becco alla coda un metro e venti centimetri. Tutti sanno che questo uccello ha un’area geografica molto estesa, trovandosi sulla costa occidentale del Sud America, dallo stretto di Magellano lungo le Cordigliere fino a otto gradi Nord dall’equatore. I dirupi scoscesi presso la foce del Rio Negro sono il suo limite settentrionale sulla costa della Patagonia; ed essi sono andati colà girando circa quattrocento miglia della grande linea centrale della loro dimora nelle Ande. Più verso mezzogiorno fra gli scoscesi precipizi della Punta di Porto Desiderio, il condoro non è scarso; tuttavia solo pochi vagabondi visitano la costa marina. Una linea di dirupi presso la foce del Santa Cruz è frequentata da questi uccelli, e per circa ottanta miglia risalendo il fiume, ove i lati della valle son fatti di ripidi precipizi basaltici, il condoro riappare. Da questi fatti sembra che il condoro abbisogni di roccie perpendicolari. Nel Chilì durante la maggior parte dell’anno frequentano questi uccelli il paese più basso presso le sponde del Pacifico, e la notte parecchi vanno insieme ad appollaiarsi sopra un albero; ma sul principio dell’estate essi si ritirano nelle parti più inaccessibili delle Cordigliere del centro, ove si riproducono in pace.

Rispetto alla loro riproduzione, mi fu detto dai contadini del Chilì che il condoro non fa alcuna sorta di nido, ma nei mesi di novembre e dicembre depone due grosse uova bianche sullo spigolo di una roccia nuda. Si dice che i giovani condori non possano volare per un anno, e che molto tempo dopo vadano continuamente ad appollaiarsi la notte e caccino in compagnia dei genitori. Gli uccelli adulti vivono generalmente in coppie, ma in mezzo ai dirupi basaltici più interni del Santa Cruz trovai un luogo che doveva essere solitamente frequentato da molti insieme. Venendo ad un tratto sull’orlo del precipizio era uno spettacolo grandioso vedere da venti a trenta di questi grossi uccelli partire pesantemente dal luogo ove eran posati, e librarsi in alto in giri maestosi. Giudicando dalla quantità di escrementi sulle roccie, essi debbono da molto tempo aver frequentato quelle roccie per appollaiarvisi e farvi il nido. Dopo essersi satollati di carogne nelle pianure sottostanti, essi vanno in questi luoghi prediletti a digerire il loro cibo. Secondo questi fatti il condoro come il Gallinazo deve essere considerato fino a un certo punto come un uccello gregario. In questa parte di paese esso vive al tutto di Guanachi che muoiono naturalmente oppure ciò che segue più spesso sono stati uccisi dai Puma. Io credo, da quello che vidi nella Patagonia, che essi ordinariamente non estendano le loro escursioni giornaliere molto lontano dal luogo ove sogliono dormire.

Si veggono talora i condori volare a grandi altezze sopra un dato punto descrivendo circoli graziosissimi. Sono persuaso che in certe occasioni ciò fanno solo per diletto, ma in altre, i contadini del Chilì dicono che stanno osservando un animale morente, od il Puma che divora la preda. Se i condori precipitano giù, e poi si alzano ad un tratto tutti insieme, il Chiliano conosce che il Puma, il quale vigilava sul carcame, è balzato fuori a respingere i ladroni. Otre alle carogne di cui si cibano, i condori aggrediscono frequentemente capretti ed agnelli; ed i cani da pastore sono ammaestrati, quando essi passano sopra, a correre intorno e guardando in su a latrare violentemente. I Chiliani ne prendono e ne uccidono un gran numero. Si usano due modi per ciò fare; uno è quello di porre una carogna sopra un terreno piano dentro ad un recinto di verghette con un’apertura, e quando i condori sono satolli, galoppare a cavallo verso l’entrata, e rinchiuderli in tal modo; perchè quando questo uccello non ha spazio per correre non può dare al suo corpo sufficiente movimento per alzarsi da terra. Il secondo metodo è quello di segnare gli alberi sui quali spesso in numero di cinque o sei insieme vanno ad appollaiarsi, ed allora arrampicarsi la notte e prenderli al laccio. Dormono tanto profondamente, come io pure ho osservato, che questo non è un compito difficile. A Valparaiso ho veduto vendere un condoro vivo pel valore di 0,60, ma comunemente il suo prezzo è di dieci o dodici franchi. Una volta ne vidi uno che era stato legato con una corda ed era molto malconcio; tuttavia quando fu tagliata la funicella che teneva stretto il suo becco, quantunque fosse circondato da molta gente, cominciò a dilaniare voracemente un pezzo di carogna. In un giardino dello stesso paese, erano tenuti vivi da venti a trenta di questi uccelli. Si dava loro da mangiare una volta la settimana, ma sembravano godere buonissima salute[66]. I contadini Chiliani asseriscono che il Condoro può vivere e conservare il suo vigore da cinque a sei settimane senza mangiare; non posso rispondere della verità di questo fatto, ma è un esperimento crudele che molto probabilmente è stato fatto.

Quando nel paese un animale è ucciso, è cosa notissima che i condori, come gli altri avvoltoi, ne hanno subito notizia, e si riuniscono in modo incomprensibile. In moltissimi casi deve essere stato veduto dall’alto, perchè gli uccelli hanno scoperta la preda e l’hanno divorata, lasciando le pure ossa, prima che la carne fosse corrotta. Rimembrando gli esperimenti del sig. Audubon, sul poco odorato degli avvoltoj, tentai nel giardino sopra menzionato l’esperimento seguente: i condori erano legati ognuno per una fune, in una lunga fila in fondo ad un muro; ed avendo ravvolto un pezzo di carne in una carta bianca, camminai su e giù, portandola in mano alla distanza di circa tre metri da loro; ma non se ne diedero per intesi. Allora la gettai per terra ad un metro da un vecchio maschio; la guardò per un momento con attenzione, ma poi non ci badò più oltre. Con un bastone la spinsi sempre più vicino finchè alla fine gli toccò il becco; allora la carta venne all’istante lacerata con furia, e nello stesso momento ogni uccello della lunga fila cominciò a dimenarsi e battere le ali. Nelle stesse circostanze sarebbe stato al tutto impossibile d’ingannare un cane. L’evidenza in favore e contro l’acutezza dell’odorato degli avvoltoi è singolarmente contrastata. Il professore Owen ha dimostrato che i nervi olfatori dell’Urumbu (Cathartes aura) sono sviluppatissimi; e la sera in cui fu letta la relazione del signor Owen innanzi la Società Zoologica, una persona disse d’aver veduto alle Indie occidentali gli avvoltoi in due occasioni raccogliersi sul tetto di una casa, allorchè un cadavere era divenuto puzzolente per non essere stato sepolto; in questo caso, la notizia non era stata ottenuta colla vista. D’altra parte, oltre agli esperimenti di Audubon e quello fatto da me stesso, il signor Backman ha tentato negli Stati Uniti molti mezzi, i quali dimostrano che nè l’urumbu (la specie anatomizzata dal professore Owen), nè il gallinazo trovano il loro nutrimento coll’odorato. Egli coperse alcuni rimasugli molto puzzolenti con una sottile tela e vi sparse sopra pezzi di carne; gli avvoltoi mangiarono questa e poi rimasero tranquillamente posati, col becco a tre millimetri dalla massa putrida, senza scoprirla. Venne poi fatto un piccolo strappo alla tela, ed i rimasugli furono subito scoperti; la tela strappata fu sostituita da un’altra intatta, e vi fu messa sopra altra carne, che venne nuovamente divorata dagli avvoltoi senza che scoprissero la massa nascosta che calpestavano. Questi fatti sono attestati dalle firme di sei gentiluomini, oltre quella del signor Backman.

Spesso quando io mi riposava sdraiato sulle aperte pianure, guardando in su, ho veduto avoltoi volare nell’aria ad una grande altezza. Ove il paese è piano non credo che uno spazio di cielo di oltre quindici gradi sopra l’orizzonte sia comunemente osservato con una certa attenzione da una persona a piedi o a cavallo. Se questo fosse il caso, e l’avvoltoio volasse ad una altezza di mille a milleduecento metri, prima che venisse nella cerchia dell’occhio, la sua distanza in linea retta dall’occhio dell’osservatore sarebbe un po’ più di due miglia inglesi. Non sarebbe esso così facilmente non veduto? Quando un animale viene ucciso dal cacciatore in una valle solitaria, non può esso venire osservato per tutto il tempo dall’uccello dalla vista acuta che si trova in alto? Ed il modo con cui esso si precipita non dimostra per tutta la legione alla intera famiglia degli avvoltoi che la loro preda è vicina?

Quando i condori si librano in un branco girando intorno ad un dato punto, il loro volo è bellissimo. Tranne quando si alzano da terra, non ricordo d’aver veduto neppure uno di questi uccelli battere le ali. Presso Lima ne osservai parecchi per quasi una mezz’ora, senza distogliere gli occhi da essi; si movevano in grandi curve, volando in circolo, scendendo e salendo, senza battere ala. Mentre volavano a poca distanza dalla mia testa, osservai attentamente da una posizione obliqua il profilo delle grandi penne terminali separate di ogni ala; e queste penne separate, se vi fosse stato il minimo movimento vibratorio, sarebbero sembrate come unite insieme: ma si vedevano distinte sopra l’azzurro del cielo. Il capo ed il collo erano mossi frequentemente, ed a quanto pare, con forza; e le ali tese sembravano formare il fulcro sul quale operavano i movimenti del collo del corpo e della coda. Se l’uccello voleva scendere, le ali si restringevano per un momento, e quando si allargavano di nuovo con un’alterata inclinazione, l’impulso ottenuto dalla rapida discesa sembrava spingere l’uccello in su col movimento sicuro, pari a quello di un cervo volante di carta. Nel caso di qualunque uccello che si libra il suo movimento deve essere sufficentemente veloce, tanto che l’azione della superfice inclinata del suo corpo sull’atmosfera possa controbilanciare la gravità di esso. La forza necessaria a conservare l’impulso di un corpo che si muove orizzontalmente nell’aria in cui v’è così poco sfregamento non può essere grande, e questa forza è tutto quello che si richiede. Dobbiamo quindi supporre che il movimento del corpo del condoro basti a questo. Comunque sia, è invero meraviglioso e bello vedere come un uccello così grande, per lunghe ore, senza sforzo apparente, vola, vola, e si libra sul monte e sul fiume.

Aprile 29. - Da un punto di terra un po’ elevato scorgemmo con gioia le bianche cime delle Cordigliere, come si veggono alle volte spuntare dal loro nebbioso invoglio di nuvole. Durante alcuni giorni susseguenti procedemmo innanzi lentamente, perchè il letto del fiume era tortuosissimo e sparso d’immensi frammenti di varie antiche rocce di ardesia e di granito. La pianura che limita la valle era qui all’altezza di trecentotrenta metri al di sopra del fiume, ed il suo carattere era molto alterato. I ciottoli ben rotondi di porfido erano mescolati con molti enormi frammenti di basalto e di rocce primarie. Il primo di questi massi erratici che io osservai, era lontano sessantasette miglia dalla montagna; un altro che io misurai era largo cinque metri e sporgeva sulla ghiaia un metro e mezzo. I suoi spigoli erano tanto angolosi e la sua mole tanto grande che dapprima io credetti fosse una roccia in situ, e trassi fuori la mia bussola per osservare la direzione dei suoi strati. La pianura qui non era tanto livellata quanto quella più vicina alla costa, ma tuttavia non mostrava segni di nessun grande sconvolgimento. In queste circostanze, è, credo, al tutto impossibile spiegare il trasporto di questi giganteschi massi di rocce tante miglia lontano dalla loro origine, con qualunque teoria, tranne quella dei ghiacci galleggianti.

Durante i due ultimi giorni incontrammo segni di cavalli e parecchi altri piccoli oggetti che avevano appartenuto agli Indiani - come pezzi di un mantello ed un mazzo di penne di struzzo - ma sembravano essere stati a lungo sul terreno. Fra il posto ove gli Indiani avevano da così poco tempo attraversato il fiume, e questo contorno, sebbene tante miglia più lungi, il paese sembra essere al tutto disabitato. Dapprima considerando l’abbondanza dei guanachi questo fatto mi sorprese; ma esso è spiegato dalla natura sassosa della pianura, che renderebbe in breve un cavallo senza ferri, inabile alla caccia. Nondimeno in due punti di questa regione veramente centrale trovai piccoli mucchi di sassi, che non credo potessero essere stati ammucchiati accidentalmente. Erano collocati sopra punte sporgenti sull’orlo del più alto dirupo di lava, e rassomigliavano, ma in piccolo, a quelli vicini a Porto Desiderio.

Maggio 4. - Il Capitano Fitz-Roy si determinò a non far progredire più oltre le barche. Il fiume aveva un corso tortuoso, ed era rapidissimo, e l’aspetto del paese non offriva nessuna attrattiva a procedere avanti. Incontrammo ovunque le medesime produzioni, ed il medesimo desolato paesaggio. Eravamo ora centoquaranta miglia distanti dall’Atlantico, e circa sessanta dal più vicino braccio del Pacifico. In questa parte superiore la valle si allargava in un ampio bacino, limitato a settentrione e a mezzogiorno dagli alti piani di basalto, e fronteggiato dalla lunga catena delle nevose Cordigliere. Ma noi guardavamo quelle grandi montagne con rincrescimento, perchè eravamo obbligati ad immaginare la loro natura e le loro produzioni, invece di trovarci, come avevamo sperato, sulle loro cime. Oltre alla inutile perdita di tempo che ci avrebbe costato un tentativo di continuare a risalire il fiume, eravamo già da parecchi giorni a mezza razione di pane. Questa, sebbene fosse abbastanza sufficiente per uomini ragionevoli, era, dopo una faticosa marcia di un giorno, un cibo piuttosto scarso; uno stomaco leggero ed una facile digestione sono cose buonissime in teoria, ma sgradevolissime in pratica.

Maggio 5. - Prima dell’alba noi cominciammo la nostra discesa. Scendevamo lungo la corrente con grandissima velocità, generalmente in ragione di dieci nodi all’ora. In questo solo giorno facemmo un cammino che ci aveva costato cinque giorni e mezzo di dura fatica per risalire il fiume. Il giorno 8 giungemmo alla Beagle dopo una spedizione di 21 giorno. Ognuno, io eccettuato, aveva ragione di essere scontento; ma quel viaggio mi aveva somministrato una interessantissima sezione della grande formazione terziaria della Patagonia.

Il 1° marzo del 1833 e di nuovo il 16 marzo 1834, la Beagle gettò l’àncora nel golfo di Berkeley, all’est delle isole Falkland. Questo arcipelago è collocato quasi alla stessa latitudine della bocca dello stretto di Magellano; copre uno spazio di centoventi su sessanta miglia geografiche, ed è grande un po’ più della metà dell’Irlanda. Dopo che il possesso di queste miserabili isole fu contrastato fra la Francia, la Spagna e l’Inghilterra, vennero lasciate disabitate. Il governo di Buenos Ayres allora le vendette ad un privato, ma parimente vennero adoperate come aveva fatto prima la Spagna per uno stabilimento penale. L’Inghilterra reclamò i suoi diritti e s’impadronì di esse. Gl’Inglesi che erano stati lasciati a custodire la bandiera furono massacrati. Un ufficiale inglese venne in seguito colà mandato senza il sostegno di nessuna forza; al nostro arrivo lo trovammo al governo di una popolazione di cui più della metà erano fuorusciti, ribelli e omicidi.

Il teatro è degno delle scene che vi si rappresentano. Una terra ondulata, di un aspetto desolato e miserabile, è coperta per ogni dove da un terreno torboso ed erba inaridita di un colore bruno uniforme. Qua e là una punta ed uno scoglio di roccia quarzosa grigia rompono la monotonia della superfice. Tutti hanno inteso parlare del clima di queste regioni; si può comparare a quello che si trova all’altezza di trecento a seicento metri sui monti della Galles del nord, con un po’ meno però di sole e di ghiaccio, ma con maggior copia di vento e di pioggia[67].

Marzo 16. - Descriverò ora una breve escursione che feci intorno ad un punto di questa isola. Partii al mattino con sei cavalli e due Gauchos; questi ultimi erano uomini molto acconci all’uopo, e avvezzi per bene a vivere coi loro proprî espedienti. Il tempo era molto burrascoso e freddo, con forti grandinate. Tuttavia procedemmo nella nostra strada molto tempo, ma, tranne la geologia, non vi poteva esser nulla di meno interessante del nostro viaggio di un giorno. Il paese è sempre la stessa ondulata ed uniforme steppa, di cui la superfice è coperta da poca erbetta bruna ed appassita e da alcuni piccolissimi arboscelli, che crescono tutti sopra un terreno elastico e torboso. Nelle valli si veggono qua e là alcuni branchetti di oche selvatiche, e ovunque il terreno era tanto molle che i beccaccini potevano trovarvi il loro cibo. Oltre a questi due uccelli ve ne erano alcuni altri. Una intera catena di colli stava colà, alta quasi seicento metri, composta di rocce quarzose, di cui le creste nude e scoscese ci diedero molta pena nell’attraversarle. Sul lato meridionale trovammo miglior terreno per le bovine selvatiche; tuttavia non ne incontrammo un gran numero, perchè da poco tempo era stato grandemente tormentato.

A sera c’imbattemmo in un piccolo branco. Uno dei miei compagni, chiamato San Jago, separò subito una grossa femmina; lanciò le bolas, e la colpì sulle gambe, ma non potè ravvolgerle. Allora gettò il cappello per segnare il posto ove erano rimaste le palle, e mentre galoppava sciolse il suo lazo, e dopo una fiera caccia raggiunse di nuovo l’animale e lo prese per le corna. L’altro Gaucho era andato avanti coi cavalli di ricambio cosicchè San Jago ebbe una certa difficoltà ad uccidere l’animale infuriato. Fece in modo di condurlo sopra un terreno piano, traendo ogni volta partito dal momento che l’animale gli si avventava contro, e quando non potè più muoversi, il cavallo, che era stato a questo ammaestrato, s’impennava e col petto gli dava un urto violento. Ma sopra un terreno piano non sembra agevole cosa per un uomo solo uccidere un animale pazzo dal terrore. Nè ciò invero sarebbe facile se il cavallo, quando è lasciato a sè stesso senza il cavaliere, non imparasse subito a tenere per la propria salvezza stretto il lazo; quindi se l’animale va avanti il cavallo si muove precisamente in fretta allo innanzi; altrimenti rimane immobile curvandosi da un lato. Questo cavallo però era giovane e non stava immobile, ma andava dietro all’animale, mentre questo si dibatteva. Faceva meraviglia vedere con quanta destrezza San Jago si teneva sempre dietro l’animale, finchè riuscì a dare il colpo fatale al tendine principale della gamba posteriore; dopo di che senza molta difficoltà immerse il coltello sul principio del midollo spinale, e la vacca cadde come fulminata. Tagliò via pezzi di carne colla pelle, ma senza ossa, sufficenti per la nostra spedizione. Ci recammo allora al luogo destinato per passarvi la notte, e la nostra cena fu carne con cuero, ossia carne arrostita colla sua pelle. Questa è tanto migliore del bue comune, quanto è migliore del montone la selvaggina. Un grosso pezzo rotondo, preso dal dorso, viene arrostito sulla brace colla pelle sotto che serve di tegame, per cui non si perde neppure una goccia del suo sugo. Se qualche onorevole alderman avesse cenato con noi quella sera, la carne con cuero sarebbe divenuta senza dubbio celebre in Londra.

Durante la notte piovve, ed il giorno dopo «17» fu burrascosissimo, con molta grandine e neve. Attraversammo l’isola fino ad una lingua di terra che unisce il Rincon del Toro (la grande penisola alla punta sud-ovest) al resto dell’isola. Pel gran numero di vacche che sono state uccise, i tori sono in grande numero. Questi vanno in giro soli o due o tre insieme, e sono molto selvatici. Non vidi mai animali più belli di questi; per la grande mole del capo e del collo somigliano alle sculture di marmo dei Greci. Il capitano Sulivan mi disse che la pelle di uno di questi tori adulti pesa ventitre chilogrammi e mezzo, ed un cuoio di questo peso, non interamente asciutto, è considerato come grandissimo a Montevideo. I giovani tori generalmente corrono via per un breve tratto; ma i vecchi non muovono un passo tranne per avventarsi contro un uomo e contro un cavallo, e molti cavalli sono stati in tal modo uccisi. Un vecchio toro attraversò una corrente pantanosa e si allogò sul lato opposto in faccia a noi: cercammo invano di mandarlo via, e non essendovi riusciti, fummo obbligati a fare un grande giro. I Gauchos per vendicarsi determinarono di castrarlo e renderlo innocuo per l’avvenire. Era interessantissimo vedere come l’arte possa pienamente soggiogare la forza. Gli fu gettato un lazo sulle corna mentre si avventava al cavallo, ed un altro intorno alle zampe posteriori; in un minuto l’animale fu gettato impotente sul terreno. Dopo che il lazo ha legato fortemente le corna di un animale furioso, non sembra dapprima cosa agevole toglierlo via senza uccidere l’animale; nè ciò sarebbe, credo, possibile, se l’uomo fosse solo. Tuttavia, aiutato da una seconda persona che getta il suo lazo per modo da prendergli le zampe posteriori, questo compito è in breve operato, perchè l’animale, per tutto il tempo in cui le sue zampe posteriori sono tenute allungate, è al tutto innocuo, ed il primo venuto scioglie il lazo dalle corna, e poi monta tranquillamente a cavallo; ma al momento in cui l’altro uomo indietreggiando anche un tantino rallenta la stretta, il lazo scivola via dalle gambe dell’animale che si dibatte, ed allora si alza libero, si scuote, ed invano si avventa contro il suo avversario.

Durante tutta la nostra gita non vedemmo che un solo branco di cavalli selvatici. Questi animali, come pure il bestiame bovino, furono introdotti dai Francesi nel 1764, e da quel tempo si sono molto aumentati. È un fatto curioso che i cavalli non hanno mai lasciato la punta orientale dell’isola, quantunque non vi sia nessun limite naturale che impedisca loro di girare, mentre quella parte dell’isola non è più tentante del rimanente. I Gauchos che interrogai, sebbene affermassero questo fatto, non potevano spiegarlo altrimenti, se non pel forte attaccamento che hanno i cavalli per qualunque località alla quale sono avvezzi. Considerando che l’isola non sembra ben provvista di essi, e che non vi sono animali di rapina, io era curiosissimo di sapere che cosa avesse arrestato il loro primiero rapido accrescimento. Che in una isola limitata un qualche ostacolo presto o tardi sopravvenga è inevitabile; ma perchè l’accrescimento del cavallo è stato impedito più presto che non quello delle bovine? Il capitano Sulivan si è dato molta briga per me in questa ricerca. I Gauchos impiegati qui attribuiscono questo fatto principalmente a ciò che gli stalloni girano sempre da un luogo all’altro ed obbligano le giumente ad accompagnarli. Un Gauchos disse al capitano Sulivan di avere osservato uno stallone che per un’ora intera mordeva violentemente e tirava calci ad una cavalla per obbligarla ad abbandonare il suo puledro al proprio destino. Il capitano Sulivan poteva appoggiare questa curiosa relazione per avere egli parecchie volte trovato giovani puledri morti, mentre non aveva mai trovato un vitello morto. Inoltre, s’incontrano molto più frequentemente i corpi morti di cavalli adulti, come più soggetti a malattie od accidenti che non le bovine. Pel terreno molle il loro zoccolo cresce irregolarmente e divien molto lungo, e questo li rende zoppi. I colori predominanti sono il sagginato ed il grigio ferro. Tutti i cavalli nati qui, tanto selvatici che domestici, sono piccoli, sebbene in generale siano in buona condizione, ed hanno perduto tanto di forza, che non si possono adoperare per prendere col lazo il bestiame selvatico; in conseguenza è necessaria una grossa spesa per importare cavalli nuovi dalla Plata. Fra qualche tempo l’emisfero meridionale avrà la sua razza di poney Falkland, come il settentrionale ha la sua razza Shetland.

Le bovine invece di essere andate degenerando come i cavalli, sembrano, come ho già notato, esser cresciute in mole; ed esse sono molto più numerose dei cavalli. Il capitano Sulivan mi informa che esse variano molto meno nelle forme generali dei loro corpi e delle loro corna che non le bovine inglesi. Differiscono molto nei colori; ed è una circostanza notevole, che nelle varie parti di questa piccola isola predominano i differenti colori. Intorno al monte Usborne, all’altezza di 300 a 450 metri sopra il livello del mare, la metà circa delle mandre è di color topo o piombino, tinta poco comune nelle altre parti dell’isola. Presso Porto Plaesant predomina il bruno scuro, mentre al Sud dello stretto di Choiseul (che divide quasi l’isola in due parti), sono comunissimi gli animali bianchi colla testa e i piedi neri; in tutte le parti s’incontrano animali neri e macchiettati. Il capitano Sulivan osserva che la differenza nei colori dominanti era tanto evidente, che guardando le mandre presso Porto Plaesant, sembravano da lontano macchie nere mentre al sud dello stretto di Choiseul apparivano come macchie bianche sui fianchi della collina. Il capitano Sulivan erede che le mandre non si mescolino; ed è un fatto singolare, che il bestiame color di topo, sebbene viva sui terreni montuosi, partorisce quasi un mese prima che non le altre bovine colorite della pianura. È così interessante vedere come il bestiame un tempo domestico si sia diviso in tre colori, di cui uno probabilissimamente finirà per prevalere sugli altri, qualora le mandre siano lasciate tranquille per parecchi altri secoli.

Il coniglio è un altro animale che è stato introdotto, ed è riuscito benissimo, cosicchè è molto abbondante in varie parti dell’isola. Tuttavia, come i cavalli, i conigli stanno entro certi limiti; perchè non hanno varcato la catena centrale di colline, neppure si sarebbero estesi alla base di queste se, come mi hanno detto i Gauchos, non ne fossero state colà portate alcune piccole colonie. Non avrei mai supposto che questi animali, originari dell’Africa settentrionale, avrebbero potuto vivere in un clima tanto umido come questo e che gode di così poco sole, che anche il frumento matura solo qualche volta. Si asserisce che in Svezia, dove ognuno crederebbe essere un clima più favorevole, il coniglio non può vivere all’aria aperta. Inoltre le prime poche paia hanno dovuto contendere contro i nemici indigeni, cioè la volpe ed alcuni grossi avvoltoi. I naturalisti francesi hanno considerato la varietà nera come una specie distinta, e l’hanno chiamata Lepus Magellanicus[68]. Essi credono che Magellano, quando parlava di un animale chiamato Coneyos nello stretto di Magellano, si riferisse a questa specie; ma egli alludeva ad una piccola cavia, che anche oggi vien così chiamata dagli Spagnuoli. I Gauchos ridevano all’idea che la specie nera fosse differente dalla grigia, e dicevano che in ogni caso non aveva estesa la sua cerchia più in là di quello che avesse fatto la specie grigia; che le due non erano mai state trovate separate, e che si riproducono insieme facendo prole pezzata. Di quest’ultima, posseggo ora un esemplare, ed è macchiato verso il capo differentemente dalla descrizione specifica francese. Questa circostanza dimostra quanto cauti debbono essere i naturalisti nel fare nuove specie, perchè anche Cuvier guardando il cranio di uno di questi conigli, credette che fosse probabilmente distinto!

Il solo quadrupede originario dell’isola[69] è una grossa volpe lupiforme (Canis antarcticus), che è comune tanto sulle isole Falkland orientali, quanto sulle occidentali. Non dubito che sia una specie particolare, e sia limitata a questo arcipelago; perchè molti naviganti, Gauchos ed Indiani, che hanno visitato queste isole, asseriscono tutti che in nessun’altra parte del Sud America s’incontra un animale di questa fatta. Molina, per la somiglianza dei costumi, credette che questo fosse lo stesso del suo culpen[70]; ma io li vidi entrambi ed essi sono al tutto distinti. Questi lupi sono notissimi per la relazione di Byron, il quale parla della loro curiosità e famigliarità, che fu scambiata dai marinai per ferocia, talchè volendo ad essi fuggire, si gettarono in mare. Anche oggi i loro costumi si mantengono gli stessi. Sono stati veduti entrare in una tenda, e portar via un po’ di carne di sotto al capo di un uomo addormentato. I Gauchos li hanno spesso uccisi la sera, tenendo con una mano un pezzo di carne e coll’altra un coltello per ferirli. Per quanto io mi sappia, non v’ha altro esempio in nessuna parte del mondo di così piccola terra staccata dal continente che contenga un così grosso quadrupede indigeno particolare. Il loro numero va rapidamente diminuendo; essi sono già sbanditi da quella parte dell’isola che sta ad oriente di quella lingua di terra fra il golfo di San Salvador e lo stretto di Berkeley. Pochi anni dopo che queste isole siano venute regolarmente colonizzate, è probabilissimo che questa volpe venga classificata dai dotti, come un animale scomparso dalla faccia della terra.

A notte, 17, dormimmo sulla lingua di terra alla punta dello stretto di Choiseul, che forma la penisola sud-ovest. La valle era benissimo riparata dal vento freddo; ma vi era pochissima boscaglia per far fuoco. Tuttavia i Gauchos trovarono tosto, con mia grande sorpresa, di che fare un fuoco quasi tanto caldo quanto col carbone; era lo scheletro di un piccolo toro, ucciso di fresco, che gli avvoltoi avevano ripulito della carne. Mi dissero che l’inverno sovente uccidevano un animale, raschiavano la carne dalle ossa coi loro coltelli, poi con queste stesse ossa arrostivano la carne che serviva loro di cena.

Marzo 18. - Ha piovuto quasi durante tutto il giorno. Tuttavia riuscimmo la notte a tenerci caldi ed asciutti colle coperte delle nostre selle; ma il terreno sul quale dormivamo era quasi simile ad un pantano, e non vi era un posto asciutto onde riposarci dopo una cavalcata di un giorno. In un’altra parte ho già detto quanto sia singolare la mancanza assoluta di alberi in queste isole, mentre la Terra del Fuoco è coperta da un’ampia foresta. I più grandi arboscelli dell’isola (che appartengono alla famiglia delle composite), sono alti appena come la nostra erica. Il miglior combustibile si ottiene da un piccolo arboscello verde della mole circa dell’erica comune, che ha l’eccellente proprietà di bruciare anche fresco e verde. Era cosa sorprendente vedere i Gauchos, in mezzo alla pioggia e circondati da oggetti inzuppati, senza altro che l’acciarino ed un pezzo di straccio, accendere immediatamente il fuoco. Cercavano in mezzo ai cespi dell’erba ed ai cespugli alcuni ramoscelli secchi che legavano insieme, poi li circondavano con altri più grossi, in certo modo come il nido di un uccello, poi vi mettevano in mezzo il cencio acceso e lo coprivano. Il nido essendo tenuto alto al vento, cominciava man mano a mandar fumo, ed alla fine s’infiammava. Non credo che nessun altro metodo avrebbe avuto probabilità di riuscita con materiali tanto umidi.

Marzo 19. — Ogni mattino, non avendo cavalcato da qualche tempo, mi sentiva molto irrigidito. Fui sorpreso udendo dai Gauchos, i quali hanno fino dall’infanzia passata la loro vita a cavallo, che in simili circostanze soffrono essi pure. San Jago mi disse che, dopo una malattia di tre mesi, andò alla caccia del bestiame selvatico, e dopo per due giorni aveva le coscie tanto indolenzite che fu obbligato a rimanere a letto. Questo dimostra che i Gauchos, quantunque non sembri, debbano realmente fare uno sforzo muscolare quando vanno a cavallo. La caccia del bestiame selvatico, in un paese tanto difficile da attraversare pel suo terreno pantanoso, deve essere un arduo compito. I Gauchos dicono che sovente passano di galoppo sopra un terreno che ad un passo più lento non si potrebbe varcare; precisamente come un uomo può scivolare sopra ghiaccio sottile. Quando sono in caccia la comitiva cerca di accostarsi alla mandra, senza essere scoperta. Ogni uomo porta con sè quattro o cinque paia di bolas; getta queste una dopo l’altra sopra altrettante bovine, le quali quando sono così impigliate, sono abbandonate in tal modo per alcuni giorni, finchè rimangono un po’ esauste dalla fame e dal dibattersi. Allora vengono lasciate libere e spinte verso una piccola mandra di animali domestici, stata portata colà per questo scopo. Pel modo in cui sono state prima trattate rimangono tanto atterrite che non abbandonano la mandra, e sono facilmente spinte se la forza le sostiene fino a casa.

Il tempo continuava tanto cattivo che determinammo di fare uno sforzo e cercare di tornare al bastimento prima di notte. Per la quantità di pioggia caduta, la superfice del terreno era inzuppata. Credo che il mio cavallo cadde almeno una dozzina di volte, e talora tutti e sei i cavalli si dibattevano insieme nella melma. Tutti i ruscelletti hanno la loro riva composta di molle torba, per cui è difficilissimo pei cavalli saltarli senza cadere; per colmo di sventura fummo obbligati ad attraversare l’estremità di un seno di mare, nel quale l’acqua giungeva al dorso dei nostri cavalli; e le piccole onde, spinte dalla violenza del vento, venivano a frangersi sopra di noi bagnandoci e gelandoci. Anche i robustissimi Gauchos si mostrarono ben lieti di giungere allo stabilimento dopo la nostra breve escursione.

La struttura geologica di queste isole è per molti rispetti semplice. Le terre basse son fatte di creta e di sabbia, contengono fossili strettamente affini, ma non identici, con quelli che si trovano nelle formazioni siluriche d’Europa; le colline sono fatte di quarzo bianco granuloso. Gli strati di quest’ultima roccia sono spesso arcuati con perfetta simmetria, quindi l’aspetto di alcuna delle masse è singolarissimo. Pernety ha consacrato parecchie pagine a descrivere la Collina delle Rovine, di cui egli ha giustamente comparato gli strati successivi ai sedili di un anfiteatro. La roccia quarzosa deve essere stata pastosa quando sopportò cosifatte notevoli flessioni senza essere sbriciolata. Siccome il quarzo passa insensibilmente all’arenaria, sembra probabile che il primo abbia origine dall’arenaria, riscaldata fino al punto di divenir viscida, e poi cristallizzata raffreddandosi. Mentre si trovava allo stato viscido deve essere stata spinta su in mezzo agli strati sovrastanti.

In molte parti dell’isola il fondo delle valli è coperto in modo straordinario da miriadi di frammenti di roccia quarzosa, che formano fiumi di pietre. Questi sono stati menzionati con sorpresa da tutti i viaggiatori fino al tempo di Pernety. I massi non sono rosi dalle acque, perchè i loro spigoli sono appena smussati; variano in mole da trenta a sessanta centimetri di diametro fino a tre metri, o anche a venti volte tanto. Non è possibile riconoscere bene la loro spessezza, ma si può sentire l’acqua di piccoli rivoletti scorrere in mezzo alle pietre a qualche metro sotto la superfice. È probabile che la sua profondità attuale sia grande, perchè le fessure fra i pezzi più bassi debbono essere state da lungo tempo ripiene di sabbia. La larghezza di queste distese di pietra varia da un centinaio di metri a un miglio; ma il terreno torboso invade giornalmente le sponde, e forma anche isolette nei punti ove alcuni pochi frammenti giacciono vicini. In una valle al sud dello stretto di Berkeley, che alcuni della nostra comitiva chiamarono la grande valle dei frammenti, fu necessario attraversare una striscia non interrotta larga mezzo miglio, saltando da un sasso aguzzo ad un altro. I franamenti erano tanto grandi, che essendo stato sorpreso da un acquazzone, trovai facilmente ricovero sotto uno di essi.

La loro piccola inclinazione è il fatto più notevole di questo fluire di pietre. Sui fianchi della collina li ho veduti inclinati ad un angolo di dieci gradi coll’orizzonte; ma in alcuni nella pianura delle larghe valli, l’inclinazione è solo quella che ci vuole per accorgersene. Sopra una superfice così scabra non v’è mezzo di misurare l’angolo, ma per dare un esempio comune, potrei dire che l’inclinazione non avrebbe arrestata la velocità d’una diligenza inglese. In alcuni punti, un fiume continuo di questi frammenti risaliva il corso d’una valle, ed anche si estendeva fino sulla cima della collina. Su queste creste grossi massi che superano in dimensione un piccolo fabbricato, sembravano essere stati fermati nel loro corso ascendente; colà, parimente, gli strati incurvati giacciono gli uni sugli altri, come le rovine di qualche vasta antica cattedrale. Cercando di descrivere queste scene violente si è tentati di passare da una simile ad un’altra. Possiamo immaginare che fiumi di bianca lava siansi rovesciati da molte parti dei monti nella sottostante terra, e quando questa si è solidificata sia stata ridotta per qualche enorme sconvolgimento in miriadi di frammenti. La frase fiumi di pietre che si presenta immediatamente ad ognuno, porta con sè la stessa idea. Queste scene colpiscono maggiormente sul luogo pel contrasto delle basse e rotonde forme delle colline circostanti.

Mi colpì molto di trovare sulla cima più alta della catena (circa 210 metri sul livello del mare) un grande frammento ad arco, giacente sul suo lato convesso ossia col dorso all’ingiù. Dobbiamo noi credere che fosse prima collocato a dovere e poi rivoltato? Oppure, con maggiore probabilità, che colà esistesse anticamente una parte della stessa catena, più elevata che non il punto in cui giace questo monumento d’un grande cataclisma della natura? Siccome i frammenti che stanno nelle valli non sono rotondi, nè le fessure sono piene di sabbia, dobbiamo dedurre da ciò che il periodo violento venne dopo che la terra erasi elevata al di sopra delle acque del mare. In una sezione trasversale a queste valli il fondo è quasi piano, oppure si alza un tantino verso i due lati. Quindi i frammenti sembrano aver proceduto dal capo della valle; ma in realtà pare più probabile che essi siano stati precipitati giù dai pendii più vicini, e che da qualche tempo, per un movimento vibratorio di una forza superiore[71], i frammenti sono stati livellati in una distesa continua. Se durante il terremoto[72] che nel 1835 sconquassò Concezione, nel Chilì si trovò meraviglioso che alcuni piccoli corpi fossero fatti balzare qualche centimetro dal terreno che cosa dobbiamo dire di un movimento che ha fatto sì che molti frammenti del peso di parecchie tonnellate si siano spinti allo innanzi come tanta sabbia sopra una superfice in movimento, ed abbiano trovato il loro livello? Io ho veduto nelle Cordigliere delle Ande le tracce evidenti ove altissime montagne sono state ridotte in pezzi come una sottilissima crosta, e gli strati rovesciati sui loro spigoli verticali; ma non mai nessun spettacolo, come questi fiumi di pietre, presentò con tanta forza alla mia mente l’idea di uno sconvolgimento, di cui invano cerchiamo un riscontro nelle memorie storiche; tuttavia il progresso delle cognizioni darà probabilmente in avvenire una più semplice spiegazione di questo fenomeno, come già lo ha fatto per quei massi erratici che sono sparsi sulle pianure d’Europa, il trasporto dei quali fu creduto per tanto tempo inesplicabile.

Poco ho da dire intorno alla zoologia di queste isole. Ho descritto prima l’Avvoltoio delle carogne o Polyborus. Vi sono alcuni altri falchi, gufi ed alcuni piccoli uccelli terragnoli. Gli uccelli d’acqua sono numerosissimi, ed anticamente, secondo le relazioni degli antichi naviganti, debbono esser stati maggiori in numero. Osservai un giorno un marangone, che si trastullava con un pesce che aveva ghermito. Per otto volte di seguito l’uccello lasciò andar la sua preda, poi le si tuffò dietro, e quantunque l’acqua fosse profonda, la riportò ogni volta alla superfice. Ho veduto nel giardino zoologico di Londra una lontra far lo stesso con un pesce, molto più che non faccia un gatto con un topo: non conosco nessun altro esempio in cui madre Natura si mostri così volontariamente crudele. Un altro giorno essendomi collocato fra il mare ed un pinguino (Aptenodytes demersa), mi divertii molto osservando il suo fare. Era un uccello coraggioso; e finchè giunse al mare lottò regolarmente e mi spinse indietro. Vi sarebbe stato necessario un forte bastone per arrestarlo; ogni centimetro di terreno che guadagnava, lo conservava fortemente o rimanendo in faccia a me ritto e risoluto. Mentre contrastava in tal modo, volgeva il capo continuamente da una parte e dall’altra, in modo molto curioso, come se la facoltà di vedere risiedesse soltanto nella parte anteriore e basale di ogni occhio. Quest’uccello vien detto comunemente pinguino somaro, pel costume che ha, quando si trova in terra, di gettare indietro il capo mandando un suono strano e forte, che somiglia molto al raglio dell’asino; ma quando è in mare e non è disturbato la sua nota è profondissima e solenne, e spesso si ode durante la notte. Quando si tuffa adopera le sue piccole ali come pinne; ma in terra servono come zampe anteriori. Quando striscia si può dire carponi sul fianco di un erboso dirupo, cammina con tanta sveltezza che si potrebbe agevolmente scambiare con un quadrupede. Quando sta pescando nel mare, viene alla superfice per respirare con un tale sbalzo e si tuffa di nuovo tanto rapidamente, che sfido chiunque ad asserire, a prima vista, che non è un pesce che balza per trastullo.

Due specie di anatre frequentano le isole Falkland. La specie di montagna (Anas Magellanica) è comune, appaiata e in branchetti, in tutta l’isola. Non emigrano, ma fanno il nido sulle isolette esterne. Si suppone che ciò facciano per timore delle volpi, ed è forse per la stessa ragione che questi uccelli, sebbene di giorno in giorno siano famigliarissimi, divengono diffidenti e timidi nel buio della sera. Vivono al tutto di materie vegetali. L’anitra delle rocce, così detta perchè vive esclusivamente sulle coste marine (Anas antartica), è comune tanto qui quanto sulla costa occidentale dell’America, inoltrandosi al nord fino al Chilì. Nei profondi e remoti canali della Terra del Fuoco, il maschio bianco di neve, accompagnato costantemente dalla sua più bruna consorte, posati entrambi sopra qualche punta lontana di roccia, sono macchiette comuni nel paesaggio. In queste isole è abbondantissima una grossa e stupida anatra (Anas brachyptera), la quale pesa talvolta 11 chilogrammi. Questi uccelli erano anticamente chiamati, pel modo straordinario di remare e sbattere l’acqua, cavalli da corsa; ma ora son detti con maggior proprietà piroscafi. Le loro ali sono troppo piccole e deboli per permettere loro di volare, ma col loro aiuto, in parte nuotando ed in parte battendo la superfice dell’acqua, si muovono molto velocemente. Il modo in cui ciò fanno rassomiglia un tantino a quello adoperato dall’anatra domestica per fuggire quando è inseguita da un cane; ma son quasi certo che il piroscafo batte le ali alternamente, e non insieme come fanno gli altri uccelli. Queste tozze e stupide anatre mandano un tal rumore e spruzzano l’acqua per modo che l’effetto ne è sommamente curioso.

Così nel Sud America noi troviamo tre uccelli che adoperano le ali per altro scopo oltre il volo; il pinguino come pinne, il piroscafo come remi, e lo struzzo come vele: e l’Apterice della Nuova Zelanda, come pure il suo estinto gigantesco prototipo, Deinornis, posseggono soltanto rudimenti di ali. Il piroscafo può tuffarsi solo ad una brevissima distanza. Si nutre al tutto di molluschi che prende fra le piante marine e fra le rocce bagnate dalla marea: quindi il becco ed il capo sono notevolmente pesanti e forti per poter fendere quelle rocce; il capo è tanto duro che ho potuto appena romperlo col mio martello geologico, e tutti i nostri cacciatori si accorsero in breve quanto fosse tenace la vita in questi uccelli. Quando la sera si radunano in un branco, producono quello strano miscuglio di suoni che le rane fanno nei tropici.

Nella Terra del Fuoco come pure alle isole Falkland feci molte osservazioni sopra animali inferiori[73], ma sono poco interessanti pel pubblico. Menzionerò solo una classe di fatti che ha relazione con certi zoofiti della divisione più altamente organizzata di quella classe. Parecchi generi (Flustra, Eschara, Cellaria, Crisia ed altri) sono concordi per avere organi singolari mobili (come quelli della Flustra avicularia, che si trova nei mari d’Europa) attaccati alle loro celle. L’organo, nel maggior numero dei casi rassomiglia strettamente alla testa di un avvoltoio; ma la mandibola inferiore si può aprire molto di più di un vero becco d’uccello. Il capo stesso è fornito di notevole facoltà di movimento, in causa di un breve collo. In un zoofito il capo stesso era fermo, ma la mascella inferiore era libera: in un altro era sostituita da un cappuccio triangolare, con una porta a valvola benissimo acconcia, che evidentemente faceva l’ufficio di mandibola inferiore. Nel maggior numero delle specie ogni cella era fornita di una testa, ma in altre ogni cella ne aveva due.

Le giovani celle alla punta dei rami di questi coralli contengono polipi al tutto immaturi, tuttavia le teste a foggia di capo d’avvoltoio attaccate ad essi, sono, sebbene piccole, per ogni riguardo perfette. Quando il polipo veniva staccato con uno spillo da una delle celle, questi organi non sembravano per nulla alterati. Quando una delle teste ad avvoltoio era tagliata via da una cella, la mandibola inferiore conservava la facoltà di aprirsi e chiudersi. Ma la parte forse più singolare della loro struttura è, che quando sopra un ramo vi sono più di due file di celle, le celle centrali sono fornite di queste appendici, solo di un quarto del volume di quelle più esterne. I loro movimenti variano secondo la specie; ma in alcune non vidi mai il minimo moto; mentre altre colla mandibola inferiore generalmente spalancata, oscillavano avanti e indietro in ragione di cinque secondi per movimento, altre si muovevano rapidamente a sbalzi. Quando venivano toccate con uno spillo, il becco afferrava la punta tanto fortemente che si poteva scuotere tutto il ramo.

Questi corpi non hanno nessun rapporto colla produzione delle uova o gemmule: siccome sono formati prima che i giovani polipi appaiano nelle celle alla cima dei rami che crescono; siccome essi si muovono indipendentemente dai polipi e non sembrano essere in nessun modo collegati ad essi; e siccome differiscono di mole nelle file esterne ed interne di celle, non son lungi dal credere che nelle loro funzioni essi abbiano piuttosto relazione coll’asse corneo dei rami che non colle celle. L’appendice carnosa che sta alle estremità inferiori della penna di mare (descritta a Bahia Blanca), fa parimente parte del zoofito, come un tutto, nello stesso modo come le radici di un albero sono parte dell’albero intero, e non della foglia individuale e del fiore.

In un altro elegante piccolo corallo (Crisia?), ogni cella era fornita di una lunga setola dentata che aveva là facoltà di muoversi rapidamente. Ognuna di queste setole ed ognuna delle teste ad avvoltoio si muoveva in generale al tutto indipendentemente dalle altre, ma talora tutte quelle dei due lati di un ramo, talora quelle di un ramo solo, si muovevano insieme consentaneamente; talora ognuna si moveva regolarmente una dopo l’altra. In queste azioni noi apparentemente vediamo una trasmissione di volontà tanto perfetta nel zoofito, sebbene composto di migliaia di polipi distinti, quanto in qualunque animale isolato. Invero, il fatto non è differente da quello delle penne di mare, le quali, quando son toccate, si affondano da se stesse nella sabbia della costa di Bahia Blanca. Menzionerò un altro esempio di azione uniforme, sebbene di una natura molto differente, in un zoofito strettamente affine alla Clytia, e quindi semplicissimamente organizzato. Avendo tenuto un grosso ciuffo di esso in un catino d’acqua salata, vidi quando era buio che appena io sfregava una parte qualunque di un ramo, tutto il ciuffo diveniva fortemente fosforescente di una luce verde: non credo di aver mai veduto nessun oggetto più bello. Ma la circostanza più notevole era, che gli sprazzi di luce venivano sempre in su pei rami dalla base verso l’estremità.

L’esame di questi animali composti era per me sempre interessantissimo. Che cosa può essere più notevole di un corpo plantiforme che produce un uovo, atto a nuotare in giro e scegliere un luogo acconcio per aderirvi, che poi manda fuori rami, ognuno dei quali coperto da un gran numero di animali distinti, sovente di organizzazione complicata? Inoltre, i rami, come abbiamo testè veduto, son forniti talora di organi atti a muoversi e indipendenti dai polipi. Per quanto sorprendente possa parere questa unione d’individui separati in un tronco comune, ogni albero presenta lo stesso fatto, perchè i germogli debbono essere considerati come piante individuali. Tuttavia è naturale considerare un polipo, fornito di una bocca, d’intestini e di altri organi, come un individuo distinto, mentre l’individualità di una gemma erbacea non si può riconoscere agevolmente; per cui l’unione di individui separati in un corpo comune colpisce di più in un corallo che non in un albero. La nostra idea di un animale composto, ove per alcuni riguardi l’individualità di ognuno non è compiuta, può essere agevolata, riflettendo sulla produzione di due creature distinte, dividendo con un coltello in due parti uguali un solo animale, oppure ove la Natura compie l’opera del dividere. Possiamo considerare i polipi di un zoofito, o le gemme di un albero, come casi ove la divisione dell’individuo non è stata compiutamente effettuata. Certamente nel caso degli alberi, e giudicando per analogia in quello dei coralli, gli individui che si propagano per mezzo delle gemme sembrano più in stretta parentela fra loro, che non le uova o i semi coi loro parenti. Sembra ora molto bene riconosciuto che le piante le quali si propagano colle gemme, tutte partecipano di una comune durata di vita; ed è famigliare a tutti quali singolari e numerose particolarità siano trasmesse con certezza dalle gemme, dai magliuoli, dagli innesti, che colla propagazione per seme non appaiono mai, o solo per caso.


 
CAPITOLO X.
TERRA DEL FUOCO.

Terra del Fuoco - Nostro primo arrivo - Golfo della Buona riuscita - Relazione intorno agli indigeni della Terra del Fuoco venuti a bordo - Incontro dei selvaggi - Paesaggio delle foreste - Capo Horn - Porto Wigwam - Condizioni miserabili dei selvaggi - Carestie - Cannibali - Matricidio - Sentimenti religiosi - Grande uragano - Canale Beagle - Rada di Ponsonby - Costruzione di Wigwam e stabilimento di indigeni - Biforcazione del Canale Beagle - Ghiacciai - Ritorno alla nave - Seconda visita colla nave allo stabilimento - Eguaglianza di condizioni fra gli indigeni.

Dicembre 17, 1832. - Avendo ora terminato di parlare della Patagonia e delle isole Falkland, descriverò il nostro arrivo alla Terra dei Fuoco. Un poco dopo il mezzodì girammo il Capo San Diego ed entrammo nel famoso stretto di La-Maire. Ci tenemmo vicini alla costa della Terra del Fuoco, ma il profilo della scoscesa ed inospitale terra di Staten era visibile in mezzo alle nubi. Nel pomeriggio gettammo l’ancora nel golfo della Buona Riuscita. Al nostro entrare fummo salutati in modo benevolo dagli abitanti di quella terra selvaggia. Una comitiva di indigeni nascosti in parte dalla intricata foresta, stavano appollaiati sopra una punta scoscesa sporgente nel mare; e mentre noi vi passammo sotto, si alzarono in piedi e sventolando i loro vestiti cenciosi mandarono un forte e sonoro grido. I selvaggi tennero dietro alla nave, e un po’ prima di notte vedemmo i loro fuochi e udimmo nuovamente il loro aspro grido. Il porto si compone di una bella distesa di acqua circondata per metà da monti bassi e rotondi di calcare, coperti fino al margine dell’acqua da una fitta e tenebrosa foresta. Una sola occhiata al paesaggio bastò per dimostrarmi che esso differiva grandemente da ogni cosa che io avessi fino allora veduto. Nella notte si alzò un forte vento, ed un uragano poderoso venne dai monti e passò sopra di noi. In alto mare sarebbe stato un tempo molto cattivo, e noi, come molti altri, possiamo chiamare questo golfo col nome di Buona Ventura.

Al mattino il capitano mandò alcune persone a mettersi in rapporto cogli abitanti, nella Terra del Fuoco. Quando fummo loro abbastanza vicini da farci udire, uno dei quattro indigeni che erano presenti si avanzò verso di noi, e cominciò a gridare con veemenza, volendo mostrarci il punto dove dovevamo approdare. Sbarcati che fummo la comitiva degli indigeni parve alquanto allarmata, ma continuò a parlare e gestire vivacissimamente. Era invero quello lo spettacolo più curioso e più interessante che io avessi mai veduto; non poteva credere che la differenza fra l’uomo selvaggio e l’uomo incivilito fosse tanto grande; essa è maggiore ancora di quella che passa fra l’animale domestico e l’animale selvatico, per la ragione che nell’uomo v’ha una più grande potenza di miglioramento. L’oratore principale era vecchio, e pareva essere il capo della famiglia; gli altri erano giovani robusti, alti circa un metro e ottanta centimetri. Le donne ed i bambini erano stati mandati via. Questi abitatori della Terra del Fuoco sono una razza molto differente da quei rachitici, meschini, miserabili che stanno più all’occidente; e sembrano più strettamente affini ai famosi Patagoni dello stretto di Magellano. Il loro unico vestimento consiste in un mantello fatto colla pelle del guanaco, colla lana al di fuori; lo portano gettato sulle spalle, lasciando le loro persone tanto coperte quanto scoperte. La loro pelle è di color rame rosso sudicio. Il vecchio aveva una rete di piume bianche intorno al capo, che in parte teneva indietro la sua nera, ruvida, ed arruffata capigliatura. Il suo volto era attraversato da due larghe strisce trasversali; una tinta di un bel rosso brillante andava da un orecchio all’altro inchiudendo il labbro superiore; l’altra, bianca di calce, si estendeva sopra e parallelamente alla prima per cui anche le sue palpebre erano in tal modo colorite. Gli altri due uomini erano ornati con righe di polvere nera fatta con carbone. Tutta la comitiva rassomigliava molto ai demoni che vengono rappresentati in opere come il Freischutz.

Il loro aspetto era basso e triviale, e l’espressione del loro volto era la diffidenza, la sorpresa, e lo sgomento. Dopo che noi ebbimo loro regalato qualche pezzo di panno scarlatto, che si ravvolsero immediatamente intorno al collo, divennero subito famigliarissimi. Il vecchio mostrava ciò battendosi sul petto colla mano, mandando un suono chiocciante, come fanno alcuni quando danno da mangiare ai pulcini. M’incamminai col vecchio, e questa dimostrazione d’amicizia fu ripetuta parecchie volte; e fu conchiusa con tre forti percosse che mi furono date sul petto e sul dorso contemporaneamente. Egli allora si scoperse il petto onde potessi rendergli il complimento, ciò che feci con sua grande soddisfazione. Il linguaggio di questo popolo, secondo le nostre nozioni, non merita quasi il nome di articolato. Il capitano Cook lo ha paragonato al suono che fa un uomo rischiarandosi la voce, mandando suoni così aspri, gutturali e chioccianti. Sono eccellenti mimi, appena qualcheduno di noi tossiva o sbadigliava, o faceva un qualche movimento strano, essi immediatamente lo imitavano. Taluno della nostra, comitiva cominciò a guardar biecamente e far smorfie; ma uno dei giovani indigeni (il volto del quale era tinto di nero, tranne una striscia attraverso agli occhi) riuscì a far smorfie ancor più brutte. Ripetevano correttissimamente qualunque parola di ogni frase che noi indirizzavamo loro, e per un certo tempo si ricordavano quelle parole. Tuttavia noi europei sappiamo quanto sia difficile distinguere bene i suoni di un linguaggio forestiero. Chi di noi, per esempio, potrebbe tener dietro ad un indigeno americano in una frase che avesse più di tre vocaboli? Tutti i selvaggi sembrano avere in un grado non comune questa facoltà d’imitazione. Mi fu detto, quasi colle stesse parole, che questo curioso costume esiste fra i Cafri: parimente gli Australiani sono da un pezzo conosciuti per la facoltà che hanno d’imitare e di descrivere l’andatura di taluno in modo da farlo riconoscere. Come si può spiegare questa facoltà? È dessa una conseguenza di maggior pratica nell’uso della percezione e di maggiore acutezza nei sensi, comuni a tutti gli uomini nello stato selvaggio, paragonate con quelle degli uomini civili?

Quando alcuno della nostra comitiva si mise a cantare, la loro sorpresa fu tanto grande che quasi caddero per terra. Con pari meraviglia ci videro ballare; ma uno dei giovani richiesto non ebbe difficoltà a fare un giro di waltzer. Per quanto poco avvezzi fossero agli europei, tuttavia temevano e conoscevano le nostre armi da fuoco; per nulla al mondo si sarebbero decisi a prendere un fucile in mano. Ci chiesero coltelli chiamandoli col vocabolo spagnuolo cuchilla. Essi mostravano pure quello che desideravano, facendo le viste di avere in bocca qualche cosa che volevano tagliare invece di strappare.

Non ho ancora parlato degli abitatori della Terra del Fuoco che noi avevamo a bordo. Durante il primo viaggio della Adventure e della Beagle, dal 1826 al 1830, il capitano Fitz Roy s’impadronì di una brigata di indigeni come ostaggi di una barchetta, che era stata rubata, con grande pericolo di una comitiva impiegata nello studio delle coste; ed egli portò alcuni di questi indigeni ed un bambino che aveva comperato con un bottone di vetro, con sè in Inghilterra deliberato di educarli e di istruirli nella religione a sue proprie spese. Uno dei principali propositi del capitano Fitz Roy per imprendere il nostro presente viaggio fu quello di riportare questi indigeni nel loro paese natio. E prima che l’ammiragliato avesse deciso di allestire questa spedizione, il capitano Fitz Roy aveva generosamente noleggiata una nave, e li avrebbe riportati egli stesso indietro. Gli indigeni erano accompagnati da un missionario, il Rev. Matthews; il capitano Fitz Roy ha pubblicato intorno ad esso ed agli indigeni una piena ed eccellente relazione. Due uomini di cui uno morì di vaiuolo in Inghilterra, un fanciullo ed una fanciulla erano stati presi in origine; ed avevamo a bordo York Minster, Jemmy Button (di cui il nome esprime il prezzo che era costato) e Fuegia Basket. York Minster era un uomo già adulto, piccolo, grosso e robusto; aveva indole riservata, taciturna, cupa e quando era eccitato, la sua collera era violenta; sentiva profonda l’affezione pei pochi amici che aveva a bordo; la sua intelligenza era buona. Jemmy Button era il prediletto di tutti, ma esso pure era molto collerico; l’espressione del suo volto faceva nota la sua buona indole. Era allegro e rideva sovente; e simpatizzava molto colle pene altrui; quando il mare era grosso io spesso soffriva, ed egli mi veniva vicino dicendomi con voce lamentevole: «poveretto, poveretto!», ma il vedere dopo la sua vita acquatica, un uomo soffrire di mal di mare, gli pareva cosa tanta ridicola, che spesso era obbligato a volgersi da una parte per sorridere o ridere, e intanto ripeteva il suo «poveretto, poveretto». Aveva molto patriottismo; ed amava lodare la sua propria tribù ed il suo paese in cui con molta verità diceva essere abbondanza di alberi, e sparlava di tutte le altre tribù; asseriva con grande fermezza che nella sua terra non vi era il Diavolo. Jemmy era piccolo, grosso e grasso, ma vanitoso della sua persona; portava sempre i guanti; i suoi capelli erano tagliati con bel garbo, ed era desolato quando le sue lucide scarpe venivano inzaccherate. Si compiaceva di guardarsi in uno specchio; ed un allegro fanciulletto indiano del Rio Negro che avemmo con noi per alcuni mesi a bordo, si accorse di questo debole e soleva burlarlo; Jemmy, che era sempre piuttosto geloso per l’attenzione che avevamo per quel fanciullo, non amava per nulla queste burle e soleva dire, con un cenno disdegnoso del capo «Troppo allodola». Quando penso a tutte le sue buone qualità, mi sembra ancora meraviglioso come egli abbia potuto appartenere alla stessa razza, ed abbia senza dubbio partecipato dello stesso carattere di quei miserabili ed abbietti selvaggi che incontrammo qui la prima volta. Infine Fuegia Basket, era una graziosa, modesta e riservata fanciulla, con una espressione piuttosto piacevole, sebbene un po’ torva; imparava presto qualunque cosa, specialmente le lingue. Ciò essa dimostrò imparando un po’ di portoghese e di spagnuolo, durante il nostro breve soggiorno a Rio Janeiro e Montevideo, e per la sua conoscenza dell’inglese. York Minster era gelosissimo di qualunque attenzione che le si usasse, perchè era evidente che aveva in animo di sposarla appena essi fossero stabiliti a terra.

Quantunque parlassero e comprendessero molto della lingua inglese, era singolare la difficoltà che ci voleva ad ottenere da essi alcune informazioni intorno ai costumi dei loro compaesani; questo era dovuto in parte alla loro apparente difficoltà per comprendere le più semplici alternative. Chiunque sia avvezzo ai bambini, sa quanto raramente si può ottenere da essi una risposta anche ad una domanda semplicissima, come sarebbe ad esempio se un oggetto è nero o bianco; l’idea del nero o del bianco sembra riempire alternativamente il loro cervello. Così era con questi abitatori della Terra del Fuoco, e quindi non si poteva in generale esser sicuri, se, a furia di domande, si aveva compreso giustamente qualche cosa che essi avevano detto. La loro vista era notevolmente acuta: tutti sanno che i naviganti per la lunga pratica, possono scorgere un oggetto lontano molto più presto che non un uomo che sta sempre in terra; ma tanto York quanto Jemmy erano molto superiori a qualunque marinaio di bordo; parecchie volte essi avevano detto quello che era un oggetto lontano, e sebbene tutti ne dubitassero, la cosa si era verificata dopo essere stata esaminata con un cannocchiale. Erano al tutto consci di questa facoltà e Jemmy quando aveva qualche piccola quistione coll’Ufficiale di guardia, diceva: Io vedo nave, io non dico.

Era interessante l’osservare il modo di fare dei selvaggi, quando sbarcammo, verso Jemmy Button; immediatamente essi si accorsero della differenza che passava fra lui ed essi, e parlarono molto fra loro di questo. Il vecchio indirizzò un lungo discorso a Jemmy che pareva un invito a rimaner fra loro. Ma Jemmy comprendeva poco il loro linguaggio, ed era inoltre molto vergognoso dei suoi compaesani. Quando York Minster venne dipoi a terra, essi l’osservarono nello stesso modo, e gli dissero che avrebbe dovuto tagliarsi la barba; tuttavia egli non aveva più di una ventina di peli sul volto, mentre noi tutti portavamo le nostre fitte barbe. Essi esaminarono il colore della sua pelle e la compararono colle nostre. Uno di noi aveva le braccia nude ed essi espressero la più gioconda sorpresa ed ammirazione per la sua bianchezza, precisamente nello stesso modo che ho osservato fare dall’urang-utang del giardino zoologico di Londra. Ci parve vedere che essi scambiassero due o tre degli ufficiali, i quali erano un po’ più bassi e più bianchi, sebbene adorni di folte barbe, per le signore della nostra brigata. Il più alto degli indigeni si mostrava molto contento perchè la sua statura era stata osservata. Quando veniva messo dorso contro dorso coll’uomo più alto di bordo, egli cercava di collocarsi sopra un terreno più alto e si metteva sulla punta dei piedi. Apriva la bocca per mostrare i denti, e voltava la faccia per farsi veder di profilo; e tutto questo faceva con tanta vivacità, che oso dire che egli si credeva il più bell’uomo della Terra del Fuoco. Dopo che il nostro primo e grande sentimento di meraviglia fu passato, non vi era nulla di più ridicolo che lo strano misto di sorpresa e di imitazione che questi selvaggi mostravano ad ogni momento.

L’indomani cercai di penetrare in qualche modo nel paese. La Terra del Fuoco può esser descritta come una terra montuosa, in parte sommersa nel mare cosìcchè profondi passaggi e golfi occupano il luogo ove dovrebbero esistere le valli. I fianchi del monte, tranne quelli della costa occidentale più esposta, sono coperti dalla cima fino all’acqua da una grande foresta. Gli alberi giungono fino all’altezza di 300 a 450 metri sul livello del mare, e succede loro una striscia di torba con piccole piante alpine; e a questa succede poi la linea delle eterne nevi, che, secondo il capitano King, nello stretto di Magellano scende dai novecento ai mille metri. Trovare un lembo di terra livellata in qualche parte del paese è cosa rarissima. Ricordo soltanto una piccola pianura presso Porto della Fame, ed un’altra un po’ più estesa presso Goeree Road. Nei due luoghi, ed in ogni altro punto la superficie è coperta da un fitto strato di umida torba. Anche nella foresta, il terreno è nascosto da una massa di materia vegetale che va lentamente scomponendosi; essendo essa impregnata d’acqua, il piede affonda.

Trovando quasi impossibile spinger oltre il mio andare attraverso il bosco, seguii il corso di un torrente montano. Dapprima, per le cascate ed il numero degli alberi morti non potei quasi procedere oltre; ma in breve il letto del torrente divenne un po’ più aperto, perchè gli straripamenti avevano diradato le sue sponde. Continuai ad avanzare lentamente per un’ora lungo le sue dirupate e rocciose rive, e fui ampiamente compensato della mia fatica dalla maestà dello spettacolo. La tetra profondità del burrone concordava bene coi vestigi universali di violenza. Da ogni lato stavano giacenti massi irregolari di roccie ed alberi sradicati; gli alberi sebbene ancora in piedi erano tutti cavi e vicini a cadere. La massa intricata delle piante vive e delle cadute mi ricordava le foreste dei tropici - sebbene vi fosse una differenza; perchè in queste silenziose solitudini sembrava predominare lo spirito della morte, invece di quello della vita. - Seguii il letto del torrente finchè venni ad un punto, ove una grande frana aveva diboscato uno spazio diritto sul fianco del monte. Salii per questa strada ad una notevole altezza, ed ebbi una bella vista di boschi circostanti. Gli alberi appartengono tutti ad una specie, il Fagus Betuloides perchè il numero delle altre specie di Fagus è al tutto insignificante. Questo faggio conserva le sue foglie tutto l’anno; ma il suo fogliame è di colore particolare bruno verde con una sfumatura di giallo. Siccome tutto il paesaggio ha questo colore, esso assume un aspetto cupo e monotono, e non è sovente rallegrato dai raggi del sole.

Dicembre 20. - Un lato del porto è fatto da una collina alta circa 450 metri, cui il capitano Fitz-Roy diede il nome di Sir J. Banks, in commemorazione della disastrosa escursione di lui, che fu fatale a due uomini della comitiva e poco mancò non lo fosse al dottor Solander. L’uragano di neve che fu causa della loro disgrazia ebbe luogo nella metà di gennaio, corrispondente al nostro luglio, e nella latitudine di Durham! Io ero molto desideroso di salire sulla cima di questa montagna per raccogliere piante alpine; perchè ogni specie di fiori è rara nelle bassure. Seguimmo lo stesso letto del torrente del giorno prima, fìnchè esso scomparve, ed allora fummo obbligati a trascinarci ciecamente in mezzo agli alberi. Questi per effetto dell’elevazione e dei venti impetuosi erano bassi, folti, ed incurvati. Alla fine giungemmo a quello che da lontano ci era parso un tappeto di fine erbetta, ma che con nostro rincrescimento si trovò essere una fitta massa di piccoli faggi alti appena da un metro a un metro e mezzo. Erano tanto fitti che parevano una siepe di giardino, e fummo obbligati a contendere con quella piana ma infida superficie. Dopo un altro po’ di fatica giungemmo alla torba e poi alla nuda roccia.

Un rialzo riuniva questa collina con un’altra distante alcune miglia e più alta, cosicchè si vedevano sopra di essa distese di neve. Siccome il giorno non era molto inoltrato, determinai di andare colà raccogliendo piante lungo la via. L’impresa sarebbe stata ben ardua se non avessimo trovato un sentiero battuto fatto dai guanachi; perchè questi animali, come le pecore, seguono, sempre la stessa linea. Quando giungemmo alla collina trovammo che era la più alta di tutto il contorno e le acque scorrevano al mare in opposte direzioni. Si godeva colà di una ampia vista di tutto il paese circostante; al Nord si estendeva una vasta palude, ma al Sud avevamo una scena di selvaggia magnificenza conveniente alla Terra del Fuoco. Vi era una grande e misteriosa maestà in quei monti seguiti da altri monti colle profonde valli intermedie, tutte coperte da una fitta e tenebrosa massa di foresta. Anche l’atmosfera in queste plaghe, ove un uragano succede ad un altro con pioggia, grandine e nevischio, sembra più nera che non in qualunque altra. Nello stretto di Magellano, guardando verso mezzogiorno da Porto della Fame, lontani passaggi, che stanno fra i monti sembrano pel loro aspetto tenebroso, condurre al di là dei confini del mondo.

Dicembre 21. - La Beagle fece vela ed il giorno dopo favoriti in modo particolare da una buona brezza dall’Est, passammo vicino ai Barnevelts, e girando il Capo Deceit coi rocciosi suoi picchi verso le tre pomeridiane avevamo passato il burrascoso Capo Horn. La sera era tranquilla e chiara e godemmo una bella vista delle circostanti isole. Tuttavia il Capo Horn voleva il suo tributo, e prima di notte ci mandò una burrasca di vento direttamente in faccia. Ci tenemmo in alto mare e il giorno dopo si tentò lo sbarco, quando vedemmo alla nostra prua questo notissimo promontorio nella sua propria forma - velato dalla nebbia, ed il suo scuro profilo circondato da un uragano di vento e di acqua. Neri nuvoloni correvano nel cielo, e torrenti di pioggia, accompagnati da grandine, si rovesciavano addosso a noi con tanta violenza che il capitano si determinò ad andare nel Wigwam Cove. È questo uno stretto e piccolo porto non molto lungi dal Capo Horn; e qui la vigilia di Natale gettammo l’ancora in un’acqua tranquilla. L’unica cosa che ci ricordasse l’uragano che muggiva fuori, era di quando in quando un buffo di vento venuto dai monti, che faceva scuotere il bastimento sull’àncora.

Dicembre 25. - Proprio accanto alla cala, una collina aguzza chiamata Kater’s Peak, sorge all’altezza di 510 metri. Le isole circostanti sono tutte composte di masse coniche di diorite, cui sono unite talora colline meno regolari di argilla.

Questa parte della Terra del Fuoco può essere considerata come l’estremità della sommersa catena di monti di cui abbiamo già parlato. Il seno prende il suo nome di Wigwam da alcune abitazioni degli indigeni; ma ogni golfo del contorno potrebbe con egual proprietà esser chiamato in tal modo. Siccome gli abitanti vivono principalmente di conchiglie, sono obbligati costantemente a mutar dimora; ma ritornano ad intervalli agli stessi luoghi, come lo dimostrano i mucchi di antichi gusci, che debbono avere il peso di molte tonnellate. Questi mucchi si possono distinguere da lontano, pel colore verde vivace di certe piante, che invariabilmente vi crescono sopra. Tra queste si possono menzionare il sedano selvatico e la gramigna, due piante utilissime, l’uso delle quali non è stato scoperto dagli indigeni.

Il Wigwam dell’abitatore della Terra del Fuoco rassomiglia nella mole e nelle dimensioni ad un mucchio di fieno. È composto solamente di alcuni rami piantati nel terreno, e molto imperfettamente ricoperto da una parte con ciuffi di erba e fascine; tutto questo può essere il lavoro di un’ora, e viene adoperato solo per pochi giorni. A Goeree Road vidi un luogo ove uno di questi uomini nudi aveva dormito, che assolutamente non offriva maggiore ricovero del covo di una lepre. Era evidente che quell’uomo viveva solo, e York Minster diceva che era un uomo molto cattivo «e che probabilmente aveva rubato qualche cosa!» Sulla costa occidentale però i Wigwam sono un po’ migliori, perchè sono coperti con pelli di foca. Fummo trattenuti dal cattivo tempo per parecchi giorni in questo luogo. Il clima è certamente infelice; il solstizio d’estate era già passato, tuttavia ogni giorno cadeva neve sulle colline e pioggia nelle valli, accompagnata da nevischio. Il termometro generalmente stava a + 9 cent., ma la notte scendeva ad 8 ed a 7 cent. Per lo stato burrascoso ed umido dell’atmosfera non mai rallegrata da un raggio di sole, il clima pareva ancora peggiore di quello che in realtà non fosse.

Un giorno mentre andavamo a terra presso l’isola Wollaston, passammo vicini ad una barchetta con sei indigeni. Queste erano le creature più abbiette e miserabili che io avessi mai veduto. Sulla costa orientale, gl’indigeni, come abbiamo detto, hanno vestimenta di guanaco, e sulla costa occidentale posseggono pelli di foca. Fra queste tribù centrali gli uomini generalmente hanno una pelle di lontra, o qualche simile cencio largo appena come un fazzoletto, che non basta guari a coprir loro le spalle fino ai lombi. È tenuto con cordicelle che attraverso il petto e secondo la parte d’onde soffia il vento, è fatto girare da un lato all’altro. Gli indigeni della barchetta erano al tutto nudi, e anche nuda era una donna che si trovava con essi. Pioveva dirottamente, e l’acqua dolce unita alla salata loro sgocciolava sul capo. In un altro porto non molto lontano, una donna che allattava un bambino nato da poco tempo, venne un giorno vicino alla nave e vi rimase un certo tempo per semplice curiosità, mentre il nevischio cadeva e si induriva sul suo nudo petto e sulla pelle del suo nudo bambino! Questa povera gente appariva stentata nel crescere, i suoi orridi volti erano imbrattati di pitture bianche, la sua pelle sucida ed untuosa, i suoi capelli arruffati, la sua voce discorde ed i gesti violenti. Guardando quella sorta di uomini non si poteva quasi credere che fossero nostri simili ed abitanti dello stesso mondo. È argomento comune di congettura pensare quale piacere possano godere nella vita gli animali inferiori: quanto più ragionevolmente si potrebbe fare la stessa domanda rispetto a questi barbari! La notte, cinque o sei esseri umani, nudi e appena protetti dal vento e dalla pioggia di questo tempestoso clima, dormono sul terreno umido raggomitolati come animali. Quando l’acqua è bassa, d’inverno o d’estate, di notte o di giorno essi debbono alzarsi per staccare le conchiglie dalle roccie; e le donne talora si tuffano per raccogliere ricci di mare, oppure stanno pazientemente nelle loro barche e con una lenza adescata senza amo, fanno saltar fuori i pesciolini con una sferzata. Se una foca viene uccisa, od il carcame galleggiante di una balena putrefatta viene scoperto, allora si fa festa; a questo miserabile cibo vengono aggiunte alcune insipide bacche e funghi.

Sovente soffrono la fame: ho udito il signor Low, navigatore maestro, il quale conosce intimamente gli indigeni di questo paese, dare una curiosa relazione dello stato di centocinquanta indigeni della costa occidentale, i quali erano magrissimi ed in grande miseria. Una serie di uragani aveva impedito alle donne di raccogliere molluschi sulle rocce, ed essi non potevano uscire colle barche per prender foche. Una piccola brigata di questi uomini partì per un viaggio, e gli altri indigeni gli dissero che erano andati per un viaggio di quattro giorni in cerca di cibo; al loro ritorno Low andò ad incontrarli, e li trovò eccessivamente stanchi, ogni uomo portava un gran pezzo quadrato di balena imputridita con un buco in mezzo, dal quale avevano passato la testa, come fanno i Gauchos nei loro mantelli. Quando il pezzo di balena era in un Wigwam, un vecchio lo tagliava in fette sottili, e brontolandovi sopra, le faceva arrostire per un minuto e le distribuiva alla famelica brigata, che durante questo tempo conservava un profondo silenzio. Il sig. Low crede, che quando una balena vien gettata sulla sponda, gli indigeni ne seppelliscono grossi pezzi nella sabbia per adoperarli poi in tempi di carestia; ed un fanciullo indigeno che egli aveva a bordo trovò una di queste provviste sepolte. Le differenti tribù quando fanno guerra sono cannibali. Secondo concordante testimonianza del fanciullo presso il signor Low e di Jemmy Button, è certamente vero che quando in inverno sono stretti dalla fame, uccidono e divorano le loro vecchie donne prima di uccidere i loro cani; il fanciullo al quale il sig. Low domandò perchè facessero questo, rispose: «i cani prendono le lontre, le vecchie no!» Questo fanciullo descriveva il modo in cui sono uccise, essendo tenute sopra il fumo ed in tal modo soffocate; egli imitava per scherzo le loro grida, e descriveva le parti del loro corpo che son considerate migliori da mangiare. Per quanto orribile debba essere la morte ricevuta dalle mani degli amici e dei parenti, i terrori delle vecchie quando la fame comincia a farsi sentire, sono ancora più dolorosi da immaginare; ci fu detto che sovente esse fuggono via nei monti, ma che sono inseguite dagli uomini e ricondotte indietro per essere macellate nelle loro proprie case!

Il capitano Fitz Roy non potè mai accertarsi se gli abitatori della Terra del Fuoco, abbiano una qualche credenza distinta in una vita futura. Essi seppelliscono talora i loro morti nelle caverne e talora nelle foreste dei monti; non sappiamo quali cerimonie compiano. Jemmy Button non voleva mangiare uccelli di terra «perchè mangiano uomini morti»; essi non amano neppure menzionare i loro amici morti. Non abbiamo nessuna ragione per credere che seguano una qualche regola di religione; sebbene forse il brontolio del vecchio prima di distribuire alla sua affamata famiglia la balena imputridita potesse essere di questa natura. Ogni famiglia o tribù ha un indovino o scongiuratore, l’ufficio del quale non potemmo mai riconoscere pienamente. Jemmy credeva nei sogni, sebbene, come ho detto, non credesse nel diavolo; non credo che i nostri indigeni fossero molto più superstiziosi di alcuni dei marinai, perchè un vecchio nostromo credeva fermamente che i continui e forti uragani, da noi incontrati al di là del Capo Horn, fossero cagionati dall’avere noi a bordo abitatori della Terra del Fuoco. Quello che più si accostava ad un sentimento religioso che mi fu dato udire, venne dimostrato da York Minster, il quale quando il signor Bynoe uccise alcuni anatrini per esemplari, disse nel modo più solenne: «Ohi signor Bynoe, molta pioggia, molta neve e molto vento!» Evidentemente questa era una punizione per aver sciupato il cibo che serve all’uomo. Egli raccontava pure con piglio selvaggio ed eccitato, che suo fratello, un giorno, mentre tornava per prendere alcuni uccelli morti che aveva lasciati sulla costa, osservò che alcune penne erano state fatte volare dal vento. Suo fratello disse (e York imitava il suo fare): «Che cosa è questo?» E trascinandosi in avanti, guardò sopra il dirupo e vide «un selvaggio» che prendeva i suoi uccelli; egli si trascinò ancora un po’ più vicino, e gli precipitò addosso una grossa pietra che lo uccise. York asseriva che per molto tempo di poi gli uragani non cessarono e cadde molta pioggia e molta neve. Per quanto potemmo capire egli pareva considerare gli elementi come agenti vendicatori: è chiaro in questo caso, quanto naturalmente, in una razza un po’ più avanzata in coltura gli elementi sarebbero per essere personificati. Mi è sempre stato molto misterioso che cosa fossero questi «cattivi uomini selvaggi», da quel che disse York; quando trovammo il luogo simile al covo di una lepre, ove un uomo solo aveva dormito la notte prima, credetti che fossero ladri scacciati dalle loro tribù; ma altri oscuri discorsi mi fecero dubitare di questo; ho talvolta pensato che la spiegazione più probabile si è che fossero matti.

Le varie tribù non hanno nessun governo e nessun capo; tuttavia ognuna è circondata da altre tribù nemiche, che parlano differenti dialetti, e sono separate fra loro soltanto da una landa deserta o da un territorio neutrale: la causa della loro guerra sembra essere il modo di sostentamento. Il loro paese è una massa rotta da aspre rocce, da alte colline e da intatte foreste, e queste si vedono in mezzo alle nebbie ed alle infinite burrasche. La terra abitabile è ridotta ai ciottoli della spiaggia; per cercarsi il cibo essi sono obbligati a girare continuamente da un luogo all’altro e la costa è così scoscesa che non possono muoversi se non nelle loro miserabili barchette. Non possono conoscere il piacere di avere una casa ed ancor meno quello degli affetti domestici; perchè il marito è per la moglie padrone brutale di una laboriosa schiava. Si vide mai fatto più mostruoso di quello che osservò Binoe, di una povera madre che raccolse il suo bambino morente e coperto di sangue, che il marito aveva spietatamente slanciato contro le roccie per aver lasciato cadere un cestino di ricci di mare? Quanto poco possano le più alte facoltà della mente venir poste in giuoco: che cosa vi è qui perchè l’immaginazione possa dipingersi, perchè la ragione possa comparare, perchè il giudizio possa decidere? Staccare una conchiglia dalla roccia non richiede la più piccola maestria, il più piccolo lavoro mentale. La loro abilità può essere per alcuni rispetti comparata agli istinti degli animali; perchè non è migliorata dall’esperienza; la barchetta, la opera loro più ingegnosa, per quanto povera, è rimasta la stessa, come vediamo da Drake, durante questi ultimi duecentocinquanta anni. Osservando questi selvaggi si può domandare donde sono venuti? Che cosa può aver tentato, o qual mutamento può aver obbligato una tribù di uomini ad abbandonare le belle regioni del Nord, a scendere le Cordigliere o spina dorsale dell’America, ad inventare e fabbricare barche, che non sono adoperate dalle tribù del Chilì, del Perù e del Brasile, e poi entrare in una delle più inospitali contrade del mondo? Quantunque queste riflessioni debbano a prima vista occupare la mente, possiamo esser certi che sono in parte erronee. Non vi è ragione per credere che gli abitatori della Terra del Fuoco diminuiscano di numero; perciò dobbiamo supporre che godano di una certa tal quale felicità, qualunque essa possa essere, che rende loro cara la vita. La natura facendo l’abitudine onnipotente, e i suoi effetti ereditari, ha reso l’abitatore della Terra del Fuoco acconcio al clima ed alle produzioni del suo miserabile paese.

Dopo esser stati trattenuti dal cattivo tempo per sei giorni nel Wigwam Cove, riprendemmo il mare il 30 di dicembre. Il capitano Fitz Roy voleva andare verso occidente per sbarcare York e Fuegia nel loro proprio paese. Quando fummo in mare, ebbimo la corrente contraria ed una costante successione di burrasche; fummo trascinati al 57° 23’ sud. L’11 gennaio 1833, facendo forza di vele, giungemmo a poche miglia dalla grande e scoscesa montagna di York Minster (così chiamata dal capitano Cook, ed origine del nome dell’indigeno più vecchio), quando un violento uragano ci obbligò a toglier le vele e rimanere in alto mare. Le onde si rompevano spaventosamente sulla costa, e la spuma era spinta sopra un dirupo stimato alto 60 metri. Il 12 il mare era molto grosso, e non si sapeva precisamente dove eravamo: era un suono molto sgradevole sentir costantemente ripetere: «badate sotto vento». Il 13 la burrasca infuriava ancora; il nostro orizzonte era strettamente limitato da monti di spuma spinta dal vento. Il mare aveva un aspetto molto sinistro, pareva una desolata pianura ondeggiante con larghe macchie di neve; mentre il bastimento era fortemente scosso, le diomedee volavano colle ali aperte diritto contro il vento. A mezzogiorno una gran mareggiata irruppe sopra di noi e riempì una delle barche baleniere, che si dovette sul momento gettar via. La povera Beagle tremò a quell’urto, e per alcuni minuti non obbedì al timone; ma in breve, come ottima nave, si rialzò e riprese nuovamente il vento. Se un altro colpo di mare avesse seguito il primo, il nostro destino sarebbe stato compiuto subito e per sempre. Avevamo tentato invano per ventiquattro giorni di giungere all’ovest; gli uomini erano morti dalla stanchezza, e per molti giorni e per molte notti non avevano potuto mettersi nulla di asciutto sulla persona. Il capitano Fitz Roy abbandonò il tentativo di giungere all’ovest dalla costa esterna. La sera girammo intorno al falso Capo Horn, e gettammo l’àncora ad 85 metri di profondità, mentre l’argano mandava scintille quando la catena si svolgeva intorno ad esso. Quanto deliziosa fu quella notte tranquilla, dopo esser stati per tanto tempo in preda agli elementi in rivolta!

Gennaio 15, 1833. - La Beagle gettò l’àncora nei Goeree Road. Avendo il capitano Fitz Roy determinato di allogare i nostri indigeni, secondo il loro desiderio, nello stretto di Ponzonby, vennero allestite quattro barche per trasportarli colà attraverso il canale Beagle. Questo canale che fu scoperto dal capitano Fitz Roy durante il suo ultimo viaggio, è notevolissimo punto nella geografia di questo e forse di qualunque altro paese; può essere paragonato alla valle di Lochness in Iscozia, colla sua catena di laghi e di stretti. È lungo circa centoventi miglia, con una larghezza media, che non va soggetta a grandi variazioni, di quasi due miglia; ed è per la sua più grande lunghezza tanto diritto, che la vista limitata da ogni parte da una linea di monti, diviene gradatamente indistinta per la grande lontananza. Attraversa la parte meridionale della Terra del Fuoco in una linea che va da est a ovest, ed alla sua metà è raggiunto ad angolo retto sul lato meridionale da un canale irregolare che stato chiamato stretto di Ponsomby. È questa la residenza della tribù e della famiglia di Jemmy Button.

Gennaio 19. - Tre barche baleniere ed una yola, con una schiera di 28 uomini partirono sotto il comando del capitano Fitz Roy. Dopo il meriggio entrammo nella bocca orientale del canale e in breve ci fu dato trovare un piccolissimo porto nascosto da alcune isolette che lo circondavano. Piantammo colà le nostre tende e si accesero i fuochi. Piacevolissimo era l’aspetto di quella scena. L’acqua tranquilla del piccolo porto rifletteva come uno specchio i rami degli alberi che sporgevano sulla spiaggia rocciosa; le barche ancorate, le tende sostenute dai remi incrociati, ed il fumo che saliva sulla valle frondosa, formavano un quadro di quieto riposo. L’indomani - 20 - continuammo tranquillamente ad avanzarci colla nostra piccola flotta, e giungemmo ad un luogo ancor più deserto. Pochi e forse nessuno di quegli indigeni aveva mai veduto un uomo bianco, certamente nulla poteva esser maggiore della loro sorpresa alla comparsa delle quattro barche. Sopra ogni punto vennero accesi fuochi (da ciò il nome di Terra del Fuoco), tanto per fermare la nostra attenzione, quanto per annunziare questa notizia in ogni luogo. Alcuni uomini corsero per alcune miglia lungo la spiaggia. Non dimenticherò mai quanto questo gruppo di essi mi paresse selvaggio ed orrido; ad un tratto quattro o cinque uomini apparvero al margine di un dirupo sporgente; erano al tutto nudi e i loro lunghi capelli cadevano loro sul volto; tenevano in mano rozzi bastoni, e mentre balzavano sul terreno, muovevano le braccia intorno al capo mandando grida spaventose.

All’ora del pranzo sbarcammo in mezzo a una comitiva di indigeni. Dapprima non parevano disposti ad accoglierci amichevolmente; perchè finchè il capitano si avanzava alla testa delle altre barche, essi tennero in mano le loro fionde. Tuttavia li rallegrammo in breve con alcuni piccoli doni, come nastri rossi da legare intorno al capo. Amavano il nostro biscotto; ma uno dei selvaggi avendo toccato col dito un pezzo di carne conservata nella scatola di latta, che io stava mangiando, e sentendola molle e fredda, mostrò lo stesso disgusto che avrei provato io per un pezzo di balena imputridita. Jemmy era al tutto vergognoso dei suoi compatriotti ed asseriva che la sua tribù era molto differente, ma in ciò s’ingannava di molto. Era molto facile piacere a questi selvaggi, ma difficile soddisfarli. Giovani e vecchi, uomini e bambini, non cessavano mai dal ripetere la parola «yammerschooner» che significa dammi. Dopo di aver additato quasi ogni oggetto uno dopo l’altro, anche i bottoni dei nostri vestiti, ed aver ripetuto la loro frase prediletta in tutte le intonazioni possibili, l’adoperavano poi in un senso neutro, e ripetevano a caso yammerschooner. Dopo di aver domandato ogni articolo molto caldamente, mostravano poi con un semplice artifizio le loro giovani mogli od i loro bambini, come per dire: «Se non lo vuoi dare a me lo darai certamente a questi».

La sera tentammo invano di trovare un seno disabitato, ed alla fine fummo obbligati a bivaccare non molto lontano da una comitiva di indigeni. Essi furono molto inoffensivi finchè erano un piccolo numero, ma al mattino, 21, essendo stati raggiunti da altri mostrarono sintomi di ostilità e pensammo di dover venire alle mani. Un europeo opera con grande svantaggio quando ha che fare con selvaggi come questi, che non hanno la minima idea della forza delle armi da fuoco. Nello stesso atto di spianare il fucile, l’uomo incivilito appare al selvaggio molto inferiore ad un uomo armato di un arco, di una lancia, o anche di una fionda. Non è facile il mostrar loro la nostra superiorità, salvo che nel dar loro il colpo fatale. Come animali selvatici, non sembrano paragonare il numero; poichè ogni individuo se vien aggredito, invece di ritirarsi, cercherà di spaccarvi la testa con un sasso, come una tigre in simile circostanza cercherebbe di sbranarvi. Una volta il capitano Fitz Roy desiderando molto, per alcune buone ragioni, di far fuggire una piccola brigata, brandì una scimitarra accanto ad essi, ma non fecero che ridere; allora sparò la sua pistola per ben due volte, presso ad un indigeno. L’uomo parve meravigliato tutte due le volte, e si fregò con cura il capo; rimase poi un tantino a guardarci e si avvicinò ai suoi compagni, ma non sembrò disposto a fuggire. Non possiamo guari metterci nei panni di questi selvaggi e comprendere le loro azioni. Nel caso di questo indigeno, la possibilità di un rumore come lo scoppio di un fucile accanto al suo orecchio non poteva essergli mai passata per la mente. Egli forse non seppe letteralmente se fosse un suono od un colpo, e quindi molto naturalmente si fregò il capo. Nello stesso modo, quando un selvaggio vede l’impronta lasciata da una palla, può esser necessario un certo tempo prima che egli possa capire in qual modo è stata fatta; perchè il caso di un corpo invisibile per la sua velocità sarà forse per lui un’idea al tutto inconcepibile. Inoltre la somma forza di una palla, che penetra in una sostanza dura senza lacerarla, può persuadere il selvaggio che non ha forza alcuna. Io credo certamente che molti fra i selvaggi degradati, come questi della Terra del Fuoco, hanno veduto oggetti colpiti, ed anche piccoli animali uccisi dallo schioppo, senza essersi per nulla accorti quanto micidiale fosse quel congegno.

Gennaio 22. - Dopo aver passato una notte senza esser molestati, in quel territorio che pareva esser neutrale fra la tribù di Jemmy e il popolo che vedemmo ieri, continuammo piacevolmente il nostro viaggio. Non conosco nulla che dimostri più chiaramente lo stato ostile delle differenti tribù, che non questi larghi limiti o territori neutrali. Quantunque Jemmy Button conoscesse bene la forza della nostra brigata, egli non desiderava dapprima sbarcare in mezzo alla tribù ostile più vicino alla sua propria. Egli spesso ci aveva detto come gli uomini selvaggi: «quando la foglia si fa rossa», attraversano i monti della costa orientale della Terra del Fuoco e fanno invasioni contro gli indigeni di questa parte del paese. Era molto curioso osservando quando faceva questi discorsi, vedere i suoi occhi brillare e tutto il suo volto prendere una nuova e selvaggia espressione. Mentre noi procedevamo lungo il canale Beagle, la scena assumeva un carattere particolare e molto grandioso; ma l’effetto era molto diminuito essendo veduto dal basso in una barca, e dal guardare lungo la valle perdendo così tutta la bellezza di una successione di punte. I monti erano qui alti mille metri e terminavano in cime scoscese ed acute. Essi sorgono in una parete non interrotta dall’orlo dell’acqua e sono coperti fino all’altezza di centoventi o centocinquanta metri da una foresta di colore oscuro. Era molto curioso osservare fin dove l’occhio poteva giungere, quanto diritta ed orizzontale fosse la linea alla quale gli alberi cessavano di crescere sul fianco del monte; rassomigliano precisamente alla linea delle alghe trasportate dall’alta marea sulla spiaggia del mare.

Passammo la notte vicino al punto di riunione dello stretto di Ponsonby col canale Beagle. Una piccola famiglia di indigeni, che viveva nel seno, era tranquilla ed inoffensiva, ed in breve venne a sedere con noi intorno ad un bel fuoco. Eravamo tutti ben coperti, e sebbene fossimo vicini alla fiamma tuttavia non avevamo caldo; mentre questi nudi selvaggi, quantunque molto più lontani, li vedevamo con nostra gran sorpresa coperti di sudore per quella fiammata. Sembravano però molto contenti, e facevano tutti coro ai canti dei marinai; ma il modo in cui si tenevano costantemente un po’ indietro era al tutto ridicolo.

Durante la notte le nuove si erano sparse, e di buon’ora al mattino, 23, giunse una nuova comitiva, appartenente ai Tekenika, o tribù di Jemmy. Parecchi di essi avevano corso tanto in fretta che usciva loro sangue dal naso, e la loro bocca si storceva per la rapidità dei loro discorsi e col corpo nudo tutto imbrattato di nero, di bianco[74] e di rosso sembravano tanti demoni che venissero da un combattimento. Continuammo allora (scortati da dodici barchette indigene contenenti quattro o cinque persone) lungo lo stretto di Ponsonby fino al punto ove il povero Jemmy sperava ritrovare sua madre e i suoi parenti. Egli aveva già saputo che suo padre era morto; ma siccome aveva avuto un sogno nel capo per questo fatto, non pareva darsene troppa pena, e ripetutamente si confortava colla naturalissima riflessione che egli non avrebbe potuto impedirlo. Non potè raccogliere nessun particolare intorno alla morte di suo padre, perchè i suoi parenti non ne volevano parlare.

Jemmy era ora in una regione a lui famigliarissima, e guidò i battelli in un grazioso e tranquillo seno chiamato Woollya, circondato da isolette, ognuna delle quali ad ogni tratto aveva il suo nome indigeno. Trovammo qui una famiglia della tribù di Jemmy, ma non i suoi parenti; facemmo amicizia con essi e la sera mandarono una barchetta a dar notizie alla madre ed ai fratelli di Jemmy. Il seno era circondato da alcuni tratti di buona terra in pendio, non coperta (come altrove) di torba o di foreste. Come abbiamo già detto, il capitano Fitz Roy aveva in animo dapprima di portare York Minster e Fuegia alla loro propria tribù sulla costa occidentale; ma avendo essi dimostrato desiderio di rimaner qui, e siccome il luogo era notevolmente favorevole, il capitano Fitz Roy determinò di stabilire qui tutta la comitiva, compreso Matthews il missionario. Si spesero cinque giorni a fabbricar loro tre grandi Wigwams, a sbarcare i loro effetti, a vangare due giardini, ed affidare i semi alla terra.

Il mattino dopo il nostro arrivo, 24, gli indigeni cominciarono a venire in folla, e la madre e i fratelli di Jemmy arrivarono; Jemmy riconobbe la voce stentorea di uno dei suoi fratelli ad una prodigiosa distanza. L’incontro fu meno interessante che non sarebbe stato quello di un cavallo, il quale portato via in un campo, ritrovi un vecchio compagno.

Non vi fu alcuna dimostrazione di affetto; si guardarono semplicemente per un po’ di tempo, e la madre andò subito a tener d’occhio la sua barchetta. Tuttavia udimmo da York che la madre era stata inconsolabile per la perdita di Jemmy, e lo aveva cercato dappertutto, credendo che egli potesse essere stato portato in barca. Le donne furono molto attente ed amorevoli intorno a Fuegia. Ci eravamo già accorti che Jemmy aveva dimenticato quasi interamente il suo nativo linguaggio. Non credo possibile un altro umano essere che stesse così malamente in fatto di lingue, perchè il suo inglese era molto imperfetto. Faceva ridere e quasi compassione, sentirlo parlare al suo selvaggio fratello in inglese e poi domandargli in spagnuolo (no sabe?) se egli non lo capiva.

Ogni cosa procedette tranquillamente durante i tre giorni seguenti, mentre si vangavano i giardini e si fabbricavano le capanne. Si calcolò il numero degli indigeni a circa centoventi. Le donne lavoravano alacremente mentre gli uomini ci giravano attorno tutto il giorno guardandoci. Domandavano ogni cosa che vedevano e rubavano quello che potevano. Si rallegravano molto dei nostri balli e dei nostri canti, e prestavano una particolare attenzione quando vedevano lavarci in un vicino ruscello; non badavano a nessun’altra cosa, neppure alle nostre barche. Di tutto quello che York vide, durante la sua assenza dal paese, nulla apparve averlo maggiormente meravigliato di uno struzzo, presso Maldonado: senza voce per la meraviglia venne correndo dal signor Bynoe, col quale era a spasso: «Oh, signor Bynoe, un uccello tutto lo stesso come un cavallo!» Per quanto grande fosse la meraviglia degli indigeni per la nostra pelle bianca, quella di York fu per quel fatto assai maggiore, ed il poveretto rimase tanto sbigottito e commosso che non volle più scendere a terra. Ogni cosa procedeva così tranquillamente, che alcuni ufficiali ed io stesso facemmo lunghe passeggiate nelle circostanti colline e nei boschi. Ma ad un tratto, il 27, le donne ed i bambini scomparvero: eravamo inquieti di questo, mentre nè York, nè Jemmy non potevano spiegarcene il motivo. Alcuni credevano che fossero state spaventate dall’averci veduto ripulire e sparare i nostri schioppi la sera precedente. Altri credevano che questo dipendesse dall’essersi offeso un vecchio selvaggio, il quale, essendogli stato detto di tenersi un po’ discosto, aveva freddamente sputato in faccia alla sentinella, e poi, con gesti sopra un individuo addormentato, aveva chiaramente dimostrato, da quanto si diceva, che avrebbe avuto caro di fare a fette e mangiare il nostro uomo. Il capitano Fitz Roy, per scansare la probabilità di uno scontro, che sarebbe stato fatale a tanti indigeni, pensò meglio di farci passar la notte in un seno discosto alcune miglia. Matthews, colla sua consueta e tranquilla fortezza d’animo (notevole in un uomo che non possedeva in apparenza grande energia morale), deliberò di rimanere cogli indigeni, che non mostravano alcun timore per sè stessi, e così li lasciammo passare quella grave loro prima notte.

Al nostro ritorno, l’indomani 28, fummo lieti di trovar tutto tranquillo; e gli uomini nelle loro barche intenti a pigliar pesci coi loro giavellotti. Il capitano Fitz-Roy deliberò di rimandar la yola ed una delle barche baleniere alla nave, e continuare la nostra gita colle altre due barche, una sotto il suo comando (nella quale molto gentilmente mi permise di accompagnarlo), ed una sotto il comando del signor Hammond, per ispezionare le parti occidentali del canale Beagle, e ritornare poi a visitare lo stabilimento. Con nostra grande meraviglia la giornata era eccessivamente calda, tantochè la nostra pelle ne era scottata; con quel bel tempo, la vista nel mezzo del canale era notevolissima. Da qualunque parte si guardasse nessun oggetto si frapponeva tra l’occhio ed i punti esterni digradanti del lungo canale fra i monti. Il fatto dell’esser esso un braccio di mare era reso più evidente, da ciò che parecchie grosse balene[75] mandavan fuori i loro getti in varie direzioni. Una volta vidi due di quei mostri, probabilmente maschio e femmina, che nuotavano lentamente uno dopo l’altro, a poco meno di un tiro di pietra dalla spiaggia sulla quale i faggi allungavano i loro rami.

Andammo avanti finchè fu notte, ed allora piantammo le nostre tende in un seno tranquillo. La maggior piacevolezza per noi era di trovare, come letto su cui sdraiarci, una spiaggia con ciottoli, purchè asciutti e cedevoli sotto il corpo. Il terreno torboso è umido; la roccia è scabra e dura, la sabbia entra nella carne, quando è cucinata e mangiata nel modo che si pratica sui battelli; ma quando eravamo nei nostri sacchi di lana, sdraiati sopra un buon letto di lisci ciottolini, passavamo notti molto piacevoli.

La mia guardia durava fino ad un’ora antimeridiana. In quelle scene vi è qualche cosa di molto solenne. In nessun tempo si presenta con maggior forza alla mente il sentimento del trovarci noi in un così romito angolo del mondo. Tutto tende a produrre questo effetto; il silenzio della notte è interrotto soltanto dal grido di un uccello notturno. Talora il latrato di un cane echeggiando da lungi ci ricorda che siamo in terra di selvaggi.

Gennaio 29. - Al mattino di buon’ora giungemmo al punto ove il canale Beagle si divide in due bracci; entrammo nel braccio settentrionale. Anche più grandiosa divien qui la scena. Le alte montagne sul lato settentrionale compongono l’asse di granito, o spina dorsale della contrada, e si alzano arditamente all’altezza di 1000 a 1200 metri, con una guglia superiore a 2000 metri. Sono coperte di un ampio mantello di neve eterna e numerose cascate versano le loro acque attraverso i boschi, entro lo stretto canale sottostante. In molte parti magnifici ghiacciai scendono dal fianco del monte al livello dell’acqua. È difficile immaginare qualche cosa di più bello dell’azzurro di berillo di questi ghiacciai, siccome contrasto col bianco opaco della superiore distesa di neve. I frammenti caduti dal ghiacciaio nell’acqua andavano qua e là natando, ed il canale col galleggiar dei suoi ghiacci, presentava per lo spazio di un miglio, una miniatura dell’Oceano. Tirate le barche a terra all’ora del pranzo, stavamo alla distanza di un mezzo miglio ammirando un dirupo di ghiaccio perpendicolare, desiderosi che qualche altro pezzo se ne staccasse. Finalmente cadde un masso con grande strepito, ed immediatamente vedemmo il profilo di un’onda muovere alla nostra volta. Gli uomini corsero a precipizio alle barche; perchè era evidente il pericolo che potessero venire spezzate. Uno dei marinai aveva appunto afferrato i remi quando il maroso rotolante lo raggiunse; fu trabalzato qua e là, ma non ferito; e le barche sebbene tre volte sollevate e ripiombate, non ebbero danno.

Fu questa una vera fortuna per noi che eravamo lontani cento miglia dal bastimento, e saremmo rimasti senza provviste ed armi da fuoco.

Io aveva precedentemente osservato che alcuni grossi frammenti di roccie sulla sponda erano stati spostati di fresco; ma finchè non ebbi veduto quel maroso, non ne poteva comprendere la causa. Un lato del seno era fatto da uno sprone di micascisto; la punta di un dirupo di ghiaccio alto circa dodici metri; e l’altro lato da un promontorio alto quindici metri, formato di grossi frammenti rotondi di granito e di micascisto, in mezzo ai quali crescevano alcuni vecchi alberi. Evidentemente questo promontorio era una morena ammucchiatasi nel periodo in cui il ghiacciaio aveva maggiori dimensioni.

Giunti alla bocca occidentale di questo ramo settentrionale del canale Beagle, continuammo la nostra via in mezzo a molte ignote e desolate isole, con tempo sommamente cattivo. Non incontrammo alcun indigeno. La costa era quasi in ogni punto tanto scoscesa, che varie volte avemmo da girare per molte miglia prima di trovare spazio sufficiente per piantare le nostre due tende; una notte dormimmo sopra grandi massi arrotondati in mezzo ai quali erano alghe imputridite; e quando la marea si fece più alta, dovemmo alzarci e portar via le nostre coperte di lana. Il punto occidentale più estremo da noi raggiunto fu l’isola Stewart, distante circa cento e cinquanta miglia dalla nostra nave. Facemmo ritorno nel canale Beagle dal braccio meridionale, e quindi continuammo la nostra via senza incidenti alla volta dello stretto di Ponsonby.

Febbraio 6. - Arrivammo a Wolloya; Matthews ci diede informazioni così cattive sul modo di fare degli indigeni, che il capitano Fitz Roy deliberò di riprenderlo a bordo della Beagle; e finalmente venne lasciato alla Nuova Zelanda, ove suo fratello era missionario. Appena partiti noi, era cominciato un sistema regolare di saccheggio; ad ogni momento giungevano nuove brigate di indigeni. York e Jemmy avevano perduto molte cose e Matthews quasi tutto quello che non era stato nascosto sotterra. Ogni oggetto era stato spezzato e diviso fra gl’indigeni. Matthews diceva che la guardia che doveva fare continuamente era molto faticosa; notte e giorno circondato dagli indigeni che cercavano di stancarlo il più possibile facendo uno strepito incessante vicino a lui. Un giorno un vecchio, che Matthews pregò di andarsene dalla sua capanna, ritornò subito con un grosso sasso in mano; un altro giorno una intera brigata venne armata di sassi e di bastoni, ed alcuni giovani ed il fratello di Jemmy stavano piangendo; Matthews li ricevette con regali. Un’altra brigata gli faceva intendere coi segni che volevano metterlo nudo e strappargli tutti i peli della faccia e del corpo. Credo che arrivammo precisamente in tempo per salvargli la vita. I parenti di Jemmy eransi mostrati così vani e sciocchi, che avevano fatto vedere ad estranei le loro ruberie, ed il modo in cui le avevano compiute. Faceva pena dover lasciare i nostri tre indigeni coi loro selvaggi compaesani; ma era per noi grande sollievo vedere come non avessero di essi alcun timore personale. York, essendo uomo risoluto e robusto, era sicuro di cavarsela bene, unitamente a sua moglie Fuegia.

Il povero Jemmy pareva piuttosto sconsolato, e allora sarebbe stato, credo, ben lieto di tornarsene con noi. Il suo stesso fratello gli aveva rubato parecchi oggetti, e mentre osservava «questa loro moda», egli soggiungeva che i suoi compaesani erano «tutti uomini cattivi, che non sanno nulla», e sebbene non lo avessi mai udito bestemmiare prima, li chiamava «sciocchi del diavolo». Son certo che i nostri tre indigeni, sebbene fossero rimasti soli tre anni con uomini civili, sarebbero stati contenti di conservare le loro nuove costumanze; ma questo era evidentemente impossibile. Credo che sia molto dubbio che la loro visita sia stata loro utile per qualche verso.

La sera, con Matthews a bordo, facemmo vela verso la nostra nave, non pel canale Beagle, ma per la costa meridionale. Le barche erano molto cariche ed il mare agitato onde avemmo un tragitto pericoloso. La sera del 7 eravamo a bordo della Beagle dopo un’assenza di venti giorni, durante la quale avevamo fatte trecento miglia in barche scoperte. L’11 il capitano Fitz Roy andò egli solo a visitare i nostri indigeni e trovò che ogni cosa andava bene, e che avevano perduto pochissimi oggetti.

L’ultimo giorno di febbraio dell’anno susseguente 1834, la Beagle getto l’àncora in un bello e piccolo seno all’imboccatura orientale del canale Beagle. Il capitano Fitz Roy, deliberò con grande ardimento, che fu coronato da un pieno successo, di andare contro i venti dell’ovest, seguendo la stessa strada che aveva tenuto con le barche, fino allo stabilimento di Woollya. Non vedemmo molti indigeni, finchè non ci trovammo presso lo stretto di Ponsonby, ove fummo seguiti da dieci o dodici barchette indigene. I selvaggi non comprendevano affatto la ragione del nostro bordeggiare, e, invece d’incontrarci ad ogni giro, invano tentavano di seguirci nella nostra corsa a ghirigori. Io mi compiaceva a considerare quale diverso effetto si provi contemplando i selvaggi, secondochè si è più o meno in forze. Mentre era nella barche venni fino ad odiare il suono di quelle voci, tanta molestia esse mi davano. La prima e l’ultima parola era «yammerschooner». Quando, dopo essere entrati in qualche tranquillo seno, ci eravamo guardati attorno, ed avevamo sperato di passare una notte in calma, quella odiosa parola yammerschooner, aveva risuonato stridulamente da qualche buio cantuccio, e poi il piccolo segnale di fumo era salito per spargere tutto intorno le nuove del nostro arrivo. Quando lasciavamo un qualche luogo ci eravamo detti: «Grazie al cielo abbiamo lasciato finalmente questi miserabili!» quando una lontana ma potente voce, udita da una prodigiosa distanza, ci giungeva agli orecchi, e distiguevamo chiaramente yammerschooner. Ma ora quanto più erano numerosi gli indigeni, tanto più ci rallegravamo, e infatti c’era di che stare allegri. Le due brigate ridevano, facevano le meraviglie, si burlavano gli uni degli altri; noi li compiangevamo perchè ci davano buon pesce e gamberi in cambio di cenci: essi afferravano l’occasione di trovar gente tanto semplice da scambiare quegli splendidi ornamenti con una buona cena. Era una cosa molto lepida vedere il sorriso di soddisfazione con cui una giovane donna dal viso dipinto di nero, si metteva tanti pezzettini di panno rosso intorno al capo, tenuti fermi da un giunco. Il marito di lei, che aveva il privilegio molto universale in quel paese di possedere due mogli, evidentemente s’ingelosì per le attenzioni usate alla sua giovane consorte, e, dopo essersi consultato con le sue nude accompagnatrici venne da esse a forza di remi condotto via.

Alcuni indigeni dimostravano chiaramente di conoscere bene lo scambio. Diedi ad un uomo un grosso chiodo (regalo molto ragguardevole) senza far segno di volere qualche cosa di ricambio; ma egli infilzò due pesci immediatamente, e me li porse sulla punta della sua lancia. Se un qualche dono veniva designato per una barca e cadeva vicino ad un’altra, veniva dato invariabilmente a chi di diritto. Il fanciullo indigeno, che il sig. Low aveva a bordo, mostrò, mettendosi in una violenta collera, che egli comprendeva benissimo il rimprovero di essere detto mentitore, ciò che in realtà era. Fummo questa volta, come in altre precedenti occasioni, molto sorpresi della poca o meglio nessuna attenzione, per molti oggetti di cui l’uso avrebbe dovuto essere evidente per gli indigeni. Alcune semplici circostanze, come la bellezza del panno rosso o delle fasce turchine, la mancanza di donne, la nostra cura nel lavarci, svegliavano in essi maggior meraviglia che non un qualche oggetto grande e complicato, come per esempio la nostra nave. Bougainville ha bene notato parlando di questo popolo che trattano i chef-d’œuvres de l’industrie humaine, comme ils traitent les loix de la nature el ses phénomènes.

Il 5 marzo gettammo l’àncora nel seno di Woollya, ma non vedemmo colà neppure un’anima. Questo fatto ci impensierì, perchè gli indigeni dello stretto di Ponsonby mostravano con segni, che v’era stato un combattimento, e sapemmo in seguito che i temuti Ouens avevano fatta una invasione. In breve si vide giungere una barchetta indigena, con una bandierina ed un uomo che si lavava il volto per togliersi le pitture che lo coprivano. Quell’uomo era il povero Jemmy - ora un selvaggio macilento, stralunato, coi lunghi capelli arruffati e tutto nudo, tranne un pezzo di vecchia coperta intorno alla cintola. - Lo avevamo lasciato paffuto, grasso, pulito e ben vestito; noi non lo riconoscemmo finchè non gli fummo vicini; perchè egli era vergognoso di sè stesso e volgeva il dorso alla nave. Non aveva mai veduto un mutamento così grande e doloroso. Appena però fu rivestito, e passata la prima emozione, le cose ripresero un buon aspetto. Pranzò col capitano Fitz Roy e mangiò collo stesso garbo di prima. Ci disse che aveva «troppo» (intendeva dire abbastanza) di che mangiare, che non aveva freddo, che i suoi parenti erano buona gente, e che non desiderava tornarsene in Inghilterra; la sera comprendemmo la ragione di questo grande mutamento nel modo di pensare di Jemmy, all’arrivo della sua giovane ed avvenente sposa. Col suo consueto buon cuore, ci portò due belle pelli di lontra per due suoi cari amici, ed alcune punte di lancie e di freccie fatte colle sue proprie mani pel capitano. Disse di essersi fatta da sè una barchetta e si vantò di saper parlare un tantino il suo linguaggio! Ma il fatto più singolare è quello che egli, da quanto pare, aveva insegnato alla sua tribù un po’ d’inglese; un vecchio annunziò spontaneamente in questa lingua «la moglie di Jemmy Button». Jemmy aveva perduto tutti i suoi averi. Ci disse che York Minster aveva fabbricato una grande barca, e con sua moglie Fuegia[76], era partito parecchi mesi prima pel suo proprio paese, e si era congedato con un atto di consumata ribalderia; egli persuase Jemmy e sua madre ad andar con lui, ed intanto li abbandonò la notte rubando loro quanto possedevano.

Jemmy andò a dormire a terra, ma ritornò l’indomani mattina a bordo, rimanendo con noi finchè il bastimento levò l’àncora, ciò che spaventò molto sua moglie, la quale pianse dirottamente finchè egli non l’ebbe raggiunta nella sua barchetta. Tornò a terra carico di oggetti molto utili. Ognuno a bordo era veramente addolorato di stringergli la mano per l’ultima volta. Ora non ho più alcun dubbio sulla sua felicità, anzi credo che sarà forse più felice di quello che non sarebbe stato se non avesse mai abbandonato il suo paese.

Ognuno deve sinceramente sperare che il nobile scopo del capitano Fitz Rvy possa venire ottenuto, e sia ricompensato dei tanti generosi sagrifici da esso fatti per questi abitatori della Terra del Fuoco, colla protezione accordata dai discendenti di Jemmy Button e della sua tribù a qualche infelice naufrago! Quando Jemmy giunse a terra, accese un fuoco che serviva di segnale, ed il fumo sollevandosi ci diede un ultimo e lungo addio, mentre la nave ripigliava il suo corso verso l’alto mare.

La perfetta uguaglianza che esiste fra individui componenti le tribù degli abitatori della Terra del Fuoco, deve per lungo tempo ritardare il loro incivilimento. Come vediamo che quegli animali, che dall’istinto sono spinti a vivere in società e ad obbedire ad un capo, sono più soggetti a miglioramenti, così vediamo seguire nelle razze umane. Sia che noi consideriamo questo fatto come una causa od un effetto, le razze più civili hanno sempre governi più artificiali. Per esempio, gli abitanti di Otaiti, i quali quando furono scoperti erano governati da re ereditarii erano giunti ad livello d’incivilimento molto più alto che non un altro ramo dello stesso popolo, gli abitanti della Nuova Zelanda, i quali, sebbene migliorati per aver rivolto la loro attenzione all’agricoltura, erano repubblicani nel senso più assoluto. Nella Terra del Fuoco, finchè non venga un qualche capo che abbia sufficente forza per assicurarsi un qualche vantaggio cui abbia acquistato, come per esempio animali domestici, non sembra guari possibile che lo stato politico del paese possa venire migliorato. Presentemente anche una pezza di panno data ad un solo viene lacerata in striscie e queste distribuite e nessun individuo divien più ricco dell’altro. D’altra parte, è difficile comprendere come possa sorgere un capo finchè non vi sia una proprietà qualunque per mezzo della quale egli possa manifestare la sua superiorità ed accrescere il suo potere.

Credo che in questa estrema parte del Sud America, l’uomo esista in uno stato più basso di perfezionamento che non in qualunque altra parte del mondo. Gli Isolani del mare del Sud che appartengono alle due razze, le quali abitano il Pacifico, sono comparativamente incivili. L’Esquimese, nella sua capanna sotterranea gode di alcuni tra i comodi della vita, e nella sua barchetta, quando è equipaggiata, mostra molta maestrìa. Alcune delle tribù dell’Africa meridionale, che girano in cerca di radici, e vivono nascoste nelle selvaggie ed aride pianure, sono abbastanza miserabili. L’Australiano, nella semplicità delle arti della vita, si avvicina moltissimo all’abitatore della Terra del Fuoco; tuttavia egli può vantarsi della sua fionda, della sua lancia, e del suo giavellotto, del suo metodo per arrampicarsi sugli alberi, per inseguire gli animali e per cacciare. Quantunque l’Australiano possa essere superiore in abilità, non ne segue però che lo sia parimente in potenza mentale; invero da quello che vidi degli abitatori della Terra del Fuoco, che avevamo a bordo, e da ciò che ho letto intorno agli Australiani posso credere che il fatto sia esattamente il contrario.


 
CAPITOLO XI.
STRETTO DI MAGELLANO

CLIMA DELLE COSTE MERIDIONALI.

Stretto di Magellano - Porto della Fame - Ascensione al monte Tarn - Funghi mangerecci - Zoologia - Grande alga marina - Partenza dalla Terra del Fuoco - Clima - Alberi fruttiferi e produzioni delle coste meridionali - Altezza della linea delle nevi sulle Cordigliere - Discesa dei ghiacciai fino al mare - Formazione di ghiacci natanti - Trasporto di massi - Clima e produzioni delle isole antartiche - Conservazione di carcami di animali gelati - Riassunto.

Sulla fine di maggio del 1834, entrammo per la seconda volta nella bocca orientale dello stretto di Magellano. Il contorno dei due lati di questa parte dello stretto si compone di pianure quasi livellate, simili a quelle della Patagonia. Il Capo Negro, un po’ indentro nel secondo Stretto, si può considerare come il punto ove la regione comincia ad assumere i profili salienti della Terra del Fuoco. Sulla costa orientale, al sud dello stretto, un paesaggio interrotto simile ad un parco riunisce in pari modo queste due contrade che contrastano fra loro grandemente nell’aspetto. È veramente meraviglioso trovare nello spazio di venti miglia un tale mutamento di paesaggio. Se prendiamo una distanza un po’ maggiore, come tra Porto della Fame ed il golfo Gregory, che è di circa sessanta miglia, la differenza è ancor più prodigiosa. Nel primo luogo troviamo monti rotondi coperti di foreste impenetrabili, che vengono bagnati dalla pioggia, portata da una serie continua di uragani; mentre al Capo Gregory, un firmamento sereno ed azzurro brilla sopra aride e sterili pianure. Le correnti atmosferiche[77], quantunque veloci, turbinose e sconfinate, tuttavia sembrano seguire come un fiume nel suo letto, un corso regolarmente determinato.

Durante la nostra precedente visita (in gennaio), avemmo un incontro al Capo Gregory coi famosi così detti giganteschi Patagoni, che ci ricevettero cordialmente. La loro altezza sembra più grande di quella che sia in realtà, pei loro ampi mantelli di Guanaco, pei loro lunghi e sparsi capelli, e per l’aspetto generale; in media la statura è di un metro e ottanta, statura cui alcuni oltrepassano e pochissimi sono inferiori; le donne pure sono molto alte; in complesso sono certamente la razza più alta che io abbia veduto. Nei lineamenti rassomigliano notevolmente agli Indiani più settentrionali che vidi con Rosas, ma il loro aspetto è più selvaggio e formidabile; i loro volti sono dipinti di rosso e di nero, ed un uomo aveva righe e macchie bianche come un abitatore della Terra del Fuoco. Il capitano Fitz Roy offerse loro di prenderne tre a bordo, e tutti sembravano voler essere nel numero. Ci volle un bel pezzo prima di aver potuto liberare la barca della loro presenza; finalmente andammo a bordo coi nostri tre giganti, che pranzarono col capitano, e si comportarono come persone educate, adoperando i coltelli, le forchette e i cucchiai: quello che parve loro più prelibato fu lo zucchero. Questa tribù ha avuto tante comunicazioni con marinai e balenieri, che la maggior parte degli uomini parla un po’ d’inglese e di spagnuolo; essi sono mezzo inciviliti, e proporzionalmente corrotti.

L’indomani mattina una grossa brigata andò a terra per far lo scambio dei nostri oggetti contro pellicce e piume di truzzo; le armi da fuoco furono rifiutate, ed il tabacco molto domandato, più che non le scuri o gli utensili. Tutta la popolazione del Toldos, uomini, donne e fanciulli erano schierati sopra una panca. Era una scena divertente e non si poteva a meno di compiacersi alla vista di quei così detti giganti, tanto erano di buon cuore e fiduciosi; essi ci pregarono di tornar nuovamente a trovarli. Sembravano provar piacere di aver presso di loro Europei; la vecchia Maria, donna molto ragguardevole nella tribù, pregò una volta il signor Low di lasciar con loro qualcuno dei suoi marinai. Passano qui la maggior parte dell’anno; ma in estate vanno a far caccie al piede delle Cordigliere; talvolta fanno escursioni fino al Rio Negro, settecento cinquanta miglia al Nord. Sono ben forniti di cavalli, perchè secondo quello che dice il signor Low, ogni uomo ne possiede sei o sette, e tutte le donne ed anche i bambini hanno il loro proprio cavallo. Al tempo di Sarmiento 1580 questi Indiani avevano archi e freccie, ora da lungo tempo andate in disuso; possedevano pure alcuni cavalli. È questo un fatto curiosissimo, che dimostra la moltiplicazione straordinariamente rapida nei cavalli del Sud America. Il cavallo fu sbarcato per la prima volta a Buenos Ayres nel 1537, e la colonia essendo stata allora per un certo tempo abbandonata, il cavallo divenne selvatico; nel 1580, solo dopo 43 anni sentiamo parlar del cavallo nello Stretto di Magellano! Il signor Low mi ha detto che una tribù vicina di Indiani senza cavalli od Indiani a piedi, sta ora mutandosi in Indiani a cavallo; la tribù del golfo di Gregory dà loro i propri cavalli stanchi e manda in inverno alcuni dei suoi migliori cavalieri per far caccia per loro.

Giugno 1. - Abbiamo gettato l’àncora nella bella rada di Porto della Fame. Cominciava allora l’inverno, ed io non vidi mai una prospettiva più melanconica; le oscure foreste, macchiate di neve, si vedevano indistintamente attraverso ad una atmosfera scura e piovigginosa. Tuttavia fummo abbastanza fortunati per avere due belle giornate. In una di queste, il monte Sarmiento, montagna lontana, alta 2040 metri, presentava uno spettacolo molto maestoso. Io fui sovente sorpreso, come nel paesaggio della Terra del Fuoco, montagne realmente altissime apparissero poco elevate. Credo che ciò dipenda da una causa che non si presenta dapprima alla mente, cioè che si può chiaramente vedere l’intera massa dalla cima fino al livello dell’acqua. Mi ricordo di aver visto una montagna prima dal canale Beagle, ove si vedeva tutto il pendio dalla cima alla base, e poi dallo stretto di Ponsonby attraverso parecchi successivi rilievi; ed era curioso osservare, come in quest’ultimo caso, mentre ogni nuova cima somministrava nuovi mezzi di giudicare della distanza, la montagna crescesse in altezza.

Prima di giungere al porto della Fame, vedemmo due uomini correre lungo la spiaggia gridando verso il bastimento. Venne mandata loro una barchetta. Erano due marinai fuggiti da un bastimento, e che avevano raggiunto i Patagoni. Questi indiani gli avevano raccolti colla loro consueta e disinteressata ospitalità. Si erano separati da loro per qualche incidente ed ora venivano a Porto della Fame sperando trovare una qualche nave. Oso dire che erano indigeni vagabondi, ma non vidi mai nessuno con aspetto più miserabile di essi. Avevano vissuto per alcuni giorni di conchiglie e di bacche, ed i loro cenciosi vestiti erano mezzo bruciati per aver essi dormito troppo vicini al fuoco. Erano stati esposti notte e giorno, senza ricovero, agli ultimi incessanti uragani, alla pioggia, al nevischio, alla neve, e tuttavia godevano buona salute.

Durante la nostra stazione a Porto della Fame, gli abitatori della Terra del Fuoco vennero due volte a tormentarci. Siccome vi erano a terra molti istrumenti, effetti e uomini, si credette necessario di spaventarli per farli fuggire. Si cominciò a sparare grossi cannoni quando erano ancora molto lontani. Era curioso osservare con un cannocchiale gli indigeni, i quali mentre la palla colpiva l’acqua, prendevano sassi e come un’ardita sfida, li lanciavano verso il bastimento, sebbene fosse lontano un miglio e mezzo circa! Venne allora mandata una barca coll’ordine di sparare alcuni colpi con pallini contro di loro, ma da lungi. Gli indigeni si nascondevano dietro gli alberi, e ad ogni scarica dei fucili, tiravano le loro frecce; tutte però cadevano vicino alla barca, e l’ufficiale mostrandole loro rideva. Questo irritava grandemente gli indigeni i quali scuotevano con vero furore i loro mantelli. Finalmente vedendo che le palle spezzavano e rompevano gli alberi, fuggirono e ci lasciarono in pace. Durante il primo viaggio gli abitatori della Terra dei Fuoco erano qui molto importuni, e per spaventarli venne sparato un razzo di notte sopra le capanne; esso ebbe il suo effetto, ed uno degli ufficiali mi disse che il clamore che si levò ed il latrare dei cani, contrastava molto curiosamente col profondo silenzio che un minuto o due dopo ritornò a regnare. L’indomani mattina non vi era più un solo indigeno in tutto il contorno.

Quando la Beagle si trovava qui nel mese di febbraio, partii un mattino alle quattro per salire sul monte Tarn, alto 780 metri, che è il punto più elevato di questo distretto. Si andò in una barca fino al piede del monte (ma disgraziatamente non dalla parte migliore), e qui cominciammo la nostra ascensione. La foresta comincia al punto a cui arriva la marea quando è alta, e durante le prime due ore io non aveva speranza di giungere fino alla cima. Il bosco era così fitto che bisognava ad ogni momento ricorrere alla bussola; perchè sul monte non vi era alcun punto che potesse servire di segnale. Nei profondi burroni la scena di morte, di desolazione era tale che superava ogni descrizione; al di fuori l’uragano imperversava, ma in quegli avvallamenti neppure un soffio di vento muoveva le foglie degli alberi più elevati. Ogni parte era così oscura, fredda ed umida, che neppure i funghi, i muschi o le felci potevano svilupparsi. Nelle valli era appena possibile trascinarsi avanti, tanto erano compiutamente barriccate da grossi tronchi rovesciati caduti in ogni direzione. Mentre si passava sopra questi ponti naturali, sovente si affondava fino al ginocchio nel legno imputridito; altre volte, quando si cercava di appoggiarsi contro un grosso albero, si rimaneva meravigliati trovando una massa di materia imputridita che cadeva appena toccata. Finalmente ci trovammo in mezzo agli alberi più piccoli, e in breve giungemmo al nudo pendio che ci condusse alla cima. Qui si godeva della vista caratteristica della Terra del Fuoco; catene irregolari di colline, coperte qua e là di neve, profonde valli color verde giallognolo, e bracci di mare che dividevano la terra in molte direzioni. Il forte vento era acutamente freddo e l’atmosfera piuttosto nebbiosa, cosicchè non rimanemmo un pezzo sulla cima del monte. La nostra discesa non fu tanto faticosa quanto la salita, perchè il peso del corpo ci apriva un passaggio, e tutti gli scivolamenti e tutte le cadute erano nella buona direzione.

Ho già menzionato il carattere cupo e melanconico delle foreste sempre verdi[78], nelle quali crescono due o tre specie di alberi, escludendone tutte le altre. Al disopra della foresta sono molte piante nane alpine che sorgono tutte dalla massa di torba, ed aiutano a comporla; queste piante sono notevolissime per la loro stretta affinità colle specie che crescono sui monti d’Europa, sebbene distanti tante migliaia di miglia. La parte centrale della Terra del Fuoco, dove si presenta la formazione calcarea, è la più favorevole per gli alberi; sulla costa più esterna il terreno granitico più povero, ed una situazione più esposta alla violenza dei venti non permettono agli alberi di giungere ad una grande mole. Presso Porto della Fame ho veduto alberi più grossi che non in qualunque altro sito: misurai uno degli alberi detti Winter’s Bark, (Scorza d’inverno) che aveva la circonferenza di un metro e trentacinque centimetri, e parecchi faggi che avevano la circonferenza di tre metri e novanta. Il capitano King fa pure menzione di un faggio che sopra le radici aveva un diametro di cinque metri e dieci centimetri.

Vi ha una produzione vegetale che merita menzione per la sua importanza come nutrimento degli abitatori della Terra del Fuoco. È un fungo rotondo color giallo brillante che cresce numerosissimo sui faggi. Quando è giovane è elastico e turgido con una superfice liscia; ma quando è maturo, si ristringe, diviene ruvido e tutta la sua superfice viene profondamente scavata a mo’ di un favo di miele, come viene rappresentata nella incisione qui annessa. Questo fungo appartiene ad un nuovo e singolare genere[79]; ne trovai una seconda specie sopra un’altra sorta di faggio al Chilì; ed il dottor Hooker mi ha riferito, che ultimamente ne venne scoperta una terza sorta sopra una terza specie di faggio nella Terra di Diemen. Quanto è singolare questa parentela tra i funghi parassiti e gli alberi sui quali crescono in parti del mondo tanto lontane! Nella Terra del Fuoco questo fungo viene raccolto maturo in grandi quantità dalle donne e dai bimbi, ed è mangiato crudo. Ha un sapore mucilaginoso, dolcigno, con un lieve odore simile a quello del fungo comune. Eccettuate alcune poche bacche, principalmente di arbusti nani, gli indigeni non mangiano altro cibo vegetale tranne questo fungo. Nella Nuova Zelanda, prima della introduzione della patata, si faceva gran consumo delle radici delle felci; ed oggi, credo, la Terra del Fuoco è il solo paese del mondo ove una pianta crittogama somministri un importante articolo di nutrimento.

La zoologia della Terra del Fuoco, come si poteva ben prevedere dalla natura del suo clima e della sua vegetazione è poverissima di mammiferi, oltre le balene e le foche vi è un pipistrello, una specie di topo (Reithrodon chinchilloides), due veri topi, un ctenomys affine o identico al tucu-tuco, due volpi (Canis Magellanicus e C. Azaræ), una lontra marina, il guanaco ed un cervo. La maggior parte di questi animali abita soltanto le parti orientali più asciutte del paese; ed il cervo non è mai stato veduto al Sud dello stretto di Magellano. Osservando il rapporto generale degli scogli composti di arenaria, melma e ghiaia sui due lati dello stretto e sopra alcune isole intermedie, si è fortemente tentati di credere che la terra fosse un tempo unita, e così permettesse ad animali tanto delicati ed innocui come il tucu-tuco ed il Reithrodon di passarlo. La corrispondenza dei dirupi non prova affatto alcuna riunione; perchè rupi di quella sorta generalmente sono formate dalla intersezione di depositi in pendio, i quali, prima del sollevamento della terra, sono stati accumulati presso le sponde esistenti allora. Tuttavia, è una notevole coincidenza che nelle due grandi isole che il canale Beagle separa dal rimanente della Terra del Fuoco, una ha dirupi composti di materie che possono esser chiamati strati di alluvione, che fronteggiano altri somiglianti sul lato opposto del canale, mentre l’altra è cinta esclusivamente di antiche rocce cristalline; nella prima, chiamata isola Navarino, s’incontrano volpi e guanachi; ma nell’ultima, isola Hoste, quantunque per ogni rispetto simile, e separata solo da un canale largo poco più di un mezzo miglio, io so, per essermi ciò stato assicurato da Jemmy Button, che non vi si trovano questi animali. Pochi uccelli abitano quelle cupe foreste; per caso si ode talvolta la nota melanconica di un piglia-mosche tiranno, dal ciuffo bianco (Myiobius albiceps), nascosto quasi sulla cima degli alberi più alti; e più raramente vi si ode lo strano e forte grido di un picchio nero, con una bella cresta scarlatta sul capo. Un piccolo reattino dai colori oscuri (Scytalopus Magellanicus) saltella nascostamente fra le masse intrecciate dei tronchi caduti e imputriditi. Ma una sorte di rampichino (Oxyurus tupinieri) è l’uccello più comune del paese. Esso s’incontra in tutte le parti delle foreste di faggi, in alto e in basso, nei burroni più oscuri, più umidi ed impenetrabili. Quest’uccellino sembra senza dubbio più numeroso di quello che in realtà non sia, per la sua abitudine di seguire con una certa curiosità qualunque persona che entra in quelle silenziose foreste, mandando continuamente un aspro cinguettìo, esso saltella da un albero all’altro, a pochi passi dal volto dell’invasore. È molto lontano dal desiderare di nascondersi modestamente come il vero rampichino (Certhia familiaris); e neppure, come quest’ultimo uccello, corre su pei tronchi degli alberi, ma con molta astuzia, come fa un reattino di salice, saltella intorno, e cerca insetti in ogni ramo e ramoscello. Nelle parti più aperte s’incontrano tre o quattro specie di fringuelli, un tordo, uno stornello (o Icterus), due Opetiorhynchi, e parecchi falchi e gufi.

La mancanza assoluta di una specie qualunque di tutta la classe dei Rettili, è uno dei caratteri più spiccati della zoologia di questo paese, come pure di quello delle isole Falkland. Non asserisco questo soltanto basato sulle mie osservazioni, ma per averlo udito dire dagli Spagnuoli che abitano quest’ultimo luogo e da Jemmy Button per quello che riguarda la Terra del Fuoco. Sulle rive del Santa Cruz, al 50° sud, vidi una rana; e non è improbabile che questi animali, come pure le lucertole, si possano trovare tanto al sud quanto allo Stretto di Magellano, ove il paese conserva i caratteri della Patagonia; ma entro gli umidi e stretti confini della Terra del Fuoco non se ne incontra neppur uno. Che il clima non sia stato confacente ad alcuni ordini, come per esempio le lucertole, questo era da prevedere, ma rispetto alle rane, ciò non era tanto evidente.

I coleotteri si incontrano in piccolo numero: ci volle un pezzo prima che io potessi persuadermi che un paese grande quasi come la Scozia, coperto di vegetazione e con tanta varietà di situazioni, potesse essere tanto improduttivo. I pochi esemplari che trovai erano specie alpine (Harpalidæ ed Heteromidæ) che vivevano sotto le pietre. I Chrysomelidæ che si nutrono di vegetali, tanto grandemente caratteristici sotto i tropici, sono qui quasi al tutto mancanti[80]; vidi pochissimi ditteri, farfalle o api, e nessun grillo od Ortottero. Nelle pozzanghere ho trovato solo pochi coleotteri acquatici e nessuna conchiglia d’acqua dolce; la Succinea dapprima pareva un eccezione; ma qui va chiamata conchiglia terrestre, perchè vive in mezzo all’erba umida molto lontana dall’acqua. Le conchiglie terrestri s’incontrano solo nelle stesse posizioni alpine in cui s’incontrano i coleotteri. Ho già fatto riscontro fra il clima e l’aspetto generale della Terra del Fuoco con quelli della Patagonia, e la differenza viene fortemente dimostrata nella entomologia. Non credo che abbiano una specie in comune; certamente il carattere generale degli insetti è al tutto differente.

Se dalla terra ci volgiamo al mare, troviamo quest’ultimo tanto ricco di esseri viventi quanto è povero il primo. In tutte le parti del mondo una spiaggia rocciosa e parzialmente protetta alberga forse, in un dato spazio, un numero maggiore di individui animali che non qualunque altro luogo. Vi è colà una produzione marina che per la sua importanza merita una particolare menzione. È questa la macrocystis pyrifera. Questa pianta cresce sopra tutte le rocce dal punto della bassa massa fino a grandi profondità, tanto sulle coste esterne quanto sui canali[81]. Credo che durante i viaggi della Adventure e della Beagle non sia stata scoperta una roccia presso la superfice senza che fosse coperta di questa galleggiante alga. Il buon servizio che essa rende in tal modo ai bastimenti che navigano in quelle terre burrascose è evidente, e ne ha certamente salvate più d’una dal naufragio. Conosco poche cose più sorprendenti di quella che è il vedere questa pianta crescere e fiorire in mezzo a quei grandi frangenti dell’Oceano occidentale, contro i quali nessun masso di roccia, per quanto dura sia può a lungo resistere. Lo stelo è rotondo, vischioso e liscio, e talora ha un diametro di venticinque millimetri. Alcuni presi insieme sono abbastanza forti per sostenere il peso di quei grossi ciottoli, ai quali nei canali interni crescono sopra; e tuttavia alcuni di questi ciottoli erano tanto pesanti che, portati alla superfice, una seconda persona poteva appena tirarli nella barca. Il capitano Cook, nel suo secondo viaggio, dice, che questa pianta a Kerguelen Land sorge da una profondità maggiore di 44 metri; «e siccome non cresce in direzione perpendicolare, ma fa un angolo acutissimo col fondo, e una gran parte di essa inoltre si allarga molti metri sulla superfice del mare, ho buone ragioni per dire che alcune di esse crescono fino alla lunghezza di 110 metri ed oltre». Non credo che lo stelo di nessun’altra pianta giunga alla lunghezza di 110 metri come viene affermato dal capitano Cook. Il capitano Fitz Roy inoltre la trovò cresciuta[82] da una profondità maggiore di 85 metri. Gli strati di questa alga marina anche quando non sono molto grandi formano eccellenti dighe galleggianti contro il frangersi dei marosi. È molto curioso vedere in un porto esposto le onde dell’alto mare appena giunte in mezzo a quegli steli intrecciati, diminuire in altezza e mutarsi in acqua tranquilla.

È meraviglioso il numero delle creature viventi di tutti gli ordini, di cui l’esistenza dipende strettamente dalle macrociste. Si potrebbe scrivere un grosso volume volendo fare la descrizione degli inquilini di uno di quei letti di alghe. Quasi tutte le foglie, tranne quelle natanti alla superficie, sono così fittamente coperte di coralli che sono divenute bianche. Troviamo strutture squisitamente delicate, alcune abitate da semplici polipi idriformi, altre da specie più organizzate e da belle Ascidie composte. Sulle foglie parimente stanno attaccate varie conchiglie patelliformi, tronchi, molluschi nudi, e bivalvi. Innumerevoli crostacei frequentano ogni parte della pianta. Scuotendo le grandi ed intrecciate radici, un mucchio di pesciolini, di conchiglie, di seppie, di granchi di tutti gli ordini, di uova marine, di stelle di mare, cadono tutti insieme. Spesso quando io prendeva ad osservare un ramo di macrociste, non mancava mai di scoprire animali di strutture nuove e singolari. Nel Chilì ove la macrocista non cresce tanto bene, mancano le numerose conchiglie, i coralli ed i crostacei; ma vi rimangono ancora alcune poche Flustracee, ed alcune Ascidie composte; tuttavia queste ultime sono specie differenti da quelle della Terra del Fuoco; noi qui vediamo che il Fucus si estende maggiormente che non gli animali che esso alberga. Non posso trovare altro riscontro a queste grandi foreste acquatiche dell’emisfero meridionale se non nelle foreste terrestri delle regioni intertropicali. Tuttavia se in un paese venisse distrutta una foresta, non credo che perirebbero tante specie di animali quante ne perirebbero per la distruzione della macrocista. Fra le foglie di questa pianta vivono numerose specie di pesci, che non troverebbero altrove nè cibo, nè ricovero; ove queste venissero distrutte, i numerosi cormorani ed altre specie di uccelli pescatori, le lontre, le foche e le focene perirebbero in breve esse pure; ed infine il selvaggio della Terra del Fuoco, miserando padrone di quella miserabile terra, raddoppierebbe i suoi festini antropofagi, diminuirebbe e forse cesserebbe di esistere.

Giugno 8. - Levammo l’àncora di buon’ora al mattino e lasciammo Porto della Fame. Il capitano Fitz Roy aveva deliberato di uscire dallo stretto di Magellano pel Canale Magdalen, che era stato scoperto recentemente. Il nostro cammino si rivolse a sud, lungo quel buio passaggio che ho menzionato prima, che pareva condurre ad un altro mondo peggiore. Il vento era favorevole, ma l’atmosfera era molto nebbiosa; per cui non si poterono vedere molti curiosi paesaggi. Le nuvole nere e scapigliate erano spinte rapidamente sui monti, cui coprivano dalla cima fin quasi alla base. Quel poco che potevamo scorgere attraverso la oscura massa delle nuvole era interessantissimo; punte dentellate, coni di neve, azzurri ghiacciai, forti profili spiccavano sopra un livido cielo e si vedevano a differenti distanze ed altezze. Nel mezzo di questo paesaggio gettammo l’àncora al Capo Turn, vicino al monte Sarmiento, che allora era nascosto dalle nuvole. Alla base delle alte e quasi perpendicolari sponde del nostro piccolo porto vi era un abbandonato Wigwam il quale ci ricordava che talora l’uomo veniva in quelle desolate regioni. Ma sarebbe difficile trovare una scena ove egli potesse avere minori diritti o minore autorità. Le opere inanimate della natura - le rocce, il ghiaccio, la neve e l’acqua - tutte in guerra fra loro, ma riunite contro l’uomo - regnavano colà sovrane assolute.

Giugno 9. - Al mattino fummo rallegrati vedendo che il velo di nebbia andava man mano levandosi dal Sarmiento e lo rendeva visibile. Questo monte, che è uno dei più elevati della Terra del Fuoco, è alto 2040 metri. La sua base, per un ottavo della sua altezza totale, è fittamente coperta di boschi, e sopra di questi si allarga fino alla cima una distesa di neve. Questi grandi mucchi di neve che non si sciolgono mai e che sembrano destinati a durare finchè il mondo starà unito insieme, presentano uno spettacolo grandioso ed anche sublime. Il profilo del monte era meravigliosamente chiaro e netto. Per l’abbondanza di luce riflessa dalla superficie bianca e scintillante non vi erano ombre in nessuna parte; e si potevano solo distinguere quelle linee che tagliavano il cielo; quindi la massa sortiva fuori con arditissimo rilievo. Parecchi ghiacciai scendevano con un corso serpeggiante dalla grande distesa superiore di neve fino alla costa del mare; possono essere paragonati a grandi Niagara gelati, e forse quelle cateratte di ghiaccio azzurro sono tanto belle e grandiose quanto quelle dell’acqua in moto. Giungemmo a notte nella parte occidentale del canale, ma l’acqua era così profonda che non si potè trovare un luogo da gettare l’ancora. In conseguenza fummo obbligati a rimanere sciolti in questo stretto braccio di mare, durante una buia notte lunga quattordici ore.

Giugno 10. - Al mattino ci affrettammo a giungere nel Pacifico. La costa occidentale si compone generalmente di colline basse e rotonde al tutto nude di granito e di diorite. Sir J. Narborough chiamò una parte South Desolation perchè «è una terra desolatissima da vedere»: ed aveva molta ragione per dir questo. Oltre le isole principali, v’hanno innumerevoli rocce sparse, contro le quali i lunghi marosi dell’alto mare infieriscono incessantemente. Passammo fra le Furie dell’est e dell’ovest; e un po’ più al nord vi sono tanti frangenti che il mare vien detto la Via Lattea. La vista di una cosifatta costa basterebbe a far sognare per una settimana ad un uomo non pratico del mare naufragi, pericoli e morte; e per questa via prendemmo congedo per sempre dalla Terra del Fuoco.

La relazione seguente intorno al clima delle parti meridionali del continente in rapporto alle sue produzioni, alla linea delle nevi, al punto straordinariamente basso a cui giungono i ghiacciai, ed alla zona di perpetui ghiacci delle isole antartiche, può essere lasciata in disparte da tutti coloro cui questi curiosi particolari non interessano, oppure leggerne soltanto la ricapitolazione. Tuttavia riferirò qui soltanto un estratto, e pei particolari debbo rimandare al capitolo decimoterzo ed alla Appendice della prima edizione di questa opera.

Intorno al clima e produzioni della Terra del Fuoco e della costa sud-ovest. - La tavola seguente dà la temperatura media della Terra del Fuoco, delle isole Falkland, e per punto di paragone quella di Dublino: -

Latitudine

Temperat. est.

Temper. inver.

Media dell’estate e dell’inverno

Terra del fuoco…

54° 38’ S.

+ 10°

0° 3

+ 6°

Isole Falkland…

51° 50’ S.

+ 10° 2’

-

-

Dublino…

53° 21’ N.

+ 12°

+ 2°

+ 10°

Quindi vediamo che la parte centrale della Terra del Fuoco, è più fredda in inverno e non meno di 5 cent. meno calda in estate, che non a Dublino. Secondo Von Buch la temperatura media di luglio (non il mese più caldo dell’anno) a Santenfiord in Norvegia, sale fino a +14° cent. e questo luogo è presentemente 13° più vicino al polo che non Porto della Fame![83] Per quanto inospite appaia questo clima secondo le nostre idee, gli alberi sempre verdi fioriscono rigogliosi sotto di esso. Gli uccelli mosca si veggono suggere i fiori, ed i pappagalli mangiano i semi dei Winter’s Bark, nella latitudine 55° S. Ho già osservato fino a che punto il mare brulica di creature viventi; e le conchiglie (come le Patelle, le Fissurelle, i Chitons ed i Balani), secondo il signor G. B. Sowerby, sono di una mole più grande, e molto più robuste che non le specie analoghe nell’emisfero settentrionale. Una grande Voluta abbonda nella parte meridionale della Terra del Fuoco e delle isole Falkland. A Bahia Bianca, nella latitudine di 39° S., le conchiglie più abbondanti erano tre specie di Oliva (una piuttosto grossa) una o due Volute, ed una Terebra. Ora queste sono fra le forme tropicali più caratteristiche. È dubbio che sulle coste meridionali di Europa esista anche una specie piccola di Oliva, e non v’hanno specie dei due altri generi. Se un geologo trovasse nella lat. 39° sulla costa del Portogallo, uno strato contenente molte conchiglie delle tre specie di Oliva, una Voluta ed una Terebra, affermerebbe probabilmente che il clima durante il periodo della loro esistenza doveva essere stato tropicale; ma giudicando dal Sud America, questa deduzione potrebbe essere erronea.

Il clima eguale, umido e ventoso della Terra del Fuoco si estende con piccolissimo aumento di calore, per molti gradi lungo la costa occidentale del continente. Le foreste per 600 miglia al nord del Capo Horn, hanno un aspetto molto simile. Come prova di clima eguale, anche: per 300 o 400 miglia ancor più al nord, dirò che nel Chilì (che in latitudine corrisponde alle parti più settentrionali della Spagna) di rado il pesco produce frutto, mentre le fragole e le mele riescono perfettamente. Anche le messi di orzo e di frumento vengono spesso portate in casa per venire asciugate e maturate. A Valdivia (nella medesima lat. di 40°, con Madrid) l’uva ed i fichi maturano, ma non sono comuni: le olive di rado maturano anche parzialmente, e le arancie non riescono affatto. Queste frutta in latitudini corrispondenti in Europa, son note per riuscire benissimo; ed anche in questo continente, a Rio Negro, quasi nello stesso parallelo di Valdivia le patate dolci (convolvulus) vengono coltivate; e l’uva, i fichi, le olive, le arancie, i poponi d’acqua e di terra producono frutti abbondanti. Quantunque il clima umido ed uguale di Chiloe e della costa settentrionale e meridionale di esso, sia tanto sfavorevole ai nostri frutti, tuttavia le foreste indigene, dalla lat. di 45° al 38°, rivaleggiano quasi con quello delle brillanti regioni intertropicali nell’aspetto rigoglioso e splendido. Alberi maestosi di molte specie, dalla corteccia liscia e vagamente colorita, sono carichi di piante monocotiledoni parassite; felci alte ed eleganti crescono in gran numero, ed erbe arborescenti ravvolgono gli alberi in una massa intrecciata alta da dieci a dodici metri sopra il terreno. I palmeti crescono nella lat. di 37°; una pianta arborescente, somigliantissima al bambù, nella lat. di 40°; ed un’altra specie affinissima, molto lunga, ma non diritta, fiorisce fino al 45° S.

Un clima uguale, dipendente da quanto sembra alla grande area di mare paragonata alla terra, pare estendersi sopra la maggior parte dell’emisfero meridionale, e per conseguenza la vegetazione partecipa del carattere semitropicale. Le felci arboree crescono rigogliose nella Terra di Diemen (lat. 45°) ed io misurai il tronco di una che non aveva meno di un metro e ottanta centimetri di circonferenza. Una felce arborescente venne trovata da Forster nella Nuova Zelanda nel 46° ove le orchidee crescono parassite sugli alberi. Nelle isole Auckland, le felci, secondo il D. Dieffenbach[84], hanno tronchi così compatti ed alti che si possono chiamare felci arboree, e in queste isole, ed anche più al sud fino alla lat. 55° nelle isole Macquarrie, abbondano i pappagalli.

Intorno all’altezza della linea delle nevi, ed al punto a cui scendono i ghiacciai nel Sud America – Pei ragguagli particolareggiati della seguente tavola, debbo rimandare alla prima edizione: -

Latitudine

Altezza in metri della linea delle nevi

Osservatori

Regione equator.;

risultamento in media

4787,392

Humboldt

Bolivia lat. 16° a 18° S.

5168,000

Pentland.

Chilì centrale lat. 38° S.

da 4408,000, a 4560,000

Gillies e l’autore.

Chiloe, lat. 41° a 43° S.

1824,000

Ufficiali della Beagle e l’autore.

Terra del Fuoco, 54° S.

da 1064,000 a 1216.000

King.

Siccome l’altezza del piano delle nevi perpetue sembra principalmente essere determinata dall’estremo calore dell’estate anzichè dalla temperatura media dell’anno, non dobbiamo sorprenderci che esso scenda nello stretto di Magellano, ove l’estate è tanto fresca, a soli 1200 o 1400 metri sopra il livello del mare: quantunque in Norvegia dobbiamo andare fino alla lat. 67°e 70° N., vale a dire circa 14° più presso al polo, per incontrare le nevi perpetue a questo basso livello. La differenza di altezza, cioè circa tremila metri fra la linea delle nevi sulle Cordigliere dietro Chiloe (di cui le punte più alte vanno da 1680 a 2250 metri) ed il Chilì centrale[85] (distanza di soli 9° di lat.), è invero meravigliosa. La terra dal mezzogiorno di Chiloe fino presso a Concezione (lat. 37°), è coperta di una fitta foresta sgocciolante di umidità. Il cielo è nuvoloso, ed abbiamo veduto come riescano male le frutta di Europa. Nel Chilì centrale, d’altra parte, un po’ al nord di Concezione, il cielo è in generale sereno, la pioggia non cade pei sette mesi estivi, e le frutta d’Europa riescono benissimo; ed anche la canna da zucchero è stata coltivata[86]. Senza dubbio il piano della neve perpetua sopporta la suddetta notevole discesa di 300 metri, che non ha riscontro in nessuna altra parte del mondo, non lungi dalla latitudine della Concezione, ove la terra cessa di esser coperta di foreste; perchè gli alberi nel Sud America significano clima piovoso ed un cielo nuvoloso indica pioggia e poco calore in estate.

Lo abbassamento dei ghiacciai, verso il mare deve, secondo me, dipendere principalmente (in rapporto ben inteso con una sufficiente provvista di neve nelle regioni superiori) dalla poca elevatezza della linea delle nevi perpetue sulle scoscese montagne presso la costa. Siccome nella Terra del Fuoco la linea delle nevi è tanto bassa, possiamo aspettarci che molti fra i ghiacciai dovessero essere giunti al mare. Nondimeno fui meravigliato quando vidi per la prima volta una giogaia alta solo da 1000 a 1200 metri all’altitudine del Cumberland, con ogni valle piena di rivoletti di ghiaccio che scendevano fino alla costa marina. Quasi ogni braccio di mare, che penetra nella catena interna più alta, non solo nella Terra del Fuoco, ma sulla costa per 650 miglia al nord, è terminato da terribili e maravigliosi ghiacciai, come li ha descritti uno degli ufficiali della spedizione. Grossi massi di ghiaccio cadono sovente da quei dirupi gelati, ed il fragore da loro prodotto rimbomba come le cannonate di una nave di guerra, in mezzo a quei solitari canali. Queste cadute, come abbiamo detto nell’ultimo capitolo, producono grossi marosi che vanno a frangersi sulle coste vicine. È cosa nota che i terremoti fanno frequentemente cadere massi di terra dalle rupi delle spiaggie marine: quanto tremendo deve quindi essere l’effetto di una forte scossa (e tali seguono qui)[87] sopra un corpo, come un ghiacciaio già in movimento e rotto da tante fessure! Io credo fermamente che l’acqua spinta con molta forza fuori dal profondissimo canale, deve ritornare con forza ancor maggiore, e trascinare vorticosamente enormi massi di roccia come tante pagliuzze. Nello stretto di Eyre, nella latitudine di Parigi, sono immensi ghiacciai, e tuttavia il monte più elevato del contorno è alto solo 2060 metri. In questo stretto furono veduti circa cinquanta massi di ghiaccio natanti verso il largo, uno dei quali doveva essere alto almeno 50 metri. Alcuni di quei

ghiacci natanti erano carichi di massi, non piccoli, di granito e di altre roccie differenti del calcare delle montagne circostanti. Il ghiacciaio più lontano dal polo, che venne osservato durante i viaggi dell’Adventure e della Beagle, era nella lat. di 46° 50’ nel golfo di Peñas. È lungo 15 miglia, ed in una parte ne ha 7 di larghezza e scende fino alla costa marina. Ma anche poche miglia più al nord di questo ghiacciaio, nella Laguna di San Rafael, alcuni missionari spagnuoli incontrarono «molti ghiacci natanti, alcuni grandi, alcuni piccoli ed altri mezzani», in uno stretto braccio di mare, al 22 del mese corrispondente al nostro giugno, ed in una latitudine che corrisponde a quella del lago di Ginevra!

In Europa, il ghiaccio più meridionale che scende fino al mare si trova, secondo Von Buch, sulla costa di Norvegia, nella lat. 67°. Ora questo è più che non 20° di latitudine, o 1230 miglia più vicino al polo che non la laguna di San Rafael. La posizione dei ghiacciai di questa località e del golfo di Peñas, può anche esser maggiormente dimostrata da ciò, che essi scendono alla costa marina, a 7½° di latitudine, o 450 miglia di distanza da un porto, ove tre specie di Oliva, una Voluta ed una Terebra, sono conchiglie comunissime a meno di 9° di latitudine da una località ove crescono le palme, e 4½° da una regione ove il giaguaro ed il puma dimorano nelle pianure, meno di 2½° dalle erbe arborescenti e (guardando all’ovest nello stesso emisfero), meno che non 2° dalle orchidee parassite, e lungi un solo grado dalle felci arboree!

Questi fatti sono di un grandissimo interesse geologico riguardo al clima dell’emisfero settentrionale durante il periodo in cui vennero trasportati i massi erratici. Io non starò qui a dilungarmi in molti particolari per dimostrare quanto semplicemente la teoria dei ghiacci natanti carichi di frammenti di roccie, spieghi l’origine e la posizione dei giganteschi massi erratici della parte orientale della Terra del Fuoco, sulla alta pianura di Santa Cruz e sull’isola di Chiloe. Nella Terra del Fuoco pel maggior numero i massi erratici stanno sul letto di antichi bracci di mare, che per l’elevazione della terra si sono mutati in valli asciutte. Sono uniti questi massi con una grande formazione non stratificata di fango e sabbia contenenti frammenti di ogni grandezza rotondi ed angolari, e questa formazione è stata originata dai ripetuti sollevamenti del fondo del mare per lo arenarsi dei ghiacci natanti, e per la materia da essi trasportata. Alcuni geologi mettono ora in dubbio che quei massi erratici che stanno vicini alle alte montagne siano stati spinti avanti dagli stessi ghiacciai, e che quelli lontani dai monti ed incorporati in depositi subacquei, siano stati portati colà da ghiacci natanti, o gelati nei ghiacci della costa. La connessione tra il trasporto dei massi erratici colla presenza del ghiaccio in qualche forma è dimostrata in modo spiccato dalla loro disposizioni geografica sulla terra. Nell’America del sud essi non si trovano oltre il 48° di latitudine, misurato dal polo meridionale; nel Nord America sembra che il limite del loro trasporto si estenda al 53½° dal polo settentrionale; ma in Europa non vanno oltre il 40° di latitudine misurato dallo stesso punto. D’altra parte, nelle regioni intertropicali dell’America, dell’Asia, e dell’Africa non si sono mai incontrati; come pure non si sono veduti ghiacciai nè al Capo di Buona Speranza, nè in Australia[88].

Intorno al clima ed ai prodotti delle isole Antartiche. - Ove si consideri la vegetazione rigogliosa della Terra del Fuoco e della costa a settentrione di essa, la condizione delle isole sud e sud-ovest dell’America è invero sorprendente. Sandwich Land posta nella stessa latitudine della parte settentrionale della Scozia, fu trovata da Cook durante il mese più caldo dell’anno «coperta di una neve eterna spessa molti metri»; e sembra che non siavi nessuna vegetazione. Georgia, isola lunga 96 miglia e larga 10, nella latitudine del Yorkshire «è nel mezzo dell’estate, al tutto coperta di neve gelata». Non vi cresce altro che il musco, alcuni ciuffi d’erba e la pimpinella selvatica; ha un solo uccello di terra (Anthus correndera), tuttavia l’Islanda, che è più vicina al polo di 10° ha, secondo Mackenzie, quindici uccelli terragnoli. Le isole Sud Shetland, che sono nella stessa latitudine della parte meridionale della Norvegia, non posseggono altro che alcuni licheni, musco, ed una piccola erba; ed il luogotenente Kendall vide il golfo, nel quale era ancorato, cominciare a gelarsi in un periodo corrispondente al nostro otto di settembre. Il terreno era composto colà di ghiaccio e di ceneri vulcaniche interstratificate; ed a piccola profondità sotto la superficie rimaneva perpetuamente gelato, perchè il luogotenente Kendall trovò il corpo di un marinaio forestiero stato da lungo tempo sotterrato, colla carne e le fattezze perfettamente conservate. È un fatto singolare, che nei due grandi continenti dell’emisfero settentrionale (ma non nella terra spezzata d’Europa che sta fra essi), noi abbiamo le zone del sottosuolo perpetuamente gelate in una latitudine bassa - cioè, in latitudine di 56° nel Nord America alla profondità di 90 centimetri ed alla latitudine di 62° in Siberia alla profondità da tre metri e sessanta centimetri a quattro metri e cinquanta centimetri - come risultamento di una condizione di cose direttamente opposta a quella dell’emisfero meridionale. Sopra i continenti settentrionali, l’inverno diviene eccessivamente freddo pel raggiamento che si opera sopra una grande area di terra e un cielo sereno, che non è moderato dalle correnti tiepide del mare; d’altra parte la breve estate è calda. Nell’Oceano meridionale l’inverno non è tanto freddo, ma l’estate è molto meno calda, perchè il cielo nuvoloso di rado permette al sole di scaldare l’Oceano, il quale per sè stesso non assorbe molto calore, e quindi la temperatura media dell’anno, che regola la zona de sotto-suolo perpetuamente gelato, è bassa. È chiaro che una vegetazione esuberante, che non richiede tanto caldo quanto protezione da un intenso freddo, tenderà più a questa zona di perpetuo congelamento sotto il clima uguale dell’emisfero meridionale, che non sotto il clima estremo dei continenti settentrionali.

Il caso del corpo del marinaio perfettamente conservato nel suolo gelato delle isole Sud-Shetland (latit. 62° a 63° S.), in una latitudine piuttosto più bassa di quella (latit. 64° N.), nella quale Pallas trovò i rinoceronti gelati in Siberia, è interessantissimo. Quantunque sia un errore, come ho cercato di dimostrare in un precedente capitolo, supporre che i quadrupedi più grossi abbiano bisogno per vivere di una vegetazione rigogliosa, nondimeno è importante trovare nelle isole Shetland un sotto-suolo gelato distante trecentosessanta miglia dalle isole coperte di foreste presso il Capo Horn, ove, per quello che riguarda la massa della vegetazione, potrebbe vivere un numero qualunque di grandi quadrupedi. La perfetta conservazione dei carcami degli elefanti e dei rinoceronti della Siberia è certamente uno dei fatti più meravigliosi della geologia; ma indipendentemente dalla supposta difficoltà di procurasi il cibo dai paesi circostanti, il fatto non è, credo, tanto incerto quanto si vuole generalmente considerare. Le pianure della Siberia, come quelle dei Pampas, sembrano essere state formate sotto il mare, nel quale i fiumi portavano i corpi di molti animali; del maggior numero di questi si conservarono solo gli scheletri, ma di altri si conservò l’intero carcame. Ora si sa che nel mare poco profondo della costa artica dell’America il fondo si gela, non disgela in primavera tanto presto quanto la superficie della terra; inoltre, a profondità maggiori, ove il fondo del mare non si gela, il fango a pochi piedi sotto lo strato superficiale può rimanere anche in estate sotto lo zero, come segue sulla terra nel suolo alla profondità di pochi piedi. A profondità ancor maggiori, la temperatura, del fango e dell’acqua, non sarà probabilmente abbastanza bassa da conservare la carne, e quindi i carcami trascinati oltre le parti poco profonde presso la costa artica, avranno conservato solo i loro scheletri; ora nelle parti dell’estremo settentrione della Siberia, le ossa sono infinitamente numerose, tanto che si dice che alcune isolette siano quasi composte di esse; e quelle isolette stanno non meno di dieci gradi di latitudine nord dal luogo ove Pallas trovò il rinoceronte gelato. D’altra parte, un carcame trascinato da una inondazione in una parte poco profonda del mare Artico, si sarebbe conservato per uno spazio di tempo indefinito, qualora fosse stato subito coperto di fango sufficientemente spesso per impedire che il calore dell’acqua in estate lo penetrasse; e se, quando il fondo del mare si sollevò e divenne terra, la coperta fosse stata abbastanza spessa da impedire che il calore dell’aria e del sole in estate lo facesse sgelare e corrompersi.

Ricapitolazione. - Riassumerò qui i fatti principali rispetto al clima, all’azione dei ghiacciai ed ai prodotti organici dell’emisfero meridionale, trasportando colla mente i luoghi in Europa che conosciamo molto meglio. Dunque, presso Lisbona le conchiglie marine più comuni, cioè tre specie di Oliva, una Voluta e una Terebra, avrebbero un carattere tropicale. Nelle provincie meridionali della Francia, magnifiche foreste, intessute di erbe arborescenti e cogli alberi carichi di piante parassite, nasconderebbero la faccia della terra. Il puma ed il giaguaro frequenterebbero i Pirenei. Nella latitudine del monte Bianco, ma in una isola tanto ad occidente quanto il centro del Nord America, le felci arboree e le orchidee parassite crescerebbero in mezzo a fitti boschi. Anche tanto al nord quanto il centro della Danimarca, gli uccelli mosca si vedrebbero svolazzare intorno a fiori delicatissimi, ed i pappagalli trovare il loro cibo in mezzo ai boschi sempre verdi; ed in quel mare avremmo una Voluta e tutte le conchiglie di grande e vigorosa mole. Nondimeno in alcune isole, trecentosessanta miglia più al nord del nostro nuovo capo Horn in Danimarca, un carcame sotterrato nel suolo (o trascinato dall’acqua in un mare poco profondo e coperto di fango) si conserverebbe perpetuamente gelato. Se qualche ardito navigante cercasse di penetrare più al nord di queste isole, andrebbe incontro a mille pericoli, in mezzo a giganteschi ghiacci natanti, sopra alcuni dei quali vedrebbe grandi masse di roccia portate molto lontano dal punto della loro origine. Un’altra grande isola nella latitudine della Scozia meridionale sarebbe «quasi interamente coperta di perpetua neve» ed ogni suo golfo sarebbe terminato da rupi di ghiaccio, dalle quali grossi massi verrebbero staccati ogni anno: in quest’isola non crescerebbe che un piccolo musco, un po’ d’erba e la pimpinella, ed una lodoletta sarebbe il suo solo abitante terrestre. Dal nostro nuovo Capo Horn in Danimarca, una catena di monti alti appena la metà delle Alpi, correrebbe in linea retta verso mezzodì; e sul suo pendìo occid. ogni profondo braccio di mare a fiordo, farebbe capo a «grandi e meravigliosi ghiacciai». Questi solitari canali rimbomberebbero frequentemente col cadere del ghiaccio, e contemporaneamente grossi marosi irromperebbero contro le loro coste; numerosi ghiacciai natanti, alcuni alti come cattedrali, e talora carichi «di masse di roccia non piccole» sarebbero gettati sopra le isolette esterne; a certi intervalli forti terremoti farebbero cadere prodigiose masse di ghiaccio nelle acque sottostanti. Infine alcuni missionari cercando di penetrare in un lungo braccio di mare, avrebbero veduto le basse circostanti montagne, mandar giù i loro numerosi rivoletti gelati fino alla costa del mare e le barche non poterono andare avanti, impedite dagli innumerevoli ghiacci natanti, alcuni piccoli ed alcuni grandi, e tutto questo seguirebbe il ventidue del nostro giugno, e nel luogo ove il lago di Ginevra si estende ora[89].


 
CAPITOLO XII.
CHILI’ CENTRALE.

Valparaiso - Escursione al piede delle Ande - Struttura del terreno - Ascensione al monte Campana di Quillota - Massi sparsi di diorite - Valli immense - Miniere - Condizione dei minatori - Santiago - Bagni caldi di Cauquenes - Miniere d’oro - Mulini per macinare - Ciottoli forati - Costumi del puma - Il Turco ed il Tapacolo - Uccelli mosca.

Luglio 23. - La notte scorsa la Beagle ha gettato l’àncora nel golfo di Valparaiso, principale porto di mare del Chilì. Al mattino seguente ogni cosa appariva incantevole. Dopo la Terra del Fuoco, il clima ci sembrava deliziosissimo - l’atmosfera era tanto asciutta, ed il cielo così sereno ed azzurro col sole splendidissimo che tutta la natura pareva scintillare di vita. Dall’ancoraggio la vista era graziosissima. La città è fabbricata al piede di una catena di colline, alte circa 480 metri e piuttosto scoscese. Per la sua posizione si compone di una strada lunga e tortuosa che corre parallela alla spiaggia, ed in ogni parte ove scende un burrone, le case stanno ammucchiate sulle due rive di esso. Le colline tondeggianti, protette solo in parte da una meschina vegetazione, hanno innumerevoli piccole escavazioni che lasciano vedere un terreno singolarmente rosso. Per questo e per le case basse ed imbiancate, coi tetti coperti di tegole, quella veduta mi ricordò Santa Cruz in Teneriffa. In una direzione nord-est si vede in lontananza qualche bel tratto delle Ande: ma quei monti sembrano molto più maestosi quando si osservano dalle circostanti colline; la grande distanza si può allora meglio riconoscere. Il vulcano di Aconcagua è particolarmente grandioso. Questa massa grossa ed irregolarmente conica ha una elevazione maggiore di quella del Chimborazo; perchè, dalle misure fatte dagli ufficiali della Beagle, la sua altezza non è minore di 6900 metri. Tuttavia, le Cordigliere, vedute da quel punto, debbono la maggior parte della loro bellezza all’atmosfera, attraverso la quale son vedute. Quando il sole tramontava nel Pacifico, era meraviglioso vedere quanto spiccati apparissero i profili frastagliati di esse, mentre le tinte e le ombre erano svariatissime e delicatissime.

Ebbi la buona ventura di trovare qui stabilito il signor Riccardo Corfield, antico mio compagno di scuola ed amico, cui sono gratissimo per la bontà e cortesia con cui mi ospitò piacevolissimamente durante il tempo nel quale la Beagle si fermò al Chilì. Il contorno immediato di Valparaiso non è molto produttivo pel naturalista. Durante la lunga estate il vento soffia continuamente da mezzogiorno ed un po’ da terra, per cui non piove mai; durante i tre mesi, d’inverno, però, la pioggia è assai abbondante. In conseguenza la vegetazione è scarsissima; tranne in qualche profonda valle, non vi sono alberi, e solo un po’ d’erbetta e qualche arbusto sparso qua e là rivestono le parti meno scoscese delle colline. Quando si pensa che alla distanza di 350 miglia al sud, questo versante delle Ande è al tutto nascosto da una impenetrabile foresta, il contrasto è notevolissimo. Feci lunghe passeggiate mentre raccoglieva oggetti di storia naturale. Il paese è molto piacevole per cosiffatti esercizi. Vi sono molti bellissimi fiori; e, come segue in quasi tutti i climi asciutti, le piante ed i cespugli hanno profumi forti e particolari - anche i nostri vestimenti sfregandovisi contro, divengono odorosi. Non poteva a meno di meravigliarmi trovando che la giornata susseguente era bella come quella di prima. Quale differenza può fare il clima nel godimento della vita! Quanto diverse sono le sensazioni che si provano quando si hanno sott’occhio nere montagne ravvolte per metà di nuvole, e quando si veggono altre catene di monti attraverso la luce azzurra di una bella giornata! Per un po’ di tempo le prime possono parere sublimi; le altre sono tutte giocondità e vita felice.

Agosto 14. - Preparai una escursione a cavallo onde studiare la geologia delle falde delle Ande, che solo in quel tempo dell’anno sono libere dalle nevi invernali. Il primo giorno di viaggio fu verso il nord lungo la costa del mare. Caduta la notte giungemmo alla Hacienda di Quintero, podere che anticamente apparteneva a lord Cochrane. Il mio scopo andando colà era di vedere grandi strati di conchiglie, che stanno alcuni metri sul livello del mare, e vengono bruciati per farne calce. Le prove del sollevamento di tutta questa linea della costa non sono dubbie; all’altezza di un centinaio circa di metri s’incontrano vecchie conchiglie in gran numero, e ne trovai alcune a 400 metri. Questi nicchi talora si trovano sparsi sulla superfice, talora sono incorporati in una terra vegetale color rosso nero. Fui molto sorpreso di trovare che sotto il microscopio, questa terra vegetale era vera melma marina, piena di particelle di corpi organici.

Agosto 15. - Tornammo per la valle di Quillota. Il paese è sommamente piacevole; tale che avrebbe meritato il nome di pastorale: grandi prati verdi, separati da piccole valli con ruscelletti e capanne, da noi supposte appartenere ai pastori, sparse sui fianchi della collina. Fummo obbligati ad attraversare la cima del Chilicauquen. Alle sue falde vi sono molti begli alberi sempre verdi, ma questi fiorivano solo nei burroni ove scorreva l’acqua. Chiunque abbia veduto soltanto il paese presso Valparaiso, non può credere che vi siano tanti luoghi così pittoreschi, nel Chilì. Quando fummo giunti sul ciglio della Sierra, la valle Quillota si distendeva proprio ai nostri piedi. La prospettiva era di una notevole bellezza artificiale. La valle è larghissima e al tutto piana, quindi in ogni parte viene agevolmente irrigata. I piccoli giardini quadrati sono coperti di aranci e di olivi, e di ogni sorta di vegetali. Da ogni lato sorgono nude montagne, e per questo contrasto la valle pezzata appare più bella. Chi diede il nome di Valparaiso (la valle del Paradiso) deve aver pensato a Quillota. Continuammo il nostro cammino fino alla Hacienda di San Isidro, collocata al piede del monte Campana.

Il Chilì, se si guarda sulla carta geografica è una stretta striscia di terra fra le Cordigliere ed il Pacifico; e questa striscia è essa pure attraversata da parecchie catene di monti, che in questa parte corrono parallele alla grande catena. Fra queste catene esterne e quella più grande delle Cordigliere, si estende molto avanti verso il sud, una serie di bacini piani, che comunicano generalmente fra loro per mezzo di stretti passaggi; in questi bacini stanno le città principali, come San Felipe, Sant’Jago, San Fernando. Questi bacini o pianure, unitamente alle valli piane e trasversali (come quelle di Quillota) che li congiungono alla costa, sono senza dubbio il letto di antichi bracci di mare e profondi golfi, come quelli che oggi s’intrecciano in ogni parte della Terra del Fuoco e della costa occidentale. Il Chilì deve avere anticamente rassomigliato a quest’ultimo paese nella configurazione della sua terra e delle sue acque. La somiglianza ci fu per caso dimostrata con maggiore evidenza da un banco di nebbia, che coperse come un mantello, tutte le parti più basse del paese; il vapore bianco che saliva a spira nei burroni, rappresentava benissimo i piccoli seni ed i golfi; ed una cima solitaria spuntando fuori qua e là, mostrava che anticamente era un’isoletta. Il contrasto di queste valli e di questi bacini piani coi monti irregolari, dava al paesaggio un carattere che era per me nuovo ed interessantissimo.

Per la naturale inclinazione di queste pianure verso il mare, esse sono molto agevolmente irrigate, ed in conseguenza fertilissime. Senza questo processo la terra non produrrebbe quasi nulla, perchè durante tutta l’estate il cielo è sereno. I monti e le colline sono sparsi di cespugli ed alberi bassi, e, tolti questi, la vegetazione è scarsissima. Ogni proprietario della valle possiede un pezzo di terra in collina, ove il suo bestiame semi-selvatico, molto numeroso, trova pascolo sufficiente. Una volta all’anno vi è un grande rodeo, quando tutto il bestiame vien condotto in pianura contato, e marcato, ed un certo numero separato acciocchè impingui nei prati irrigati. Si coltiva in grandi tratti il frumento e molto grano turco; tuttavia una specie di fava forma la parte principale del nutrimento per quasi tutti gli agricoltori. Gli orti producono in grande abbondanza pesche, fichi ed uva. Con tutti questi vantaggi, gli abitanti del paese dovrebbero essere molto più prosperosi di quello che non sono.

Agosto 16. - Il maggiordomo della Hacienda ebbe la cortesia di darmi una guida e due cavalli freschi; ed al mattino partimmo per salire il monte Campana, che è alto due mila metri circa. I sentieri erano cattivissimi, ma tanto la geologia quanto il paesaggio mi compensarono ampiamente del disagio. A sera giungemmo ad una fontana detta Agua del Guanaco, collocata a grande altezza. Questo deve essere un nome bene antico, perchè sono trascorsi moltissimi anni dacchè un guanaco bevette le sue acque. Durante la salita osservai che sul versante settentrionale non crescevano che piccoli cespugli, mentre sul pendio meridionale vi era un bambù alto quattro metri e mezzo. In alcuni luoghi crescevano palmeti, e fui sorpreso di vederne uno ad un’altezza non minore di 1350 metri. Queste palme sono, per la loro famiglia, alberi ben brutti. Il loro tronco è molto grande, e di forma curiosa, essendo più grosso nel mezzo che non alla base ed alla cima. In alcune parti del Chilì sono numerosissime e molto stimate per una specie di melassa che si estrae dalla loro linfa. In un podere presso Petorca, vollero contarle, ma non vi riuscirono dopo averne contate parecchie centinaia di migliaia. Ogni anno, sul principio di primavera, in agosto, ne vengono tagliate moltissime, e quando il tronco è sul terreno, ne vien reciso il ciuffo di foglie. Allora la linfa comincia immediatamente a scaturire dalla parte superiore, e continua così per alcuni mesi; tuttavia è necessario che ogni mattina le venga tagliata una fetta sottile, per mettere allo scoperto una nuova superficie. Un buon albero può dare 450 litri e tutto questo deve essere stato contenuto nei vasi del tronco apparentemente secco. Si dice che la linfa scorre molto più presto nei giorni in cui il sole è molto ardente, e che è pure assolutamente necessario badar bene, gettando giù l’albero, di farlo cadere colla punta rivolta verso la cima della collina; perchè se cade allo ingiù, non esce quasi punto linfa; quantunque in tal caso si sarebbe creduto che l’azione verrebbe agevolata e non impedita dalla forza di gravità. La linfa viene concentrata bollendo, allora si chiama melassa, alla quale rassomiglia moltissimo nel sapore.

Togliemmo la sella, presso la fontana, ai nostri cavalli e ci preparammo a passare colà la notte. La sera era bella e l’atmosfera tanto chiara, che gli alberi delle navi ancorate nel golfo di Valparaiso, quantunque lontane non meno di ventisei miglia geografiche, si potevano distinguere chiaramente come tanti piccoli fili neri. Una nave che girava la punta colle vele spiegate sembrava una brillante macchia bianca. Anson, nel suo viaggio, mostra molta sorpresa perchè le sue navi furono viste mentre erano tanto lontano dalla costa; ma egli non considerava l’altezza della terra e la grande trasparenza dell’aria.

Il tramonto fu splendido; le valli erano oscure mentre le cime nevose delle Ande conservavano ancora una tinta rosea. Quando fu notte facemmo fuoco sotto un piccolo steccato di bambù, ed avendo fatto friggere il nostro charqui (o fette di bue secco), preso il nostro matè, ci trovammo al tutto riconfortati. V’era in questa vita all’aria aperta un incanto indefinibile. La sera era quieta e silenziosa; si udiva solo di tratto in tratto il rumore sibilante della viscaccia dei monti, ed il debole grido di un succiacapre. Oltre questi, pochi uccelli od anche insetti frequentano questi monti asciutti e riarsi.

Agosto 17. - Al mattino ci arrampicammo sopra uno scosceso masso di diorite che corona la cima. Questa roccia, come segue di frequente, era sparsa e rotta in grossi pezzi angolari. Osservai però una circostanza notevole, ed è, che molte superfici presentavano molti segni di recente azione - sembrava che alcune fossero state rotte il giorno prima, mentre in altre i licheni cominciavano a mostrarsi o vi crescevano da lungo tempo. Rimasi tanto persuaso che questo fatto fosse dovuto a frequenti terremoti, che mi sentiva spinto ad allontanarmi da quei massi isolati. Siccome in un fatto di questa natura si può molto facilmente cadere in errore, io dubitai della sua verità finchè non feci l’ascensione del monte Wellington, nella Terra di Diemen, ove non seguono mai terremoti, e colà vidi la cima del monte composta parimente di frammenti rotti e sparsi, ma tutti avevano l’aspetto di essere stati migliaia d’anni fa gettati nel luogo ove stanno oggi.

Passammo il giorno sulla cima del monte, ed io non provai mai più dopo quella, una gioia che le si potesse paragonare. Il Chilì, limitato dalle Ande e dal Pacifico, si vedeva come sopra una carta geografica. La delizia di quel paesaggio in sè stesso bellissimo, era accresciuta dalle numerose riflessioni che si presentano alla mente alla vista della catena dei monti Campana e delle altre minori parallele, e della larga valle di Quillota che direttamente li divide. Chi non può pensare alla forza che ha sollevato questi monti, ed al fatto ancora più grande, agli innumerevoli secoli cioè, che sono stati necessari per aver spaccato, tolto via e livellato interi massi di questi monti? È bene in tal caso, ricordare i vasti strati di ciottoli e di sedimenti della Patagonia, i quali, se fossero ammucchiati sulle Cordigliere, ne crescerebbero l’altezza di migliaia di metri. Quando mi trovava in quel paese, io pensava con meraviglia in qual modo una catena di monti avesse potuto somministrare tali massi senza essere al tutto distrutta. Non dobbiamo ora cessare di meravigliarci e mettere in dubbio che il tempo colla sua onnipotenza possa ridurre i monti - anche le gigantesche Cordigliere - in ciottoli e fango.

L’aspetto delle Ande era differente da quello che io mi attendeva. La linea più bassa delle nevi era naturalmente orizzontale, e le cime della catena sembravano al tutto parallele a questa linea delle nevi. Solo a lunghi intervalli, un gruppo di punte, o un semplice cono, mostravano il luogo ove un tempo era stato o esisteva un vulcano. Quindi la catena sembrava un grande e saldo muro con qua e là una torre, facendo così una perfettissima cinta al paese.

Quasi ogni parte della collina era stata scavata per cercare miniere d’oro; l’avidità per questa ricerca non ha lasciato quasi un punto del Chilì senza un esame. Passai la sera come la precedente, ciarlando intorno al fuoco coi miei due compagni. I Guasos del Chilì, che corrispondono ai Gauchos dei Pampas, ne sono tuttavia ben diversi. Il Chilì è il più civile dei due paesi, e per conseguenza gli abitanti hanno perduto gran parte del loro carattere individuale. Le distinzioni di classe sono molto più fortemente segnate; il Guaso non considera per nulla ogni uomo come suo eguale; ed io fui molto sorpreso trovando che ai miei compagni non piaceva di mangiare con me nello stesso tempo. Questo sentimento di disuguaglianza è una conseguenza necessaria dell’esistenza di un’aristocrazia del danaro. Si dice che alcuni dei più grandi proprietari posseggono da 125.000 a 250.000 lire all’anno; questa disuguaglianza di ricchezze non credo che s’incontri in nessuno dei paesi di allevatori di bestiame all’est delle Ande. Un viaggiatore non incontra qui quella illimitata ospitalità che rifiuta ogni pagamento, ma che viene accettata senza scrupoli. Quasi ogni casa del Chilì vi accoglierà per una notte, ma l’indomani mattina sarà necessario dare una mancia; anche un uomo ricco accetterà due o tre scellini. Il Gaucho, quantunque possa essere un assassino è un gentiluomo; il Guaso per alcuni rispetti ne è migliore, ma nello stesso tempo è un uomo volgare e grossolano. Questi due uomini, sebbene per molti riguardi abbiano le stesse occupazioni, hanno costumi affatto differenti; e le particolarità di ognuno sono universali nei loro rispettivi paesi. Il Gaucho sembra far parte del suo cavallo e disdegna qualunque esercizio tranne quello che fa cavalcando; il Guaso può esser preso a giornata a lavorare nei campi. Il primo vive interamente di cibo animale; il secondo quasi tutto di vegetale. Non vediamo qui gli stivali bianchi, i larghi calzoni ed il chilipa scarlatto; il pittoresco abbigliamento dei Pampas. Qui i calzoni grossolani sono protetti da cattivi gambali neri e verdi. Tuttavia il pouncho è comune ad entrambi. L’orgoglio principale del Guaso sta negli sproni che sono assurdamente grandi. Ne misurai uno che aveva 15 centimetri di diametro nella rotella, la quale essa stessa conteneva oltre a trenta punte. Le staffe sono nella stessa proporzione, perchè son fatte di un pezzo di legno quadrato, scolpito, incavato, che pesa da un chilogrammo e mezzo e due chilogrammi. Il Guaso è forse più destro nell’adoperare il lazo; ma, per la natura del paese non conosce l’uso delle bolas.

Agosto 18. - Scendemmo il monte e passammo in mezzo ad alcuni bei luoghi con ruscelletti ed alti alberi. Avendo dormito alla stessa hacienda di prima, continuammo per i due giorni susseguenti a risalire la valle ed attraversammo Quillota, che è piuttosto una collezione di giardini vivai che non una città. Gli orti erano belli, e presentavano una massa di fiori di pesco. Vidi pure in un luogo o due la palma dattifera; è un albero maestosissimo, e mi figuro che un boschetto di essi nei loro nativi deserti di Asia o d’Africa debba essere stupendo. Passammo pure San Felipe, graziosa e scomposta città simile a Quillota. La valle in questa parte si allarga in uno di quei grandi golfi o pianure che giungono al piede delle Cordigliere, dei quali si è detto formare una parte tanto curiosa del paesaggio del Chilì. La sera giungemmo alle miniere di Jajuel, situate in un burrone al fianco della grande catena. Mi fermai colà cinque giorni. Il mio ospite, sopraintendente della miniera, era un astuto, ma piuttosto ignorante minatore inglese della Cornovaglia. Aveva sposato una spagnola e non si proponeva di tornare in patria, ma la sua ammirazione per le miniere del suo paese rimaneva illimitata. Fra le altre domande che mi fece, vi era questa: «Ora che Giorgio Rex è morto, quanti membri della famiglia Rex rimangono ancora? » Questo Rex deve essere certamente un parente del grande autore Finis, che scrisse tutti i libri!

Queste miniere sono di rame, ed il minerale vien tutto spedito con navi a Swansea, per essere fuso. Quindi le miniere hanno un aspetto singolarmente tranquillo, se si paragonano a quelle dell’Inghilterra; qui ne fumo nè fornaci, nè grandi macchine a vapore disturbano la solitudine dei monti circostanti.

Il Governo del Chilì o meglio la legge antica spagnuola, incoraggia con ogni mezzo la ricerca delle miniere. Lo scopritore può sfruttare una miniera sopra ogni terreno pagando sei franchi e venticinque centesimi, e prima di aver pagato questo può scavare anche nel giardino di un altro per venti giorni.

È ora ben noto che il metodo chiliano per scavare miniere è quello che costa meno. Il mio ospite dice che i due principali miglioramenti introdotti dai forestieri sono stati, prima di tutto, quello di ridurre con cotture preparatorie, le piriti del rame - le quali, essendo comuni nella Cornovaglia, faceano meravigliare i minatori inglesi quando arrivavano, vedendo che venivano gettate via come inutili: in secondo luogo, battendo e lavando la scoria delle antiche fornaci - con questo processo si ricuperavano in grande abbondanza particelle di metallo. Ho veduto presentemente molte mule che portavano alla costa un carico di queste ceneri per essere trasportate in Inghilterra. Ma il primo fatto è il più curioso. I minatori chiliani erano tanto convinti che le piriti di rame non contenevano nessuna particella di quel minerale, che burlavano gli Inglesi per la loro ignoranza; questi alla loro volta li burlavano e compravano le loro più ricche vene per pochi dollari. È un fatto ben curioso che, in un paese ove le miniere sono state sfruttate grandemente per varii anni, un processo tanto semplice quanto quello di riscaldare dolcemente il minerale onde espellerne lo zolfo prima di fonderlo non sia mai stato scoperto. Qualche miglioramento è stato pure introdotto in alcune delle semplici macchine; ma anche oggi l’acqua è tolta da qualche miniera da uomini che la portano su entro borse di cuoio!

I manovali lavorano molto duramente. Hanno poco tempo per mangiare e durante l’estate e l’inverno cominciano quando fa giorno e lasciano il lavoro a notte. Sono pagati venticinque franchi al mese e si dà loro da mangiare. La colazione consiste in sedici fichi e due piccoli pani; il pranzo di fave bollite, la cena di frumento arrostito. Di rado mangiano carne, perchè con trecento franchi all’anno debbono vestirsi e mantenere le loro famiglie. I minatori che lavorano entro la miniera hanno trentun franco e venticinque centesimi al mese, e vien loro accordato un po’ di charquì. Ma questi uomini escono dalle loro nere abitazioni soltanto ogni quindici giorni od ogni tre settimane.

Durante la fermata che feci qui provai molto piacere nel girare intorno a queste alte montagne. Come era da aspettarsi la geologia ne è interessantissima. Le roccie sparse e rifatte per l’azione del calore, attraversate da innumerevoli argini di diorite, dimostravano che anticamente erano avvenuti molti sconvolgimenti. Il paesaggio era quasi uguale a quello vicino al monte Campana di Quillota - monti nudi ed aridi, sparsi qua e là di cespugli dal fogliame intristito. I cactus, o meglio le opunzie sono qui numerosissime. Ne misurai una di forma sferica, la quale, comprese le spine, aveva un metro e novanta centimetri di circonferenza. L’altezza della specie comune, cilindrica, ramificata, è da tre metri e sessanta centimetri a quattro metri e cinquanta centimetri, ed il giro (colle spine) dei rami da novanta centimetri a un metro e venti centimetri.

Una gran nevicata sui monti m’impedì, nei due ultimi giorni di fare altre interessanti escursioni. Cercai di giungere a un lago il quale gli abitanti, credono essere, per qualche ragione incomprensibile, un braccio di mare. Durante una stagione molto asciutta, fu proposto di cercare di scavare un canale da esso per avere acqua, ma il Padre, dopo un consulto, dichiarò che vi era troppo pericolo, perchè tutto il Chilì sarebbe stato inondato, se, come si supponeva generalmente, il lago aveva una comunicazione col Pacifico. Salimmo ad una grande altezza, ma le falde di neve che cadevano c’impedivano di giungere a quel lago meraviglioso, e durammo qualche fatica per ritornarcene. Temevamo di perdere i nostri cavalli, perchè non v’era mezzo di sapere quanto la neve caduta fosse profonda, e gli animali, guidati a mano, potevano muoversi solo a salti. Il cielo nero mostrava che un nuovo uragano di neve stava per sopraggiungere, e fortunatamente avemmo abbastanza tempo per salvarci. Giunti alle falde del monte l’uragano scoppiò, e fu per noi una vera fortuna che ciò non ci avesse colpiti tre ore prima.

Agosto 26. - Lasciato Jajuel attraversammo nuovamente il bacino di San Felipe. La giornata era invero degna del Chilì; splendidamente brillante e l’atmosfera al tutto chiara. Il fitto ed uniforme mantello della neve caduta di fresco rendeva la vista del vulcano di Aconcagua e della catena principale veramente stupenda. Eravamo allora avviati a Santiago, capitale del Chilì. Varcato il Cerro del Talguen, si passò la notte ad una piccola osteria. L’oste parlando dello stato del Chilì a petto degli altri paesi, era molto modesto: «Taluni veggono con due occhi, e taluno con uno, ma secondo me, non credo che il Chilì non vegga con nessuno».

Agosto 27. Dopo aver varcato molte collinette, scendemmo nella piccola pianura di Guitron. Nei bacini di questo genere che stanno da 300 a 600 metri sul livello del mare, crescono numerosissime due specie di acacie dalle forme intisichite, e vivono molto discoste le une dalle altre. Questi alberi non si incontran mai sulle coste marine, e ciò produce un altro fatto caratteristico del paesaggio di questi bacini. Attraversammo una bassa serie di roccie che separa Guitron dalla grande pianura ove sorge Santiago. La vista era qui al tutto particolare; la superficie livellata, era coperta in alcune parti da boschi di acacie e la città in distanza, limitata orizzontalmente dalla base delle Ande, di cui le cime nevose brillavano ai raggi del sole cadente. Appena gettati gli occhi su quel paesaggio, si mostrava evidente che la pianura rappresentava l’estensione di un antico mare interno. Giunti sulla strada piana, mettemmo al galoppo i nostri cavalli, ed arrivammo in città prima di notte.

Rimasi a Santiago una settimana che impiegai piacevolmente. Al mattino andai a visitare a cavallo vari punti della pianura e la sera pranzava con alcuni negozianti inglesi di cui l’ospitalità in questo paese è notissima. Era per me una sorgente perenne di godimento il salire la collinetta di roccia (Santa Lucia) che sorge nel mezzo della città. Il paesaggio è certamente molto notevole, ma è, lo ripeto, singolarissimo. So che questo medesimo carattere è comune alle città del grande altipiano del Messico. Non ho nulla di particolare da dire sulla città; non è tanto bella nè tanto grande quanto Buenos Ayres, ma è costrutta secondo lo stesso disegno. Giunsi qui facendo un giro verso il nord; per cui stabilii di tornare a Valparaiso facendo una escursione un po’ più lunga al sud della linea retta.

Settembre 5. - Alla metà del giorno giungemmo ad uno dei ponti sospesi fatti di cuoio, che attraversano il Maypu, grande fiume vorticoso a poche leghe al sud di Santiago. Questi ponti sono ben meschini. La strada, che segue la curva delle funi sospese, è fatta di fascetti di rami posti gli uni accanto agli altri. Era pieno di buchi, ed oscillava in modo inquietante, anche pel peso di un uomo che conducesse il suo cavallo. La sera si giunse ad un comodo podere, ove si trovavano varie belle signorine. Esse furono molto scandalizzate sentendo dire che io era entrato in una delle loro chiese per pura curiosità. Esse mi domandarono: «Perchè non vi fate cristiano, mentre la nostra religione è la buona?» Le assicurai che io era una specie di cristiano, ma non mi vollero credere, riferendosi alle mie parole: «Non è vero che i vostri preti, i vostri vescovi prendon moglie?» L’assurdità di un vescovo ammogliato era ciò che le colpiva maggiormente, non sapevano quasi se ridere o inorridire di una tale enormità.

Settembre 6. - Continuammo a dirigerci al sud e dormimmo a Rancagua. La strada passava sopra una stretta pianura cinta da un lato da alte colline, e dall’altro dalle Cordigliere. L’indomani girammo la valle del Rio Cachapual, nella quale si trovano i bagni caldi di Cauquenes, celebri da molto tempo per le loro proprietà medicinali. I ponti sospesi nelle parti meno frequentate, vengono generalmente tolti durante l’inverno, quando i fiumi sono bassi. Così avvenne in quella valle, e quindi fummo obbligati ad attraversare a cavallo la corrente. È questa una cosa sgradevole, perchè l’acqua spumeggiante sebbene non profonda, scorre tanto rapidamente sul letto di grossi ciottoli rotondi, che si rimane tanto confusi, da non sapere se il cavallo va innanzi o sta fermo. In estate, quando la neve si scioglie, i torrenti non si possono affatto guadare; la loro forza e violenza diviene allora sommamente grande, come si può chiaramente vedere dai segni che hanno lasciato. La sera giungemmo ai bagni ove dimorammo cinque giorni, rimanendo a casa gli ultimi due costretti a ciò fare da una forte pioggia. Il fabbricato si compone di un quadrato di miserabili capanne, in ognuna delle quali non v’ha che una tavola e una panca. Questi bagni sono collocati in una stretta e profonda valle precisamente al di fuori delle Cordigliere centrali. È un luogo tranquillo, solitario, fornito di molta e selvaggia bellezza.

Le sorgenti minerali di Cauquenes scaturiscono da una linea di dislocazione, che attraversa una massa di roccia stratificata, di cui il complesso svela l’azione del calore. Una notevole quantità di gaz esce continuamente coll’acqua dagli stessi orifizi. Sebbene le sorgenti siano lontane fra loro solo pochi metri, hanno temperature molto differenti, e questo sembra essere l’effetto di una disuguale mescolanza d’acqua fredda; perchè quelle che hanno temperatura più bassa non hanno quasi nessun sapore minerale. Dopo il grande terremoto del 1822 le sorgenti si asciugarono e l’acqua non tornò che quasi un anno dopo. Vennero anche molto alterate dal terremoto del 1835; essendosi la temperatura repentinamente mutata da + 49° a + 32°. Sembra probabile che le acque minerali venendo dal profondo della terra, vengano sempre più disturbate dagli sconvolgimenti sotterranei che non quelle che stanno più presso alla superficie. L’uomo che era impiegato in quei bagni, mi affermò che in estate l’acqua è più calda e più abbondante che non in inverno. Mi sarei spiegato il primo fatto, per la minore mescolanza, durante la stagione asciutta, di acqua fredda; ma il secondo fatto sembra stranissimo e contradditorio. L’aumento periodico durante l’estate, quando non cade mai pioggia, può essere, credo, riferito soltanto allo scioglimento delle nevi; tuttavia i monti coperti di neve durante quella stagione, sono tre o quattro leghe distanti da quelle sorgenti. Non ho alcuna ragione per dubitare della accuratezza del mio informatore, il quale, avendo vissuto sul luogo durante parecchi anni, doveva conoscere bene quel fatto, il quale se è vero è certamente curiosissimo; perchè dobbiamo supporre che l’acqua della neve, essendo condotta attraverso gli strati porosi alle regioni del calore, sia nuovamente respinta alla superficie dalla linea di roccie dislocate ed iniettate di Cauquenes; e la regolarità del fenomeno sembrerebbe dimostrare, che in questo distretto la roccia riscaldata s’incontra ad una profondità non molto grande.

Un giorno io risalii a cavallo la valle sino al punto abitato più lontano. Poco sopra quel punto, il Cachapual si divide in due grandi e spaventosi burroni. Mi arrampicai sopra un monte aguzzo, alto probabilmente più di duemila metri. Qui come per verità in qualunque altro luogo, si presentano scene interessantissime. Si fu da uno di questi burroni, che Pincheira entrò nel Chilì e saccheggiò tutto il paese circostante. È questo lo stesso uomo di cui ho descritto l’aggressione di un podere al Rio Negro. Egli era un meticcio spagnuolo rinnegato, che radunò un gran corpo di Indiani e si stabilì accanto ad un corso d’acqua nei Pampas, luogo cui tutte le truppe mandategli contro non poterono mai scoprire. Da quel punto soleva sbucare, ed attraversando le Cordigliere in passaggi non mai tentati, saccheggiava i poderi, e portava i bestiami al suo segreto ritrovo. Pincheira era un famoso cavalcatore, e faceva agire quelli che aveva intorno a sè ugualmente bene, perchè uccideva senza scampo chiunque avesse esitato a seguirlo. Si fu contro quest’uomo e contro altre tribù indiane erranti, che Rosas impegnò la guerra di sterminio.

Settembre 13. - Lasciati i bagni di Cauquenes, si riprese la strada maestra e si passò la notte al Rio Claro. Da questo luogo andammo alla città di San Fernando. Prima di giungervi, l’ultimo bacino rinchiuso si era allargato in una grande pianura, la quale si estendeva tanto al sud che le più lontane cime nevose delle Ande si vedevano come se spuntassero sull’orizzonte del mare. San Fernando dista quaranta leghe da Santiago; ed era il punto estremo meridionale cui io avevo determinato di toccare, perchè qui ci volgemmo in linea retta verso la costa. Si passò la notte alle miniere d’oro di Yaquil, che sono sfruttate dal signor Nixon, un signore americano, al quale sono riconoscente della cortesia usatami durante i quattro giorni in cui dimorai in casa sua. L’indomani mattina andammo a cavallo alle miniere, che distano di alcune leghe e stanno presso la cima di un’alta collina. Lungo la via avemmo la vista del lago Tagua-tagua, celebre per le sue isole natanti, che sono state descritte dal signor Gay[90]. Esse sono composte dei rami di varie piante morte intrecciate assieme, e sulla loro superficie altre piante viventi hanno messo radici. La loro forma è generalmente circolare, ed il loro spessore è di un metro e venti centimetri a un metro e ottanta centimetri di cui la maggior parte è immersa nell’acqua. Quando soffia il vento, passano da un lato all’altro del lago, e sovente portano bestiame e cavalli come passeggieri.

Quando fummo giunti alla miniera, fui colpito dall’aspetto pallido di molti fra gli uomini, e mi informai presso il signor Nixon delle loro condizioni. La miniera è profonda 135 metri, ed ogni uomo porta sù un carico di pietre del peso di circa 100 chilogrammi. Con questo peso egli deve arrampicarsi sulle alternate incavature fatte nei tronchi degli alberi, collocati in una linea a ghirigoro lungo il pozzo. Ogni adolescente da diciotto a venti anni con poco sviluppo muscolare nel corpo (sono al tutto nudi tranne i calzoni) sale con questo grande peso da una profondità quasi uguale. Un uomo robusto non avvezzo a questa fatica, traspira molto profusamente, portando sù soltanto il proprio corpo. Con questo durissimo lavoro vivono al tutto di fave bollite e di pane. Essi preferirebbero il solo pane; ma i loro padroni, trovando che con questo non possono lavorare abbastanza li trattano come cavalli, fan loro mangiare fave. Sono pagati un po’ più che non alle miniere di Jajuel, avendo da 30 a 34 franchi al mese. Lasciano la miniera solo una volta ogni tre settimane, ed allora stanno due giorni con le loro famiglie. Una delle regole di questa miniera sembra molto dura, ma risponde benissimo agli interessi del padrone. Il solo modo di rubare oro, è quello di nascondere pezzi di minerale, e portarli via quando ne venga l’occasione. Ogni qualvolta il maggiordomo trova un pezzo così nascosto si ritiene il suo valore dal salario di tutti gli uomini, i quali in tal modo, a meno di accordarsi tutti, sono obbligati a spiarsi a vicenda.

Quando il minerale vien portato al mulino, è macinato in polvere impalpabile; il processo di lavatura toglie via tutte le particelle più leggiere, e finalmente l’amalgama riduce la polvere d’oro. La lavatura quando è descritta, sembra cosa semplicissima; ma è bello vedere come l’esatto adattarsi della corrente d’acqua alla gravità specifica dell’oro, separi agevolmente la matrice polverosa dal metallo. La melma che passa dai mulini vien raccolta in pozzanghere, ove depone, e di tanto in tanto vien tirata fuori e gettata in un mucchio comune. Allora comincia l’azione chimica; varie specie di sali si formano sulla superficie e la massa diviene dura. Dopo essere stata lasciata per un anno o due vien rilavata, e produce ancora oro; e questo processo si può ripetere anche sei o sette volte; ma ogni volta l’oro viene in quantità minore, e gli intervalli richiesti (come dicono gli abitanti) per generare il metallo, sono più lunghi. Non vi può esser dubbio che l’azione chimica, già menzionata, liberi ogni volta nuovo oro da qualche combinazione. La scoperta di un metodo per operare questo prima della macinazione crescerebbe senza dubbio di molto il valore dei minerali auriferi. È curioso vedere come le minute particelle d’oro sparse intorno e senza consumarsi, alla fine si accumulano tutte insieme. Poco tempo fa alcuni minatori, essendo senza lavoro, ottennero il permesso di scavare il terreno intorno alla casa ed al mulino: lavarono la terra così raccolta insieme e si procurarono metallo pel valore di trenta dollari doro. Questo è un esatto riscontro di ciò che segue in natura. I monti si spezzano e si consumano e con essi le vene metalliche che contengono. La roccia più dura vien ridotta in melma impalpabile, i metalli comuni si ossidano, ed entrambi sono tolti via; ma l’oro, il platino, ed alcuni pochi altri sono quasi indistruttibili, e pel loro peso, vanno al fondo, e sono lasciati indietro. Dopo che interi monti son passati per questo mulino e sono stati lavati dalla mano della natura, i residui divengono metalliferi e l’uomo crede trar vantaggio dal compiere l’opera della separazione.

Per quanto cattivo appaia il suddetto trattamento dei minatori, essi lo accettano molto volentieri, perchè le condizioni dei contadini sono molto peggiori. Il loro salario è minore e vivono esclusivamente di fave. Questa povertà deve essere principalmente attribuita al sistema quasi feudale che regge la terra; il proprietario accorda un pezzo di terreno al contadino, per fabbricare o per coltivare, ed in ricambio ha l’opera sua, o quella di un parente, per ogni giorno della sua vita senza pagarlo. Finchè un padre non abbia un figlio adulto, che possa col suo lavoro pagare l’obbligo, non vi è nessuno, tranne in giorni eccezionali per lavorare il suo pezzo di terra. Quindi l’estrema povertà è comunissima nelle classi agricole di questo paese.

Vi sono nel contorno alcune antiche rovine indiane, e mi venne mostrata una delle pietre traforate, che Molina dice essere state trovate in molti luoghi in numero notevole. Hanno forma piatta e circolare, diametro di dodici a quattordici centimetri con un buco che passa proprio nel centro. È stato supposto generalmente che fossero adoperate come teste di clava sebbene la loro forma non sembri rispondere a questo scopo. Burchell dice che alcune delle tribù dell’Africa meridionale sradicano le radici, aiutandosi con un bastone appuntito da una parte, di cui la forza ed il peso vengono accresciuti da una pietra rotonda, forata nel mezzo ove viene incastrato strettamente l’altro capo del bastone. Sembra probabile, che gli Indiani del Chilì adoperassero anticamente qualche rozzo stromento di agricoltura di quella sorta.

Un giorno un raccoglitore tedesco di storia naturale chiamato Renous venne a farci una visita, e quasi nello stesso tempo venne pure un vecchio avvocato spagnuolo. Mi divertii molto a sentir la conversazione che ebbe luogo fra loro. Renous parlava lo spagnuolo tanto bene, che il vecchio avvocato lo prese per un chiliano. Renous, volendo parlare di me gli domandò che cosa pensava del re d’Inghilterra che mandava un naturalista nel loro paese, per raccogliere lucertole e scarafaggi e per spaccar pietre. - Il vecchio signore rimase meditabondo per qualche tempo poi disse: - Non va bene - hay un gato encerrado aqui (vi è un gatto chiuso qui). Nessun uomo è tanto ricco per mandar in giro un uomo a raccogliere cosifatte porcherie. Non mi piace. Se uno di noi andasse in Inghilterra a fare queste cose ci manderebbe via subito dal suo paese? » E questo vecchio signore, per la sua professione apparteneva alla classe più istruita e più intelligente! Renous stesso, due o tre anni prima, aveva lasciato in una casa a San Fernando alcuni bruchi, sotto la sorveglianza di una fanciulla, perchè desse loro da mangiare e divenissero farfalle. Questo venne saputo nella città e finalmente consultatisi insieme i Padres ed il governatore, furono d’accordo per dire che doveva essere qualche eresia. In conseguenza quando Renous tornò, venne arrestato.

Settembre 19. - Lasciammo Yaquil e si continuò la via lungo la piana valle, simile nella forma, a quella di Quillota, nella quale scorre il Rio Tinderidica. Sebbene distante poche miglia al sud da Santiago, il clima è molto più umido, in conseguenza vi sono bei tratti di pascoli, che non vengono irrigati.

Settembre 20. - Seguimmo la stessa valle finchè si allarga in una grande pianura che dal mare va ai monti ovest di Rancagua. In breve cessarono tutti gli alberi e anche gli arboscelli; cosicchè gli abitanti hanno tanta scarsità di legna quanto quelli dei Pampas. Non avendo mai inteso parlare di queste pianure, rimasi molto sorpreso nell’incontrare un così fatto paesaggio nel Chilì. Le pianure appartengono a varie serie di differenti elevazioni e sono attraversate da larghe valli piane, e questi due fatti dimostrano l’azione del mare nel sollevare dolcemente il terreno. Nei dirupi scoscesi che cingono queste valli, sonovi alcune grandi caverne che senza dubbio furono in origine formate dalle onde: una di queste è celebre col nome di Cueva del Obispo, essendo stata anticamente consacrata. Durante il giorno mi sentii molto malato e da quel tempo fino alla fine di ottobre non risanai.

Settembre 22. - Continuammo a viaggiare sopra verdi pianure senza un albero. L’indomani si giunse ad una casa presso Navedad, sulla costa del mare, ove un ricco Haciendero ci diede ospitalità. Dimorai colà due giorni consecutivi, e quantunque mi sentissi molto male, cercai di raccogliere dalla formazione terziaria alcune conchiglie marine.

Settembre 24. - Il nostro cammino era diretto verso Valparaiso, al quale con molta difficoltà giungemmo il 27, e dovetti rimanere in letto fino alla fine di ottobre. Durante questo tempo fui ospitato dal signor Corfield, al quale non so come esprimere i miei ringraziamenti per la sua cortesia.

Aggiungerò qui poche osservazioni sugli animali del Chilì. Il Puma o leone del Sud-America non è raro. Questo animale ha una cerchia geografica molto estesa; si trova nelle foreste equatoriali, in tutti i deserti della Patagonia ed al sud sino alle umide e fredde latitudini 53° a 54° della Terra del Fuoco. Ho veduto le sue tracce nelle Cordigliere del Chilì centrale, ad un’altezza di 3000 metri. Nella Plata il puma fa preda principalmente di cervi, di struzzi, di viscacce e di altri piccoli quadrupedi; di rado aggredisce bestiame e cavalli, rarissimamente l’uomo. Nel Chilì però, distrugge molti giovani cavalli e bestiame, e questo deriva forse dalla scarsezza di altri quadrupedi: ho sentito pure parlare di due uomini ed una donna uccisi da esso. Si asserisce che il puma uccide sempre la sua preda balzandole sulle spalle e poi tirando indietro il capo di questa con una delle sue zampe, finchè le vertebre si rompano: ho veduto nella Patagonia scheletri di guanachi col collo in tal modo slogato.

Il puma dopo aver mangiato a sazietà, copre il carcame con molti grossi arboscelli, e si sdraia vicino per farvi la guardia. Questa abitudine fa sì che venga frequentemente scoperto; perchè i condori librati nell’aria, scendono di tratto in tratto per partecipare al festino, ed essendo rabbiosamente scacciati, spiccano tutti insieme il volo. Il chiliano guaso allora sa che vi è un leone che vigila la propria preda, si fa correre la notizia, e uomini e cani si affrettano alla caccia. Sir F. Head dice che un Gaucho nei Pampas, alla sola vista di alcuni condori librati nell’aria, esclamava: «Un leone!» Io non ho mai potuto incontrare nessuno che pretendesse di avere così fatta potenza di discernimento. Si asserisce che se un puma è stato una volta scoperto per aver fatto la guardia al carcame, ed è stato allora cacciato, abbandona quest’abitudine, e dopo essersi satollato se ne va lontano. Il puma viene ucciso agevolmente. In aperta campagna vien dapprima impacciato colle bolas, poi preso al laccio, e trascinato per terra finchè sia divenuto insensibile. A Tandel (sud della Plata) mi fu detto che in tre mesi ne venne distrutto in tal modo un centinaio. Nel Chilì vengono generalmente spinti sugli alberi e sugli arboscelli, ed allora si spara loro contro e si fanno uccidere dai cani. I cani adoperati a questa caccia appartengono ad una razza particolare chiamata Leoneros; sono animali deboli, sottili, simili ai bassotti dalle gambe lunghe, ma hanno sin dalla nascita un istinto particolare per quella caccia. Si dice che il puma sia molto scaltro; quando è inseguito ritorna sovente sulla sua prima traccia, e poi facendo un salto da lato aspetta che i cani siano passati oltre. È un animale molto taciturno, che non manda alcun grido neppure quando è ferito, e solo fa udire raramente la sua voce durante la stagione degli amori.

Fra gli uccelli, due specie del genere Pteroptochus (megapodius ed albicollis di Kittlitz) sono forse i più belli. Il primo, chiamato dai Chiliani el Turco, è grosso come un tordo, col quale ha molta affinità; ma le sue zampe sono molto più lunghe, la coda è più breve ed il becco più robusto; il suo colore è rossiccio bruno. Il Turco non è raro. Vive sul terreno nascosto fra i cespugli sparsi sulle asciutte e sterili colline. Colla sua coda dritta e le zampe simili a verghette, si vede di tratto in tratto fuggire da un boschetto in un altro con velocità veramente insolita. Non fa d’uopo di una grande immaginazione per credere che questo uccello si vergogni di sè stesso e conosca il suo ridicolo aspetto. Al primo vederlo si è tentati di dire: «Oh! qual brutto esemplare impagliato è fuggito da qualche museo ed è tornato in vita!» Non può spiccare il volo senza grandissima fatica, non può correre, ma solo saltellare. I vari gridi sonori che manda quando sta nascosto nei cespugli, sono strani come il suo aspetto. Si dice che fabbrica il suo nido in una profonda cavità nel terreno. Anatomizzai parecchi esemplari; il ventriglio molto muscoloso, conteneva coleotteri, fibre vegetali e ciottoli. Per questo carattere, per la lunghezza delle sue zampe, pei suoi piedi razzolatori, per l’invoglio membranoso delle narici, per le ali brevi ed arcuate, quest’uccello sembra fino ad un certo punto, servire di legame fra i tordi e l’ordine dei gallinacci.

La seconda specie (o P. albicollis) è affine alla prima nella forma generale. Vien chiamata Tapacolo, o copriti il dietro: ed invero quello svergognato uccello merita il suo nome, perchè porta la coda inclinata allo innanzi verso il capo. È comunissimo, e frequenta il piede degli alberi ed i cespugli sparsi sulle nude colline, ove non può quasi esistere nessun altro uccello. Pel suo modo generale di cibarsi, per lo svelto saltar fuori dai boschetti e pel tornarvi dentro, pel suo desiderio di nascondersi, per la poca attitudine al volo e per la nidificazione, esso ha una stretta somiglianza col Turco, ma non è tanto ridicolo. Il Tapacolo è astutissimo; quando vien spaventato da una persona rimane immobile entro un cespuglio, e poi, dopo un certo tempo, si trascina con molta destrezza per fuggire dal lato opposto. È anche un uccello attivo e rumoroso; questi suoi rumori sono varii e stranamente curiosi; alcuni somigliano al tubare delle tortore, altri al mormorio dell’acqua, e molti non si possono affatto descrivere con esempi. I campagnuoli dicono che muta il suo grido cinque volte all’anno - suppongo per qualche mutamento di stagione[91].

Sono comuni due tipi di uccelli-mosca; il Trochilus forficatus si trova diffuso in uno spazio di 2500 miglia sulla costa occidentale, dal caldo ed asciutto paese di Lima, alle foreste della Terra del Fuoco, ove si vede svolazzare in mezzo agli uragani di neve. Nell’isola boscheggiata di Chiloe, che ha un clima sommamente umido, quest’uccellino che saltella qua e là fra il fogliame sgocciolante, è forse il più abbondante di tutti. Apersi lo stomaco di parecchi individui uccisi in varie parti del continente, ed in tutti gli avanzi di insetti erano tanto numerosi quanto nello stomaco di un rampichino. Quando questa specie emigra in estate verso il sud, è sostituita da un’altra specie che arriva dal nord. Questa seconda specie (Trochilus gigas), è un uccello molto grande per la delicata famiglia a cui appartiene; quando vola il suo aspetto è singolare. Come gli altri del suo genere si muove da un luogo all’altro con una rapidità, che si può paragonare a quella del Syrphus fra gli insetti e della Sphinx fra le farfalle notturne; ma mentre si libra sopra un fiore, batte le ali con movimento lentissimo e potente, al tutto diverso da quello vibratorio comune alla maggior parte della specie che produce un rumore ronzante. Non vidi mai nessun altro uccello, nel quale la forza delle ali sembrasse (come in una farfalla) tanto forte in proporzione del peso del corpo.

Quando si libra sopra un fiore apre e chiude costantemente la coda come un ventaglio ed il corpo rimane in una posizione quasi verticale. Questa azione sembra aiutare e sostenere l’uccello durante i lenti movimenti delle sue ali. Quantunque voli da un fiore all’altro in cerca di nutrimento, il suo stomaco generalmente contiene molti avanzi di insetti, che credo siano molto più oggetto delle sue ricerche che non il nettare. Il canto di questa specie, come quasi di tutta la famiglia è sommamente strillante.


 
CAPITOLO XIII.
CHILOE E ISOLE CHONOS.

Chiloe - Aspetto generale - Escursione in barca - Indigeni indiani – Castro – Volpe addomesticata - Ascensione a San Pietro - Arcipelago Chonos - Penisola dei tre monti - Cerchia di granito - Marinai di una barca naufragati - Porto di Low - Patate selvatiche - Formazione della torba - Miopotamo, lontra e sorci - Cheucau ed uccello abbaiante - Opetiorhynchus - Caratteri singolari dell’ornitologia - Uccelli delle tempeste.

Novembre 10. - La Beagle fece vela da Valparaiso verso il sud per studiare la parte meridionale del Chilì, l’isola di Chiloe, e la terra spezzata, chiamata arcipelago Chonos, al sud fino alla penisola di Tres Montes. Il 21 si gettò l’àncora nel golfo di San Carlo, capitale di Chiloe.

Quest’isola è lunga circa novanta miglia, con una larghezza un po’ minore di trenta. Il terreno è coperto di colline, ma non è montuoso, ed è rivestito di una grande foresta, tranne alcuni spazi verdi che sono stati disboscati intorno a capanne di paglia. Da lontano la vista somiglia in certo modo alla Terra del Fuoco, ma i boschi, da vicino, sono senza paragone più belli. Qui, molte specie di begli alberi sempre verdi, e piante di carattere tropicale, sostituiscono il lugubre faggio delle spiagge meridionali. D’inverno, il clima è detestabile, ed in estate è solo un tantino migliore. Credo che vi siano poche parti del mondo, in regioni temperate, ove cade tanta pioggia. I venti sono umidissimi, ed il cielo è sempre nuvoloso; una settimana di bel tempo è qualche cosa di straordinario. È anche difficile poter veder le Cordigliere; durante la nostra prima visita, una volta sola il vulcano di Osorno si fece vedere nella sua pienezza, e questo prima del levar del sole; era curioso osservare, mentre il sole sorgeva, il profilo del monte che andava gradatamente dileguandosi nello splendore della luce di oriente.

Gli abitanti, pel colore e per la bassa statura, sembrano avere per tre quarti sangue indiano nelle vene. Sono una razza di uomini umili, tranquilli ed industriosi. Quantunque il suolo fertile, risultante dalla scomposizione delle rocce vulcaniche, produca un’abbondante vegetazione, tuttavia il clima non è favorevole a nessun prodotto che richiegga molto sole per maturare. Vi è poco pascolo pei grossi quadrupedi, e quindi gli articoli principali di nutrimento sono maiali, patate e pesce. La popolazione si veste di grosse stoffe di lana, che ogni famiglia fabbrica per suo uso, e tinge coll’indaco di color turchino scuro. Le arti, però, sono in uno stato di grande rozzezza, come si può osservare dal loro modo di arare, il loro metodo per filare, macinare il grano, e per costrurre le loro barche. Le foreste sono tanto impenetrabili, che la terra non è coltivata in nessun luogo tranne presso la costa e nelle vicine isolette. Anche ove esistono sentieri non sono guari guadabili per lo stato molle ed umido del suolo. Gli abitanti, come quelli della Terra del Fuoco, girano principalmente sulla spiaggia e nei loro battelli. Quantunque vi sia cibo in abbondanza, gli abitanti sono poverissimi; non vi è richiesta di lavoro ed in conseguenza le classi più basse non possono metter insieme danaro sufficiente per comprarsi anche le più piccole superfluità. V’ha pure una grande deficenza di mezzo circolante. Ho veduto un uomo che portava sul dorso un sacco di carbone, col quale voleva comprare qualche piccola cosa, ed un altro portava una tavola, per mutarla contro una bottiglia di vino. Quindi ogni negoziante deve essere anche bottegaio, e vendere di nuovo le merci che prende in cambio.

Novembre 24. - La iola e la barca baleniera furono mandate sotto il comando del signor (ora capitano) Sulivan, onde studiare la costa interna di Chiloe; e coll’ordine di andare incontro alla Beagle alla estremità orientale dell’isola, al qual punto la nave avrebbe continuato il giro dal di fuori, e così si sarebbe fatta la circumnavigazione di tutta l’isola. La strada seguiva la costa, e di tratto in tratto attraversava promontorii coperti di belle foreste. In questi ombrosi sentieri è assolutamente necessario che tutta la strada sia fatta di pezzi di legno, che sono tagliati e posti l’uno accanto all’altro. Siccome il sole non penetra mai in mezzo al fogliame sempre verde, il terreno è tanto umido e molle che senza questo mezzo nè uomo nè cavallo potrebbe mai passarci sopra. Arrivai al villaggio di Chacao poco dopo che le tende delle barche erano state piantate per la notte. Il terreno in questo contorno è stato grandemente diboscato e vi sono molti tranquilli e pittoreschi recessi nella foresta. Chacao anticamente era il porto principale dell’isola; ma essendosi naufragate molte navi, per le pericolose correnti e per le roccie degli stretti, il Governo spagnuolo incendiò la chiesa ed obbligò così arbitrariamente la maggior parte degli abitanti ad emigrare a San Carlos. Non era molto tempo che ci eravamo riposati, quando il figlio del governatore, coi piedi scalzi, venne a riconoscerci. Vedendo la bandiera inglese sventolare all’albero maestro della iola, chiese colla massima indifferenza se dovesse sventolare sempre a Chacao. In molti luoghi gli abitanti rimanevano meravigliati vedendo venire le barche di una nave da guerra, e speravano e credevano che fossero foriere di una flotta spagnuola che venisse a riconquistare l’isola dal Governo patriotta del Chilì. Tutte le persone di un certo grado però erano state informate della nostra visita e furono sommamente cortesi. Mentre eravamo a cena venne il governatore a visitarci. Era stato tenente colonnello al servizio spagnuolo, ora era sommamente povero. Ci regalò due pecore ed accettò in ricambio due fazzoletti di cotone, alcuni gingilli di similoro ed un po’ di tabacco.

Novembre 25. - Torrenti di pioggia; tuttavia riuscimmo a discender la costa fino a Huapi-lenou. Tutto questo lato orientale di Chiloe ha un aspetto solo: è una pianura rotta da valli e divisa in isolette, e tutto questo è coperto fittamente da una impenetrabile foresta verde-scuro. Sui margini vi sono alcuni spazi diboscati che circondano capanne dal tetto alto.

Novembre 26. - Il giorno spuntò splendidamente sereno. Il vulcano di Osorno mandava fuori nuvoli di fumo. Questa bellissima montagna fatta come un cono perfetto e bianca di neve, sporge fuori nel mezzo delle Cordigliere. Un altro grande vulcano colla cima a mo’ di sella, mandava fuori dal suo immenso cratere piccoli zampilli di vapore. In seguito vedemmo l’alta punta del Corcovado, il quale merita molto bene il nome di el famoso Corcovado. Così potemmo osservare da un solo punto di vista, tre grandi vulcani in attività, ognuno alto circa duemila e cento metri. Oltre questo lontano al sud, si vedevano altre cime elevate e coperte di neve, le quali quantunque non siano in attività debbono pure avere un’origine vulcanica. La linea delle Ande non è in questo contorno tanto elevata come nel Chilì; nè sembra formare una barriera tanto perfetta fra le regioni della terra. Questa grande catena, quantunque si estenda in una linea retta dal nord al sud, appare sempre per un effetto di ottica più o meno incurvata, perchè le linee tirate da ogni punta all’occhio dell’osservatore, necessariamente convergono come i raggi d’un semicircolo, e siccome non era possibile (per la limpidezza dell’atmosfera e la mancanza di oggetti intermedi) di giudicare della lontananza delle cime più discoste esse sembravano collocate in un piano semicircolare.

Sbarcando a mezzogiorno vedemmo una famiglia di puro sangue indiano. Il padre somigliava singolarmente a York Minster ed alcuni dei fanciulli più giovani colla loro pelle rossiccia si sarebbero potuti scambiare per indiani dei Pampas. Tutto quello che ho veduto, mi convinse dell’intimo legame che esiste fra le varie tribù americane, le quali nondimeno parlano linguaggi distinti. Questa comitiva non poteva mettere insieme quattro parole di spagnuolo, e fra loro parlavano la propria lingua. Fa piacere vedere gli indigeni esser giunti allo stesso grado d’incivilimento, per quanto basso esso sia, al quale sono giunti i loro conquistatori bianchi. Procedendo verso il sud vedemmo molti Indiani puri; tutti gli abitanti di alcune isolette conservano i loro sopranomi indiani. Nel censimento del 1832 vi erano in Chiloe e nelle sue dipendenze quarantadue mila anime; la maggior parte sembra fosse di sangue misto. Undicimila di essi conservano il loro sopranome indiano e si dice che mantengano alcune strane cerimonie superstiziose e che pretendano avere comunicazioni col demonio in certe caverne. Anticamente chiunque fosse stato convinto di questo fallo era mandato all’inquisizione a Lima. Molti degli abitanti che non sono compresi negli undicimila coi sopranomi indiani, al loro aspetto non si distinguono dagli Indiani. Gomez, governatore di Lemuy, discende da nobili spagnuoli per ambo i lati; ma pei continui matrimoni cogli indigeni esso è ora un indiano. D’altra parte il governatore di Quinchao si vanta molto del suo sangue spagnuolo conservato puro.

Giungemmo a sera in un grazioso piccolo golfo al nord dell’isola di Caucahue. II popolo qui si lagnava della mancanza di terreno. Questo in parte si deve attribuire alla loro propria negligenza nel diboscare le foreste, ed in parte alle restrizioni del Governo che obbliga prima di vendere anche un pezzettino di terra a pagare 2 franchi e cinquanta centesimi al sopraintendente per misurare ogni quadra (150 metri quadrati), qualunque sia il prezzo fissato pel valore della terra. Dopo l’estimo la terra deve essere messa tre volte all’asta, e se nessuno offre un prezzo maggiore il compratore può averla a quel prezzo. Tutte queste esazioni debbono essere un grave ostacolo al disboscamento del terreno, ove gli abitanti sono tanto poveri. Nella maggior parte dei paesi, le foreste sono tolte via senza grande difficoltà coll’aiuto del fuoco; ma in Chiloe, per la natura umida del clima e per l’indole degli alberi, è necessario prima tagliarli. Questo tiene molto indietro la prosperità futura di Chiloe. Al tempo del governo spagnuolo gli Indiani non potevano possedere terreno; ed una famiglia, dopo aver diboscato un pezzo di terra, poteva essere scacciata e la proprietà veniva ad appartenere al Governo. Le autorità del Chilì compiono ora un atto di giustizia compensando quei poveri Indiani, e dando loro ad ogni uomo, secondo la sua condizione, una data porzione di terra. Il valore attuale del terreno è molto basso. Il governo diede al signor Douglas (attuale sopraintendente, che mi diede tutti questi particolari) otto miglia e mezzo quadrate di foresta presso San Carlos, in cambio di un debito, ed egli lo vendette per 350 dollari, o circa 1800 franchi.

I due giorni susseguenti furono belli, e a notte giungemmo nell’isola di Quinchao. Questo contorno è la parte più coltivata dell’arcipelago; perchè una larga striscia di terra sulla costa dell’isola principale, come pure sopra molte altre più piccole, sono quasi al tutto diboscate. Alcuni di quei poderi parevano pieni di ogni comodità. Era curioso di sapere quale potesse essere la ricchezza di ognuno di questa agente, ma il signor Douglas mi disse che non si può asserire che qualcuno abbia una entrata regolare. È possibile che uno fra i proprietari più ricchi, possa accumulare con una lunga ed industre vita, circa 25.000 franchi; ma se questo avesse luogo, nasconderebbe il tutto in qualche cantuccio segreto, perchè quasi tutte le famiglie hanno l’uso di avere un vaso od una cassa pel danaro, nascosta sotto terra.

Novembre 30. - Domenica mattina di buon’ora giungemmo a Castro, antica capitale di Chiloe, ma ora abbandonata e deserta. Si poteva ancora scorgere la disposizione quadrangolare delle città spagnuole, ma le strade e le piazze erano ricoperte di una bella erba verde sulla quale brucavano le pecore. La chiesa che sta nel mezzo, è al tutto fabbricata di legno, ed ha un aspetto pittoresco e venerabile. Sì può immaginare la povertà di quel luogo da questo fatto, che quantunque contenga alcune centinaia di abitanti, uno della nostra brigata non riuscì a trovar da comperare una libbra di zucchero o un coltello comune. Nessun individuo possedeva un oriuolo; ed un vecchio, il quale si supponeva avesse un’idea giusta del tempo, era incaricato di suonare le campane della chiesa così a caso. L’arrivo delle nostre barche fu un avvenimento in quel remoto angolo del mondo; e quasi tutti gli abitanti scesero sulla spiaggia per vedere piantare le tende. Furono cortesissimi e ci offersero una casa; ed un uomo ci mandò in dono un vaso di sidro. Al dopo pranzo andammo a presentare i nostri rispetti al governatore, vecchio pacifico, il quale nell’aspetto e nel modo di vivere, era di poco superiore ad un contadino inglese. A notte cominciò a piovere dirottamente, ciò che bastò appena ad allontanare dalle nostre tende la folla dei curiosi. Una famiglia indiana, che era venuta per trafficare, in una barca, da Caylen, bivaccava accanto a noi. Non avevano nulla che li riparasse dalla pioggia. Al mattino domandai ad un giovane indiano, bagnato fino alle ossa, come avesse passato la notte. Pareva di buonissimo umore e rispose: «Muy bien, senor».

Dicembre 1. - Partimmo per l’isola di Lemuy. Io desiderava molto di esaminare una reputata miniera di litantrace, che si trovò poi essere lignite di poco valore, nell’arenaria (probabilmente di un’antica epoca terziaria) di cui queste isole sono composte. Quando giungemmo a Lemuy si durò fatica a trovare un luogo per piantare le nostre tende, perchè era l’alta marea, e la terra era boscheggiata fino all’orlo dell’acqua. Poco dopo fummo circondati da una numerosa comitiva di abitanti indiani quasi al tutto puri. Essi furono molto sorpresi del nostro arrivo, e si dicevano fra loro: «Questa è la ragione perchè ultimamente abbiamo visto tanti pappagalli; il Cheucau (un singolare uccellino dal petto rosso, che abita le fitte foreste, e manda suoni particolari), non ha fatto sentire per nulla il suo «fa attenzione». Furono subito volonterosi di fare scambi. Il danaro non valeva quasi nulla, ma la loro avidità pel tabacco aveva qualche cosa di straordinario. Dopo il tabacco veniva subito l’indaco, poi il capsicum, le vecchie vestimenta e la polvere da schioppo. Quest’ultimo articolo era richiesto per uno scopo innocentissimo; ogni parrocchia ha un moschetto pubblico, e hanno bisogno della polvere per far rumore il giorno della festa del santo o di altre feste.

La popolazione vive qui principalmente di conchiglie e di patate. In certe stagioni prendono pure nei corrales, o siepi sott’acqua, molto pesce che rimane sulle sponde melmose quando scende la marea. Posseggono talvolta polli, pecore, capre, maiali, cavalli e bovine; l’ordine in cui sono qui menzionate esprime il loro numero rispettivo. Non vidi mai nulla di più cortese ed umile nei modi di questa popolazione. Cominciavano generalmente per dire che erano poveri indigeni del luogo e non Spagnuoli, e che avevano un gran desiderio di tabacco e di altre piacevolezze. A Caylen isola più meridionale, i marinai comperarono con un po’ di tabacco del valore di tre soldi, due polli, uno dei quali, siccome diceva l’indiano, aveva la pelle fra le dita e si trovò essere una bellissima anatra; e con qualche fazzoletto di cotone di quattro franchi si procurarono tre pecore ed un grosso mazzo di cipolle. La iola in questo luogo venne ancorata un po’ lungi dalla sponda, ed avevamo timore dei ladri nella notte. Il nostro pilota, signor Douglas, in conseguenza disse al commissario di polizia del luogo che egli metteva sempre sentinelle coi fucili carichi e non comprendendo lo spagnuolo, se avesse veduto qualche persona nel buio le avrebbe certamente sparato addosso. Il commissario molto umilmente, riconobbe la giustezza di questa disposizione, e ci promise che nessuno sarebbe uscito di casa lungo la notte.

Durante i quattro giorni susseguenti continuammo a veleggiare al sud. Il profilo generale del paese rimase lo stesso, ma il paese era molto meno abitato. Sulla grande isola di Tanqui non vi era quasi uno spazio diboscato e gli alberi estendevano in ogni parte i loro rami sulla spiaggia del mare. Un giorno osservai alcune belle piante della Gunnera scabra che cresceva sui dirupi della arenaria, e queste piante rassomigliano in certo modo al reobarbaro su grande scala. Gli abitanti mangiano gli steli che sono subacidi, conciano il cuoio colle radici e preparano con essi una tinta nera. La foglia è quasi circolare, ma profondamente intaccata nei suoi margini. Ne misurai una che aveva il diametro di quasi due metri e quaranta centimetri, e quindi non meno di sette metri e venti centimetri di circonferenza! Il gambo è alto quasi un metro ed in ogni pianta sbucciano quattro o cinque di queste enormi foglie, che hanno insieme un aspetto molto grandioso.

Dicembre 6. - Giungemmo a Caylen, chiamata el fin del Cristiandad. Al mattino ci fermammo pochi minuti n una casa all’estremità settentrionale di Laylec, che e l’estremo punto del cristianesimo Sud-Americano, ed era un miserabile tugurio. La latitudine è di 43° 10’, che è due gradi più al sud del Rio Negro sulla costa Atlantica. Questi ultimi cristiani sono poverissimi, e per la loro infelice situazione ci domandarono per carità un po’ di tabacco. Come prova della povertà di questi Indiani, menzionerò che poco prima avevamo incontrato un uomo che aveva viaggiato tre giorni e mezzo a piedi ed aveva da fare altrettanta strada per tornare, e tuttociò onde ricuperare il valore di una piccola scure e di un po’ di pesce. Quanto deve essere difficile vendere il più piccolo oggetto, quando si deve durar tanta fatica per ricuperare un debito tanto piccolo!

A sera giungemmo all’isola di San Pedro, ove trovammo la Beagle all’àncora. Girando la punta, due ufficiali sbarcarono per prendere certe misure col teodolite. Una volpe (Canis fulvipes), di una specie che si dice particolare a questa isola, e rarissima in essa, e che è una nuova specie, stava seduta sulle roccie. Era tanto assorta nell’osservare l’opera degli ufficiali, che potei, andando adagino per di dietro, colpirla sul capo col mio martello da geologo. Questa volpe più curiosa o più scientifica, ma meno astuta della maggior parte delle sue affini, è ora preparata nel Museo della Società zoologica di Londra.

Rimanemmo tre giorni in questo porto, in uno dei quali il capitano Fitz Roy, con una comitiva, cercò di salire sulla cima del San Pedro. Qui i boschi hanno un aspetto diverso da quelli della parte settentrionale dell’isola. La roccia, parimente, essendo il calcare micaceo, non produceva spiaggia, ma i fianchi scoscesi s’immergevano direttamente nell’acqua. In conseguenza l’aspetto generale somigliava più alla Terra del Fuoco che non a Chiloe. Cercammo invano di giungere sulla cima, la foresta era tanto impenetrabile, che chiunque non l’abbia veduta, non può figurarsi una massa tanto intrecciata di tronchi morti e morenti. Son sicuro che sovente per più di dieci minuti i nostri piedi non toccarono il terreno e frequentemente all’altezza di tre o quattro metri sopra di esso, tantochè i marinai per scherzo domandavano le sonde. Altre volte ci trascinavamo uno dietro all’altro sulle mani e sui ginocchi e sotto i tronchi imputriditi. Nella parte più bassa del monte begli alberi di Winter’s Bark ed un lauro simile ad un sassafras con foglie fragranti ed altri, dl cui non conosco il nome, erano intrecciati insieme da un bambù o canna strisciante. Qui rassomigliavamo più a pesci che si dibattono in una rete che non a qualunque altro animale. Nelle parti più alte, gli scopeti sostituivano gli alberi d’alto fusto, con qua e là un cedro rosso od un pino. Mi fece piacere vedere, ad un’altezza di 300 metri il nostro antico amico il faggio meridionale. Era tuttavia stentato e meschino, e credo che quello doveva essere il suo estremo limite settentrionale. Finalmente disperati abbandonammo il tentativo di salire oltre.

Dicembre 10. La iola e la barca baleniera, col signor Sulivan, continuarono la loro esplorazione, ma io rimasi a bordo della Beagle, che l’indomani lasciava San Pedro per dirigersi al sud. Il 13 entrammo in un mare aperto nella parte meridionale di Guayatecas, ossia arcipelago Chonos; e fu una fortuna per noi, perchè l’indomani un uragano, degno della Terra del Fuoco, scoppiò con grande furia. Massi di bianche nuvole si ammucchiavano sul cielo azzurro scuro ed attraverso ad esse venivano rapidamente spinte nere distese di vapore. Le successive catene di monti sembravano scure ombre, ed il sole cadente gettava sulle foreste una luce giallastra, molto simile a quella della fiamma dello spirito di vino. L’acqua era bianca per la spuma ed il vento fischiava in mezzo al cordame. Era uno spettacolo terribile e sublime. Durante pochi minuti vi fu uno splendido arcobaleno, ed era curioso osservare l’effetto della spuma, la quale venendo sulla superficie dell’acqua, mutava il suo consueto semicircolo in un circolo - una fascia di colori prismatici veniva continuata, dai due piedi dell’arco comune attraverso al golfo fino ai fianchi della nave, formando così un anello contorto, ma quasi intiero.

Rimanemmo qui tre giorni. Il cattivo tempo continuò, ma questo non c’importava gran cosa, perchè in queste isole la superficie della terra è al tutto impraticabile. La costa è tanto scoscesa che in qualunque direzione si voglia camminare bisogna continuamente arrampicarsi su e giù sopra acute roccie di mica, in quanto poi ai boschi, i nostri volti e le nostre mani e i nostri stinchi mostrano traccie evidenti dei danni ricevuti pel solo aver tentato di penetrare in quei proibiti recessi.

Dicembre 18. - Continuammo a tenere il mare. Il 20 si diede un addio al sud, e con un buon vento volgemmo la prora della nostra nave al nord. Dal Capo Très Montes viaggiammo piacevolmente lungo l’alta e tempestosa costa, notevole per l’ardito profilo delle sue colline, e la fitta foresta che ricopre anche suoi fianchi quasi a picco. L’indomani venne scoperto un porto, il quale in questa pericolosa costa può essere molto utile a qualche nave in pericolo. Si può riconoscere agevolmente per una collina alta 320 metri, che è ancora più perfettamente conica che non il famoso pan di zucchero di Rio Janeiro. L’indomani dopo di esserci ancorati, riuscii a salire sulla collina. Fu una ardua impresa, perchè i fianchi erano così scoscesi che in alcune parti bisognava servirsi degli alberi come di scale a piuoli. Vi erano pure grandi cespugli di Fuchsie coperti dei loro bei fiori pendenti, ma era difficile passarvi in mezzo. In questi paesi selvaggi fa molto piacere poter giungere alla cima d’una montagna. Vi è una indefinita aspettazione di vedere alcunchè di molto strano, la quale, sebbene sovente rimanga delusa, non manca mai di ritornare ad ogni nuovo tentativo. Tutti debbono conoscere quel senso di trionfo e d’orgoglio che una bella vista veduta dall’alto comunica all’occhio. In questi paesi poco frequentati vi si unisce inoltre una certa vanità in ciò che forse siete il primo uomo che posò il piede su quel picco e ammirò quella vista.

Si prova sempre un forte desiderio d’assicurarsi se un qualche essere umano abbia precedentemente visitato un luogo sconosciuto. Un pezzetto di legno con un chiodo piantato in esso è raccolto e studiato come se fosse coperto di geroglifici. Pieno di questo sentimento, mi destò molto interesse il trovare sopra una parte selvaggia della costa un letto fatto d’erbe sotto una sporgenza di roccia. Accanto ad esso era stato acceso il fuoco ed un uomo aveva adoperato una scure. Il fuoco, il letto, e la situazione mostravano la destrezza d’un indiano, ma non poteva essere stato un indiano perchè questa razza è qui estinta, in conseguenza del desiderio dei cattolici di fare con un colpo solo cristiani e schiavi. Ebbi in quel tempo qualche sospetto che l’uomo solitario, il quale aveva fatto il suo letto in quel luogo selvaggio fosse stato qualche povero naufrago, che, cercando di risalire la costa, si fosse colà giaciuto a passare la sua desolata notte.

Dicembre 28. - Il tempo continuò ad essere molto cattivo, ma ci permise almeno di proseguire la nostra esplorazione. Il tempo ci pareva pesante e lungo, ciò che seguiva sempre quando si andava procrastinando da un giorno all’altro, in seguito ai successivi uragani. A sera venne scoperto un altro porto, nel quale gettammo l’ancora. Subito dopo fu veduto un uomo che sventolava un panno bianco, e venne mandata una barca che portò indietro due marinai. Una brigata di sei era fuggita da una nave baleniera americana, ed erano sbarcati un po’ più al sud in una barchetta che poco dopo rimaneva spezzata sugli scogli. Erano quindici mesi che essi giravano su e giù per la costa, senza sapere qual via prendere, nè in qual luogo si trovassero. Quale singolare fortuna fu la recente scoperta di quel porto! Se questo non fosse seguito essi avrebbero potuto continuare a girare fino a venir vecchi e sarebbero periti su quella costa selvaggia. Le loro sofferenze erano state grandissime ed uno di loro era morto cadendo dagli scogli. Dovevano talora separarsi per andare in cerca di cibo e questo spiegava il letto dell’uomo solitario. Considerando quello che avevano sopportato, trovo che avevano tenuto bene conto del tempo, perchè avevano perduto soltanto quattro giorni.

Dicembre, 30. - Gettammo l’ancora in uno stretto e piccolo seno al piede di alcune alte colline presso l’estremità settentrionale di Très-Montes. L’indomani mattina dopo colazione, una comitiva salì sopra uno di questi monti alto 720 metri. Il paesaggio era notevolissimo. La parte principale della catena si componeva di grandi, solidi, scoscesi massi di granito che sembravano essere contemporanei col principio del mondo. Il granito era ricoperto di mica, e questa nel corso dei secoli si era incavata in strane punte digitiformi. Queste due formazioni tanto differenti nel profilo, concordano però nell’essere quasi prive di vegetazione. Questa nudità faceva ai nostri occhi uno strano effetto, perchè eravamo stati da tanto tempo avvezzi alla vista di una quasi universale foresta di alberi dal fogliame verdescuro. Esaminai con molto piacere la struttura di questi monti. Le alte e complicate catene hanno un aspetto grandioso di durevolezza, senza frutto, però, all’uomo ed a tutti gli altri animali. Pel geologo il granito è un terreno classico; pei suoi vasti confini, e per la sua bella e compatta tessitura, poche roccie sono state più anticamente riconosciute. Il granito ha prodotto forse un numero maggiore di discussioni intorno alla sua origine che non qualunque altra formazione. Generalmente lo vediamo costitutire la roccia fondamentale, e in qualunque modo sia formata, sappiamo che esso è lo strato più profondo della crosta di questo globo cui l’uomo sia giunto. Il limite delle cognizioni umane in qualunque argomento possiede un alto interesse, che forse è accresciuto dalla sua intima vicinanza col regno dell’immaginazione.

Gennaio 1, 1835. - Il nuovo anno è cominciato qui colle cerimonie proprie a queste regioni. Non ci porta false speranze; un forte vento di nord-ovest con pioggia continua comincia il nuovo anno. Grazie a Dio, non siamo destinati a vederne qui la fine, ma speriamo di essere allora nell’oceano Pacifico, ove un azzurro firmamento ci dice che vi è un cielo - un qualche cosa oltre le nuvole che stanno sul nostro capo.

Siccome i venti nord-ovest hanno dominato durante questi quattro giorni, non facemmo che attraversare un grande golfo e gettar l’àncora in un altro porto sicuro. Accompagnai il capitano in barca fino al Capo di un seno profondo. Durante la via il numero di foche che vedemmo fu veramente straordinario; ogni pezzo di roccia piana e molte parti della spiaggia erano coperte di quegli animali. Sembravano essere di umore amorevole, e giacevano ammucchiati insieme, profondamente addormentati, come tanti maiali; ma anche i maiali avrebbero avuto vergogna del loro sudiciume, e del fetore che esalavano. Ogni branco era custodito dagli occhi pazienti, ma malaugurati dell’Urubu. Quest’uccello disgustoso con la sua testa calva e rossa, fatto per sguazzare nell’immondizia, è comunissimo sulla costa occidentale, ed il suo accompagnare le foche mostra quale sia il suo cibo. Trovammo acqua (probabilmente solo quella della superficie) quasi dolce: questa era prodotta dal numero di torrenti che, in forma di cascate, scendono rumoreggiando sulle alte montagne di granito fino al mare. L’acqua dolce attira il pesce, e questo porta molte sterne, gabbiani e due specie di cormorani. Vedemmo pure un paio di bei cigni dal collo nero e parecchie piccole lontre marine, di cui la pelliccia è tanto stimata. Al nostro ritorno, ci divertimmo nuovamente nel vedere l’impeto con cui quella comitiva di foche, vecchie e giovani, si gettarono nell’acqua mentre passava la barca. Non rimasero lungamente sott’acqua, ma alzandosi, ci seguirono col collo teso, mostrando grande curiosità e meraviglia.

Gennaio 7. - Avendo risalito la costa, gettammo l’àncora presso il capo settentrionale dell’arcipelago Chonos, nel porto di Low, ove rimanemmo una settimana. Le isole sono qui, come in Chiloe, composte di un deposito stratificato, molle, littorale; e quindi la vegetazione ne è molto lussureggiante. I boschi scendono fino alla spiaggia, precisamente come i cespugli sempre verdi di una passeggiata. Dal nostro ancoraggio godemmo pure della splendida vista di quattro grandi coni nevosi delle Cordigliere, che comprendono el famoso Corcovado; la stessa catena aveva in questa latitudine tanta poca altezza, che alcune parti di essa apparivano dietro le cime delle circostanti isolette. Trovammo qui una comitiva di cinque uomini di Caylen, el fin del Cristiandad, i quali molto arrischiatamente avevano attraversato nelle loro miserabili barchette, per scopo di pesca, lo spazio di mare aperto che separa Chonos da Chiloe. Probabilissimamente queste isole, fra poco tempo si popoleranno come quelle vicine alla costa di Chiloe.

La patata selvatica cresce in queste isole in grande abbondanza, sul terreno sabbioso conchiglifero vicino alla spiaggia del mare. La pianta più grossa era alta un metro e venti centimetri. In generale i tuberi erano piccoli, ma ne trovai uno di forma ovale, che aveva il diametro di cinque centimetri; rassomigliavano per ogni rispetto alle patate d’Inghilterra e ne avevano lo stesso odore; ma bollite si restringevano molto ed erano acquose ed insipide, ma senza alcun sapore amaro. Certamente sono indigene, di qui; crescono, secondo il signor Low, al sud fino alla latitudine di 50°, e sono chiamate aquinas dai selvaggi indiani di quella parte; gli Indiani di Chiloe, le chiamano con un nome differente. Il prof. Henslow che esaminò gli esemplari secchi che portai in patria, dice che sono le stesse di quelle descritte dal signor Sabine[92] prese a Valparaiso, ma che formano una varietà che da alcuni botanici è stata considerata come specificamente distinta. È notevole che la stessa pianta s’incontri sugli sterili monti del Chilì centrale, ove per oltre sei mesi non cade una goccia di pioggia, e nelle umide foreste di queste isole meridionali.

Nelle parti centrali dell’arcipelago Chonos (latitudine 45°), la foresta ha molto del carattere di quella che sta lungo la costa occidentale, per 600 miglia al sud del Capo Horn. Qui non si trovano le erbe arborescenti di Chiloe; mentre il faggio della Terra del Fuoco cresce ad una bella altezza, e forma una notevole proporzione della foresta, tuttavia non tanto esclusivamente come segue più al sud. Le piante crittogame trovano qui un clima molto più confacente. Nello stretto di Magellano, come osservai prima, il paese sembra troppo freddo ed umido perchè esse possano giungere alla perfezione; ma in queste isole, dentro la foresta, il numero delle specie e la grande abbondanza di muschi, di licheni, e di piccole felci, sono veramente straordinari[93]. Nella Terra del Fuoco gli alberi crescono soltanto sui fianchi delle colline; ogni pezzo di terra piano è invariabilmente coperto da un fitto strato di torba; ma in Chiloe sulla terra piana crescono foreste rigogliosissime. Qui, nell’arcipelago Chonos, la natura del clima rassomiglia molto più a quella della Terra del Fuoco, che non a quella più settentrionale di Chiloe; perchè ogni pezzo di terra piana è coperto di due specie di piante (Astelia pumila e Domatia Magellanica), che entrambe colla loro scomposizione formano un fitto letto di torba elastica.

Nella Terra del Fuoco sopra la regione delle foreste, la prima di queste piante eminentemente gregaria, è l’agente principale della produzione della torba. Nuove foglie si succedono sempre una dopo l’altra intorno al gambo centrale: le più basse si scompongono in breve, e seguendo la radice entro la torba si possono osservare le foglie, mentre conservano il loro posto, passare per ogni stadio di scomposizione, finchè il tutto diviene una massa confusa. L’astelia è accompagnata da alcune altre piante, - qua e là un piccolo rampicante Myrtus (M. mummularia), munito di uno stelo legnoso e di una bacca dolce - un Empetrum (E. rubrum), simile alla nostra erica - un giunco (Juncus grandiflorus), sono quasi le sole piante che crescono su quella umida superficie. Queste piante, sebbene abbiano una intima somiglianza generale colle specie inglesi dello stesso genere, sono differenti. Nelle parti più livellate del paese la superficie torbosa è interrotta da piccole pozzanghere d’acqua, che stanno a varie altezze e sembrano scavate artificialmente. Alcuni piccoli corsi d’acqua, scorrono sotterra, e compiono la disorganizzazione della materia vegetale, e induriscono il tutto.

Il clima delle parti meridionali dell’America sembra particolarmente favorevole alla formazione della torba. Nelle isole Falkland quasi ogni specie di pianta, anche l’erba grossolana che copre tutta la superficie del suolo, si converte in quella sostanza; non vi è guari nessuna posizione che impedisca la sua formazione; alcuni strati hanno la spessezza di tre metri e sessanta centimetri e le parti più basse seccandosi divengono tanto solide, che bruciano con difficoltà. Sebbene ogni pianta concorra a quello scopo, pure nella maggior parte l’Astelia è la più efficace. È un fatto assai singolare, che le cose seguano in modo tanto differente dall’Europa, perchè non vidi in nessun luogo nel Sud America il musco formare colla sua scomposizione la torba. Rispetto al limite settentrionale a cui il clima concede questa sorta di lenta scomposizione necessaria alla sua produzione, credo che in Chiloe (lat. 41° a 42°), quantunque vi sia molto terreno umido, non si presenti torba bene caratterizzata, ma nelle isole Chonos, tre gradi più al sud, abbiamo veduto che è abbondantissima. Sulla costa orientale della Plata (lat. 35°) mi venne detto da un residente spagnuolo, che aveva visitato l’Irlanda, che aveva sovente cercato quella sostanza, ma che non aveva mai potuto trovarne. Mi mostrò come quello che aveva trovato di più somigliante, un terreno nero torboso, tanto compenetrato di radici da permettere una lentissima ed imperfetta combustione.

La zoologia di queste spezzate isolette dell’arcipelago Chonos, è, come si può immaginare, molto povera. Il Myopotamus Coypus (simile ad un castoro, ma colla coda rotonda) è ben noto per la sua bella pelliccia, che è oggetto di traffico in tutti i tributari del La Plata. Qui, però, frequenta esclusivamente l’acqua salsa; fatto medesimo che venne parecchie volte menzionato anche pel grosso rosicante, il Capybara. Una piccola lontra marina è numerosissima. Questo animale non vive esclusivamente di pesce, ma come le foche, trae molto nutrimento da un granchiolino rosso che brulica in banchi presso la superficie dell’acqua. Il signor Bynoe ne vide una nella Terra del Fuoco che mangiava una seppia; e nel Porto di Low, un’altra venne uccisa mentre portava nel suo buco una grossa conchiglia Voluta. In un luogo presi con la trappola un singolare topolino (M. brachiotis), che sembrava comune sopra parecchie di quelle isolette, ma i Chilioti del porto di Low dicevano che non vi si trovava affatto. Quale successione di eventi[94], o quali mutamenti di livello debbono essere venuti in giuoco, per spargere quegli animaletti sopra tutto questo spezzato arcipelago!

In tutte le parti di Chiloe o di Chonos, si incontrano pure stranissimi uccelli, che sono affini e sostituiscono il Turco ed il Tapacolo del Chilì centrale. Uno vien chiamato dagli abitanti Cheucau (Pteroptochus rubecula); frequentano i luoghi più bui e più reconditi delle umide foreste. Talora, quantunque si oda il suo grido proprio vicino, anche guardando attentamente non si può vedere il Cheucau; altre volte, rimanendo bene immobili, l’uccellino dal petto rosso, si accosta fino a pochi passi di distanza nel modo più famigliare. Allora saltella attivamente intorno sulla massa intricata di rami morti colla sua codetta rialzata. I Chilioti hanno del Cheucau un timore superstizioso che si riferisce ai suoi strani e varii gridi. Vi sono tre suoni ben distinti: uno vien chiamato chiduco ed è presagio di bene; un altro, huitreu, che è sommamente sfavorevole; ed un terzo che ho dimenticato. Queste parole sono date per imitare i suoni, e gli indigeni sono in alcune cose assolutamente governati da essi.

Certamente i Chilioti hanno scelto per loro profeta una creaturina ben comica. Una specie affine, ma un po’ più grossa, vien chiamata dagli indigeni Guid-guid (Pteroptochus Tarnii), e dagli Inglesi uccello abbaiatore. Quest’ultimo nome è ben trovato; perchè io sfido chiunque non si creda dapprima sicuro che un qualche cane abbaia in qualche punto della foresta. Precisamente come col cheucau una persona sentirà il latrato proprio vicino, ma invano riuscirà a vedere l’uccello anche battendo i cespugli; altre volte il Guid-guid si accosterà senza timore. Il suo modo di nutrirsi ed i suoi costumi generali sono molto simili a quelli del cheucau.

Sulla costa[95], un piccolo uccello dai colori smorti (Opetiorhynchus Patagonicus), è comunissimo. Si fa notare pei suoi costumi tranquilli; vive costantemente sulla spiaggia del mare come un Piro-piro. Oltre questi uccelli soltanto alcuni pochi altri abitano queste terre spezzate. Nelle mie note descrivo gli strani suoni, che, quantunque si odano frequentemente entro queste buie foreste, tuttavia rompono appena il silenzio generale. Il latrato del Guid-guid, ed il subitaneo whew-whew del cheucau, talora vengono da lontano e talora si odono da vicino; il piccolo reattino nero della Terra del Fuoco unisce talora il suo grido; il rampichino (Oxyurus) segue l’intruso gridando e cinguettando; di tratto, in tratto si vede dardeggiare da un lato all’altro l’uccello mosca, il quale, come un insetto emette il suo acuto ronzio; infine, dalla cima di qualche altissimo albero si ode la nota indistinta, ma melanconica del Pigliamosche tiranno, dal ciuffo bianco (Myiobius). Per la grande preponderanza in moltissimi paesi di certi generi comuni di uccelli, come per esempio le cincie, si riman sorpresi dapprima d’incontrare le forme particolari sopra menzionate, come gli uccelli più comuni di una data località. Nel Chilì centrale si incontrano due di essi, cioè l’Oxyurus ed il Scytalopus, quantunque molto più di rado. Quando s’incontrano, come in questo caso, animali che sembrano avere una parte tanto insignificante nel grande disegno della natura, uno si domanda il perchè siano stati creati. Ma bisogna sempre tenere a mente, che in qualche altro paese essi sono forse membri essenziali della società, o lo sono stati in un periodo più antico. Se l’America meridionale del 37° sprofondasse sotto le acque dell’oceano, questi due uccelli potrebbero continuare ad esistere nel Chilì centrale per un lungo periodo, ma è molto improbabile che il loro numero fosse per aumentare. Noi allora vedremmo un caso che deve inevitabilmente essere seguito per moltissimi animali.

Questi mari meridionali sono frequentati da parecchie specie di Procellarie od uccelli delle tempeste; la specie più grossa, la Procellaria gigantea (quebrantahuesos, o rompiossa degli spagnuoli), è un uccello comune, tanto nei canali interni quanto nell’alto mare. Nei costumi e nel modo di volare ha una intima somiglianza colla diomedea; e come segue nella diomedea, si può osservarla per lo spazio di alcune ore senza vedere di che cosa si nutra. La Procellaria gigantesca è tuttavia un uccello rapace, perchè alcuni ufficiali a porto Sant’Antonio la videro inseguire un tuffetto, che cercava sfuggire tuffandosi e volando, ma continuamente colpito, finì per rimanere ucciso con un colpo sul capo. A porto San Giuliano furon viste queste grandi Procellarie uccidere e divorare i giovani Gabbiani. Una seconda specie (Puffinus cinereus) comune in Europa, al Capo Horn, e sulla costa del Perù, è molto più piccola che non la P. gigantea, ma, come questa, è di color nero sudicio. Generalmente frequenta in grandi stormi i canali interni; non credo di avere mai veduto tanti uccelli insieme di qualunque sorta, come ne vidi una volta di questi dietro l’isola di Chiloe. Centinaia di migliaia volarono in una linea irregolare per parecchie ore di seguito in una stessa direzione. Quando una parte del branco si posava sull’acqua, la superficie di questa diveniva nera, ed il rumore che facevano somigliava a quello di esseri umani che parlassero in distanza.

Vi sono parecchie altre specie di Procellarie, ma non farò menzione che di una sola specie, il Pelacanoides Berardi, che presenta un esempio di quei casi straordinari, di un uccello che appartiene evidentemente ad una famiglia ben distinta, ma tuttavia è, tanto nei costumi quanto nella struttura affine ad una tribù molto diversa. Quest’uccello non abbandona mai i tranquilli canali interni. Quando è disturbato si allontana tuffandosi, e venendo alla superficie spicca collo stesso movimento il volo. Dopo aver volato col veloce moto delle sue brevi ali per uno spazio in linea retta, piomba come se fosse colpito a morte e si tuffa di nuovo. La forma del becco e delle narici, la lunghezza del piede ed anche il colore del piumaggio, dimostrano che quest’uccello è una Procellaria; d’altra parte, le ali brevi e quindi la poca forza pel volo, la forma del corpo e quella della coda, la mancanza di un dito posteriore al piede, l’abitudine del tuffarsi, e la scelta della dimora, fanno dapprima dubitare che egli sia parimente affine alle Alche. Si potrebbe senza dubbio scambiare per un’Alca da lontano quando vola o quando si tuffa e nuota tranquillamente nei canali della Terra del Fuoco.


 
CAPITOLO XIV.
CHILOE E CONCEZIONE; GRANDE TERREMOTO.

San Carlos - Chiloe - Eruzione dell’Osorno, contemporanea a quella dell’Aconcagua e del Coseguina - Cavalcata a Cucao - Foreste impenetrabili - Valdivia - Indiani - Terremoto - Concezione - Grande terremoto - Boccie screpolate - Aspetto delle città più antiche - Il mare nero e bollente - Direzione delle vibrazioni - Ciottoli volanti per l’aria - Grande ondeggiamento del mare - Sollevamento permanente del terreno - Area dei fenomeni vulcanici - Connessione fra le forze di eruzione e quelle di sollevamento - Cause dei terremoti - Lento sollevamento di catene di monti.

Il 15 gennaio partimmo dal porto di Low, e tre giorni dopo gettammo l’àncora per la seconda volta nel golfo di San Carlos in Chiloe. La notte del 19 il vulcano Osorno era in attività; a mezzanotte la sentinella osservò qualche cosa come una grande stella, che andò gradatamente crescendo in mole fino alle tre del mattino, ed allora presentò un magnifico spettacolo. Coll’aiuto del cannocchiale si vedevano oggetti scuri, i quali nel mezzo del grande bagliore di luce rossa, in costante successione, venivano gettati su e ricadevano. La luce era sufficiente per spargere sul mare un lungo riflesso brillante. Grossi massi di materia liquefatta sembravano essere spinti fuori comunemente dai crateri di questa parte delle Cordigliere. Venni assicurato che quando il Corcovado è in eruzione si veggono grossi massi slanciati in su scoppiare nell’aria, assumendo molte forme fantastiche, come alberi; la loro mole deve essere immensa, perchè si possono distinguere dalla collina che sta dietro a San Carlos, che dista non meno di novantatre miglia dal Corcovado. Al mattino il vulcano era divenuto tranquillo.

Fui molto sorpreso sentendo in seguito che l’Aconcagua nel Chilì, 480 miglia al nord, era in attività in quella stessa notte, ed intesi con molta maggior sorpresa, che la grande eruzione del Coseguina (2700 miglia al nord dell’Aconcagua), accompagnata da un terremoto sentito sopra uno spazio di 100 miglia, aveva avuto luogo a sei ore di distanza da quello stesso tempo. Questa coincidenza è tanto più notevole in quanto che il Coseguina è stato in riposo per ventisei anni; e l’Aconcagua rarissimamente mostra segni di attività. È difficile anche congetturare se questa coincidenza fosse accidentale o mostrasse qualche rapporto sotterraneo. Se il Vesuvio, l’Etna e l’Hecla in Islanda, (tutti e tre relativamente più vicini fra loro, che non le punte corrispondenti nel Sud-America) repentinamente scoppiassero in eruzione nella stessa notte, la coincidenza sarebbe considerata come molto notevole; ma la cosa è molto più notevole in questo caso ove i tre spiragli stanno sulla stessa grande catena di monti, ed ove le vaste pianure lungo l’intera costa orientale, e le conchiglie recenti sollevate per lo spazio di più di duemila miglia sulla costa occidentale, mostrano in qual modo uguale e concorde le forze sollevatrici abbiano operato.

Il capitano Fitz Roy desiderando molto che fossero riconosciute alcune posizioni sulla costa esterna di Chiloe, stabilì che il signor King ed io saremmo andati a cavallo a Castro, e di là attraverso l’isola fino alla Cappella di Cucao, situata sulla costa occidentale. Avendo noleggiato i cavalli ed una guida, partimmo al mattino del 22. Non eravamo molto avanti, quando fummo raggiunti da una donna e due bambini che facevano la stessa strada. Ognuno su questa strada opera come chi si incontra con piacere, e qui si può godere del privilegio tanto raro nel Sud-America, di viaggiare senza armi da fuoco. Dapprima il paese non era che una successione di colline e di valli; più vicino a Castro divenne piano. La strada stessa è ben curiosa; è composta in tutta la sua lunghezza, tranne in alcune pochissime parti, di grosse travi di legno, che quando son larghe, sono messe longitudinalmente, quando sono strette sono collocate trasversalmente. In estate la strada non è molto cattiva; ma l’inverno, quando il legno diviene sdrucciolevole per la pioggia, il viaggiare è sommamente difficile. In quel tempo dell’anno, il terreno d’ambo i lati si muta in una palude, e spesso è allagato; quindi è necessario che le travi longitudinali siano tenute giù da piuoli trasversali, che son piantati nella terra da ogni lato. Questi piuoli rendono pericoloso il cadere da cavallo; perchè la probabilità di battere sopra uno di essi non è piccola. È tuttavia notevole come l’uso abbia ammaestrato i cavalli chilioti. Passando sopra punti cattivi ove le travi si sono scostate, essi saltano da una all’altra, quasi colla stessa sveltezza e sicurezza di un cane. La strada dai due lati è cinta di alti alberi di foresta, colle basi intrecciate insieme da canne. Quando per caso si poteva ottenere una lunga vista di questo viale, esso presentava una scena curiosa di regolarità; la bianca linea delle travi ristringendosi nella prospettiva, veniva nascosta dalla cupa foresta, o terminava in un zig-zag che risaliva qualche scoscesa collina.

Quantunque la distanza da San Carlos a Castro non sia che di dodici leghe in linea retta, la formazione di quella strada deve aver costato molta fatica. Mi fu detto che molte persone avevano anticamente perduta la via, volendo attraversare la foresta. Il primo che vi riuscì fu un indiano, il quale si aperse una via in mezzo alle canne in otto giorni, e giunse a San Carlos; ottenne per ricompensa dal Governo spagnuolo un pezzo di terra. Durante l’estate, molti Indiani girano per le foreste, (ma principalmente nelle regioni più elevate, ove i boschi non sono tanto fitti), in cerca di bestiame selvatico che vive delle foglie delle canne e di altri alberi. Fu uno di questi cacciatori che per caso scoperse, alcuni anni or sono, una nave inglese, che si era naufragata sulla costa esterna. La ciurma cominciava a mancar di provviste, e probabilmente, senza l’aiuto di quell’uomo, essa non avrebbe potuto trovare una via in quei boschi quasi impenetrabili. In ogni modo, un marinaio morì dalla stanchezza durante la marcia. Gl’Indiani in quelle escursioni si dirigono col sole; per cui se il tempo nuvoloso dura un certo tratto, non possono più viaggiare.

La giornata era bella ed i numerosi alberi in piena fioritura profumavano l’aria; tuttavia anche questo bastava appena a dissipare l’effetto della malinconica umidità della foresta. Inoltre, i numerosi tronchi morti, ritti come scheletri, non mancano mai di dare a quei boschi primitivi un carattere di solennità, che manca in quelli dei paesi da lungo tempo inciviliti. Poco dopo il tramonto bivaccammo per la notte. La nostra compagna, che era piuttosto bella, apparteneva ad una delle più rispettabili famiglie di Castro; tuttavia cavalcava da uomo, senza calze nè scarpe. Rimasi sorpreso vedendo l’assoluta mancanza di orgoglio dimostrata da essa e da suo fratello. Portavano con essi il loro cibo, ma durante tutti i nostri pasti sedevano guardando il signor King ed io mentre mangiavamo, finchè vergognosi finimmo per dar da mangiare a tutta la brigata. La notte fu serena, e sdraiati sui nostri letti, godevamo la vista (ed è gioia grandissima) delle numerosissime stelle che illuminavano il buio della foresta.

Gennaio 23. - Ci alzammo di buon mattino e giungemmo nella tranquilla e graziosa città di Castro alle due pomeridiane. Il vecchio governatore era morto dopo la nostra ultima visita, ed un chiliano teneva il suo posto. Avevamo una lettera di raccomandazione per don Pedro, che ci fu sommamente cortese ed ospitaliero, e più disinteressato di quello che segua per solito in questa parte del continente. L’indomani don Pedro ci procurò nuovi cavalli e si offerse di accompagnarci. Continuammo la nostra via verso il sud, seguendo generalmente la costa, passammo attraverso parecchie borgate, ognuna delle quali aveva una grande cappella a mo’ di capanna fatta di legno. A Vilipilli, don Pedro chiese una guida al comandante per condurci a Cucao. Il vecchio signore offerse di venire in persona, ma per un pezzo non poteva persuadersi, che due Inglesi desiderassero realmente di andare in un luogo così scartato come Cucao. Eravamo per tal modo accompagnati dai due più grandi signori del paese, come si scorgeva benissimo dai modi dei poveri Indiani verso di loro. A Chonchi attraversammo l’isola, seguendo sentieri intricati e serpeggianti che talora passavano in mezzo a bellissime foreste, e talora attraversavano tratti di terreno diboscato coperto di grano e di patate. Questo paese ondulato e boscheggiato, ed in parte coltivato, mi ricordava le parti più selvagge d’Inghilterra, e quindi aveva per me un aspetto dei più affascinanti. A Vilinco, che sta sulle sponde del lago di Cucao, erano diboscati solo pochi campi, e tutti gli abitanti sembravano essere Indiani. Questo lago è lungo dodici miglia, e corre in direzione da oriente ad occidente. Per circostanze locali, la brezza marina soffia regolarmente durante il giorno e la notte cade. Questo ha dato origine a strane esagerazioni, perchè il fenomeno, come ci venne descritto a San Carlos, era veramente prodigioso.

La strada di Cucao era tanto cattiva che deliberammo d’imbarcarci in una periagua. Il comandante, nel modo più imperativo, ordinò a sei Indiani di prepararsi a spingerci innanzi senza neppure degnarsi di dir loro se sarebbero stati pagati. La periagua è una strana barca, ma la ciurma era ancor più strana. Non credo che sia possibile raccogliere in una barca insieme sei uomini più brutti di quelli. Tuttavia vogavano molto bene e di buon umore. Gli Indiani mandavano grida, simili piuttosto a quelle di un conduttore di maiali quando fa pascolare le sue bestie. Partimmo con un venticello contrario, ma si giunse a Capella de Cucao prima che fosse tardi. Il paese sui due lati del lago era una foresta non interrotta. Nella stessa periagua dove eravamo noi, fu imbarcata una vacca. Fare entrare un animale così grosso in una barchetta sembrava dapprima molto difficile, ma gli Indiani vi riuscirono in un minuto. Portarono la vacca proprio accanto alla barca, che era stata spinta verso di essa, poi le passarono sotto il ventre due remi, le estremità dei quali riposavano sopra il margine della barca e coll’aiuto di queste leve rovesciarono il povero animale colle gambe all’aria in fondo alla barca, e allora lo legarono con funi. A Cucao trovammo un tugurio disabitato (il quale è la residenza del frate quando viene a visitare la cappella), ove avendo acceso il fuoco si cucinò la nostra cena e ce la passammo molto bene.

Il distretto di Cucao è la sola parte abitata di tutta la costa occidentale di Chiloe. Contiene circa 30 o 40 famiglie indiane che sono sparse per quattro o cinque miglia lungo la spiaggia. Sono molto separati da tutto il resto di Chiloe, non hanno quasi nessun commercio tranne talora un po’ d’olio che ricavano dalle foche. Sono vestiti discretamente bene di stoffe fabbricate da essi ed hanno di che mangiare in abbondanza. Tuttavia sembravano scontenti, quantunque fossero tanto umili da far pena a vedere. Questi sentimenti si debbono, credo, attribuire principalmente al modo aspro ed altiero con cui sono trattati dai loro dominatori. I nostri compagni, quantunque tanto cortesi con noi, trattavano i poveri Indiani piuttosto come schiavi che non come uomini liberi. Ordinavano provvisioni ed adoperavano i loro cavalli senza neppure voler dire il prezzo, e invero senza neppur pagare affatto i proprietari. Al mattino essendo rimasti soli con quella povera gente, ci attirammo la loro benevolenza regalando loro matè e sigari. Un pezzo di zucchero bianco venne diviso fra tutti i presenti e venne assaporato con grandissima curiosità. Gl’Indiani terminavano tutte le loro lamentazioni con queste parole: «questo segue perchè siamo poveri Indiani e non sappiamo nulla; ma questo non seguiva quando avevamo un re».

L’indomani dopo colazione, cavalcammo alcune miglia al nord a Punta Huantamò. La strada scorre per una larghissima spiaggia, sulla quale, anche nelle giornate più belle, si frangono fortemente le onde del mare. Mi venne affermato che dopo un forte uragano, si ode la notte il fragore dei marosi anche a Castro, che dista non meno di ventun miglia marine attraverso un paese montuoso e boscheggiato. Durammo una certa difficoltà per giungere alla mèta in seguito ai cattivissimi sentieri; perchè ogni luogo ombroso del terreno diviene in breve una vera palude. La punta stessa è un’alta collina rocciosa. È coperta da una pianta affine, credo, alla Bromelia, e chiamata dagli abitanti Chepones. Nell’arrampicarci sopra quei tratti le nostre mani furono molto graffiate. Mi divertiva molto la precauzione presa dalla nostra guida indiana, di tirarsi su i calzoni, pensando che erano molto più delicati della sua dura pelle. Questa pianta porta un frutto in forma di carciofo nel quale sta riunito un gran numero di vasi da seme. Questi contengono una polpa dolce, piacevole che qui è molto stimata. Ho veduto nel porto di Low i Chiloti fare Chichi o sidro con questo frutto; tanto è vero che, come osservava Humboldt, l’uomo trova quasi in ogni luogo il mezzo di tirare qualche bevanda dal regno vegetale. I selvaggi della Terra del Fuoco, e credo dell’Australia, non sono tanto avanzati nelle arti.

La costa al nord della Punta Huantamò è sommamente scoscesa e rotta, ed è fronteggiata da molti frangenti, sui quali il mare mugge eternamente. II signor King ed io avevamo voglia di ritornare, se fosse stato possibile, a piedi lungo questa costa, ma anche gl’Indiani ci dissero che ciò era al tutto impraticabile. Ci fecero sapere che alcuni uomini erano andati, passando direttamente pei boschi da Cucao a San Carlos, ma non mai dalla costa. In queste spedizioni, gl’Indiani non si portano seco che un po’ di frumento arrostito, e ne mangiano una piccola parte due volte al giorno.

Gennaio 26. - Tornammo ad imbarcarci nella periagua, attraversammo di nuovo il lago, e poi salimmo sui nostri cavalli Tutta la popolazione di Chiloe trasse partito di questa settimana d’insolito bel tempo per diboscare il terreno col fuoco. Si vedevano per ogni direzione salire al cielo nuvoli di fumo. Quantunque gli abitanti fossero così affaccendati a mettere il fuoco in ogni parte del bosco, tuttavia non vidi un sol incendio che fossero riusciti a rendere un po’ esteso. Si pranzò col nostro amico il comandante, e non si giunse a Castro che a notte fatta. L’indomani mattina partimmo di buonissima ora. Dopo aver viaggiato per un certo tempo, avemmo dalla cresta di una scoscesa collina una bella vista (cosa rarissima su quella strada) della grande foresta. Sull’orizzonte di alberi, il vulcano del Corcovado e quello grande dalla cima piatta al nord sporgevano con orgogliosa prevalenza: neppure un’altra punta di tutta la catena mostrava la cima nevosa. Spero che passerà un gran tempo prima che io possa dimenticare quest’ultimo saluto dato alla vista delle magnifiche Cordigliere in faccia a Chiloe. Passammo la notte a ciel sereno e l’indomani mattina giungemmo a San Carlos. Si giunse in buon punto, perchè prima di sera cominciò a piovere dirottamente.

Febbraio 4. - Partimmo da Chiloe. Durante l’ultima settimana feci parecchie escursioni. Una ebbe per scopo di esaminare un grande giacimento di conchiglie attuali alto 100 metri circa sopra il livello del mare; in mezzo a queste conchiglie crescevano grossi alberi di foresta. Un’altra volta andai a cavallo fino a P. Huechucucuy. Io aveva con me una guida che conosceva troppo bene il paese; non si stancava di indicarmi col suo sterminato nome indiano ogni punta, ogni ruscelletto ed ogni seno. Nello stesso modo come nella Terra del Fuoco, il linguaggio indiano sembra molto bene acconcio per dare un nome ad ogni minimo rilievo di terra. Credo che ognuno sarà stato contento di congedarsi da Chiloe; tuttavia se si potesse dimenticare la malinconica e continua pioggia invernale, Chiloe potrebbe essere un’isola piacevole. Vi è qualche cosa di molto attraente nella semplicità e nella umile cortesia di quei poveri abitanti.

Veleggiammo al nord lungo la spiaggia, ma pel tempo burrascoso non si giunse a Valdivia che la notte dell’8. L’indomani mattina, la barca si diresse alla città che dista circa dieci miglia. Seguimmo il corso del fiume, lasciando indietro di tratto in tratto capanne e pezzi di terreno diboscato dalla non interrotta foresta; e talora incontrando qualche barchetta contenente una famiglia indiana. La città è fabbricata sulle basse sponde del fiume, ed è talmente seppellita in un bosco di meli che le strade non sono altro che sentieri di un orto. Non ho mai veduto in nessun altro paese ove i meli sembrino riuscire così bene come in quella parte umida del Sud-America: sull’orlo delle strade vi erano molti giovani alberi evidentemente nati per seminagione spontanea.

In Chiloe gli abitanti hanno una attitudine meravigliosa per fare un orto. Nella parte più bassa di quasi ogni ramo, sporgono alcuni punti piccoli, conici e bruni; questi sono sempre pronti a mutarsi in radici, come si può vedere talora, ove un po’ di fango sia stato incidentalmente spalmato contro l’albero. Sul principio della primavera si sceglie un ramo grosso come la coscia di un uomo, e vien tagliato precisamente sotto un gruppo di questi punti; tutti i rami più piccoli sono potati, ed allora si pone alla profondità di sessanta centimetri circa nella terra. Nell’estate che segue il tronco getta fuori lunghe gemme, e talora anche porta frutta; me ne fu mostrato uno che aveva portato fino a ventitrè mele, ma questo era considerato come fatto piuttosto raro. Nella terza stagione il tronco si muta (come ho veduto io stesso) in un bell’albero, carico di frutta. Un vecchio presso Valdivia illustrava il suo motto Necessidad es la madre del invencion, dando una relazione di varie cose utili che egli aveva fabbricate colle sue mele. Dopo aver fatto il sidro e parimenti il vino, estraeva dai residui un liquore bianco di buonissimo sapore; con altro processo otteneva una sorta di melassa, o, come egli la chiamava, miele. I suoi bambini ed i maiali vivevano, a quanto pare, in quella stagione dell’anno quasi intieramente del prodotto dell’orto.

Febbraio 11. - Andai con una guida a fare una breve gita a cavallo, nella quale, però, non mi fu dato vedere che pochissimo, tanto della geologia del paese quanto degli abitanti. Non vi è molta terra diboscata intorno a Valdivia; dopo aver attraversato un fiume alla distanza di poche miglia, entrammo in una foresta, e non si incontrò che una miserabile capanna, prima di giungere al luogo ove dovevamo passare la notte. La breve differenza di lat., di 150 miglia, ha dato alla foresta un aspetto nuovo, in paragone di quello di Chiloe. Questo proviene da una lieve differenza nella proporzione delle specie degli alberi. I semprevivi non sembrano esser tanto numerosi; e quindi la foresta ha una tinta più brillante. Come in Chiloe, le parti più basse sono intrecciate da canne; qui pure un’altra specie (somigliante al bambù del Brasile ed alta circa sei metri), cresce in ciuffi e serve di ornamento alle sponde di alcuni corsi di acqua in modo molto grazioso. Si è con questa pianta che gl’Indiani si fanno i loro chuzos, o lunghe lancie appuntite. La casa che doveva servirci di ricovero era così sudicia che preferii dormire fuori; in questi viaggi la prima notte è per solito molto sgradevole, perchè non si è avvezzi al solletico ed al morso delle pulci. Son certo che, al mattino, non v’era uno spazio sulle mie gambe largo come uno scellino, che non avesse il suo piccolo segno rosso, ove la pulce aveva mangiato.

Febbraio 12. - Continuammo a cavalcare in mezzo alla foresta intatta; s’incontrava di tratto in tratto solo un indiano a cavallo, o una fila di belle mule che portavano tavole di pini e frumento dalle pianure meridionali. Nel pomeriggio uno dei cavalli s’inginocchiò; eravamo allora sulla cresta d’una collina dalla quale si dominava una bella vista dei Llanos. La vista di quelle aperte pianure rallegrava molto, dopo essere stati circondati e sepolti in un deserto di alberi. L’uniformità della foresta in breve diviene molto pesante. Quella costa occidentale mi ricordò con piacere le libere, sconfinate pianure della Patagonia; tuttavia, per un vero spirito di contraddizione, non poteva dimenticare quanto sublime fosse il silenzio della foresta.

I Llanos sono le parti più fertili e più fittamente popolate del paese poichè posseggono l’immenso vantaggio di essere quasi al tutto libere di alberi. Prima di lasciare la foresta, attraversammo qualche piccola pianura, intorno alla quale sorgevano alberi isolati, come in un parco inglese; ho spesso notato con mia sorpresa che nelle località ondulate coperte di boschi le parti al tutto piane sono mancanti di alberi. Per la stanchezza del cavallo deliberai di fermarmi alla Missione di Cudico, avendo pel frate di essa una lettera di presentazione. Cudico è una località intermedia fra la foresta ed i Llanos. Vi sono molte buone capanne, con campi di frumento e di patate, i quali appartengono quasi tutti agli Indiani. Le tribù dipendenti da Valdivia sono reducidos y cristianos. Gl’Indiani più al nord verso Arauco ed Imperial sono ancora più selvaggi e non sono convertiti; ma tutti hanno molte comunicazioni cogli Spagnuoli. Il frate mi disse che i cristiani Indiani non amavano molto andare a messa, ma che in altre cose dimostravano rispetto per la religione. La maggior difficoltà era quella di far loro osservare le cerimonie del matrimonio. Gli Indiani selvaggi prendono tante mogli quante ne possono mantenere, ed un cacico ne può avere talora più di dieci; entrando nella sua casa, se ne indovina il numero da quello dei fuochi separati. Ogni moglie vive una settimana per volta col cacico; ma tutte sono impiegate a tessere ponchos ecc., per esso. Essere moglie di un cacico è un onore che tutte le donne indiane desiderano.

Gli uomini di tutte quelle tribù portano un grossolano poncho di lana; quelli al sud di Valdivia vestono un paio di calzoni corti, e quelli del nord una sottana, simile al chilipa dei Gauchos. Tutti hanno i loro capelli chiusi in una reticella rossa, ma non portano altro sul capo. Questi Indiani sono uomini di bella statura; hanno zigomi sporgenti, e nell’aspetto generale somigliano alla grande famiglia americana cui appartengono; ma la loro fisonomia mi parve un tantino differente da quella di qualunque altra tribù da me veduta prima. La loro espressione è generalmente grave, ed anche austera, e possiede molto carattere; questo può passare per una ruvidezza onesta o per una orgogliosa risolutezza. I lunghi capelli neri, le fattezze severe e regolarissime, ed il colore bruno, mi ricordavano alla mente i vecchi ritratti di Giacomo I°. Sulla via non incontrammo alcuno che avesse l’umile cortesia tanto universale a Chiloe. Alcuni pronunziavano i loro mari-mari (buon giorno) brevemente, ma la maggior parte non parevano aver voglia di farci nessun saluto. Questa indipendenza di modi può essere una conseguenza delle loro lunghe guerre e delle ripetute vittorie, che essi soli, fra tutte le tribù di America, hanno riportato sopra gli Spagnuoli.

Passai la sera piacevolmente, ciarlando col frate. Era molto cortese ed ospitale, e venendo da Santiago, aveva cercato di avere qualche piccolo comodo. Essendo un uomo un po’ educato, si lamentava dolorosamente per la assoluta mancanza di società. Senza uno zelo religioso particolare, senza affari o imprese, quanto grandemente vien sciupata la vita di quell’uomo! L’indomani, al ritorno, incontrammo sette Indiani dall’aspetto molto selvaggio, fra i quali alcuni erano cacichi che avevano ricevuto allora dal governo del Chilì il loro piccolo assegnamento annuo per essersi mantenuti fedeli. Erano uomini di bell’aspetto, e cavalcavano uno dietro l’altro, con fisonomie molto buie. Un vecchio cacico, che li guidava era, credo, molto più ubbriaco degli altri, perchè pareva molto più accigliato ed arcigno. Poco dopo questi, due Indiani si unirono a noi; venivano da una missione lontana diretti per Valdivia per qualche faccenda legale. Uno era un vecchio di buon umore, ma di cui il volto pieno di grinze pareva piuttosto quello di una vecchia donna che di un uomo. Io donava loro spesso alcuni sigari, e sebbene li accettassero subito, ed anche fossero riconoscenti per questo tuttavia non volevano quasi ringraziarmi. Un indiano chiota si sarebbe levato il cappello, ed avrebbe detto Dios le page! Il viaggio era molto noioso, tanto per le cattive strade, quanto pel numero di grandi alberi caduti, per cui bisognava saltare sopra di essi o scansarli, facendo lunghi giri. Dormimmo in istrada, e l’indomani mattina si giunse a Valdivia, ove continuai la strada a bordo.

Pochi giorni dopo attraversai il golfo con una brigata di ufficiali e si sbarcò presso il forte di Niebla. Il fabbricato era molto rovinato, ed i carri dei cannoni al tutto imputriditi. Il sig. Wickham osservava all’ufficiale comandante, che sarebbe bastato una scarica per farli andare tutti in pezzi. Il poveretto cercando di parer disinvolto, rispose gravemente: «No, son certo, signore, che ne sosterrebbero due!» Gli Spagnuoli debbono avere avuto l’intenzione di rendere quella posizione inespugnabile. Nel mezzo della corte vi è ora un monticello di calcestruzzo che supera in durezza la roccia sulla quale è collocato. Era stato portato dal Chilì ed aveva costato 7000 dollari. Essendo scoppiata la rivoluzione, non venne adoperato per nulla, e quindi rimane ora come monumento della passata grandezza della Spagna.

Io doveva andare ad una casa lontana circa un miglio e mezzo, ma la mia guida mi disse che era impossibile penetrare nel bosco in linea retta. Mi offerse, però di condurmi, seguendo oscure traccie di bestiame, per la via più breve: tuttavia la gita non durò meno di tre ore! Quest’uomo era impiegato a cacciare il bestiame smarrito; nondimeno per quanto conoscesse bene i boschi, poco tempo prima, era rimasto perduto, per due giorni interi, senza aver nulla di che mangiare. Questi fatti possono dare una giusta idea dello stato impraticabile delle foreste di quel paese. Mi venne in mente questa domanda - quanto tempo rimane la traccia di un albero caduto? Quell’uomo me ne mostrò uno che una brigata di realisti fuggiaschi aveva gettato giù quattordici anni fa; e prendendo questo per base di calcolo, credo che un tronco del diametro di quarantacinque centimetri in trent’anni si muterebbe in un mucchio di terra.

Febbraio 20. - Questo giorno è stato memorabile negli annali della Valdivia, pel più terribile terremoto che sia mai stato udito dai più vecchi del paese. Mi trovava per caso sulla spiaggia e mi era sdraiato nel bosco per riposarmi. Il terremoto venne all’improvviso e durò due minuti, ma il tempo sembrò molto più lungo. L’ondeggiamento del terreno era sensibilissimo. Le oscillazioni parvero al mio compagno ed a me venire dall’oriente, mentre altri credettero che venissero dal sud ovest; questo dimostra quanto sia difficile talora riconoscere la direzione delle vibrazioni. Non si durava fatica a rimanere in piedi, ma il movimento mi faceva venire le vertigini; somigliava un poco al cullare di un bastimento in mare, non molto agitato, o meglio al muoversi di una persona che scivola sul ghiaccio sottile che si piega sotto il peso del suo corpo.

Un forte terremoto distrugge in una volta tutte le nostre più antiche associazioni; la terra, vero emblema di solidità, si è mossa sotto i nostri piedi come una crosta sottile sopra un fluido; - lo spazio di un secondo ha destato nella mente una strana idea di non sicurezza, che parecchie ore di riflessione non avrebbero prodotto. Nella foresta, mentre il vento scuoteva alberi, io sentiva solo tremare la terra, ma non vidi nessun altro effetto. Il capitano Fitz Roy ed alcuni ufficiali si trovavano in città durante la scossa, e colà la scena colpiva ancor maggiormente; perchè sebbene le case essendo di legno, non cadessero, erano tuttavia scosse violentemente, ed il legname scricchiolava e si sfregava insieme. La popolazione usciva all’aperto tutta sgomentata. Sono tutte queste cose che producono quel grande terrore del terremoto, provato da tutti quelli che hanno veduto e sentito i suoi effetti. Entro la foresta era uno spettacolo interessantissimo, ma non tanto terribile. Le maree vennero curiosamente alterate. La grande scossa ebbe luogo durante la bassa marea, ed una vecchia che era sulla spiaggia mi disse, che l’acqua saliva molto rapidamente, ma non in grandi onde, fino al punto dell’alta marea, e poi colla stessa rapidità tornava al suo primo livello; ciò che era anche evidente dalla linea di sabbia umida. Questa stessa sorta di rapido, ma tranquillo movimento nella marea, ebbe luogo pochi anni dopo a Chiloe, durante un lieve terremoto, e produsse uno sgomento senza ragione. La sera vi furono altre scosse più deboli, che parvero produrre nel posto correnti complicatissime, ed alcune molto forti.

Marzo 4. - Entrammo nel porto di Concezione. Mentre la nave si avviava all’ancoraggio, sbarcai nell’isola di Quiriquina. Il maggiordomo del podere scese subito giù per narrarmi le terribili notizie del grande terremoto del 20: - «che non v’era più una casa ritta a Concezione od a Taicahuano (il porto); che settanta villaggi erano stati distrutti, e che un grosso maroso aveva quasi spazzato via le ruine di Talcahuano. Di quest’ultimo fatto vidi coi miei occhi prove abbondanti - mentre tutta la costa era sparsa di travi e di mobiglie come se vi fossero naufragate mille navi. Oltre un gran numero di seggiole, di tavole, di scanzie, ecc., vi erano tetti di capanne, stati portati via quasi per intero. I magazzini delle merci di Talcahuano si erano spalancati, e grossi sacchi di cotone, di yerba e di altre merci di valore erano seminati sulla spiaggia. Durante il mio giro intorno all’isola, osservai numerosi pezzi di roccia, che dalle produzioni marine, ad essi aderenti, dovevano essere stati da poco tempo sepolti nell’acqua profonda, ed erano stati portati in alto sulla spiaggia; uno di questi era lungo un metro e ottanta centimetri, largo novanta, e spesso sessanta.

L’isola stessa dimostra chiaramente l’azione prepotente del terremoto, come la spiaggia dimostra quella del susseguente grande maremoto. Il terreno aveva in molte parti fessure in direzione nord e sud, cagionate forse dall’abbassamento delle coste scoscese e parallele di quella stretta isola. Alcuni degli spacchi che erano vicini agli scogli avevano un metro di larghezza. Molti massi enormi sono già caduti sulla spiaggia, e gli abitanti credono che quando comincieranno le pioggie, seguiranno frane ancor maggiori. L’effetto della vibrazione sulla dura roccia primaria, che compone le fondamenta dell’isola, era ancor più curioso; le parti superficiali di alcuni stretti rialzi erano al tutto scheggiati come se fossero saltati in aria per opera della polvere. Questo effetto, reso ancor più evidente dalle recenti spaccature e dal terreno spostato, doveva essere limitato alla superficie, perchè altrimenti non esisterebbe un solo masso di roccia solida in tutto il Chilì; nè questo è improbabile, perchè si sa che la superficie di un corpo vibrante è alterata differentemente dalla parte centrale. Si è, forse, per questa stessa ragione, che i terremoti non cagionano quei terribili rivolgimenti che seguono entro le profonde miniere come si potrebbe aspettare. Credo che questo sconvolgimento abbia avuto maggior effetto nel diminuire la mole dell’isola di Quiriquina, che non il solito su e giù del mare e del tempo durante tutto lo spazio di un secolo.

L’indomani sbarcai a Talcahuano, e dopo andai a cavallo fino a Concezione. Le due città presentavano lo spettacolo più tremendo e più interessante che io mi abbia mai veduto. Ad una persona che le aveva vedute prima, avranno forse fatto maggiore impressione; perchè le rovine erano tanto mescolate insieme, e tutta la scena aveva tanto poco l’aspetto di un luogo abitabile, che non era guari possibile immaginare la sua primiera condizione. Il terremoto cominciò alle undici e mezzo antimeridiane. Se fosse seguìto nel mezzo della notte, il maggior numero degli abitanti (che in questa provincia salgono a molte migliaia) sarebbero periti, invece ne sono morti appena cento; in ogni modo, l’uso invariabile di fuggire all’aperto al primo tremar della terra, fu quello che li salvò. In Concezione ogni casa, o fila di case, stavano ritte come un mucchio od una fila di rovine; ma in Talcahuano, per effetto del grande maremoto non si poteva distinguere altro che uno straterello di mattoni, di tegole, di legnami, con un muro diroccato che sorgeva qua e là. Perciò Concezione, quantunque non tanto compiutamente desolata, era una vista più terribile, e se posso esprimermi così, più pittoresca. La prima scossa fu molto improvvisa. Il maggiordomo a Quiriquina mi disse, che se ne accorse per essere stato gettato per terra col cavallo che montava. Essendosi alzato tornò a cadere. Mi disse pure che alcune vacche le quali stavano ritte sulla spiaggia scoscesa dell’isola, precipitarono nel mare. Il maremoto cagionò la perdita di molto bestiame; in una isola bassa, presso l’entrata del golfo, settanta animali vennero tutti spazzati via dall’acqua e affogati. Si crede generalmente che questo sia stato il più terribile terremoto che si ricordi nel Chilì; ma siccome i terremoti molto forti non vengono che a lunghi intervalli, questo non si può agevolmente sapere; nè credo invero che un terremoto più forte avrebbe prodotto maggior danno, perchè qui la rovina fu ora completa. Un numero sterminato di piccole scosse seguì il grande terremoto, e durante i primi dodici giorni se ne contarono non meno di trecento.

Dopo aver veduto Concezione, non posso capire in qual modo quasi tutti i suoi abitanti si siano salvati senza danno. In molte parti le case caddero all’infuori; formando così nel mezzo delle strade piccoli monticelli di rottami e scorie. Il signor Rouse, console inglese, ci disse che egli asciolveva quando la prima scossa lo avvertì di fuggire. Era giunto appena alla metà del cortile, allorchè un lato della sua casa cadde rumorosamente. Egli conservò tanto sangue freddo da pensare, che se fosse riuscito a salire sulla cima di quella parte che era già caduta, sarebbe stato salvo. Non potendo pel vacillare del terreno stare ritto, si strascinò carpone; ed appena era salito sulla piccola eminenza, l’altra parte della casa cadde, ed i grandi travi si ruppero proprio vicino alla sua testa. Cogli occhi accecati e la bocca soffocata da una nuvola di polvere che offuscava il cielo, riuscì ad uscire nella strada. Siccome una scossa teneva dietro ad un’altra scossa, coll’intervallo di pochi minuti, nessuno osava accostarsi alle sparse rovine, e nessuno sapeva se per avventura i suoi più cari amici o parenti stessero morendo per mancanza di aiuto. Quelli che avevano salvato qualche po’ di roba dovevano custodirla costantemente, perchè i ladri brulicavano, e ad ogni movimento del terreno, con una mano si battevano il petto sclamando: misericordia! e coll’altra cercavano qualche cosa nelle rovine. I tetti di paglia caddero sui fuochi accesi, e le fiamme scoppiarono da tutte le parti. Centinaia di persone si vedevano in piena rovina, e pochi avevano i mezzi per provvedersi il cibo anche per una giornata.

I terremoti bastano da soli a distruggere la prosperità di un paese. Se sotto l’Inghilterra le forze sotterranee ora inerti esercitassero quella potenza, che certissimamente debbono avere esercitato nelle epoche geologiche, quanto sarebbero mutate le condizioni del paese! Che cosa diverrebbero le case maestose, le città fittamente costrutte, le grandi officine, gli eleganti edifici pubblici, e privati? Se il nuovo periodo di sconvolgimento cominciasse per la prima volta con qualche gran terremoto nel cuor della notte, quale terribile strage ne seguirebbe! L’Inghilterra fallirebbe interamente; tutte le carte, tutte le memorie, tutte le relazioni sarebbero da quel momento perdute. Il Governo non potendo più riscuotere le tasse e non potendo mantenere la sua autorità, la mano della violenza e della rapina rimarrebbero senza freno. In ogni grande città seguirebbe la carestia, la peste e la morte le farebbero corteggio.

Poco tempo dopo la scossa, si vide lontano tre o quattro miglia una grande onda, che si accostava nel mezzo del golfo con un profilo liscio; ma lungo la spiaggia rovesciò capanne ed alberi, mentre s’innoltrava con forza irresistibile. All’ingresso del golfo ruppe in una terribile linea di bianchi frangenti, che salirono all’altezza di circa otto metri in linea verticale sopra il punto più alto della marea. La loro forza deve essere stata prodigiosa; perchè nella fortezza un cannone col suo carro, stimato del peso di quattro tonnellate, fu spinto avanti circa 5 metri. Uno schooner venne lanciato tra le rovine a 200 metri circa dalla riva. La prima onda fu seguita da due altre, che ritirandosi portarono via grandissima copia di oggetti natanti. In una parte del golfo, una nave venne spinta in alto a secco sulla spiaggia, fu portata via, poi di nuovo respinta sulla spiaggia e nuovamente trascinata via. In un’altra parte, due grosse navi ancorate vicine l’una all’altra furono fatte girare sopra se stesse, e le loro gomene si ravvolsero con tre giri intorno ad ognuna, sebbene fossero ancorate alla profondità di 100 metri, in pochi minuti furono a secco. La grande onda dovette aver viaggiato lentamente, perchè gli abitanti di Talcahuano ebbero il tempo di fuggire sui colli dietro, la città; ed alcuni marinai si spinsero in alto mare, affidandosi con buon esito alla loro barca, che sarebbe venuta sicuramente sull’onda, qualora questa l’avesse raggiunta prima di essersi rotta. Una vecchia con un fanciullo di quattro o cinque anni, corse in una barca, ma non vi era nessuno per spingerla fuori coi remi, in conseguenza la barca venne rotta in due contro un’àncora; la vecchia si affogò, ma il fanciullo fu ritrovato dopo alcune ore attaccato ai pezzi della barca. Pozzanghere di acqua salata si scorgevano ancora in mezzo alle rovine delle case, ed i bambini, che stavano facendo barchette cogli avanzi dei tavolini e delle seggiole, parevano tanto felici quanto i loro genitori erano desolati. Era tuttavia sommamente interessante osservare, quanto più attivo ed allegro tutto sembrava di quello che si sarebbe potuto aspettare. Si notava con molta verità, che siccome la distruzione era generale, nessun individuo era più umiliato di un altro, o poteva sospettare i propri amici di freddezza - che è il più doloroso effetto della perdita degli averi. Il signor Rouse, ed una grande comitiva che egli aveva per sua bontà preso sotto la sua protezione, vissero per la prima settimana in un giardino sotto piante di mele. Dapprima erano allegri come se fossero stati ad un pic-nic; ma la dirotta pioggia che cadde poco dopo, diede loro molto disturbo, perchè non avevano affatto da ricoverarsi. Nella bellissima relazione del capitano Fitz Roy intorno al terremoto, si dice che due esplosioni, una simile ad una colonna di fumo ed un’altra come il soffio di una grossa balena, furono vedute nel golfo. L’acqua pure sembrava in ebollizione in ogni parte; ed essa «divenne nera ed esalò uno sgradevolissimo odore di zolfo». Queste ultime circostanze furono osservate nel golfo di Valparaiso durante il terremoto del 1822; possono essere attribuite, credo, allo sconvolgersi della melma nel fondo del mare ove si trova molta materia organica in scomposizione. Nel golfo di Callao, durante un giorno di calma, osservai che mentre una nave tirava sù la gomena dal fondo, il suo corso era segnato da una fila di bollicine. La gente bassa di Talcahuano credette che il terremoto fosse stato cagionato da qualche vecchia indiana, che due anni or sono essendo stata offesa chiuse il vulcano di Antuco. Questa sciocca credenza è curiosa, perchè dimostra che l’esperienza ha insegnato loro ad osservare, che esiste un rapporto fra l’azione soppressa dei vulcani ed il vacillare del terreno. Era necessario applicare la magia al punto in cui mancava loro la cognizione della causa e dell’effetto; e questo fu la chiusura dello spiraglio del vulcano. Questa credenza è tanto più singolare in questo caso particolare, perchè, secondo il capitano Fitz Roy, vi è ragione per credere che Antuco sia oggi alterato.

La città di Concezione era fabbricata secondo lo stile consueto spagnuolo, con tutte le strade che corrono ad angolo retto l’una contro l’altra; una serie diretta S.-O. per ovest, e l’altra serie N.-O. per nord. I muri della prima serie resistettero certamente meglio di quelli dell’ultima, quasi tutte le murature furono atterrate verso nord-est. Questi due fatti concordano pienamente coll’idea generale, che le ondulazioni erano venute da sud-ovest; nel quale quartiere si udirono rumori sotterranei; perchè è evidente che i muri che andavano da S.-O. e quelli da N.-E. che presentavano le loro estremità al punto dal quale venivano le ondulazioni, dovevano essere molto meno soggetti a cadere che non quelli che andavano da N.-O. e da S.-E., i quali in tutta la loro lunghezza sono stati nello stesso tempo spinti fuori della perpendicolare; perchè le ondulazioni venendo da S.-O., debbono essersi estese in direzione N.-O. e S.-E., mentre passavano sotto le fondamenta. Questo si può vedere ponendo alcuni libri ritti sopra un tappeto, e poi, secondo il metodo proposto da Michell, imitando le ondulazioni del terremoto, si troverà che cadono più o meno prontamente, secondochè la loro direzione coincide più o meno colla linea delle ondulazioni. Gli spacchi del terreno generalmente, sebbene non uniformemente, si estendevano in una direzione S.-E. e N.-O., e quindi corrispondevano alle linee di ondulazione o di flessione principale. Tenendo a mente tutti questi fatti, che tanto chiaramente indicano la direzione S.-O., come sede principale dello sconvolgimento, è un fatto interessantissimo, che l’isola di Santa Maria situata in quella località, venisse, durante il generale sollevamento del terreno, alzata quasi tre volte di più di qualunque altra parte della costa.

La resistenza differente presentata dalle mura, secondo la loro direzione, fu bene dimostrata nel caso della Cattedrale. Il lato che stava di faccia al N.-E., presentava un grande mucchio di rovine, nel mezzo delle quali le imposte delle porte e masse di legnami stavano sopra, come galleggianti in una corrente. Taluni dei massi angolari di muratura erano di grandi dimensioni; ed essi erano rotolati ad una gran distanza sulla piazza, come frammenti di roccia alla base di qualche alta montagna. Le pareti (in direzione S.-O. e N.-E), sebbene molto rovinate, tuttavia erano ancora in piedi; ma i grandi pilastri (ad angolo retto con esse, e quindi paralleli alle mura che erano cadute) erano in molti casi atterrati, come con uno strumento, e rovesciati per terra. Alcuni ornamenti quadrati sulla cima di questi stessi muri, erano stati smossi dal terremoto in una posizione diagonale. Un fatto consimile venne osservato dopo un terremoto a Valparaiso, in Calabria, ed in altri luoghi, compreso anche in qualche antico tempio greco[96]. Questo spostamento in giro sembra dapprima indicare un movimento vorticoso sotto ogni punto in tal modo scosso; ma questo è sommamente improbabile. Non sarà esso cagionato piuttosto da una tendenza che ha ogni pietra a mettersi in qualche posizione particolare, rispetto alle linee di vibrazione in un modo somigliante fino a un certo punto alle spille messe sopra un foglio di carta che venga poi scosso? Parlando generalmente, gli archivolti delle porte o delle finestre sostennero la scossa molto meglio che non qualunque altra parte dei fabbricati. Nondimeno, un povero vecchio infermo, che soleva, durante le piccole scosse, trascinarsi fino a un certo archivolto, quella volta rimase schiacciato.

Non tenterò di descrivere un po’ particolareggiatamente l’aspetto di Concezione, perchè sento che è al tutto impossibile esprimere le varie impressioni da me provate. Parecchi ufficiali la visitarono prima di me, ma le loro più forti espressioni non hanno potuto dare una idea precisa di quello spettacolo di desolazione. È una cosa dolorosa ed umiliante vedere opere, che hanno costato all’uomo tanto tempo e tanta fatica, crollare in un minuto; tuttavia, la compassione per gli abitanti veniva quasi subito dissipata, per la sorpresa di vedere prodotto in un solo istante uno stato di cose che siamo avvezzi ad attribuire ad una successione di secoli. Secondo me, non abbiamo veduto, dopo aver lasciata l’Inghilterra, nessuna cosa tanto profondamente interessante.

In quasi ogni grande terremoto, le acque vicine al mare si dice siano agitatissime. Lo sconvolgimento sembra generalmente, come nel caso di Concezione, essere stato di due sorta: primo, al momento della scossa, l’acqua gonfia e sale con un movimento dolce sulla spiaggia, e poi si ritira tranquillamente; in secondo luogo, un po’ di tempo dopo, tutta la massa del mare si ritira dalla costa, e poi ritorna in marosi dotati di una forza onnipotente. Il primo movimento sembra essere una conseguenza immediata del terremoto che altera un fluido in modo diverso da un solido, per cui i loro rispettivi livelli sono lievemente disturbati; ma il secondo caso è un fenomeno molto più importante. Durante moltissimi terremoti, e specialmente quelli della costa occidentale dell’America, è certo che il primo grande movimento delle acque è stato un indietreggiamento. Alcuni autori hanno cercato di spiegare questo fatto, supponendo che l’acqua conserva il suo livello, mentre la terra oscilla sussultoriamente; ma certo l’acqua prossima alla terra, anche in una costa piuttosto scoscesa, deve partecipare del movimento del fondo; inoltre come avverte il signor Lyell, simili movimenti del mare o maremoti hanno avuto luogo in isole molto distanti dal punto principale dello sconvolgimento, come fu il caso per Juan Fernandez durante questo terremoto, e per Madera durante il famoso terremoto di Lisbona. Suppongo (ma quest’argomento è molto buio), che un’onda, comunque sia stata prodotta, prima porta l’acqua alla spiaggia, sulla quale si avanza per frangersi: ho osservato che questo segue colle piccole onde fatte dalle palette delle ruote di un piroscafo. È singolare che mentre Talcahuano e Callao (presso Lima), entrambi situati alla punta di grandi golfi poco profondi, hanno sofferto durante ogni forte terremoto dai maremoti, Valparaiso che sta proprio sulla riva di una acqua molto profonda, non è mai stato rovesciato, sebbene abbia sovente sofferto grandissime scosse. Pel fatto che il maremoto non tien dietro immediatamente al terremoto, ma viene talora dopo un intervallo di quasi una mezza ora, e da ciò che certe isole lontane vengono parimente disturbate come le coste vicine alla sede del movimento, sembra che l’onda sorga prima nell’alto mare, e siccome questo fatto è generale, così la cagione deve essere generale; credo che si debba considerare la direzione ove le acque meno sconvolte del profondo oceano raggiungono l’acqua più vicina alla costa, che ha partecipato ai movimenti della terra, come il luogo ove il maremoto si è prima generato; parimente può anche sembrare che la grande onda sia più grande o più piccola, secondo l’estensione di acqua poco profonda che è stata agitata col fondo sul quale stava.

L’effetto più notevole di questo terremoto fu il sollevamento permanente della terra; sarebbe più giusto forse dire che questo ne fu la causa. Non vi può esser dubbio che la terra intorno al golfo di Concezione si sia sollevata di sessanta a novanta centimetri; ma merita nota, che per avere il maremoto obliterato le antiche linee dell’azione delle maree sulle sponde sabbiose inclinate, non ho potuto scoprire la prova di questo fatto, se non dalla concorde testimonianza degli abitanti, i quali mi hanno assicurato che una piccola secca rocciosa, ora scoperta, era prima sommersa nell’acqua. All’isola di Santa Maria (trenta miglia circa lontana) il sollevamento fu ancor più grande; sopra una parte il capitano Fitz Roy trovò strati di mitili imputriditi che aderivano ancora alle roccie, tre metri circa sopra il segno dell’alta marea: gli abitanti andavano prima sotto acqua durante la bassa marea a raccogliere quelle conchiglie. Il sollevamento di questa provincia è particolarmente interessante, per essere stato il teatro di parecchi altri violenti terremoti, e pel gran numero di conchiglie marine sparse sulla terra, all’altezza certa di 180, e credo di 300 metri. A Valparaiso come ho osservato, simili conchiglie si trovano all’altezza di 360 metri; non è guari possibile supporre che questa grande altezza siasi ottenuta per successivi piccoli sollevamenti, come quelli che accompagnarono o cagionarono il terremoto di questo anno, e parimente da un insensibile e lento sollevamento, che certamente procede in alcune parti di quella costa.

L’isola di Juan Fernandez, 360 miglia al N.-E., venne nel tempo del grande terremoto del 20, violentemente scossa, tanto che gli alberi sbattevano gli uni contro gli altri, ed un vulcano scoppiò sotto l’acqua, proprio vicino alla spiaggia; questi fatti sono notevoli perchè quell’isola, durante il terremoto del 1751 fu allora anche più violentemente scossa che non altri luoghi ad una distanza uguale da Concezione, e questo sembra dimostrare qualche sotterranea relazione fra questi due punti. Chiloe, 340 miglia circa al sud di Concezione, sembra essere stata scossa più fortemente che non il distretto intermedio di Valdivia, ove il vulcano di Vilarica fu ora alterato, mentre nelle Cordigliere in faccia a Chiloe, due dei vulcani scoppiarono nello stesso momento in una violenta azione. Questi due vulcani, ed alcuni altri vicini, continuarono lungamente in eruzione, e dieci mesi dopo furono di nuovo alterati da un terremoto a Concezione. Alcuni uomini, che spaccavano legna presso la base di uno di quei vulcani, non sentirono la scossa del 20, quantunque tutta la provincia circostante oscillasse; in questo caso vediamo una eruzione scemare, e prendere il posto del terremoto, come sarebbe accaduto a Concezione, secondo la credenza della bassa gente, se il vulcano di Antuco non fosse stato chiuso per magìa. Due anni e nove mesi dopo, Valdivia e Chiloe furono nuovamente scosse, più violentemente che non il 20, ed una isola nell’arcipelago Chonos si alzò permanentemente più di due metri e quaranta centimetri. Per dare un’idea più chiara della media di quei fenomeni, supporremo (come nei caso dei ghiacciai) che essi abbiano avuto luogo a distanze corrispondenti in Europa; in tal caso la terra del mar del Nord fino al Mediterraneo sarebbe stata violentemente scossa, e nel medesimo tempo, un gran tratto della costa orientale dell’Inghilterra si sarebbe sollevato permanentemente, con alcune altre isole vicine - una serie di vulcani sarebbero entrati in attività sulla costa dell’Olanda, ed una eruzione avrebbe avuto luogo nel fondo del mare, presso la punta settentrionale dell’Irlanda - ed infine gli antichi crateri dell’Alvernia, di Cantal e del Mont d’Or, avrebbero ognuno mandato al cielo una nera colonna di fumo, e sarebbero rimasti lungamente in piena attività. Due anni e nove mesi dopo, la Francia, dal centro fino al canale dell’Inghilterra, sarebbe stata desolata da un terremoto, ed un’isola permanente sarebbe comparsa nel Mediterraneo.

Lo spazio dal disotto del quale il giorno 20 la materia vulcanica venne gettata fuori, è lungo 720 miglia in una linea, e 400 miglia in un’altra linea ad angolo retto colla prima; quindi, secondo ogni probabilità, un lago sotterraneo di lava è qui sparso, che ha un’area quasi grande il doppio del Mar Nero. Dal modo intimo e complicato in cui si dimostrò essere in relazione le forze sollevatrici ed eruttive durante questa serie di fenomeni, possiamo conchiudere con certezza che le forze che sollevano con piccole scosse i continenti e quelle che in periodi successivi spingon fuori materia vulcanica da orifizi aperti, sono identiche. Per molte ragioni, credo che le frequenti scosse della terra in quella linea di costa sono cagionate dallo spezzarsi degli strati, necessariamente conseguenti alla tensione della terra quando è sollevata, ed alla loro iniezione per via delle rocce fluidificate. Questo spezzamento e questa iniezione, dovrebbero formare, se fossero ripetute abbastanza spesso (e sappiamo che i terremoti alterano ripetutamente la stessa area nel medesimo momento), una catena di colline - e l’isola lineare di Santa Maria, che si era alzata di tre volte l’altezza del circostante paese, sembra andar soggetta a questo processo. Credo che l’asse solida di un monte, differisca nel suo modo di formazione da una collina vulcanica, solo in ciò che la roccia fusa è stata ripetutamente iniettata, invece di essere stata ripetutamente spinta fuori. Inoltre, io credo che sia impossibile spiegare la struttura delle grandi catene di monti, come quella delle Cordigliere, ove gli strati, che coprivano l’asse iniettato di roccia plutonica, sono stati spinti sui loro orli lungo parecchie linee parallele e vicine di sollevamento, tranne che supponendo che la roccia dell’asse sia stata ripetutamente iniettata, dopo intervalli sufficientemente lunghi per permettere alle parti superiori o creste di raffreddarsi e solidificarsi, perchè se gli strati fossero stati spinti nelle loro presenti posizioni altamente inclinate, verticali, ed anche inverse, con un solo colpo, le viscere stesse della terra sarebbero uscite fuori, ed invece di vedere assi di monti scoscesi di roccia solidificata sotto una grande pressione, diluvi di lava sarebbero scaturiti da innumerevoli punti sopra ogni linea di elevazione[97].


 
CAPITOLO XV.
PASSAGGIO DELLE CORDIGLIERE.

Valparaiso - Passo del Portillo. - Sagacia delle mule - Torrenti montani - Miniere, come siano state scoperte - Prove del graduato sollevamento delle Cordigliere - Effetti della neve sulle roccie - Struttura geologica delle due principali catene - Loro origine distinta e loro sollevamento - Grande abbassamento - Neve rossa - Venti - Guglie di neve - Atmosfera asciutta e limpida - Elettricità - Pampas - Zoologia dei versanti opposti delle Ande - Locuste - Grosse cimici - Mendoza - Passo dell’Uspallata - Alberi sicilizzati, sepolti mentre crescevano - Ponte Incas - Esagerata difficoltà dei passaggi nei monti – Cumbre - Casuchas - Valparaiso.

Marzo 2, 1835. - Rimanemmo tre giorni a Concezione, poi facemmo vela per Valparaiso. Siccome il vento soffiava dal nord, non giungemmo all’ingresso del porto di Concezione che a notte. Essendo vicinissimi a terra e cominciando a venire una grande nebbia, si gettò l’àncora. Intanto una grossa nave baleniera americana sembrava essere vicina a noi. Sentivamo il capitano Yankee bestemmiare colla sua ciurma perchè stesse zitta mentre egli ascoltava il rumore dei frangenti. Il capitano Fitz Roy lo chiamò, e con voce forte, gli disse di ancorarsi dove si trovava. Quel pover uomo dovette credere che la voce venisse da terra, perchè una confusione di grida si sentì venire ad un tratto dalla nave, mentre ognuno, gridava: «Lasciate andare l’àncora! virate la gomena! ammainate le vele!» Era la cosa più comica del mondo. Se l’equipaggio del bastimento fosse strato composto tutto di capitani e non di ciurma, non vi sarebbe stata una maggiore confusione di ordini. In seguito venimmo a sapere che il pilota tartagliava; credo che tutti gli uomini della ciurma lo aiutassero nel dare i suoi ordini.

L’11 andante si gettò l’àncora a Valparaiso, e due giorni dopo mi misi in viaggio per attraversare le Cordigliere. Mi avviai a Santiago, ove il signor Caldcleugh mi assistè molto gentilmente in ogni cosa nei piccoli preparativi necessari. In questa parte del Chilì vi sono due passaggi attraverso le Ande per andare a Mendoza; l’uno più comune, è quello di Aconcagua o Uspallata, situato un po’ al nord; l’altro detto del Portillo, è al sud, più vicino, ma molto più alto e pericoloso.

Marzo 18. - Ci avviammo pel passo del Portillo. Lasciato Santiago attraversammo la vasta e riarsa pianura sulla quale è collocata quella città, e nel pomeriggio giungemmo al Maypu, uno dei principali fiumi del Chilì. La valle, nel punto ove entra nelle prime Cordigliere, è limitata da ogni lato da altissime e nude montagne, e quantunque non sia larga, è fertilissima. Le numerose casette erano circondate da vigneti e da orti di meli, di nettarine e di peschi, coi rami che si spezzavano sotto il peso di bellissime e mature frutta. La sera giungemmo alla dogana ove il nostro bagaglio fu esaminato. La frontiera del Chilì è custodita meglio dalle Cordigliere che non dalle acque del mare. Sono pochissime le valli che conducono alle catene centrali, ed i monti non sono valicabili in altre parti dagli animali da soma. I doganieri furono molto cortesi, ciò che in parte si deve attribuire al passaporto che il presidente della repubblica mi aveva dato, ma debbo esprimere la mia ammirazione per la cortesia naturale di quasi tutti i Chiliani. In questo caso il contrasto colla stessa classe di uomini in moltissimi altri paesi era fortemente spiccato. Menzionerò qui un aneddoto che in quel tempo mi fece molto piacere; presso Mendoza incontrammo una piccola e grossa negra che inforcava una mula. Aveva un gozzo tanto enorme che non si poteva a meno passandole vicino di fissarla; ma i miei due compagni quasi istantaneamente, per modo di scusa, fecero il saluto consueto del paese togliendosi il cappello. In qual parte d’Europa una persona dell’alta o della bassa classe della società, avrebbe mostrato una cosifatta cortesia, per un povero e miserabile essere di una razza degradata?

Si passò la notte in una capanna. Il nostro modo di viaggiare era deliziosamente indipendente. Nelle parti abitate si comprava un po’ di combustibile, si affittava il pascolo per gli animali, e si poneva il bivacco in un angolo dello stesso campo con essi. Avendo portato una pentola di ferro, si faceva cuocere e si mangiava la nostra cena a ciel sereno, e non avevamo alcun disturbo. I miei compagni erano Mariano Gonzales, che mi aveva accompagnato prima nel Chilì, ed un arriero, colle sue dieci mule ed una madrina. La madrina è un personaggio importantissimo; è una vecchia e forte cavalla con un campanellino al collo; e le mule le tengon dietro, come i bimbi, in qualunque luogo essa vada. L’affetto di questi animali per le loro madrine scansa infiniti scompigli. Se alcuni grandi branchi si allontanano per mangiare in un campo, i mulattieri non hanno altro da fare al mattino che condurre le madrine un po’ in disparte e far risuonare i loro campanelli, e quantunque ve ne siano due o trecento insieme, ogni mula immediatamente conosce il campanello della sua madrina, e viene da essa. È quasi impossibile perdere una vecchia mula; perchè se viene trattenuta per varie ore per forza, essa può colla potenza dell’odorato, come un cane, trovar le traccie dei suoi compagni, o meglio della madrina, perchè, secondo il mulattiere, essa è il principale oggetto della sua affezione. Tuttavia, quel sentimento, non è di natura individuale; perchè credo di avere ragione per asserire che qualunque animale munito di un campanello servirebbe da madrina. In un branco ogni animale porta sopra una strada piana, un carico del peso di 208 chilogrammi, ma in paesi montuosi portano meno di 50 chilogrammi: tuttavia quanto peso portano quegli animali muniti di membra delicate, senza una mole di muscoli proporzionata! La mula mi è sempre parsa un animale molto sorprendente. Che un ibrido abbia maggior ragione, memoria, ostinazione, affetto sociale, facoltà di forza muscolare e lunghezza di vita, che non l’uno e l’altro dei suoi genitori, sembra dimostrare che l’arte ha vinto la natura. Dei nostri dieci animali, sei erano destinati per cavalcatura e quattro per portar carichi, ed ognuno aveva la sua volta. Portavamo con noi buona copia di commestibili, nel caso che fosse caduta neve, perchè la stagione era piuttosto inoltrata per attraversare il Portillo.

Marzo 19. - Quest’oggi si viaggiò fino all’ultima e quindi più alta casa della valle. Il numero degli abitanti s’era fatto più scarso; ma dappertutto ove si poteva portare acqua sulla terra, questa diveniva fertilissima. Tutte le valli principali delle Cordigliere sono caratterizzate per avere, sui due lati, una sorta di terrazza di ciottoli e di sabbia, rozzamente stratificata e generalmente di una notevole spessezza. Evidentemente quelle terrazze si estendevano una volta in tutte le valli, ed erano unite; ed il fondo della valle nel nord del Chilì, ove non vi sono corsi d’acqua, si è lentamente riempito. Su queste terrazze le strade vengono generalmente tracciate, perchè le loro superfici sono liscie e si alzano con una dolce inclinazione sulle valli, quindi, vengono pure agevolmente coltivate colla irrigazione. Si possono seguire fino all’altezza di 2100 a 2700 metri, ove vanno a nascondersi sotto pilastri irregolari di rottami. All’ingresso inferiore delle valli, sono continuamente unite a quelle pianure chiuse (fatte pure di ciottoli) al piede delle Cordigliere principali, che ho descritto in uno dei primi capitoli, come caratteristiche del paesaggio del Chilì, e che sono state senza dubbio depositate quando il mare penetrava nel Chilì, come segue ora per le coste più meridionali. Nessun fatto nella geologia del Sud America, mi destò maggiore interesse di queste terrazze di ciottoli rozzamente stratificate. Esse precisamente somigliano nella composizione alla materia che i torrenti depositerebbero in ogni valle, se qualche causa ponesse ostacolo al loro corso, come per esempio un braccio di mare; ma i torrenti invece di deporre materia, stanno ora costantemente corrodendo tanto la roccia solida quanto i depositi alluvionali, lungo la linea intera di ogni valle principale e laterale. Non è possibile dar qui le ragioni, ma sono convinto che le terrazze di ciottoli furono accumulate, durante la graduata elevazione delle Cordigliere, dai torrenti che deponevano a successivi livelli, i loro detriti all’ingresso dei lunghi e stretti bracci di mare, prima nella parte superiore della valle, poi sempre più in giù, mentre la terra si andava lentamente alzando. Se questo è seguìto così, ed io non posso metterlo in dubbio, la grande e ininterrotta catena delle Cordigliere, invece di essere sorta repentinamente, come è stata fino a poco fa l’opinione generale, ed ancora comune dei geologi, è stata sollevata in massa lentamente, nello stesso modo graduato come le coste dell’Atlantico e del Pacifico si sono alzate durante un periodo recente. Moltissimi fatti nella struttura delle Cordigliere, che hanno rapporto a questo modo di vedere ricevono una semplice spiegazione.

I fiumi che scorrono in queste valli dovrebbero piuttosto esser chiamati torrenti montani. La loro inclinazione è grandissima, e la loro acqua è color di fango. Il fragore che faceva il Maypu, mentre scorreva sopra grossi frammenti arrotondati, somigliava a quello del mare. In mezzo al mormorio delle acque irrompenti, si udiva distintamente il rumore dei ciottoli mentre rotolavano gli uni sugli altri. Questo rumore assordante, si può udire notte e giorno lungo tutto il corso del torrente. Quel suono aveva una eloquente parola pel geologo; le migliaia e migliaia di sassi, i quali, urtando l’uno contro l’altro, facevano quel rumore sordo ed uniforme, si precipitavano tutti in una direzione. Faceva pensare al tempo, ove il minuto che ora fugge via non si può ricuperare. Così seguiva per quei sassi; l’oceano è la loro eternità, ed ogni nota di quella musica selvaggia esprimeva un altro passo verso il loro destino.

Non è possibile che la nostra mente possa comprendere, se non che lentamente ed a fatica, un qualche effetto prodotto da una causa che si ripete tanto sovente, perchè il moltiplicarsi di essa trae seco una idea, non più definita di quella del selvaggio, quando indica i capelli del suo capo. Ogni volta che ho veduto strati di fango, di sabbia e di ciottoli, accumulati per una spessezza di molte migliaia di metri, mi sono sentito inclinato ad esclamare che cause operanti come nei fiumi e nelle spiaggie attuali, non hanno potuto stritolare il terreno e produrre massi cosiffatti. Ma, d’altra parte, quando ascolto il rumore assordante di quei torrenti, e penso che intere razze di animali sono scomparse dalla faccia della terra, e che durante questo intero periodo, notte e giorno, quei ciottoli sono andati rumoreggiando lungo il loro corso, ho esclamato fra me: quali monti, quali continenti possono resistere ad una cosiffatta distruzione?

In questa parte della valle, i monti da ogni lato erano alti da 900 a 1800 o 2400 metri, colle creste arrotondate e i fianchi nudi e scoscesi. Il colore generale della roccia era pavonazzo sbiadito e la stratificazione distintissima. Se il paesaggio non era bello, era notevole e grande. Durante il giorno incontrammo parecchie mandre di bestiame che alcuni uomini conducevano giù dalle valli più alte delle Cordigliere. Questo segno dello appressarsi dell’inverno affrettò i nostri passi, più di quello che era conveniente per fare un po’ di geologia. La casa ove passammo la notte stava al piede di un monte, sulla cima del quale si trovano le miniere di San Pedro di Nolasco. Sir F. Head si meraviglia come siano state scoperte miniere in una posizione tanto straordinaria, come la cima fredda del monte di San Pedro di Nolasco. Prima di tutto, le vene metalliche in questo paese sono generalmente più dure che non gli strati circostanti; quindi, durante il graduato consumarsi delle colline, sporgono sulla superficie del terreno. In secondo luogo, quasi ogni agricoltore, specialmente nelle parti settentrionali del Chilì, conosce qualche cosa dell’aspetto dei minerali metallici. Nelle grandi provincie da miniere di Coquimbo e Copiapò, il legno da ardere è scarsissimo, e gli uomini ne vanno in cerca in ogni collina e valle; ed in tal modo sono state scoperte quasi tutte le più ricche miniere. Chanuncillo, dal quale si è estratto argento nel corso di pochi anni, pel valore di molte migliaia di lire, fu scoperto da un uomo che lanciò un sasso contro il suo somaro carico, ed avendolo sentito molto pesante, lo raccolse e trovò che era argento puro; la vena s’incontrò a poca distanza, sporgente come una cima di metallo. I minatori pure, muniti di uno strumento per scavare, girano sovente la domenica sui monti. Nella parte meridionale del Chilì gli uomini che conducono il bestiame nelle Cordigliere, e che frequentano ogni burrone ove v’ha un po’ di pascolo, sono i consueti scopritori.

Marzo 20. - Mentre salivamo nella valle, la vegetazione, eccettuati, alcuni pochi bei fiori alpestri diveniva sommamente scarsa, e appena si incontrava qualche quadrupede, uccello, o insetto. Gli alti monti, colle cime segnate da qualche macchia di neve, stavano bene separati fra loro; le valli erano piene di un immenso e fitto strato di terreno di alluvione. Le cose che nel paesaggio delle Ande mi colpirono maggiormente, come contrasto colle altre catene di monti che io conosceva, furono le creste piatte che talora si estendono in strette pianure sui due fianchi delle valli - i colori brillanti, principalmente rosso e pavonazzo, delle nude e precipitose colline di porfido - i grandi e continui burroni diritti come muri - gli strati chiaramente divisi che, nei punti ove erano quasi verticali, formavano le pittoresche e selvaggie guglie centrali, ma ove erano meno inclinati componevano i grandi monti massicci delle parti esterne della catena - ed infine i mucchi conici lisci di bei detriti dai brillanti colori, che salivano in un alto angolo dalla base dei monti, talora ad una altezza di oltre 600 metri.

Ho sovente osservato tanto nella Terra del Fuoco quanto fra le Ande, che ove la roccia era coperta durante la maggior parte dell’anno di neve, essa era spezzata in modo straordinario in piccoli frammenti angolosi. Scoresby ha osservato lo stesso fatto allo Spitzberg. Il caso mi è parso piuttosto oscuro; perchè quella parte del monte che è protetta da un manto di neve deve essere meno soggetta a ripetuti e grandi mutamenti di temperatura che qualunque altra parte. Ho talora pensato che la terra e i pezzi di pietre della superficie, non erano forse tanto effettivamente rimossi dal lento sciogliersi della neve[98] quanto dalla pioggia, e quindi che l’apparenza di una più veloce degradazione della roccia solida per opera della neve fosse un errore. Qualunque possa essere la cagione, la quantità di pietra stritolata è sulle Cordigliere grandissima. Talora in primavera, grandi massi di questi detriti scivolano lungo i monti, e coprono le nevi delle valli, formando così ghiacciaie naturali. Passammo a cavallo sopra una di queste, l’altezza della quale era molto al disotto del limite delle nevi perpetue.

Al cader della notte giungemmo ad una singolare pianura a mo’ di bacino, detta la Valle dell’Yeso. Era coperta di una erbetta serica, e godemmo la piacevole vista di una mandra di bovine che pascolavano in mezzo a quei rocciosi deserti. La valle prende il suo nome di Yeso da un grande giacimento, spesso credo almeno 600 metri di gesso bianco, ed in alcune parti al tutto puro. Dormimmo con una brigata di uomini, che stavano colà per caricare le mule di quella sostanza che si adopera per manipolare il vino. Si partì al mattino, 21, e continuammo a seguire il corso del fiume, che era divenuto piccolissimo, finchè arrivammo al piede dell’altura, che separa le acque che scorrono negli oceani Pacifico ed Atlantico. La strada che finora era stata buona con una continua e gradualissima salita ora si mutava in uno scosceso sentiero a zig-zag su per la grande catena, che separa la repubblica del Chilì da quella di Mendoza.

Darò qui un brevissimo cenno della geologia delle varie linee parallele che formano le Cordigliere.

Di queste linee ve ne sono due notevolmente più alte che non le altre; cioè sul lato chiliano, la cima di Peuquenes, che, nel punto ove viene attraversata dalla strada, è alta 3963 metri al disopra del mare, e la cima del Portillo, sul lato di Mendoza, alta 4291 metri. I giacimenti più bassi della cima di Peuquenes, e di varie altre grandi linee all’ovest di essa, sono composte di un grande masso di porfidi, della spessezza di migliaia di metri, che sono venuti fuori come lave sottomarine, alternando con frammenti angolosi e arrotondati delle medesime roccie, spinte fuori dai crateri sottomarini.

Questi massi alterni sono coperti nelle parti centrali da un grande e fitto giacimento di arenaria rossa, di conglomerato e di ardesia associati e passanti in mezzo a prodigiosi giacimenti di gesso. In questi giacimenti superiori s’incontrano conchiglie piuttosto frequentemente; ed appartengono all’incirca al periodo della creta inferiore di Europa. È una vecchia storia, ma non meno perciò meravigliosa, sentire parlare di conchiglie che strisciavano un tempo sul fondo del mare, ed ora stanno a 4200 metri sopra il livello di esso. I giacimenti inferiori in questo grande mucchio di strati sono stati traslocati, cotti, cristallizzati e quasi tutti mescolati assieme, per opera di massi montani di una particolare roccia di soda bianca granitica. L’altra linea principale, cioè quella del Portillo, è di una formazione al tutto differente; consiste sopratutto di grandi guglie nude di un rosso granito potassico, che al basso, lungo il versante occidentale, è coperto di una arenaria, mutata dal calore primitivo in roccia quarzosa. Sul quarzo, riposano giacimenti di un conglomerato della spessezza di migliaia di metri, che è stato sollevato dal granito rosso, e si dirige ad un angolo di 45° verso la linea del Peuquenes. Fui sorpreso di trovare che questo conglomerato era composto in parte di ciottoli, derivati dalle roccie, colle loro conchiglie fossili, della catena del Peuquenes; ed in parte da granito rosso potassico, simile a quello del Portillo. Quindi dobbiamo conchiudere, che le catene del Peuquenes e del Portillo furono entrambe parzialmente sollevate ed esposte alla erosione ed allo spezzamento, quando il conglomerato stava formandosi; ma siccome i giacimenti del conglomerato sono stati spinti ad un angolo di 45° dal granito rosso del Portillo (colla arenaria sottostante cotta da esso), possiamo essere certi, che la maggior parte della iniezione e del sollevamento della linea già parzialmente formata del Portillo, ebbe luogo dopo l’accumulamento del conglomerato, e lungo tempo dopo il sollevamento della cima del Peuquenes. Cosicchè il Portillo, la linea più alta in questa parte delle Cordigliere, non è tanto antica quanto la linea alta del Peuquenes. L’evidenza derivata da una corrente di lava inclinata alla base orientale del Portillo, può essere citata per dimostrare che esso deve una parte della sua grande altezza a sollevamenti di una data ancor più recente. Tenendo conto della sua origine più antica, il granito rosso sembra essere stato iniettato sopra una antica linea preesistente di granito bianco e di pietra micacea. In moltissime parti, forse in tutte le parti delle Cordigliere, si può concludere che ogni linea sia stata formata da ripetuti sollevamenti ed iniezioni, e che parecchie linee parallele sono di età differenti. Solo così possiamo acquistare tempo sufficiente per spiegare la somma di denudamento invero meravigliosa che queste montagne grandi, sebbene recenti comparativamente ad altre, hanno sopportato.

Finalmente, le conchiglie del Peuquenes o catena più antica, dimostrano, come ho osservato prima, che esso si è sollevato di 4200 metri dopo il periodo secondario, che in Europa siamo avvezzi a considerare siccome tutt’altro che antico; ma dacchè quelle conchiglie vivevano in un mare moderatamente profondo, si può dimostrare che l’area ora occupata dalle Cordigliere deve essersi abbassata di molte centinaia di metri - nel Chilì settentrionale fino a 1800 metri - tanto da aver lasciato che la somma degli strati sottomarini si siano alzati sul letto sul quale vivevano le conchiglie. La prova è la stessa di quella colla quale fu dimostrato, che in un periodo più recente di quello in cui vivevano le conchiglie terziarie della Patagonia, vi deve essere stato colà un abbassamento di qualche centinaio di metri, come pure un susseguente sollevamento. Il geologo deve ogni giorno piantarsi per forza nella mente, che nulla, neppure il vento che soffia, è tanto instabile come il livello della crosta di questa terra.

Farò soltanto un’altra osservazione geologica; sebbene la catena del Portillo sia qui più alta che non il Peuquenes, le acque che corrono nelle valli intermedie, scaturiscono da esso. Lo stesso fatto, sopra una scala più grande, è stato osservato nella linea orientale e più alta delle Cordigliere della Bolivia, in mezzo alle quali passano i fiumi; fatti analoghi si notarono in altre parti del mondo. Colla supposizione della susseguente e graduata elevazione della linea del Portillo, questo si può comprendere; perchè una catena di isolette sarebbe dapprima comparsa, e mentre queste stavano alzandosi, le maree debbono sempre avere scavato canali più profondi e più larghi in mezzo di esse. Presentemente, anche negli stretti più remoti della costa della Terra del Fuoco, le correnti nei frangenti trasversali che uniscono i canali longitudinali, sono tanto forti, che in un canale trasversale anche un bastimentino colle vele aperte vien fatto girare su se stesso.

Verso il mezzodì cominciammo la noiosa salita del Peuquenes, e allora per la prima volta provammo una certa difficoltà a respirare. Le mule dovevano fermarsi ogni cinquanta metri e dopo essersi riposati pochi minuti i poveri animali partivano volonterosi spontaneamente. Il respiro affannoso prodotto dall’aria rarefatta vien detto, dai Chiliani puna, ed hanno nozioni ben ridicole intorno alla sua origine. Alcuni dicono: «tutte le acque hanno qui puna»; altri che: «dove v’ha neve, v’ha puna » - e ciò è senza dubbio vero. L’unica sensazione che provai fu un lieve stringimento al capo ed al petto, come quello che si prova lasciando una stanza calda per correre in fretta nell’aria gelata. V’era anche un po’ d’immaginazione in questo; perchè avendo trovate conchiglie fossili sulla cima più alta, dimenticai al tutto nella mia gioia il puna. Certamente la fatica del camminare era sommamente grande, ed il respiro diveniva profondo e faticoso; mi fu detto che nel Potosi (circa a 3900 metri sopra il mare) i forestieri non si avvezzarono al tutto all’aria che dopo un anno intero. Gli abitanti raccomandano tutti le cipolle pel puna; siccome questo vegetale è stato consigliato talora in Europa nelle malattie di petto, è possibile che sia veramente utile - in quanto a me non trovai nulla di meglio delle conchiglie fossili!

Quando fummo a mezza via della salita trovammo una grande comitiva di settanta mule cariche. Era interessante udire le grida selvaggie dei mulattieri, e osservare il lungo nastro degli animali che scendevano; sembravano tanto piccini quanto non si potrebbe dire.

Quando fummo presso alla cima, il vento, come segue generalmente, era impetuoso e freddissimo. Sopra ogni lato della cima dovevano passare sopra larghe fascie di neve perpetua, che furono subito coperte di altra più recente. Quando giunti sulla cresta ci guardammo indietro, ci si presentò una bellissima vista. L’atmosfera splendidamente chiara; il cielo azzurro intenso; le valli profonde; i profili selvaggiamente spezzati; i mucchi di rovine ammassati durante il corso dei secoli; le roccie brillantemente colorite, contrastanti colle tranquille montagne di neve; tutto questo insieme produceva una scena che non si sarebbe potuta immaginare. Nè pianta, nè uccello, tranne alcuni pochi condori che roteavano intorno agli altissimi picchi, e distraevano la mia attenzione dalla massa inanimata. Era contento d’esser solo; mi pareva di stare ad osservare un temporale, o di udire in piena orchestra un coro del Messia.

Trovai sopra alcune macchie di neve il Protoccocus nivalis, o neve rossa, tanto nota per le relazioni dei naviganti artici. La mia attenzione si fermò sopra di essa osservando le impronte delle mule macchiate di rosso pallido, come se i loro zoccoli fossero stati un po’ sanguinolenti. Dapprima credetti che questo derivasse da polvere venuta dai monti circostanti di porfido rosso; perchè per la facoltà di ingrandimento dei cristalli di neve, i gruppi di queste piante microscopiche parevano grosse particelle. La neve era colorita solo ove si era sciolta molto rapidamente, o era stata pesta per caso. Sfregandone un poco sulla carta si otteneva una lieve tinta rosea mista con un po’ di rosso mattone. In seguito ne tolsi via un po’ dalla carta e trovai che si componeva di gruppi di piccole sfere entro cassolette senza colore, ognuna del diametro di 0,0000026.

Il vento sulla cresta del Peuquenes, come ho osservato testè, è generalmente impetuoso e freddissimo: si dice[99] che soffia costantemente dalla parte occidentale o lato del Pacifico. Siccome le osservazioni sono state fatte principalmente in estate, questo vento deve essere una corrente superiore e di ritorno. Il Picco di Teneriffa, con una elevazione minore, e in latit. di 28°, parimenti rientra in una corrente superiore e di ritorno. Dapprima sembra piuttosto sorprendente, che il vento regolare lungo le parti settentrionali del Chilì e della costa del Perù, soffi in una direzione tanto meridionale; ma quando si riflette che le Cordigliere, che vanno in una linea da nord a sud, arrestano come un gran muro, tutta la profondità della corrente atmosferica inferiore, si può agevolmente vedere che il vento regolare deve essere spinto verso il nord, seguendo la linea dei monti, verso le regioni equatoriali, e così perde una parte di quel movimento che altrimenti avrebbe acquistato dalla rotazione della terra. A Mendoza, alle falde orientali delle Ande, si dice che il clima va soggetto a lunghe calme ed a frequenti, sebbene false apparenze di temporali; possiamo immaginare che il vento, venendo da oriente rimane così arrestato dalla linea dei monti, e deve farsi stagnante ed irregolare nei suoi movimenti.

Dopo aver attraversato il Peuquenes, scendemmo in un paese montuoso, intermedio fra due catene principali, e allora si presero le disposizioni per passare la notte. Eravamo ora nella repubblica di Mendoza. L’altezza era forse non minore di 3300 metri, e quindi la vegetazione era scarsissima. La radice di una meschina pianticella ci servì di combustibile, ma faceva un fuoco miserabile, ed il vento era acutamente freddo. Trovandomi oltremodo stanco del cammino del giorno, mi feci il letto più presto possibile, ed andai a dormire. Verso mezzanotte osservai che il cielo si era ad un tratto rannuvolato; svegliai l’arriero per sapere se non vi fosse pericolo di cattivo tempo; ma disse che senza lampi nè tuoni non v’era da temere uragani di neve. Il pericolo è imminente, e la difficoltà di potere sfuggire è grande, per chiunque sia sorpreso dal cattivo tempo in mezzo a due catene. Una certa caverna è il solo luogo per ricoverarsi: il signor Caldcleugh, il quale passò di là nello stesso giorno del mese, fa trattenuto per un certo tempo da una forte nevicata. In questo passaggio non sono state fabbricate, come in quello di Uspallata, Casuchas, o case di ricovero, e quindi in autunno il Portillo è poco frequentato. Osserverò qui che entro le Cordigliere principali non cade mai pioggia, perchè durante l’estate il cielo è sereno e d’inverno non hanno luogo che uragani di neve.

Nel luogo ove passammo la notte, l’acqua necessariamente bolliva, per la minore pressione dell’atmosfera, ad una temperatura più bassa che non in un paese meno elevato; essendo qui il caso opposto di quello del digestore di Papino. Quindi le patate dopo esser rimaste per alcune ore nell’acqua bollente erano quasi dure come prima. La cassaruola venne lasciata sul fuoco tutta la notte e l’indomani mattina fu fatta bollire ancora, tuttavia le patate non erano cotte. Io mi accorsi di questo, udendo i miei due compagni che ne discutevano la cagione; essi avevano concluso semplicemente: «che la maledetta casseruola (che era nuova) non voleva cuocere patate».

Marzo 22. - Dopo aver mangiato la nostra colazione senza patate, si viaggiò in mezzo al tratto intermedio alle falde della catena del Portillo. Nel mezzo dell’estate il bestiame vien portato qui a pascolare; ma gli animali ora erano stati tutti condotti via; anche il maggior numero dei guanacos erano partiti, sapendo bene che se fossero stati sorpresi da una nevicata sarebbero stati presi in una trappola. Avevamo una bellissima vista di una massa di monti chiamati Tupungato, tutti rivestiti di una neve uniforme, nel mezzo della quale vi era una macchia azzurra, senza dubbio un ghiacciaio - fatto rarissimo in quei monti. Ora cominciava una lunga e dura salita, simile a quella del Peuquenes. Alte e coniche colline di granito rosso sorgevano da ogni parte; nelle valli v’erano parecchie grandi distese di neve perpetua. Quelle masse gelate, durante il processo dello scioglimento, sono state in alcune parti convertite in pilastri o colonne[100], le quali siccome erano alte e vicinissime, rendevano difficile il passaggio, alle mule cariche. Sopra una di queste colonne di ghiaccio, un cavallo gelato stava attaccato come sopra un piedistallo, ma colle zampe posteriori diritte all’aria. Suppongo che, quell’animale deve essere caduto col capo all’ingiù in una buca, quando la neve era continua, ed in seguito le parti dei lati debbono essere sparite per lo sciogliersi della neve.

Quando fummo quasi sulla cresta del Portillo, una nube di minute spicole gelate ci ravvolse tutti. Questo fu un vero contrattempo, che continuò tutto il giorno e ci tolse tutta la vista del paesaggio. Il passo prende il suo nome di Portillo, da uno stretto archivolto sulla cima più alta, attraverso il quale passa la strada. Da questo punto, in un giorno sereno, si possono vedere quelle vaste pianure che si estendono senza interruzione fino all’Oceano Atlantico. Scendemmo fino al limite superiore della vegetazione, e si trovò un buon ricovero per la notte sotto grossi frammenti di roccia. Incontrammo colà alcuni viaggiatori che ci fecero ansiose domande intorno allo stato della strada. Poco dopo il tramonto il cielo si rasserenò, e l’effetto fu veramente incantevole. I grandi monti, al chiaro della luna piena sembravano sovrastarci da ogni lato, come sopra un profondo burrone; un mattino, di buonissima ora, osservai lo stesso meraviglioso effetto. Appena disperse le nubi, cominciò a gelare terribilmente; ma siccome non v’era vento, si dormì molto bene.

La maggiore splendidezza della luna e delle stelle a quella altezza, per la perfetta trasparenza della atmosfera, era notevolissima. I viaggiatori avendo osservato quanto sia difficile misurare le altezze e le distanze in mezzo ad altissimi monti, hanno generalmente attribuito questo alla mancanza di oggetti di paragone. Secondo me, questo si deve attribuire quasi tutto alla trasparenza dell’aria che confonde gli oggetti a varie distanze e parimente in parte alla novità di un insolito grado di stanchezza che viene da qualche maggiore sforzo - l’abitudine essendo così opposta all’evidenza dei sensi. Son certo che quella estrema purezza dell’aria dà un carattere particolare al paesaggio, mostrandoci tutti gli oggetti come se fossero posti quasi in un solo piano, come nel disegno di un panorama. La trasparenza è, credo, dovuta allo stato di uguale e grande asciuttezza atmosferica. Questa asciutezza venne dimostrata dal modo in cui gli utensili di legno si ristringevano (di cui mi accorsi pel fastidio che mi diede il mio martello da geologo); per gli articoli di nutrimento, come il pane e lo zucchero, che divennero durissimi, e per la conservazione della pelle e delle parti della carne degli animali che erano morti sulla strada. Alla stessa causa si deve attribuire la singolare agevolezza con cui l’elettricità era eccitata. Il mio giubbettino di flanella, quando veniva sfregato allo oscuro, sembrava come se fosse stato immerso nel fosforo - ogni pelo del dorso di un cane scoppiettava - anche i pannilini e le cinghie di cuoio della sella, quando si prendevano in mano, mandavano scintille.

Marzo 23. - La discesa sul lato orientale delle Cordigliere è molto più breve e più ripida che non sul fianco del Pacifico; in altre parole, i monti sorgono più dirupati dalle pianure che non dal paese alpino del Chilì. Un mare di nuvole piano e brillantemente bianco era steso sotto i nostri piedi, e ci chiudeva la vista dei Pampas parimente piani. Entrammo subito nella striscia di nuvole, e per quel giorno non uscimmo affatto da essa. Verso il mezzodì, avendo trovato pascolo per gli animali e cespugli per far fuoco a Los Arenales, ci fermammo per passare la notte. Questo luogo era vicino al limite più alto dei cespugli e l’elevazione, suppongo, era tra 2100 a 2400 metri.

Rimasi molto colpito dalla notevole differenza che esiste fra la vegetazione di queste valli orientali e di quelle del versante chiliano; tuttavia il clima come pure la natura del terreno è quasi la stessa, e la differenza di longitudine non ha importanza. La stessa osservazione vale pei quadrupedi ed in un grado minore per gli uccelli e gl’insetti. Posso citare il topo, di cui ottenni sedici specie sulle spiaggie dell’Atlantico, e cinque su quelle del Pacifico, e nessuna di esse era identica. Dobbiamo eccettuare tutte quelle specie, che consuetamente o per caso frequentano le alte montagne, e certi uccelli, che si estendono al sud fino allo stretto di Magellano. Questo fatto concorda perfettamente colla storia geologica delle Ande; perchè quei monti hanno esistito come una grande barriera, dacchè le presenti razze di animali sono comparse; e perciò, a meno di supporre che le stesse specie siano state create in due luoghi differenti, non dobbiamo aspettarci nessuna più intima somiglianza tra gli esseri organici dei versanti opposti delle Ande, che non fra quelli delle sponde opposte dell’Oceano. Nei due casi, dobbiamo lasciare in disparte quelle specie che hanno potuto varcare la barriera, sia di roccia solida come di acqua salsa[101].

Un gran numero delle piante e degli animali erano assolutamente gli stessi o molto strettamente affini a quelli della Patagonia. Abbiamo qui l’Aguti, la Viscaccia, tre specie di Armadilli, lo Struzzo, certe specie di pernici ed altri uccelli, nessuno dei quali è mai stato veduto nel Chilì, ma sono animali caratteristici delle pianure deserte della Patagonia. Abbiamo pure molti degli stessi (per chi non è botanico) cespugli spinosi meschini, la stessa erba appassita, e le stesse piante nane. Anche i neri scarafaggi che strisciavano lentamente erano somigliantissimi, ed alcuni, credo, dopo un severo esame, assolutamente identici. Fu per me molto spiacevole di essere stato obbligato di abbandonare il progetto di risalire il fiume Santa Cruz, prima di giungere ai monti; io aveva avuto sempre una speranza latente di incontrare qualche grande mutamento nel profilo del paese; ma ora son certo che sarebbe stato come attraversare le pianure della Patagonia in una salita montuosa.

Marzo 24. - Di buon mattino salii sopra un monte a fianco della valle, e godetti di una estesa veduta dei Pampas. Era questo uno spettacolo che io aveva sempre sperato dovesse essere interessantissimo, ma rimasi molto deluso; a prima vista somigliava assai ad una veduta lontana dell’Oceano, ma nelle parti settentrionali si distinguevano subito molte irregolarità. I profili più notevoli consistevano nei fiumi, i quali, stando di faccia al sole nascente, brillavano come nastri d’argento, finchè si perdevano nell’immensità della distanza. A mezzogiorno si scese la valle, e giungemmo ad una capanna; ove un ufficiale e tre soldati erano incaricati di esaminare i passaporti. Uno di quegli nomini era un vero indiano dei Pampas; tenuto colà piuttosto per fare l’ufficio di cane da caccia, onde scoprire le traccie di qualunque persona volesse passare segretamente, a piedi o a cavallo. Alcuni anni or sono, un viaggiatore cercò di passare inosservato, facendo un lungo giro sopra un monte vicino; ma quest’indiano, avendo per caso attraversato la sua traccia, la seguì per tutto il giorno sopra colline asciutte e sassose, finchè alla fine raggiunse la sua preda nascosta in una gola. Udimmo qui che le nuvole argentine che avevamo ammirato nella regione superiore, avevano versato torrenti di pioggia. La valle a quel punto andava gradatamente allargandosi, e le colline divenivano semplici monticelli, rosi dalle acque, a petto dei giganti che stavano loro dietro; poi si espandeva in una pianura di ciottoli dal dolce pendio, coperta di alberi bassi e di cespugli. Questa scarpa, quantunque apparisse stretta, doveva avere quasi dieci miglia di larghezza, prima di fondersi col livello apparentemente piano dei Pampas. Lasciammo dietro di noi la sola casa di questo contorno, l’Estancia del Chaquaio; al tramonto scendemmo nel primo angolo venuto e passammo colà la notte.

Marzo 25. - La vista del disco del sole nascente interrotto da un orizzonte piano come quello dell’oceano mi rammentò i Pampas di Buenos Ayres. Durante la notte cadde una gran rugiada, fatto che non s’incontrò nelle Cordigliere. La strada per un certo tratto si dirigeva ad oriente attraverso una bassa palude; poi incontrata l’asciutta pianura, volgeva a settentrione verso Mendoza. La distanza è di due lunghi giorni di viaggio. Il primo giorno fu di quattordici leghe fino ad Estacado, ed il secondo diciassette fino a Luxan, presso Mendoza. Tutta la distanza è sopra una pianura deserta, con al più due o tre case. Il sole era potentissimo, ed il viaggio privo di ogni interesse. Vi era pochissima acqua in quella traversìa, e nel nostro secondo giorno di viaggio trovammo solo una piccola pozzanghera. Dai monti scorre poca acqua, e subito viene assorbita dal terreno asciutto e poroso; per modo che, quantunque si viaggiasse per un tratto di dieci o quindici miglia dalla catena esterna delle Cordigliere, non s’incontrò neppure una sola corrente. In molte parti il terreno era incrostato di una efflorescenza salina; quindi avevamo le stesse piante amanti del sale, che sono comuni presso Bahia Blanca. Il paesaggio ha un carattere uniforme dallo stretto di Magellano lungo la costa orientale della Patagonia, fino al Rio Colorado; e sembra che la stessa sorta di paese si estenda entro terra da questo fiume, in una linea ondeggiante fino a San Luis, e forse anche più al nord. Ad oriente di questa linea curva sta il bacino delle pianure comparativamente umide e verdi di Buenos Ayres. Le sterili pianure di Mendoza e della Patagonia son fatte di un giacimento di ghiaia, accumulato e lisciato dalle acque del mare, mentre i Pampas, coperti di cardoni, di cedrangola e di erba, sono state formate dall’antico estuario melmoso del Plata.

Dopo i nostri due giorni di noioso viaggio, rallegrava l’occhio il vedere da lontano le file di pioppi e di salici che crescono intorno al villaggio ed al fiume di Luxan. Un po’ prima di giungere a quel luogo, osservammo a mezzodì una nuvola frastagliata color rossiccio bruno scuro. Dapprima pensammo che fosse il fumo di qualche grande incendio sulle pianure; ma in breve ci accorgemmo che era una nube di locuste. Volavano verso il nord; ed aiutate da un lieve venticello, ci raggiunsero a ragione di dieci o quindici miglia all’ora. Tutto lo sciame riempiva l’aria da un’altezza di sei metri, a quella, secondo l’apparenza, di ottocento a mille metri sopra il terreno «ed il suono delle loro ali era come il suono dei carri di battaglia tirati da cavalli»; o piuttosto, secondo me, come un forte vento quando passa in mezzo ai cordami di una nave. Il cielo, veduto attraverso l’antiguardia, sembrava come una incisione a mezza tinta, ma il corpo principale non lasciava vedere oltre; tuttavia, non erano tanto fitte insieme da non poter sfuggire ad una bacchetta mossa avanti e indietro. Quando si posavano, erano più numerose delle foglie del campo e la superficie diveniva rossiccia invece di esser verde: lo sciame essendosi una volta posato, gli individui volavano da un lato all’altro in tutte le direzioni. Le locuste non sono un flagello insolito per questo paese; digià durante questa stagione, vari altri sciami più piccoli erano venuti dal sud, ove, come segue a quanto pare in tutte le altre parti del mondo, si erano riprodotte nei deserti. I poveri campagnuoli tentavano invano accendendo fuochi, mandando alte grida, scuotendo rami, di impedire l’aggressione. Questa specie di locusta è affinissima e forse identica al famoso Gryllus migratorius dell’Oriente.

Attraversammo il Luxan, fiume di notevole mole, sebbene il suo corso verso la costa marina sia imperfettamente noto; anzi è molto dubbio, se passando sulle pianure, non si svapori e si perda. Si passò la notte nel villaggio di Luxan, che è un piccolo luogo circondato di giardini, e forma il distretto coltivato più meridionale della provincia di Mendoza; esso dista cinque leghe dalla capitale. La notte fui aggredito (perchè non si può dir meno) dalla Benchuca, una specie di Reduvius, la grossa cimice nera dei Pampas. Fa molto ribrezzo sentirsi correre sul corpo insetti molli senza ali, lunghi circa venticinque millimetri. Prima di pungere sono sottilissimi, ma dopo vengono rotondi e pieni di sangue, e in quello stato si possono schiacciare agevolmente. Uno che presi ad Iquique (perchè si trovano nel Chilì e nel Perù), era al tutto vuoto. Quando veniva posto sopra una tavola, e quantunque questa fosse attorniata di gente, se gli veniva presentato un dito, il coraggioso insetto sporgeva fuori immediatamente il suo pungiglione, si faceva avanti, e se si lasciava fare, suggeva il sangue. La ferita non recava nessun dolore. Era curioso osservare il suo corpo durante l’atto del succhiare, perchè in meno di dieci minuti da una creatura piatta come un’ostia si mutava in una forma globulare. Questo festino, del quale la benchuca andava debitrice ad uno degli ufficiali, la mantenne grassa per quattro interi mesi; ma, dopo la prima quindicina, era pronta a ricominciare a succhiare.

Marzo 27.- Continuammo il nostro viaggio verso Mendoza. Il paese è benissimo coltivato e rassomiglia al Chilì. Questo contorno è celebre per le sue frutta, e certamente nulla poteva parere più rigoglioso dei vigneti e degli orti di fichi, di peschi e di olivi. Comprammo alcuni cocomeri grossi quasi due volte come il capo di un uomo, deliziosamente freschi e saporiti, pel prezzo di un soldo l’uno, e pel valore di sei soldi una mezza carretta di pesche. La parte chiusa e coltivata di questa provincia è piccolissima; è poco più di quella che avevamo attraversato fra Luxan e la capitale. La terra, come nel Chilì, deve al tutto la sua fertilità alla irrigazione artificiale; ed è invero meraviglioso osservare quanto straordinariamente fertile diviene un tratto di terra aridissimo.

Rimanemmo il giorno seguente a Mendoza. La prosperità del luogo è molto scemata in questi ultimi anni. Gli abitanti dicono «basta per vivere, ma non si può arricchire». Le classi inferiori hanno i costumi infingardi e inquieti dei Gauchos dei Pampas; i loro vestiti, le bardature dei loro cavalli, ed il modo di vivere sono quasi gli stessi. Secondo me la città ha un aspetto stupido e derelitto. Nè i tanti vantati alameda, nè il paesaggio, si può affatto comparare a quello di Santiago; ma per coloro che vengono da Buenos Ayres, e che hanno attraversato allora i monotoni Pampas, i giardini e gli orti debbono parere deliziosissimi. Sir F. Head, parlando degli abitanti, dice: «Pranzano, e fa tanto caldo che vanno a letto - e che cosa potrebbero fare di meglio?» Io pure sono del parere di sir F. Head: la felicità degli abitanti di Mendoza è di mangiare, dormire, e stare in ozio.

Marzo 29. - Ci mettemmo in via per tornare al Chilì, pel passo di Uspallata collocato al nord di Mendoza. Dovemmo attraversare una lunga sterilissima traversìa di quindici leghe. In alcune parti il terreno era al tutto nudo, in altre era coperto da innumerevoli cactus nani, armati di terribili spine, e chiamate dagli abitanti leoncini. Vi erano pure alcuni pochi bassi cespugli. Quantunque la pianura sia quasi mille metri al di sopra del mare, il sole era caldissimo; ed il calore, come pure le nuvole di polvere impalpabile, rendevano il viaggiare sommamente molesto. Il nostro cammino durante il giorno era quasi parallelo alle Cordigliere, ma gradatamente ci accostavamo ad esse. Prima del tramonto si entrò in una delle larghe valli, o meglio golfi, che si aprono nella pianura; questa in breve si ristringeva in un burrone, ove un po’ più in su era situata la casa di Villa Vicencio. Siccome avevamo cavalcato tutto il giorno senza una goccia di acqua, le mule e noi eravamo tormentati dalla sete, e scoprimmo con molto piacere una sorgente che scende nella valle. Era curioso osservare quanto gradatamente l’acqua appariva: sulla pianura la corrente era al tutto asciutta; ma man mano andava facendosi più umida; poi apparivano pozzanghere di acqua; queste si riunivano subito; ed alla Villa Vicencio era divenuta un bel ruscelletto.

Marzo 30. - Il solitario tugurio che porta il nome sonoro di Villa Vicencio, è stato menzionato da ogni viaggiatore che ha attraversato le Ande. Rimasi colà e nelle miniere vicine durante i due giorni susseguenti. La geologia del contorno è curiosissima. La catena dell’Uspallata è separata dalle Cordigliere principali da una lunga e stretta pianura o bacino, simile a quelli tanto spesso menzionati nel Chilì, ma più alta, essendo a duemila metri sopra il mare. Questa catena ha quasi la stessa posizione geografica rispetto alle Cordigliere, della linea del gigantesco Portillo, ma è di una origine al tutto differente; è fatta di varie sorta di lava sottomarina, alternantesi con arenarie vulcaniche ed altri notevoli depositi di sedimento, e tutta la massa ha una strettissima somiglianza con alcuni dei giacimenti terziari delle spiaggie del Pacifico. Da questa somiglianza io mi aspettava di trovare legno silicizzato, generalmente caratteristico di quelle formazioni. Fui soddisfatto in modo straordinarissimo. Nella parte centrale della catena, ad una elevazione di circa duemilacento metri, osservai sopra un nudo rialzo alcune colonne sporgenti bianche di neve. Erano quelle alberi pietrificati, undici erano silicizzati, e da trenta a quaranta convertiti in uno spato calcare bianco, grossolanamente cristallizzato. Erano rotti repentinamente ed i tronchi ritti sporgevano alcuni piedi sopra il terreno. I tronchi misuravano una circonferenza di novanta centimetri a un metro e cinquanta centimetri. Stavano un po’ discosti l’uno dall’altro, ma tutto l’insieme formava un gruppo. Il signor Roberto Brown ha avuto la bontà di esaminare il legno; egli dice che appartiene alla tribù degli abeti, e partecipa del carattere della famiglia Araucariana, ma con alcuni punti di affinità col tasso. La arenaria vulcanica, nella quale gli alberi erano incorporati, e dalla parte inferiore della quale essi debbono essere nati, si era accumulata in successivi strati sottili intorno ai loro tronchi, e la pietra conservava ancora l’impronta della corteccia.

Ci voleva un po’ di pratica geologica per interpretare la storia meravigliosa che questa scena svolgeva ad un tempo; tuttavia confesso che dapprima rimasi tanto attonito da non potere quasi credere alla più chiara evidenza. Io vedeva il luogo ove un gruppo di begli alberi facevano ondeggiare i loro rami sulle spiaggie dell’Atlantico, quando quell’Oceano (ora ritiratosi di settecento miglia) veniva fino ai piedi delle Ande. Io vedeva che erano venuti su da un suolo vulcanico, il quale erasi sollevato sul livello del mare, che in seguito questa terra asciutta, coi suoi ritti alberi, si era affondata nelle profondità dell’Oceano. In quelle profondità, la prima terra asciutta era stata ricoperta da strati sedimentari, e questi pure da enormi correnti di lava sottomarina, di cui ogni massa raggiungeva lo spessore di 300 metri; e questi diluvii di pietra fissa e di depositi acquei erano venuti alternativamente sparsi per cinque volte. L’Oceano che riceveva masse di tale spessezza, doveva essere stato sommamente profondo; ma le forze sotterranee nuovamente si misero in azione, ed io ora vedeva il letto di quell’oceano, formante una catena di monti alta più di duemila e cento metri. Nè quelle forze contrarie sono state inerti, mentre sono sempre operose, consumando la superficie della terra; grandi massi di strati sono stati divisi da molte larghe valli, e gli alberi, ora mutati in silice, vennero scoperti e sporgono dal terreno vulcanico conversi ora in roccie nel luogo dove anticamente verdi e rigogliosi sollevavano le loro altissime cime. Presentemente ogni cosa è senza vita e deserta; anche i licheni non possono aderire ai tronchi pietrosi degli antichi alberi. Per quanto grandi e appena comprensibili possano sembrare cosifatti mutamenti, essi sono tuttavia seguiti durante un periodo recente comparato alla storia delle Cordigliere; e la catena stessa delle Cordigliere è assolutamente moderna a petto di molti strati fossiliferi d’Europa e d’America.

Aprile 1. - Attraversammo la catena di Uspallata, e la notte dormimmo nella dogana, l’unico posto abitato di quella pianura. Poco prima di aver lasciato i monti, godemmo di una vista veramente straordinaria; le roccie di sedimento, rosse, pavonazze, verdi e bianche, alternantesi colle lave nere, stavano spezzate e sparse disordinatamente in mezzo a massi di porfido di ogni sfumatura di colore, dal bruno scuro fino al lilla più brillante. Era la prima vista che io avessi mai veduto, che somigliasse realmente a quelle belle sezioni che i geologi fanno dell’interno della terra.

L’indomani attraversammo la pianura, e seguimmo il corso dello stesso grande torrente montano che scorre presso Luxan. Qui era un torrente furioso, impossibile da guadare, e sembrava più grande che non nella pianura, come era il caso del ruscelletto di Villa Vicencio. La sera del giorno susseguente, giungemmo al Rio de las Vacas, che viene considerato come il corso d’acqua peggiore da attraversare di tutte le Cordigliere. Siccome tutti questi fiumi hanno un corso rapido e breve, e son formati dallo scioglimento delle nevi, l’ora del giorno fa una notevole differenza nel loro volume. La sera il torrente è fangoso e pieno, ma verso l’alba diviene più chiaro e molto meno impetuoso. Osservammo questo fatto nel Rio Vacas, ed al mattino lo attraversammo senza grande difficoltà.

Il paesaggio era stato fino a quel punto molto poco interessante, a petto di quello del passo del Portillo. Non si poteva vedere gran cosa oltre le nude pareti della grande e piana valle, che la strada segue fino alla più alta cima. La valle ed i grandi monti rocciosi sono sommamente sterili: durante le due notti precedenti le povere mule non avevan avuto assolutamente nulla da mangiare, perchè tranne alcuni pochi bassi cespugli resinosi non si vedeva quasi una pianta. In quel giorno attraversammo alcuni dei passi peggiori delle Cordigliere, ma il loro pericolo è stato molto esagerato. Mi era stato detto che se avessi voluto passare a piedi, mi sarebbero venute le vertigini, e che non vi era posto per smontare; ma io non ho veduto un punto ove una persona non potesse andare avanti, indietro, o scendere dalla sua mula da ogni lato. Aveva attraversato uno dei passi più cattivi chiamato las Animas, e fino al giorno dopo non seppi che fosse uno dei punti più spaventevolmente pericolosi. Senza dubbio vi sono molte parti in cui se la mula inciampasse, il cavaliere sarebbe rovesciato in un grande precipizio; ma questo è poco probabile. Veramente, in primavera, le laderas o strade che si formano ogni anno in mezzo ai mucchi di detriti franati, sono cattivissime; ma da quello che vidi, credo che pericolo vero ve ne sia poco. Per le mule di trasporto il caso è un po’ diverso, perchè i carichi sporgono tanto infuori, che gli animali urtandosi alle volte l’uno contro l’altro, o contro una punta di roccia, perdono l’equilibrio e precipitano nell’abisso. Credo bene che l’attraversare fiumi costi una gran fatica; in questa stagione ciò non era molto difficile, ma in estate la cosa diviene rischiosa. Posso immaginarmi benissimo, come descrive sir F. Head, le differenti espressioni di coloro che hanno passato il golfo, e di quelli che stanno passandolo. Non ho mai sentito che nessun uomo siasi annegato, ma questo segue frequentemente per le mule cariche. L’arriero vi dice di mettere la vostra mula sulla strada buona e poi lasciarla attraversare come le piace; le mule da trasporto prendono una strada cattiva e spesso ai perdono.

Aprile 4. - Dal Rio de las Vacas al Puente dell’Incas, vi è una mezza giornata di viaggio. Siccome vi era pascolo per le mule e geologia per me, ci preparammo a passar qui la notte. Quando si sente parlare di un ponte naturale, uno si figura qualche profondo e stretto burrone, in mezzo al quale sia caduto un grosso masso di roccia; oppure un grande arco scavato come la vòlta di una caverna. Invece di questo, il ponte dell’Incas è fatto di una crosta di selce stratificata, cementata, insieme dai depositi delle sorgenti calde vicine. Sembra che la corrente abbia scavato un canale da un lato, lasciando un orlo sporgente, che fu incontrato dalla terra e dalle pietre che cadevano giù dal dirupo opposto. Certamente un congiungimento obliquo, come suol essere in questo caso, era distintissimo sopra un lato. Il ponte degli Incas non è per nulla degno dei grandi monarchi di cui porta il nome.

Aprile 5. - Abbiamo avuto un lungo giorno di viaggio attraverso la catena centrale, dal ponte Incas alle Oyos dell’Agua, che sono situati presso la casucha più bassa sul pendio Chiliano. Queste casucha sono torricelle rotonde, con tanti gradini esterni che vanno fino al terreno, che è rialzato alcuni piedi dal suolo per la caduta delle nevi. Sono in numero di otto, e sotto il governo spagnuolo erano durante l’inverno ben provviste di commestibili e di carbone, ed ogni corriere aveva una chiave di esse. Ora non servono che come caverne, o meglio fortezze. Collocate sopra qualche piccola eminenza, non sono però male adatte alla scena di desolazione che le circonda. La salita a ghirigori del Cumbre, o la divisione delle acque fu molto ripida e noiosa; la sua altezza, secondo il signor Pentland, è di 3636 metri. La strada non passa sopra nevi perpetue, sebbene vi siano alcune distese di essa in ambo i lati. Il vento sulla cima era freddissimo, ma non si poteva a meno di non fermarsi per alcuni minuti ad ammirare sempre di più il colore del cielo e la splendida trasparenza dell’atmosfera. Il paesaggio era grandioso; ad occidente vi era un bel caos di monti, divisi da profondi burroni. In generale cade neve prima di questo periodo della stagione, ed è anche accaduto che le cordigliere siano state rinchiuse in questo tempo. Noi fummo molto più fortunati. Il cielo di notte e di giorno era senza nuvole, tranne alcune piccole masse di vapore, che sovrastano le più alte cime. Ho veduto sovente queste isolette nel cielo, che segnavano la posizione delle Cordigliere, quando quei monti per la grande lontananza si trovavano nascosti sotto l’orizzonte.

Aprile 6. - Al mattino trovammo che qualche ladro aveva rubato una delle nostre mule e la campanella della madrina. Perciò non procedemmo che per due o tre miglia scendendo la valle, e rimanemmo colà il giorno seguente, sperando di ritrovare la mula, che l’arriero credeva fosse stata nascosta in qualche burrone. In questa parte il paesaggio aveva assunto un carattere chiliano; i lati più bassi dei monti, sparsi del pallido fogliame del sempre verde Quillay, e del grande cactus a foggia di candelabro, sono certamente più degni di ammirazione che non le nude valli orientali; ma io non posso concordare al tutto con alcuni viaggiatori nell’ammirazione da essi espressa. Il grande piacere, credo che derivi principalmente dalla prospettiva di un buon fuoco e di una buona cena, dopo di essere usciti dalle fredde regioni superiori; e certamente io partecipava di tutto cuore a questi sentimenti.

Aprile 8. - Lasciammo la valle di Aconcagua, dalla quale eravamo discesi, e la sera giungemmo ad una casetta presso la villa di Santa Rosa. La fertilità della pianura era deliziosa; l’autunno essendo avanzato, le foglie di molti alberi fruttiferi stavano cadendo; e dei campagnuoli, alcuni stavano seccando fichi e pesche sui tetti delle loro capanne, mentre altri vendemmiavano le uve dei loro vigneti. Era una scena graziosissima; ma a me mancava quella calma pensierosa che rende l’autunno d’Inghilterra veramente la sera dell’anno. Il 10 giungemmo a Santiago, ove fui ricevuto molto cortesemente ed ospitalmente dal signor Caldcleugh. Spesi nella mia escursione soltanto ventiquattro giorni, e non aveva mai provato tanta soddisfazione in un eguale spazio di tempo. Alcuni giorni dopo tornai alla casa del signor Corfield in Valparaiso.


 
CAPITOLO XVI.
CHILI’ SETTENTRIONALE E PERU’.

Strada costale a Coquimbo - Grandi pesi portati dai minatori - Coquimbo - Terremoto - Altipiani a gradinate - Mancanza di depositi recenti - Contemporaneità delle formazioni terziarie - Escursione risalendo la valle - Strada per Guasco - Deserti - Valle di Copiapò - Pioggia e terremoti - Idrofobia - Il Despoblado - Rovine indiane - Probabile mutamento di clima - Letto di fiume inarcato per via di un terremoto - Uragani di vento freddo - Rumori da una collina - Iquique - Alluvione salsa - Nitrato di soda - Lima - Paese insalubre - Rovine di Callao, distrutta da un terremoto - Recente abbassamento - Conchiglie sollevate sul San Lorenzo, loro scomposizione - Pianure con conchiglie e frammenti di stoviglie incorporati nel terreno - Antichità della razza indiana.

Aprile 27. - Partii per un viaggio a Coquimbo e quindi per Guasco a Copiapò, ove il capitano Fitz Roy gentilmente mi offerse di riprendermi nella Beagle. La distanza in linea retta lungo la sponda settentrionale è soltanto di 420 miglia; ma il mio modo di viaggiare la allungava di molto. Comperai quattro cavalli e due mule, le ultime per portare alternativamente i bagagli. I sei animali non costarono tutti insieme che 525 franchi, ed a Copiapò li vendetti di nuovo per 475 franchi. Viaggiammo nello stesso modo indipendente di prima, cucinando i nostri pasti, e dormendo all’aria aperta. Mentre si andava verso il Viño del Mar, diedi un’ultima occhiata a Valparaiso, e ne ammirai l’aspetto pittoresco. Per scopo di geologia feci una deviazione dalla strada maestra al piede del monte Campana di Quillola. Passammo in mezzo ad una regione alluviale ricca d’oro, fino al contorno di Limache, ove si passò la notte. La ricerca dell’oro somministra di che vivere agli abitanti di moltissime capanne sparse lungo le sponde di ogni ruscelletto; ma come quelli di cui il guadagno è incerto, essi sono molto prodighi e quindi poveri.

Aprile 28. - Giungemmo nel pomeriggio ad una capanna al piede del monte Campana. Gli abitanti erano liberi proprietari, ciocchè non è molto insolito nel Chilì. Vivevano del prodotto di un giardino e di un campicello, ma erano poverissimi. Il capitale è qui così scarso, che la popolazione è obbligata a vendere il grano verde sul campo, onde comperare il necessario per l’anno venturo. In conseguenza il frumento era più caro nel luogo ove si produceva che non a Valparaiso ove dimorano i compratori. L’indomani riprendemmo la strada maestra di Coquimbo. Nella notte vi fu una leggiera pioggia; questa era la prima acqua che cadeva dopo le forti pioggie dell’11 e 12 settembre, che mi avevano tenuto prigioniero ai bagni di Cauquenes. L’intervallo era di sette mesi e mezzo; ma quest’anno la pioggia era nel Chilì piuttosto in ritardo. Le Ande lontane erano allora coperte di una fitta massa di neve: e la vista ne era stupenda.

Maggio 2. - La strada continuava a seguire la costa, non molto lontana dal mare. I pochi alberi e cespugli che sono comuni nel Chilì centrale diminuiscono rapidamente di numero, e sono sostituiti da una alta pianta somigliante nell’aspetto in certo modo alla Yucca. La superficie del paese era sopra una piccola scala notevolmente rotta ed irregolare, mentre piccole punte di roccia sorgevano da strette pianure o bacini. La costa frastagliata ed il fondo del mare vicino cosparso di scogli sott’acqua, presenterebbero, se fossero convertiti in terra asciutta, forme simili, e cosifatta conversione ha dovuto aver luogo senza dubbio nella parte ove noi passavamo a cavallo.

Maggio 3. - Da Quilimari a Conchalee il paese andava divenendo sempre più sterile. Nelle valli vi era appena acqua per potere irrigare, e la terra intermedia era al tutto nuda e non somministrava neppure di che mangiare alle capre. In primavera, dopo le pioggie dell’inverno, cresce rapidamente un’erba sottile, ed allora il bestiame vien fatto scendere dalle Cordigliere per pascolare un po’ di tempo. È curioso osservare come i semi dell’erba e delle altre piante sembrano adattarsi, come per una abitudine acquistata, alla quantità di pioggia che cade sulle differenti parti di quella costa. Un acquazzone più al nord a Copiapò produce un effetto sulla vegetazione tanto grande quanto due a Guasco, e quanto tre o quattro in questo distretto. A Valparaiso un inverno tanto asciutto da recar danno ai pascoli, produrrebbe a Guasco una abbondanza molto insolita. Procedendo verso il nord, la quantità di pioggia non sembra diminuire in stretta proporzione colla latitudine. A Conchalee, che è distante solo 67 miglia al nord di Valparaiso, la pioggia non si aspetta fino alla fine di maggio; mentre a Valparaiso comincia a piovere generalmente al principio di aprile; anche la quantità annua che cade è piccola in proporzione della tarda stagione in cui comincia.

Maggio 4. - Avendo trovato che la strada costale era priva al tutto di qualunque interesse, ci volgemmo in dentro verso il distretto pieno di miniere e la valle di Illapel. Questa valle, simile a qualunque altra del Chilì, è piana, larga e fertilissima; da ogni lato è limitata da dirupi di selci stratificate o da monti rocciosi sterili. Sopra la linea retta del fosso superiore di irrigazione, tutto è bruno come sopra una strada maestra, mentre sotto ogni cosa è di un bel verde, per le distese di alfarfa, sorta di cedrangola. Continuammo verso Los Hornos, altro paese di miniere, ove la collina principale era forata da buchi, come un grande nido di formiche. I minatori chiliani sono pei loro costumi una singolare razza di uomini. Vivendo per alcune settimane nei luoghi più deserti, quando i giorni di festa scendono nei villaggi, non v’ha eccesso o stravaganza cui non si abbandonino. Talvolta guadagnano una grossa somma, e allora, come fanno i marinai del loro danaro, essi cercano il mezzo più spiccio per poterla scialacquare. Bevono all’eccesso, comprano un numero sterminato di vestiti, ed in pochi giorni tornano senza un soldo nei loro miserabili tugurii, per lavorare peggio di animali da soma. Questa spensieratezza, come quella dei marinai, è evidentemente l’effetto di un consimile tenore di vita. Il loro cibo giornaliero è assicurato, e non acquistano nessuna abitudine di risparmio; inoltre, la tentazione e le occasioni per cedere ad esso sono nello stesso tempo in loro potere. D’altra parte, nella Cornovaglia ed in alcune altre parti d’Inghilterra, ove si suol vendere una parte della vena, i minatori, essendo obbligati ad operare e pensare da sè, sono una classe di uomini singolarmente intelligenti e di buona condotta. Il vestiario del minatore chiliano è singolare e piuttosto pittoresco. Porta una lunghissima camicia di un panno grossolano scuro, con un grembiale di cuoio; tutto questo tenuto intorno alla vita da una cintura di colori vivaci. I pantaloni sono larghissimi, ed il berretto di panno rosso è fatto per tener stretto il capo. Incontrammo una brigata di questi minatori in pieno costume, che portavano il corpo di uno dei loro compagni alla sepoltura. Camminavano con passo svelto, e quattro uomini portavano la salma. Una quadriglia, dopo aver corso il più presto possibile per duecento metri, veniva rilevata da un’altra che prima aveva preceduto il convoglio a cavallo. Così andavano essi incoraggiandosi con grida selvagge; tutta quella scena formava un funerale molto strano.

Continuammo la nostra via verso il nord in una linea a zig-zag; fermandoci talora un giorno per fare un po’ di geologia. Il paese era così poco abitato, e il sentiero tanto poco segnato, che spesso avevamo difficoltà a trovare la nostra strada. Il 12 mi fermai in alcune miniere. In quel caso il minerale non era considerato particolarmente buono, ma essendo molto abbondante, si supponeva che la miniera avrebbe potuto vendersi per 30 o 40 mila dollari (vale a dire per 150 mila o 200 mila franchi); tuttavia è stata comprata da uno della Società inglese per una oncia d’oro (85 franchi). Il minerale è una pirite gialla, che, come ho già osservato, prima dell’arrivo dell’inglese, non si supponeva contenesse pur una particella di rame. Sopra una scala di guadagni quasi tanto grandi quanto nel caso sopra riferito, si compravano mucchi di rottami pieni di minutissimi globetti di rame; tuttavia, malgrado questi vantaggi, le società di miniere, come è ben noto, finiscono per perdere somme di danaro immense. La prodigalità del maggior numero dei commissari e degli azionisti va fino alla pazzia; in certi casi si sborsano venticinquemila franchi all’anno per pagare le autorità chiliane; biblioteche di libri di geologia ben rilegati, minatori fatti venire per metalli particolari, come lo stagno che non si trova nel Chilì, contratti per fornire di latte i minatori, in luoghi ove non si trovano vacche; macchine, ove non è possibile adoperarle, e cento simili disposizioni che dimostrano la nostra assurdità e che fino ad oggi sono argomento di risa agli indigeni. Tuttavia non v’ha dubbio, che lo stesso capitale bene adoperato in quelle miniere avrebbe dato un immenso profitto; un amministratore di fiducia, un minatore pratico ed un saggiatore è tutto quello che ci sarebbe voluto.

Il capitano Head ha descritto il peso prodigioso che gli Apires veri animali da soma, portan su da miniere profondissime. Confesso che credeva esagerata quella relazione; per cui fui contento di avere un’occasione di pesare uno di quei carichi presi a caso. Mi ci volle una grande fatica, stando direttamente sopra di esso, a sollevarlo dal terreno. Il carico vien considerato minore dal giusto quando si trova essere del peso di ottantotto chilogrammi e mezzo. L’apiro aveva portato questo peso salendo per ottanta metri perpendicolari, - parte della via per un ripido passaggio, ma per la maggior parte sopra pali intaccati, collocati in una linea a zig-zag lungo il buco. Secondo la regola generale, l’apiro non ha il permesso di fermarsi per rifiatare, tranne nel caso in cui la miniera abbia la profondità di cent’ottanta metri. Il peso medio è considerato come un po’ più di cento chilogrammi, e mi venne asserito che per fare una prova, fu portato un peso di 150 chilogrammi da una profondissima miniera! Quando mi trovava colà gli apiri portavano su il carico consueto dodici volte al giorno; cioè 1200 chilogrammi da una profondità di circa ottanta metri, e negli intervalli erano impiegati a spaccare il minerale.

Questi uomini, salvo qualche accidente, sono sani e sembrano allegri. Il loro corpo non è molto muscoloso. Di rado mangiano carne una volta la settimana, e mai più sovente, ed allora non mangiano che il loro duro e secco charquì. Quantunque si sapesse che il lavoro era volontario, nondimeno rivoltava vedere lo stato in cui giungevano all’ingresso della miniera; col corpo piegato all’innanzi, appoggiati con le braccia sugli scalini, le gambe inarcate, i muscoli tremanti, il sudore che sgocciolava loro dal volto fino al petto, le narici aperte, gli angoli della bocca per forza tratti indietro, ed il respiro affannosissimo. Ogni volta che prendevano fiato mandavano un grido articolato come ay-ay, che finiva con un suono dal profondo del petto, ma acuto come la nota di un piffero. Dopo essere andati barcollando fino al mucchio del minerale, vuotavano il carpacho; in due o tre secondi riprendevano fiato, si asciugavano il sudore della fronte, ed in apparenza al tutto riposati ridiscendevano con svelto passo nella miniera. Questo mi sembra un esempio meraviglioso della somma di lavoro cui l’abitudine, perchè non può essere altro, rende l’uomo capace di sopportare.

La sera, ciarlando col mayor-domo di quelle miniere, intorno al numero di forestieri sparsi ora sopra tutto il paese, egli mi disse che, sebbene fosse giovane, si ricordava che quando da bambino andava a scuola a Coquimbo, venne data una vacanza per vedere il capitano di una nave inglese, che era andato in città per parlare col governatore. Egli crede che nessun fanciullo di quella scuola si sarebbe accostato per nessun prezzo a quell’inglese; tanto profondamente erano stati imbevuti dall’idea dell’eresia, contaminazione e danno che sarebbe loro derivato dal contatto con una persona di quella fatta. Anche oggi narrano le gesta atroci dei filibustieri, e specialmente di un uomo, il quale tolse via l’immagine della Vergine Maria, e ritornò un anno dopo a prendere quella di San Giuseppe dicendo che era un peccato che la signora stesse senza suo marito. Sentii anche parlare di una vecchia signora, la quale ad un pranzo a Coquimbo, osservò quanto fosse strano l’aver vissuto fino allora per pranzare nella stessa stanza con un inglese, perchè si ricordava che quando era fanciulla, il solo grido di Los Ingleses, fece fuggire per due volte nei monti ogni persona del paese, portando seco ogni oggetto di valore.

Maggio 14. - Giungemmo a Coquimbo, ove ci fermammo pochi giorni. La città non ha nulla di notevole tranne la sua grande tranquillità. Si dice che abbia da 6000 ad 8000 abitanti. Il mattino del 17 piovve leggermente per la prima volta in quest’anno per lo spazio di cinque ore. I contadini che seminano il frumento presso la costa marina ove l’atmosfera è più umida, trassero partito da questa pioggia per arare, dopo una seconda pioggia potevano seminare, e se avesse piovuto una terza volta, avrebbero avuto un buon raccolto in primavera. Era interessante osservare l’effetto di questa piccolissima dose di umidità. Dodici ore dopo il terreno sembrava asciutto come prima; tuttavia dopo un intervallo di dieci giorni, tutte le colline erano lievemente tinte di macchie verdi; l’erba era sparsa scarsamente in fili sottili come un capello dell’altezza di 25 mill. Prima di questa pioggia ogni parte della superficie era nuda come la nostra strada maestra.

La sera il capitano Fitz Roy ed io eravamo a pranzo dal signor Edwards, residente inglese molto noto per la sua ospitalità da tutti coloro che hanno visitato Coquimbo, quando seguì un forte terremoto. Io sentii il rombo che lo precedeva, ma le grida delle signore, il correre dei servitori e l’affollarsi degli uomini verso l’uscio mi impedirono di distinguere il movimento. Alcune delle signore piangevano dopo dal terrore, ed uno degli uomini disse che non avrebbe potuto dormire per tutta la notte, e se ciò gli fosse riuscito non avrebbe sognato che case crollanti. Il padre di questa persona aveva recentemente perduto ogni suo avere a Talcahuano, ed egli stesso era fuggito mentre cadeva il tetto a Valparaiso nel 1822. Fece menzione di una curiosa coincidenza che ebbe luogo allora; egli stava giuocando alle carte, quando un tedesco, il quale era della brigata, si alzò dicendo che non sarebbe mai rimasto in quel paese in una stanza colla porta chiusa, perchè aveva corso il rischio di perder la vita a Copiapò per aver ciò fatto. In conseguenza andò ad aprire l’uscio, e appena l’ebbe aperto esclamò: «Ecco che viene nuovamente!» E la famosa scossa si cominciò a sentire. Tutta la brigata fuggì via. Il pericolo nei terremoti non è pel tempo che si perde per aprire un uscio, ma per la probabilità che resti chiusa ogni uscita pel movimento dei muri.

Non deve fare molta meraviglia il timore che gli indigeni e gli antichi residenti, sebbene alcuni di essi siano noti per essere uomini di grande coraggio, dimostrano generalmente durante i terremoti. Credo, tuttavia che questo eccesso di panico possa venire in parte attribuito al non aver l’uso di governare il proprio timore, siccome non è un sentimento di cui sentano vergogna. Infatti agli indigeni non piace vedere una persona indifferente. Sentii parlare di due inglesi i quali, dormendo all’aria aperta durante una forte scossa, sapevano che non vi era alcun pericolo e non si alzarono; gli indigeni esclamarono con indignazione: «Guardate quegli eretici, non si alzano neppure dal letto!».

Passai alcuni giorni ad esaminare le terrazze di ciottoli a gradinate, notate per la prima volta dal capitano B. Hall, e che il signor Lyell crede siano state formate dal mare, durante il graduato sollevarsi del terreno. Questa certamente è la vera spiegazione, perchè trovai moltissime conchiglie delle specie attuali sopra queste terrazze. Cinque terrazze strette, dal dolce pendio e frastagliate, sorgevano le une dietro le altre e dove erano meglio sviluppate erano fatte di ciottoli; esse stanno in faccia al golfo, e sorgono su i due lati della valle. A Guasco al nord di Coquimbo il fenomeno si estende sopra una più grande scala, tanto da colpire di sorpresa anche alcuni degli abitanti. Le terrazze sono colà molto più larghe, e si possono dire pianure; in alcune parti ve ne sono sei, ma generalmente soltanto cinque; risalgono la valle per trentasette miglia dalla costa. Queste terrazze a gradinata somigliano infinitamente a quelle della valle di Santa Cruz, e tranne ciò che sono sopra una scala più piccola, somigliano pure a quelle grandissime che s’incontrano lungo tutta la linea costale della Patagonia. Senza dubbio sono state fatte dall’azione denudante del mare, durante lunghi periodi di riposo nel graduale sollevamento del continente.

Sulla superficie delle terrazze di Coquimbo (ad una altezza di 75 metri), molte conchiglie di specie attuali non solo si trovano giacenti, ma sono anche incorporate in una roccia calcare friabile, la quale in alcuni punti ha una spessezza di sei a nove metri, ma è poco estesa. Questi strati moderni posano sopra una antica formazione terziaria che contiene conchiglie, da quanto pare tutte estinte. Quantunque avessi esaminato tante centinaia di miglia di costa sul lato del Pacifico, come sul lato dell’Atlantico di questo continente, non trovai nessun strato regolare che contenesse conchiglie marine di specie recenti, tranne in questo luogo, ed in pochi altri punti al nord sulla strada di Guasco. Questo fatto mi sembra notevolissimo; perchè la spiegazione generalmente data dai geologi, della mancanza in qualche regione di depositi fossiliferi stratificati di un dato periodo, cioè, che la superficie allora esistesse come terra asciutta, non è qui applicabile; perchè sappiamo dalle conchiglie sparse sulla superficie e incorporate entro la sabbia o la melma, che il terreno per migliaia di miglia lungo le due coste è stato ultimamente sommerso. Senza dubbio la spiegazione deve essere cercata nel fatto, che tutta la parte meridionale del continente è andata per lungo tempo lentamente sollevandosi; e quindi che tutta la materia depositata lungo la spiaggia nell’acqua poco profonda, deve essere stata in breve portata su e lentamente esposta all’azione corrodente sulle spiaggie del mare; ed è soltanto entro acqua comparativamente poco profonda che la maggior parte di esseri marini organici possono prosperare, ed in quell’acqua è chiaramente impossibile che si possano accumulare strati di grande spessezza. Per dimostrare la grande forza dell’azione corrodente sulle spiaggie marine, non abbiamo che a ricordarci i grandi dirupi lungo l’attuale costa della Patagonia, ed i pendii o antichi dirupi marini a differenti livelli, uno sopra l’altro, su quella stessa linea costale.

L’antica formazione terziaria sottostante a Coquimbo, sembra essere all’incirca della stessa età dei vari depositi della costa del Chilì (di cui quello di Navedad è il principale) e della grande formazione della Patagonia. Tanto a Navedad quanto nella Patagonia vi è la prova, che dal tempo in cui le conchiglie (una lista delle quali è stata veduta dal professore E. Forbes) furono sotterrate viventi, vi è stato un abbassamento di alcune centinaia di metri, come pure un susseguente sollevamento. Naturalmente si può domandare come avvenga che, quantunque nessun deposito fossilifero esteso dal periodo recente, nè di nessun periodo intermedio tra esso e l’antica epoca terziaria, sia stato conservato sopra i due lati del continente, tuttavia a questa antica epoca terziaria, la materia di sedimento contenente avanzi fossili, sia stata depositata e conservata in vari punti sulle linee settentrionali e meridionali, sopra uno spazio di 1100 miglia sulle spiaggie del Pacifico, e di almeno 1350 miglia sulle sponde dell’Atlantico, ed in una linea da est ad ovest lunga 700 miglia attraverso la parte più larga del continente. Credo che la spiegazione non sia difficile, e che si possa forse applicare a fatti quasi analoghi osservati in altre parti del mondo. Considerando la forza enorme denudante del mare, come è dimostrata da un numero infinito di fatti, non è probabile che un deposito di sedimento, quando sia stato sollevato, abbia potuto passare per la prova della spiaggia, e conservarsi in masse sufficienti da durare fino ad un periodo lontano, senza che in origine avesse una grande estensione ed una notevole spessezza; ora è impossibile sopra un fondo moderatamente basso, il quale solo è favorevole alla maggior parte delle creature viventi, che una spessa e vastissima coperta di sedimento possa essersi allargata senza che il fondo siasi abbassato per ricevere strati successivi. Questo sembra essere attualmente seguìto all’incirca nello stesso periodo nella Patagonia meridionale e nel Chilì, sebbene questi luoghi siano un migliaio di miglia lontani. Quindi, se i movimenti prolungati di un abbassamento approssimativamente contemporaneo sono in generale molto estesi, come sono molto disposto a credere dall’esame da me fatto degli scogli di corallo dei grandi oceani - o se, limitando il nostro esame al Sud America, i movimenti di abbassamento si sono estesi a quelli di sollevamento, per cui, nello stesso periodo delle conchiglie esistenti, le spiaggie del Perù, del Chilì, della Terra del Fuoco, della Patagonia, e della Plata sono state sollevate - allora possiamo vedere che nello stesso tempo, in punti lontanissimi, le circostanze sarebbero state favorevoli alla formazione dei depositi fossiliferi, di grande estensione e spessezza; questi depositi, in conseguenza, avrebbero avuta molta probabilità di resistere al consumo delle successive spiaggie marine e durare fino ad un’epoca futura.

Maggio 21. - Partii in compagnia di Don Jose Edwards per la miniera d’argento di Arqueros, e di là lungo la valle di Coquimbo. Dopo essere passati in mezzo ad un paese montuoso, giungemmo al cader della notte alle miniere che appartengono al signor Edwards. Godetti qui la mia notte in riposo per una ragione che non sarà ben compresa in Inghilterra, cioè la mancanza di cimici! Le stanze di Coquimbo brulicano di esse; ma non vivono qui all’altezza di 1000 o 1300 metri; non può essere la piccola diminuzione di temperatura che distrugge qui questi insetti, ma bensì qualche altra causa. Le miniere sono ora in cattivo stato, sebbene anticamente somministrassero mille chilogrammi d’argento all’anno. Si suol dire «Una persona che possiede una miniera di rame guadagnerà, di argento può guadagnare, ma se d’oro è sicura di perdere». Questo non è vero: tutte le grandi fortune nel Chilì sono state fatte colle miniere dei metalli più preziosi. Poco tempo fa un medico inglese tornò in Inghilterra da Copiapò, portando seco i guadagni della sua porzione in una miniera d’argento che ammontavano a circa 600 mila lire. Senza dubbio una miniera di rame bene accudita è un giuoco sicuro, mentre l’altra è un rischio, o meglio un biglietto alla lotteria. I proprietari perdono grandi quantità di ricchi minerali; perchè non vi sono precauzioni che possano impedire i furti. Mi hanno raccontato di un signore che fece una scommessa con un altro, che uno dei suoi uomini lo avrebbe derubato sotto i suoi occhi. Quando il minerale vien portato fuori della miniera è spaccato in pezzi e le pietre inutili gettate da un lato. Due dei minatori impiegati a questo ufficio, presero in mano, come per caso, due pezzi nello stesso momento, e poi esclamarono come per ischerzo: «Vediamo quale dei due rotola più avanti». Il proprietario che stava lì in piedi, scommise un sigaro col suo amico per quella corsa. Il minatore intanto osservava il punto in mezzo ai rottami ove stava la pietra. La sera la raccolse e la portò al suo padrone, mostrandogli un ricco pezzo di minerale d’argento e dicendo: «Questa è la pietra per la quale avete vinto un sigaro per essere rotolata più avanti».

Maggio 23. - Siamo scesi nella fertile valle di Coquimbo, e la seguitammo fino ad una Hacienda che appartiene ad un parente di Don Josè, ove dimorammo il giorno dopo. Impresi un viaggio di una giornata, per vedere ciò che mi asserivano essere conchiglie e fave pietrificate, ma quest’ultime si trovarono essere ciottolini di quarzo. Passammo in mezzo a vari piccoli villaggi; la valle era benissimo coltivata, e tutto il paesaggio veramente grandioso. Eravamo più vicini alle Cordigliere principali e le colline circostanti erano altissime. In tutte le parti del Chilì settentrionale, gli alberi da frutta producono con maggior abbondanza ad un’altezza notevole presso le Ande che non in pianura. I fichi e l’uva di questa regione sono celebri per la loro bontà, e sono coltivati in grande. Questa valle è forse la più fertile al nord di Quillota: credo che contenga, compreso Coquimbo, 25000 abitanti. L’indomani ritornai all’Hacienda, e di là, con Don Josè a Coquimbo.

Giugno 2. - Ci mettemmo in viaggio per la valle di Guasco, seguendo la strada costale, che era considerata come un po’ meno deserta dell’altra. Nel nostro primo giorno di cammino si giunse ad una casa solitaria, chiamata Yerba Buena, ove vi era pascolo pei nostri cavalli. La pioggia già menzionata caduta due settimane fa, è giunta soltanto a mezza strada di Guasco; quindi nella prima parte del nostro viaggio avemmo un lieve strato di verde, che subito scomparve. Anche dove era più rigoglioso bastava appena per ricordarci i freschi prati e i numerosi fiori della primavera degli altri paesi. Mentre si viaggia in mezzo a questi deserti si prova la sensazione di un prigioniero chiuso in un cortile oscuro, che anela a vedere alcun che di verde e respirare un’atmosfera non tanto asciutta.

Giugno 3. - Da Yerba Buena a Carizal. Durante la prima parte del giorno abbiamo attraversato un deserto montuoso e roccioso, poi una lunga e profonda pianura di sabbia sparsa di conchiglie marine rotte. Vi era pochissima acqua, e quella poca salmastra: tutto il paese dalla costa fino alle Cordigliere, è un deserto disabitato. Vidi traccie abbondanti soltanto di un animale vivente, cioè i nicchi di un bulimus, che erano raccolti insieme in un numero straordinario sopra luoghi asciuttissimi. In primavera una modesta pianticella mette fuori alcune foglie, e di queste vive l’animale. Siccome si veggono soltanto il mattino di buonissima ora, quando il terreno è lievemente umido dalla rugiada, i Guasos credono che derivino da quella. In altri luoghi ho osservato che le regioni sommamente asciutte e sterili, ove il terreno è calcareo, sono straordinariamente favorevoli alle conchiglie terrestri. A Carizal vi erano poche capanne, un po’ d’acqua salmastra, ed una traccia di coltivazione; ma con molta difficoltà trovammo da comperare un po’ di grano e di paglia pei nostri cavalli.

Giugno 4. - Da Carizal a Sauce. Il viaggio continuò in mezzo a pianure deserte, abitate da grandi branchi di guanachi. Si attraversò pure la valle di Chaneral, la quale, sebbene sia la più fertile fra Guasco e Coquimbo, è strettissima, e produce poco pascolo, per modo che non ne trovammo da comprare pei nostri cavalli. A Sauce trovammo un vecchio signore gentilissimo che era sopraintendente della fonderia del rame. Come favore speciale, mi procurò il modo di comprare ad un prezzo altissimo una bracciata di paglia sudicia, che fu tutto quello che i poveri cavalli ebbero per cena dopo un lungo giorno di viaggio. Pochissime fonderie sono ora in attività nel Chilì; si trova maggior profitto per la somma scarsezza del combustibile e perchè il metodo di riduzione Chiliano è molto cattivo, a spedire il minerale per mare a Swansea. L’indomani attraversammo alcuni monti per andare a Freyrina, nella valle di Guasco. Ogni giorno di viaggio verso il nord, vedevamo la vegetazione farsi man mano più scarsa; anche il grande cactus candelabro era qui sostituito da una specie differente e molto più piccola. Durante i mesi d’inverno, tanto nel Chilì settentrionale quanto nel Perù, un banco uniforme di nuvole sovrasta, ad una non grande altezza, il Pacifico. Dai monti avevamo una bellissima vista di questo bianco e splendido campo aereo, che manda ramificazioni sulle valli, lasciando isole e promontorii come fa il mare nell’arcipelago Chonos e nella Terra del Fuoco.

Dimorammo due giorni a Freyrina. Nella valle di Guasco vi sono quattro città piccole. All’imboccatura vi è il porto, luogo al tutto deserto, e senza una goccia d’acqua nel contorno. Cinque leghe più in su si trova Freyrina, villaggio lungo e tortuoso, con case decenti imbianchite alla calce. Dieci leghe più oltre è situato Ballenar; e sopra questo Guasco Alto, villaggio pieno di orti, celebre per le sue frutta secche. In un giorno sereno il paesaggio a capo della valle è bellissimo, l’apertura in linea retta termina nelle lontane e nevose Cordigliere; da ogni lato una infinità di linee incrociantisi si fondono insieme in una bella tinta. Il primo piano è singolare pel numero di terrazze parallele e scaglionate; e la striscia inclusa della valle verdeggiante, coi suoi boschetti di salici, contrasta ai due lati colle nude colline. Si crederà facilmente il paese circostante sterilissimo, quando si sappia che da tredici mesi non era caduta una goccia di acqua. Gli abitanti sentivano parlare colla più grande invidia della pioggia a Coquimbo; l’aspetto del cielo prometteva loro una pari buona fortuna, che si effettuò due settimane dopo. In quel tempo io mi trovava a Copiapò; e colà la gente, con pari invidia parlava dell’abbondante pioggia di Guasco. Dopo due o tre anni molto asciutti, forse con una pioggia sola in tutto quel tempo, generalmente viene un anno piovoso; e questo reca ancor più danno che non la siccità soverchia. I fiumi gonfiano, e coprono di ghiaia e di sabbia le strette liste di terreno, che sono sole adatte alla coltivazione. Le inondazioni recano pure danno ai canali d’irrigazione. Tre anni fa una grande devastazione ebbe luogo per questo fatto.

Giugno 8. - Andammo a cavallo sino a Ballenar, che prende il suo nome da Ballenagh in Irlanda, patria della famiglia degli O’Higgins, i quali, sotto il governo spagnuolo erano generali e governatori nel Chilì. Siccome la montagne rocciose dei due lati erano nascoste dalle nuvole, le pianure a terrazza davano alla valle un aspetto simile a quello di Santa Cruz nella Patagonia. Dopo aver passato un giorno a Ballenar, partii il 10 per la parte superiore della valle di Copiapò. Si viaggiò tutto il giorno in un paese pochissimo interessante. Sono stanco di ripetere i vocaboli nudo e sterile. Queste parole tuttavia, comunemente adoperate sono comparative; io le ho sempre applicate alle pianure della Patagonia, che possono vantare arbusti spinosi con alcuni ciuffi d’erba; e questa è fertilità assoluta a petto del Chilì settentrionale. Anche qui, non vi sono molti spazi di duecento metri quadrati, ove non s’incontri, cercando accuratamente, un qualche cespuglio, un cactus o un lichene; e nel suolo giacciono inerti molti semi pronti a sbocciare durante il primo inverno piovoso. Nel Perù s’incontrano sopra larghi tratti di paese veri deserti. La sera giungemmo in una valle, nella quale il letto di un ruscello era umido: risalendo si pervenne ad un’acqua discretamente buona. Durante la notte, la corrente, non essendo evaporata nè assorbita tanto rapidamente, scorre una lega più in giù che non durante il giorno. Si trovarono in abbondanza ramoscelli per far fuoco, per cui era un luogo acconcio per fermarsi; ma pei poveri animali non vi era un boccone da mangiare.

Giugno 11. - Viaggiammo senza fermarci per dodici ore, finchè si giunse ad una antica fonderia ove vi era acqua e fuoco; ma i nostri cavalli di nuovo non avevano nulla da mangiare, e furono chiusi in un vecchio cortile. La strada era montuosa, ed i passaggi lontani erano interessanti pei colori svariati dei nudi monti.

Faceva pena vedere il sole splendere di continuo sopra un terreno inutile; un tempo tanto bello avrebbe dovuto rallegrare campi ubertosi e bei giardini. L’indomani giungemmo nella valle di Copiapò. Ne fui ben contento; perchè tutto il viaggio era una continua sorgente d’inquietudine; faceva molto pena sentire, mentre si cenava, i nostri cavalli rodere i pali ai quali erano attaccati, e non vi era mezzo di poterli satollare. Tuttavia, apparentemente gli animali erano al tutto in buon stato; e non si sarebbe potuto dire che fossero rimasti senza mangiare nulla per cinquantacinque ore.

Io aveva una lettera di raccomandazione pel signor Bingley, che mi ricevette molto cortesemente alla Hacienda di Potrero Seco. Questo podere è lungo da venti a trenta miglia, ma è strettissimo, avendo la larghezza generale di due campi, uno per lato del fiume. In alcune parti il podere non ha larghezza alcuna, vale a dire, la terra non può essere irrigata, e quindi non ha valore, come il deserto roccioso che la circonda. La piccola quantità di terreno coltivato in tutta la linea della valle, non dipende tanto dalle disuguaglianze di livello, e quindi da non essere acconcio all’irrigazione, quanto dalla scarsità di acqua. Il fiume questo anno era notevolmente pieno: qui, bene in alto nella valle, giungeva al ventre del cavallo, ed era largo circa quindici metri, e rapido; più in basso diviene sempre più piccolo, e si perde generalmente, come seguì per un periodo di trenta anni, tanto che neppure una goccia entrò nel mare. Gli abitanti spiano un temporale sulle Cordigliere con grande interesse; perchè una buona nevicata provvede loro l’acqua per l’anno seguente. Questo è molto più importante che non la pioggia della pianura. La pioggia, per quanto spesso cada, ciò che è incirca una volta ogni due o tre anni, è un grande vantaggio, perchè le bovine ed i muli possono trovare per un po’ di tempo pascolo sui monti. Ma senza neve sulle Ande, la desolazione si estende sopra tutta la valle. Si ricorda ancora che per tre volte quasi tutti gli abitanti furono obbligati ad emigrare al Sud. Quest’anno vi fu abbondanza di acqua, ed ognuno potè irrigare quanto gli piacque il proprio terreno, ma sovente è stato necessario mettere soldati di sentinella alle chiuse, per vigilare che ogni podere prendesse solo la parte d’acqua che gli veniva per tante ore la settimana. Si dice che la valle contenga 12,000 anime, ma il suo prodotto basta solo per tre mesi dell’anno, il resto vien somministrato da Valparaiso e dal Sud. Prima della scoperta della famosa miniera d’argento di Chanuncillo, Copiapò andava rapidamente in rovina; ma ora è in condizioni molto fiorenti; e la città, che era stata al tutto distrutta da un terremoto, è ora rifabbricata.

La valle di Copiapò, che forma un vero nastro di verdura in mezzo ad un deserto, corre verso mezzogiorno; per cui v’ha una notevole distanza dalla sua origine nelle Cordigliere. Le valli di Guasco e di Copiapò possono essere entrambe considerate come due lunghe e strette isole separate dal resto del Chilì da deserti di roccia, invece di acqua salata. Al nord di queste, vi è un’altra miserabilissima valle, detta Paposo, che contiene circa duecento anime; e colà si distende il vero deserto di Atacama - barriera molto peggiore che non il mare più burrascoso. Dopo essermi fermato pochi giorni a Potrero Seco, risalii la valle fino alla casa di Don Benito Cruz, pel quale avevo una lettera di presentazione. Lo trovai molto ospitaliero; infatti è impossibile esprimere al vero la cordialità, colla quale i viaggiatori sono accolti in quasi ogni parte del Sud America. L’indomani affittai alcune mule per andare pel burrone di Jolquera nelle Cordigliere centrali. La seconda notte il tempo ci annunziava un uragano di neve o pioggia, e mentre ci sdraiavamo per dormire sentimmo una lieve scossa di terremoto.

Il rapporto fra i terremoti ed il tempo è stato sovente contestato: a me pare un punto molto importante che non è stato bene compreso. Humboldt osserva in una parte del suo viaggio[102], che sarebbe difficile ad una persona che abbia dimorato lungamente nella nuova Andalusia, o nel Perù inferiore, negare che esista un qualche rapporto fra questi fenomeni: in un’altra parte, però, egli sembra credere erroneo questo rapporto. A Guayaquil, si dice che un forte acquazzone nella stagione asciutta vien sempre seguito da un terremoto. Nel Chilì settentrionale, per la somma scarsità di pioggia, o anche di tempo nuvoloso, la probabilità di coincidenze accidentali diviene piccolissima; tuttavia gli abitanti sono molto fermamente convinti di qualche rapporto fra lo stato dell’atmosfera ed il tremare del terreno: rimasi molto colpito da ciò, quando avendo detto a qualche persona a Copiapò che vi era stata una forte scossa a Coquimbo, mi sentii dire: «che fortuna! vi sarà abbondanza di pascolo, quest’anno».

Secondo la loro idea un terremoto faceva prevedere la pioggia colla stessa certezza con cui la pioggia faceva sperare abbondanza di pascolo. Certamente accadde che lo stesso giorno del terremoto cadde pioggia, la quale, come ho già detto, in dieci giorni produsse una scarsa erbetta. Altre volte la pioggia tenne dietro ai terremoti, in un periodo dell’anno quando è un prodigio ancor più grande che non lo stesso terremoto: questo ebbe luogo dopo la scossa del novembre 1822, e di nuovo nel 1829, a Valparaiso; anche dopo quella di settembre 1833, a Tacua. Una persona deve essere in certo modo avvezza al clima di questi paesi, per conoscere la somma improbabilità della pioggia in quelle stagioni, tranne come una conseguenza di qualche legge che non ha per nulla relazione col corso ordinario del tempo. Nel caso di grandi eruzioni vulcaniche, come quella di Coseguina, ove caddero torrenti di pioggia in un tempo dell’anno molto insolito per quello, e «quasi senza precedenti nell’America centrale», non è difficile comprendere che i volumi di vapore e le nuvole di ceneri possano avere disturbato l’equilibrio atmosferico. Humboldt estende questa opinione al caso di terremoti non accompagnati da eruzioni ma io non posso guari creder possibile, che la piccola quantità di fluidi aeriformi che sfuggono allora dai crepacci del terreno, possano produrre cosifatti notevoli effetti. Il modo di vedere esposto prima dal signor P. Scrope mi sembra molto più probabile, che quando il barometro è basso, e quando la pioggia è probabile, la pressione atmosferica diminuita sopra una vasta distesa di paese, può bene determinare il giorno preciso nel quale la terra, digià tesa all’estremo dalle forze sotterranee, deve cedere, spaccarsi, quindi tremare. È tuttavia dubbio fino a che punto questo modo di vedere possa spiegare il fatto di torrenti di pioggia che cadono nella stagione asciutta durante parecchi giorni, dopo un terremoto non accompagnato da una eruzione; questi casi sembrano far balenare una qualche intima relazione fra le regioni atmosferiche e le sotterranee.

Trovando poco interesse in quella parte del burrone, tornammo indietro alla casa di Don Benito, ove rimasi due giorni raccogliendo conchiglie e legno fossili. I grossi tronchi di alberi silicificati distesi e incorporati in un conglomerato, erano numerosissimi. Ne misurai uno, che aveva una circonferenza di quattro metri e cinquanta centimetri: quanto è meraviglioso il fatto che ogni atomo della materia legnosa di questo grande cilindro sia stato rimosso e sostituito tanto perfettamente dalla silice, per modo che ogni vaso ed ogni poro si sia conservato! Quegli alberi erano rigogliosi all’incirca nel periodo della nostra creta inferiore; essi appartengono tutti alla tribù degli abeti. Era curioso sentire gli abitanti discutere intorno alla natura delle conchiglie fossili da me raccolte, quasi colle stesse parole adoperate un secolo fa in Europa - cioè, se non fossero state «create in tal modo dalla natura». Il mio esame geologico del paese destava in generale molta sorpresa ai Chiliani; ci volle molto tempo prima che potessero convincersi che io non andava a caccia di miniere. Talvolta questo riusciva molto molesto: trovai che il modo più spiccio per spiegare le mie occupazioni, era di domandar loro come mai non fossero curiosi di sapere qualche cosa intorno ai terremoti ed al vulcani: o perchè alcune sorgenti erano fredde e altre calde - perchè v’erano monti nel Chilì, e neppure una collina nella Plata. Queste domande soddisfacevano e facevano tacere il maggior numero; alcuni, tuttavia (come taluni in Inghilterra che sono indietro di un secolo), credevano che tutte quelle indagini fossero inutili ed empie; e che bastava al tutto che Iddio avesse fatto in tal modo i monti.

Era stato dato di fresco un ordine che tutti i cani vaganti fossero uccisi, e ne vedemmo molti morti sulla strada. Poco tempo prima un gran numero di essi erano divenuti arrabbiati, e parecchi uomini che erano stati morsicati erano morti in seguito. Parecchie volte l’idrofobia si è sparsa in questa valle. È notevole trovare una malattia così strana e spaventosa comparire di tratto in tratto nello stesso luogo isolato. È stato osservato che certi villaggi, in Inghilterra sono nello stesso modo molto più soggetti a quella visita che non altri. Il dottor Unanùe afferma che l’idrofobia venne conosciuta per la prima volta nel Sud America nel 1803; questo asserto è sostenuto dal non averne mai, nè Azara, nè Ulloa, sentito parlare al loro tempo. Il dottor Unanùe dice che scoppiò nell’America centrale, e lentamente viaggiò al Sud. Giunse ad Arequipa nel 1807; e si dice che colà alcuni uomini, i quali non erano stati morsicati, furono presi da quella malattia, come pure alcuni neri, che avevano mangiato un bue che era morto idrofobo. Ad Ica quarantadue persone morirono miseramente in tal modo. La malattia si manifestava fra i dodici ed i novanta giorni dopo la morsicatura; ed in quei casi in cui compariva, la morte aveva luogo invariabilmente entro cinque giorni. Dopo il 1808, seguì un lungo intervallo senza alcun caso. Avendo fatto indagini intorno a ciò, non sentii parlare di idrofobia nè nella Terra di Diemen, nè in Australia; e Burchell dice, che durante i cinque anni in cui dimorò al Capo di Buona Speranza, egli non sentì mai parlare di questo. Webster asserisce che alle Azorre non vi è mai stata idrofobia; e la stessa asserzione è stata fatta rispetto alle Maurizie ed a Sant’Elena[103]. In una malattia tanto strana, si può forse avere qualche ragguaglio considerando le circostanze mercè le quali si origina in climi lontani; perchè è improbabile che un cane già morsicato, possa essere stato portato in quei paesi distanti.

Mentre annottava giunse un forestiere alla casa di Don Benito e domandò il permesso di colà dormire. Disse che erano diciassette giorni che andava vagando pei monti, avendo smarrito la via. Era partito da Guasco, e siccome era solito a viaggiare nelle Cordigliere, non credeva incontrare difficoltà seguendo la via fino a Copiapò; ma in breve si trovò attorniato da un laberinto di monti, dai quali non sapeva come uscire. Alcune delle sue mule erano cadute in un precipizio, ed egli si era trovato in un bruttissimo frangente. La sua maggior difficoltà era di non aver saputo dove trovar acqua nel paese più basso, per cui dovette costeggiare le catene centrali.

Ridiscendemmo la valle, ed il 22 si giunse nella città di Copiapò. La parte inferiore della valle è larga, e forma una bella pianura simile a quella di Quillota. La città copre uno spazio notevole di terreno, perchè ogni casa possiede un giardino, ma è un luogo poco ameno, e le dimore sono ammobigliate molto poveramente. Ognuno sembra non avere altro pensiero che quello di far danaro, e poi migrare il più presto possibile. Tutti gli abitanti hanno più o meno interesse nelle miniere, e le miniere ed i minerali sono il soggetto unico di conversazione. Tutte le cose della vita sono sommamente care, perchè la distanza dalla città al porto è di diciotto leghe, ed il trasporto per terra è costosissimo. Un pollo costa sei lire e venticinque centesimi o sette lire e mezza; la carne è cara, quasi quanto in Inghilterra; la legna da ardere, o meglio le fascine, vengon portate sopra gli asini da una distanza di due o tre giorni di viaggio nelle Cordigliere, e il pascolo per gli animali costa una lira e venticinque centesimi al giorno; tutto questo pel Sud America è meravigliosamente enorme.

Giugno 26. Presi una guida al mio servizio e affittai otto mule per condurmi nelle Cordigliere per una strada differente dalla mia ultima escursione. Siccome il paese era al tutto deserto, portammo con noi un carico e mezzo di orzo misto con paglia triturata. Due leghe circa sopra la città, si dirama una larga valle detta Despoblado, o disabitata, da quella da cui eravamo venuti. Quantunque sia una valle di grandissime dimensioni, e conduca ad un passo in mezzo alle Cordigliere, tuttavia è compiutamente asciutta, meno forse per alcuni giorni in un inverno molto piovoso. I lati dei monti scoscesi non erano quasi solcati da nessun burrone; ed il fondo della valle principale, pieno di ghiaia, era liscio e quasi livellato. Nessun torrente un po’ notevole deve mai essersi rovesciato su quel letto di ghiaia; perchè se ciò avesse avuto luogo, si sarebbe certamente formato un grande canale dalle pareti scoscese, come in tutte le valli meridionali. Non dubito guari che questa valle, come pure quelle menzionate dai viaggiatori nel Perù siano state lasciate nello stato in cui le vediamo dalle onde del mare, mentre il suolo andava lentamente sollevandosi. Osservai in un punto, ove il Despoblado era unito da un burrone (che in quasi ogni altra catena sarebbesi detta un’ampia valle), di cui il letto, sebbene al tutto composto di sabbia e di ghiaia, era più alto che non quello del suo tributario. Un semplice ruscelletto del corso di un’ora si era scavato un canale; ma evidentemente i secoli erano trascorsi, e nessun altro ruscelletto si era versato in questo grande tributario. Era curioso osservare il macchinismo, se così si può chiamare, di fognatura, tutto, tranne quest’ultima piccola eccezione perfetto, senza, tuttavia traccia alcuna di azione. Ognuno deve avere osservato come i banchi di melma lasciati dalla marea bassa, imitano in miniatura un paese pieno di colline e di vallette, e qui abbiamo il modello originale nella roccia, formatosi mentre il continente si solleva durante il regresso secolare dell’oceano, invece di durare il tempo della bassa e dell’alta marea. Se la pioggia cade copra un banco di melma, dopo che è rimasto asciutto, essa rende più profonde le scavazioni già fatte, e così segue per la pioggia dei successivi secoli sul banco scoglioso e sul terreno che noi chiamiamo continente.

Continuammo il viaggio fin dopo il tramonto, quando giungemmo ad un burrone laterale ove si trovava un piccolo pozzo detto Agua amarga. Quell’acqua meritava il suo nome, perchè oltre all’essere salmastra era fetentissima ed amara; cosicchè non ci fu possibile di bere nè thè nè matè. Credo che la distanza del fiume di Copiapò a questo luogo fosse almeno di venticinque o trenta miglia inglesi; in tutto questo tratto non si incontrò una sola goccia d’acqua, ed il paese meritava nel più stretto senso della parola il nome di deserto. Tuttavia verso la metà del cammino attraversammo alcune antiche rovine indiane presso Punta Gorda; osservai pure di fronte a taluna delle valli che si diramano dal Despoblado, due mucchi di pietre collocati un po’ in disparte, e dirette per modo da indicare l’ingresso di queste vallette. I miei compagni non ne sapevano nulla, e rispondevano alle mie domande soltanto col loro imperturbabile quien sabe?

In parecchie parti delle Cordigliere incontrai rovine indiane; quelle che mi parvero più perfette, furono le Ruinas de Tambillos nel Passo dell’Uspallata. Molte camerette quadrate stavano riunite insieme in gruppi separati; taluni degli archi delle porte stavano ancora in piedi; erano fatti da una lastra di pietra alta soltanto 90 centimetri circa. Ulloa ha notato la poca altezza delle porte delle antiche dimore peruviane. Queste case, quando erano intatte, devono aver potuto contenere un gran numero di persone. La tradizione dice che venivano adoperate dagli Incas come luoghi di riposo quando essi attraversavano i monti. In molte altre parti si sono trovate traccie di abitazioni indiane, ove non sembra probabile che fossero adoperate soltanto come luoghi di riposo, ma ove pure la terra è tanto poco coltivabile come presso il Tambillos o al Ponte degli Incas, o al Passo del Portillo, luoghi tutti ove incontrai rovine. Nel burrone di Jajuel, presso Aconcagua, ove non si trova alcun passaggio, sentii parlare di avanzi di case collocate ad una grande altezza, in luoghi sommamente freddi e sterili. Dapprima pensai che quei fabbricati fossero stati luoghi di ricovero, costruiti dagli Indiani al primo giungere degli Spagnuoli; ma in seguito fui propenso a credere alla probabilità di un lieve mutamento di clima.

In questa parte settentrionale del Chilì, in mezzo alle Cordigliere, si dice che le antiche case indiane siano particolarmente numerose; non di rado scavando fra le rovine si trovano brani di stoffa di lana, strumenti di metalli preziosi, torsoli di grano indiano; mi venne data una punta di freccia di agata della stessa forma precisa di quelle che si adoperano ora nella Terra del Fuoco. Ho notato che gli Indiani del Perù abitano ora frequentemente luoghi altissimi e deserti; ma a Copiapò mi fu assicurato da uomini che avevano passato la maggior parte della loro vita viaggiando nelle Ande, che vi erano moltissimi (muchisimas) fabbricati ad altezze tanto grandi da trovarsi sul limite delle nevi perpetue ed in luoghi ove non vi sono passaggi e dove il suolo non produce assolutamente nulla, e cosa ancor più straordinaria, ove non si trova neppure una goccia d’acqua. Nondimeno la popolazione crede (quantunque ciò torni loro molto inesplicabile), dall’aspetto delle cose, che gli Indiani debbono averle adoperate come luoghi di dimora. In questa valle, a Punta Gorda, gli avanzi consistevano in sette od otto stanzette quadrate, simili nella forma a quelle di Tambillos, ma fatte principalmente di fango, di cui gli abitanti attuali non possono imitare la durevolezza, nè qui, nè, secondo Ulloa, nel Perù. Queste dimore erano collocate in bellissime posizioni in fondo alla larga valle, e quindi senza difesa. L’acqua non si trovava che alla distanza di tre o quattro leghe, e quella scarsa e cattiva; il suolo era assolutamente sterile; cercai invano anche un lichene che aderisse alle roccie. Al giorno d’oggi, coll’aiuto degli animali da soma, una miniera, a meno che fosse ricchissima, non potrebbe colà venire sfruttata con profitto. Tuttavia gli antichi Indiani sceglievano questo luogo per loro dimora. Se oggi piovesse due o tre volte all’anno invece di una, come è ora il caso, durante molti anni, un ruscelletto d’acqua si formerebbe probabilmente in questa grande valle; ed allora, colla irrigazione (conosciuta benissimo dagli antichi indiani), il suolo diverrebbe abbastanza fertile per nutrire alcune poche famiglie.

Ho prove evidenti che questa parte del continente del Sud America si è sollevata presso la costa di almeno centoventi o centocinquanta metri, ed in alcune parti di trecento a trecentonovanta metri, durante il tempo delle conchiglie attuali; ed è possibile che più dentro terra il sollevamento sia stato ancor più grande. Siccome il carattere particolarmente arido del clima è certo una conseguenza dell’altezza delle Cordigliere, possiamo esser quasi certi che prima degli ultimi sollevamenti l’atmosfera non poteva essere tanto priva di umidità quanto ora, e siccome il sollevamento è stato graduato, il mutamento di clima sarà stato pure graduato. Supponendo un mutamento di clima dopo che quelle dimore furono abitate, le loro rovine devono essere di una grande antichità, ma non credo che la loro conservazione sotto il clima del Chilì presenti grandi difficoltà. Con questa supposizione dobbiamo pure ammettere (e questa forse è una difficoltà maggiore) che l’uomo abbia abitato il Sud America durante un periodo sommamente lungo, poichè ogni mutamento di clima prodotto dal sollevamento del terreno deve essere stato sommamente graduato. A Valparaiso, durante gli ultimi 220 anni, il sollevamento è stato un po’ meno di cinque metri e settanta centimetri; a Lima una spiaggia marina si è certamente alzata di 24 o 27 metri, durante il periodo indo-umano; ma questi piccoli sollevamenti non possono avere avuto una grande azione nel deviare le correnti atmosferiche apportatrici di pioggia. Tuttavia il dottore Lund, trovò scheletri umani nelle caverne del Brasile, l’aspetto dei quali lo indusse a credere che la razza indiana abbia esistito durante un lunghissimo periodo di tempo nel Sud America.

Nel mio soggiorno a Lima, parlava di questi argomenti[104] col signor Gill, ingegnere civile, che aveva viaggiato molto nell’interno del paese. Egli mi disse che talvolta gli era balenata alla mente l’idea di un mutamento di clima; ma che aveva creduto che la maggior parte del terreno ora divenuto incoltivabile, ma coperto di rovine indiane, fosse stato ridotto in quello stato dal fatto che gli acquedotti che gli Indiani costruivano anticamente con tanta grandiosità, fossero stati danneggiati per incuria e per movimenti sotterranei. Dirò qui che i Peruviani d’oggi conducono le loro acque in gallerie che attraversano colline di viva roccia. Il signor Gill mi disse che egli era stato incaricato di esaminarne una; trovò il passaggio basso, stretto, spaccato, di larghezza non uniforme, ma lunghissimo. Non è egli maraviglioso che uomini privi dell’aiuto del ferro o della polvere abbiano tentato operazioni siffatte? Il signor Gill mi raccontò pure un caso interessantissimo, e, per quanto mi sappia, senza riscontro, di uno sconcerto sotterraneo il quale aveva mutato le costruzioni idrauliche di un paese. Viaggiando da Casena a Huaraz (non molto lontano da Lima), trovò una pianura coperta di ruine e di vestigi di antica coltivazione, ma ora al tutto sterile. Presso quella pianura stava il letto asciutto di un grande fiume, dal quale anticamente si traeva l’acqua per la irrigazione. Non v’era nulla nell’aspetto di quel corso d’acqua che indicasse che il fiume non fosse stato in attività pochi anni prima; in alcune parti si estendevano giacimenti di sabbia e di ghiaia; in altre la roccia dura era stata scavata in un largo canale che in un punto aveva la larghezza di 36 metri e la profondità di 2 metri e 40 centimetri. È evidente che una persona risalendo il corso di un fiume ascenderà un pendio più o meno grande; perciò il signor Gill rimase molto meravigliato, quando risalendo il letto di quello antico fiume si trovò ad un tratto a discendere una collina. Gli parve che il pendìo avesse una discesa di 12 a 15 metri a perpendicolo. Noi qui abbiamo una prova evidente che si è sollevato un monticello proprio attraverso l’antico letto di un fiume. Dal momento che il corso d’acqua venne così innalzato, l’acqua dovette necessariamente essere respinta in dietro e deve essersi formato un nuovo canale. Da quel momento pure la pianura circostante deve aver perduto la sorgente della sua fertilità e deve esser divenuta un deserto.

Giugno 27. - Partimmo di buon’ora al mattino, ed al mezzodì giungemmo al burrone di Paypote, ove si incontra un ruscelletto di acqua, con un po’ di vegetazione, ed anche alcuni alberi di algarroba, sorta di mimosa. Per esservi nel contorno legna da ardere, era stata colà costruita anticamente una piccola fornace: trovammo un uomo solo incaricato di essa, di cui l’unica occupazione era di far caccia ai guanachi. La notte gelò fortemente; ma avendo legna in abbondanza per far fuoco, ci tenemmo ben caldi.

Giugno 28. - Si continuò a salire graduatamente, e la valle ora si mutava in un burrone. Lungo il giorno vedemmo parecchi guanachi, e le tracce di una specie affine, la Vigogna; quest’ultimo animale ha costumi eminentemente alpini; scende di rado molto al di sotto del limite delle nevi perpetue, e quindi frequenta luoghi ancor più alti e deserti che non il guanaco. L’unico altro animale che incontrai un po’ numeroso fu una piccola volpe; credo che questo animale viva di topi e d’altri piccoli rosicanti, i quali, ovunque v’ha la minima vegetazione, dimorano in gran numero in luoghi molto deserti. Nella Patagonia, anche sulle sponde delle saline, ove non si può trovare neppure una goccia d’acqua dolce, tranne la rugiada, questi animalucci brulicano. Dopo le lucertole, i topi sembrano essere quelli che sopportano meglio l’esistenza nei luoghi più ristretti ed aridi della terra - anche sopra isolette in mezzo ai grandi oceani.

Il paesaggio da ogni lato mostrava la desolazione, resa più chiara e palpabile da un cielo sereno e brillante. Per un po’ di tempo la scena era sublime, ma questo sentimento non poteva durare, ed allora diveniva monotono. Facemmo sosta al piede della primera linea, o prima linea della divisione delle acque. Tuttavia, i corsi d’acqua, da questa parte non si versano nell’Atlantico, ma in una regione elevata, nel mezzo della quale vi ha una grande salina, o lago salato - che forma in tal modo un piccolo mare Caspio, all’altezza di forse tremila piedi. Ove si passò la notte, v’erano alcune notevoli distese di neve, ma non vi rimangono tutto l’anno.

I venti in queste alte regioni obbediscono a leggi molto regolari: ogni giorno soffia una fresca brezza dalla valle, e la notte, un’ora o due dopo il tramonto, l’aria dalle fredde regioni superiori scende come da una cappa di camino. La notte scorsa deve esservi stato un uragano di vento e la temperatura deve essere scesa di molto sotto lo zero, perchè l’acqua di un vaso divenne in breve un pezzo di ghiaccio. Non vi sono vestiti che possano servire a ripararsi dal vento; io soffersi molto dal freddo, tanto da non poter dormire, ed al mattino mi alzai colle ossa rotte e indolenzite.

Nelle Cordigliere più verso il sud, molte persone perdettero la vita per uragani di neve; qui segue lo stesso talora, ma per un’altra cagione. La mia guida, all’età di circa quattordici anni, passava le Cordigliere con una brigata nel mese di maggio, e mentre si trovava nelle parti centrali, si alzò un furioso uragano di vento, cosicchè gli uomini a mala pena potevano tenersi attaccati alle loro mule e le pietre volavano lungo il terreno. Il giorno era senza nubi e non cadde neppure un briciolo di neve, ma la temperatura era bassa. È probabile che il termometro non sarà sceso di molti gradi sotto lo zero, ma l’effetto sui loro corpi, mal protetti dai vestiti, deve essere stato in proporzione colla rapidità della corrente d’aria fredda. L’uragano durò più di un giorno; gli uomini cominciarono a perdere le loro forze, e le mule non vollero andare avanti. Il fratello della mia guida cercò di tornare indietro, ma perdette la vita, ed il suo corpo fu ritrovato due anni dopo, giacente accanto alla sua mula, presso la strada, colla briglia ancora in mano. Due altri uomini della brigata perdettero le dita delle mani e dei piedi, e di duecento mule e trenta vacche, si salvarono sole quattordici mule. Si suppone che una grande comitiva sia perita alcuni anni fa nello stesso modo, ma fino ad oggi non si sono ancora ritrovati i corpi delle persone che la componevano. La riunione di un cielo sereno, di una bassa temperatura, e di un vento furioso, deve essere credo un fatto insolito in ogni parte del mondo.

Giugno 29. - Scendemmo allegramente la valle fino al nostro antico luogo di ricovero, e di là fin presso all’Agua amarga. Il 1° luglio giungemmo nella valle di Copiapò. Il profumo del fieno fresco era deliziosissimo, dopo l’aria senza fragranza dell’asciutto e sterile Despoblado. Mentre mi trovava in città sentii parlare da parecchi abitanti, di una collina del contorno detta El Bramador - la muggente o ruggente. Non feci allora grande attenzione alle loro parole, ma per quanto potei capire, la collina era coperta di sabbia, ed il rumore si produceva soltanto quando le persone salendovi sopra mettevano in movimento la sabbia. Le stesse circostanze sono descritte con molti particolari sulla autorità di Seetzen ed Ehrenberg[105], come la cagione dei suoni che sono stati sentiti da molti viaggiatori sul Monte Sinai presso il Mar Rosso. Una persona colla quale conversai, aveva udito quel rumore: lo descriveva come molto sorprendente; e riconobbe distintamente che, sebbene non potesse comprendere da che cosa fosse cagionato, tuttavia era necessario di far scorrere la sabbia lungo il pendio. Un cavallo che cammina sopra sabbia asciutta e grossa, produce un rumore scricchiolante particolare per lo sfregamento delle particelle; fatto che notai parecchie volte sulla costa del Brasile.

Tre giorni dopo seppi che la Beagle era arrivata al Porto, lontano diciotto leghe dalla città. Nel basso della valle vi è pochissima terra coltivata; in tutta la sua larghezza non cresce che un po’ d’erba avvizzita, che anche gli asini non possono quasi mangiare. Questa scarsità nella vegetazione si deve alla quantità di materia salina di cui il margine è impregnato. Il Porto si compone di una riunione di miserabili tuguri, collocati al piede di una sterile pianura. Attualmente, siccome il fiume contiene sufficiente acqua per giungere fino al mare, gli abitanti hanno il vantaggio di avere acqua dolce in uno spazio di un miglio e mezzo. Sulla spiaggia vi erano grandi mucchi di mercanzie, e quel villaggetto aveva un lieto aspetto di attività. La sera mi congedai molto amorevolmente dal mio compagno Mariano Gonzales, col quale avevo viaggiato per tante leghe nel Chilì. L’indomani mattina la Beagle salpava per Iquique.

Luglio 12. - Gettammo l’àncora nel porto di Iquique nella lat. 20° 12’, sulla costa del Perù. La città contiene circa mille abitanti, e sta in una piccola pianura di sabbia al piede di una grande parete di roccia alta 600 metri che qui forma la costa. Tutto questo è affatto deserto. Solo ogni tanti anni cade un po’ di pioggia; e quindi i burroni sono pieni di detriti, ed i fianchi del monte coperti di mucchi di una bella sabbia bianca, anche all’altezza di trecento metri. In questa stagione dell’anno un fitto strato di nubi, si estende sull’oceano, e spesso anche sulla parete di roccia della costa. L’aspetto del luogo è molto malinconico; il piccolo porto, colle sue poche navi, e le misere case aggruppate, sembrava schiacciato, e affatto sproporzionato col resto del paesaggio.

Gli abitanti vivono come persone a bordo di una nave; ogni cosa necessaria alla vita viene da lontano: l’acqua si porta in barche da Pisagua, circa quaranta miglia al nord, e si vende al prezzo di nove reali (5 lire e 60 cent.) un barile di un ettolitro e 16 litri; ne comprai una bottiglia piena per 30 centesimi. Parimente la legna da ardere, e naturalmente ogni articolo di nutrimento, è importato. Pochissimi animali si possono allevare in un luogo cosiffatto: il mattino dopo, presi a nolo con molta difficoltà, al prezzo di cento franchi, due mule ed una guida per condurmi alle cave di nitrato di soda. Queste sono ora ciò che mantiene Iquique. Questo sale fu per la prima volta esportato nel 1830: in un anno se ne mandò in Francia ed in Inghilterra una quantità pel valore di due milioni di lire. Si adopera principalmente come concime e per fare acido nitrico: a cagione della sua deliquescenza non può servire per la polvere da schioppo. Anticamente v’erano due ricchissime miniere d’argento in questo contorno, ma ora il prodotto è piccolissimo. Il nostro arrivo nelle acque di quel paese cagionò una qualche apprensione. Il Perù era in uno stato d’anarchia; ed ogni partito avendo domandato una contribuzione, la povera città di Iquique era nei triboli, credendo che l’ora del malanno fosse giunta. La popolazione aveva pure i suoi disgusti intestini; poco tempo prima, tre falegnami francesi avevano aperto con effrazione le due chiese, e rubato tutti gli oggetti preziosi; però, uno dei ladri confessò in seguito il suo delitto e l’argenteria fu ricuperata. I delinquenti vennero mandati ad Arequipa, la quale, sebbene capitale di questa provincia, è lontana duecento leghe; il governo colà credette fosse peccato punire operai tanto utili, che potevano fare ogni sorta di mobiglie; ed in conseguenza accordò loro la libertà. Essendo le cose in questo stato, le chiese furono nuovamente sforzate, ma questa volta l’argenteria non venne più ricuperata. Gli abitanti andarono sulle furie, e dichiararono che nessuno tranne gli eretici avrebbero potuto «Mangiare Dio Onnipotente»; cominciarono quindi a torturare alcuni inglesi, coll’intenzione di fucilarli in seguito. Alla fine le autorità intervennero, e la pace venne ristabilita.

Luglio 13. - Al mattino partii per le cave di salnitro, distanti quattordici leghe. Essendo saliti sulla scoscesa costa montuosa per un sentierino sabbioso a ghirigori, in breve giungemmo in vista delle miniere di Guantajaya e Santa Rosa. Questi due piccoli villaggi stanno alla imboccatura delle miniere; ed essendo appollaiati sulle colline, hanno un aspetto ancor più singolare e più desolato che non la città di Iquique. Fin dopo il tramonto non giungemmo alle cave di salnitro, e ciò dopo aver viaggiato tutto il giorno in un paese ondulato, un vero e sterile deserto. La strada era cosparsa di ossa e di pelli secche di molti animali da soma che erano morti dalla stanchezza lungo il cammino. Tranne il Vultur aura, che vive di carcami, non incontrai nè uccello, nè quadrupede, nè rettile, nè insetto. Sui monti della costa, all’altezza di 600 metri, che durante questa stagione sono coperti dalle nubi, alcuni pochi cactus crescevano nelle fessure della roccia; e la sabbia era sparsa di un lichene, che non aderisce affatto alla superficie. Questa pianta appartiene al genere Cladonia, e somiglia in certo modo al lichene delle renne. In alcune parti era in tanta quantità da dare alla sabbia, veduta da una certa distanza, un colore giallastro pallido. Più dentro terra, durante tutta la strada vidi solo un altro vegetale, ed era un minutissimo lichene giallo, che cresceva sulle ossa delle mule morte. Quello fu il primo vero deserto che io vidi: l’effetto che produsse sopra di me non fu molto grande; ma credo che ciò derivasse dall’essermi io gradatamente avvezzato a così fatti paesaggi, mentre viaggiava al nord da Valparaiso per Coquimbo fino a Copiapò. L’aspetto del paese era notevole, per essere coperto da fina spessa crosta di sale comune, e di uno strato di alluvione salifero, il quale sembra essersi depositato mentre la terra andava lentamente alzandosi sul livello del mare. Il sale è bianco, durissimo e compatto: s’incontra in globetti che sporgono dalla sabbia agglutinata, ed è accompagnato da molto gesso. L’aspetto di questa massa superficiale rassomigliava molto a quello di un paese dopo una nevicata, prima che le impronte l’abbiano sciolta. La presenza di questa crosta di una sostanza solubile sopra tutta la superficie del paese, dimostra quanto straordinariamente asciutto debba essere stato il clima durante un lungo periodo.

Passai la notte nella casa del proprietario di una di queste miniere di salnitro. Il terreno qui è tanto sterile quanto vicino alla costa: tuttavia scavando pozzi si può avere un po’ d’acqua, sebbene di sapore amaro e salmastro. Il pozzo di questa casa era profondo 35 metri: siccome piove raramente è chiaro che l’acqua non viene in quel pozzo dalla pioggia; infatti se questo fosse stato il caso l’acqua sarebbe stata salata come la salamoia, perchè tutto il terreno circostante è coperto di sostanze saline. Dobbiamo quindi conchiudere che l’acqua viene sotto terra dalle Cordigliere, sebbene distanti tante leghe. In quella direzione vi sono tanti villaggetti, gli abitanti dei quali, avendo maggior copia d’acqua, possono irrigare un po’ di terreno, e coltivare il fieno di cui si nutrono le mule e gli asini adoperati nel trasporto del salnitro. Il nitrato di soda si vendeva ora sul luogo dell’imbarco, a diciassette lire e cinquanta centesimi per ogni cinquanta chilogrammi; la spesa principale era il trasporto sulla costa del mare. La miniera è composta di uno strato duro della spessezza di sessanta a novanta centimetri, di nitro mescolato con un po’ di solfato di soda e buona copia di sale comune. Lo strato sta proprio sotto la superficie e segue per un tratto di centocinquanta miglia il margine di un gran bacino o pianura; e questa, dal suo profilo, mostra con evidenza che deve essere stato un lago, o meglio un braccio interno di mare, come si può dedurre dalla presenza di sali di iodio negli strati salini. La superficie della pianura è al di sopra del Pacifico di 990 metri.

Luglio 19. Gettammo l’ancora nel golfo di Callao, porto di mare di Lima capitale del Perù. Rimanemmo colà sei settimane, ma a cagione dei torbidi politici del paese non vidi gran cosa dei contorni. Durante tutta la nostra dimora il clima non fu tanto delizioso quanto viene generalmente decantato. Una massa cupa e pesante di nubi sovrastava costantemente la terra, tantochè durante i primi sedici giorni vidi una sola volta le Cordigliere dietro Lima. Questi monti veduti in piano uno sull’altro, attraverso gli squarci delle nuvole avevano un aspetto grandiosissimo. È divenuto quasi un motto proverbiale, il dire che non piove mai nella parte inferiore del Perù. Tuttavia questo non si può dire esatto; perchè durante la nostra dimora, quasi ogni giorno vi era una nebbia tanto fitta e umida, che bastava a rendere le strade fangose e bagnare le vestimenta; la popolazione si compiace di chiamare questa nebbia rugiada peruviana. È cosa però certissima che non cade molta pioggia, perchè le case sono coperte di terrazze fatte di fango indurito; e sul molo v’erano carichi di bastimento di grano ammucchiati senza nessuna coperta.

Non posso dire che quel poco che vidi del Perù mi sia andato a genio; tuttavia dicono che in estate il clima è molto migliore. In tutte le stagioni tanto gli abitanti, quanto i forestieri soffrono fortissime febbri. Questa malattia è comune in tutta la costa del Perù, ma è ignota nell’interno. Le febbri che vengono dai miasmi non mancano mai di parere molto misteriose. È tanto difficile giudicare dall’aspetto di un paese se sia o no salubre, che se una persona avesse dovuto scegliere sotto i tropici una posizione che sembrasse favorevole alla salute, è molto probabile che avrebbe scelto questa costa. La pianura che sta intorno a Callao è scarsamente coperta di un’erba grossolana, ed in alcune parti vi sono piccole pozzanghere di acqua stagnante. Probabilissimamente i miasmi vengono da queste; perchè la città di Arica era nelle stesse circostanze, e divenne molto più sana prosciugando alcuni piccoli stagni. I miasmi non sempre sono prodotti da una ricca vegetazione sotto un clima ardente: perchè molte parti del Brasile, anche dove s’incontrano paludi ed una rigogliosa vegetazione, sono molto più salubri che non questa sterile costa del Perù. Le più fitte foreste in un clima temperato, come Chiloe, non sembrano alterare per nulla la salubrità dell’atmosfera.

L’isola di Sant’Iago, al Capo Verde, presenta un altro notevolissimo esempio di un paese, che tutti avrebbero immaginato sanissimo, ed è invece molto diverso. Ho detto che le vaste e sterili pianure producono, durante alcune settimane dopo la stagione delle pioggie, una sottile vegetazione la quale subito si avvizzisce e secca: in questo periodo l’aria sembra divenire al tutto pestilenziale; perchè tanto gli indigeni quanto i forestieri sono presi da febbri violente. D’altra parte l’arcipelago Galapagos nel Pacifico, con terreno simile, e soggetto periodicamente allo stesso processo di vegetazione, è tuttavia sanissimo. Humboldt ha osservato «che sotto la zona torrida le paludi più piccole sono le più pericolose, essendo circondate, come a Vera Cruz e Cartagena da un terreno arido e sabbioso, che fa ascendere la temperatura dell’aria ambiente»[106]. Nondimeno, sulla costa del Perù, la temperatura non è eccessivamente calda; e forse perciò le febbri non hanno un’indole tanto maligna. In tutti i paesi poco salubri il pericolo maggiore è quando si dorme sulla spiaggia. Questo fatto si deve egli attribuire allo stato del corpo durante il sonno, od alla maggior abbondanza di miasmi in quel periodo di tempo? Sembra certo che coloro i quali stanno a bordo di una nave, anche quando questa sia ancorata a poca distanza dalla spiaggia, soffrono in generale meno che non quelli che stanno proprio sulla spiaggia. D’altra parte, ho inteso, parlare di un caso notevole ove la febbre si manifestò nell’equipaggio di una nave da guerra lontana alcune centinaia di miglia dalla costa d’Africa, e che nello stesso tempo cominciò a Sierra Leone un terribile periodo di morìa[107].

Nessuno stato del Sud America, dopo la dichiarazione dell’indipendenza, ha sofferto maggiormente del disordine quanto il Perù. Nel tempo della nostra visita, v’erano quattro comandanti armati che si contendevano il potere supremo del governo: se uno riusciva a divenire potentissimo per un tratto di tempo, gli altri si coalizzavano contro di esso; ma appena rimanevano vincitori, tornavano in guerra fra loro. L’altro giorno, per l’anniversario dell’Indipendenza, venne detta una grande messa, e il Presidente doveva prendere il sacramento: durante il Te Deum, ogni reggimento invece di spiegare la bandiera peruviana, ne spiegò una nera con un teschio di morto sopra; immaginatevi un governo il quale possa ordinare una scena cosifatta, in una occasione come quella, per dimostrare la sua determinazione di combattere fino alla morte! Questo stato di cose seguì in un tempo molto disgraziato per me, perchè mi trovai impedito di fare escursioni oltre i limiti della città. La sterile isola di San Lorenzo, che forma il porto, era quasi l’unico luogo ove si potesse passeggiare con sicurezza. La parte superiore, che è alta più di 300 metri, durante questa stagione dell’anno (inverno), viene sotto il limite inferiore delle nuvole; e quindi la sua cima è coperta di una abbondante vegetazione crittogamica, e di alcuni fiori. Sulle colline presso Lima, ad un’altezza un po’ maggiore, il suolo è tappezzato di musco, e di tratti di bei gigli gialli, chiamati Amancaes. Questo indica un grado di umidità molto maggiore, che non quello di Iquique ad una altezza corrispondente. Andando al nord di Lima, il clima divien più umido, finchè sulle sponde del Guyaquil, quasi sotto l’equatore, troviamo le foreste più rigogliose. Il mutamento, però, dalla sterile costa del Perù a quella fertile terra si dice aver luogo quasi repentinamente nella latitudine del Capo Blanco, due gradi al sud di Guyaquil.

Callao è un piccolo porto di mare sucido e mal fabbricato. Gli abitanti, tanto qui come a Lima, presentano una sfumatura immaginabile di mistura, tra il sangue europeo, il negro e l’indiano. Sembrano gente depravata e dedita all’ubbriachezza. L’atmosfera è carica di odori strani, e quello particolare che si sente in quasi tutte le città dei tropici, era qui fortissimo. La fortezza, che sostenne il lungo assedio di Lord Cochrane, ha un aspetto imponente. Ma il Presidente, durante il nostro soggiorno, vendette i cannoni di bronzo, e cominciò a smantellare alcune parti di essa. La ragione che adduceva era, che non aveva un ufficiale al quale potesse affidare un posto tanto importante. Egli stesso aveva buone ragioni per pensare in tal modo, mentre aveva ottenuto il posto di Presidente ribellandosi quando era al comando di quella stessa fortezza. Dopo la nostra partenza dal Sud America, pagò la pena del suo fallo nel modo consueto; fu vinto, fatto prigioniero e fucilato.

Lima sta sul piano di una valle, formatasi durante il lento ritirarsi del mare. È distante sette miglia da Callao, ed è più alta di questo di 150 metri; ma siccome il pendio è dolcissimo, la strada sembra al tutto piana; cosicchè quando si è giunti a Lima non si può credere di esser saliti neppure una trentina di metri. Humboldt ha fatto osservazioni intorno a questo caso singolarmente ingannevole. Dalla pianura sorgono come tante isole alcune aride colline, e quella vien divisa, da pareti diritte di terra, in grandi campi verdi. In questi, non cresce neppure un albero, tranne alcuni salici, e qua e là gruppi di banani ed aranci. La città di Lima è ora in un misero stato di decadenza; le strade non son quasi selciate; e mucchi d’immondizie si incontrano in tutte le direzioni, ove i neri gallinazos, domestici come il pollame, raccolgono pezzetti di carogne. Le case hanno generalmente un piano superiore, costrutto, a cagione dei terremoti, di legno coperto di stucco; ma alcune delle più antiche, nelle quali abitano ora parecchie famiglie, sono immensamente grandi; e rivaleggiano nel numero degli appartamenti coi palazzi più maestosi di qualunque paese. Lima, la città dei Re, deve essere stata anticamente una città splendidissima. Il numero straordinario di chiese le dà, anche oggi, un carattere particolare e notevole, specialmente se veduta da una piccola distanza.

Un giorno andai con alcuni negozianti a cacciare nel contorno immediato della città. La nostra caccia fu meschinissima; ma ebbi occasione di vedere le rovine di uno degli antichi villaggi indiani, col suo mucchio di avanzi nel centro sorgente come un colle naturale. Gli avanzi delle case, dei recinti, dei canali d’irrigazione, e delle sepolture, sparsi sulla pianura, non potevano a meno di dare un’alta idea della condizione e del numero dell’antica popolazione. Quando si considerano le loro stoviglie, le loro stoffe di lana, i loro utensili dalle forme eleganti tratti dalle roccie più dure, gli ordegni di rame, gli ornamenti di pietre preziose, i palazzi, le opere idrauliche, è impossibile non sentir rispetto pel grande progresso da essi compiuto nelle arti dello incivilimento. I tumuli sepolcrali, chiamati Huacas, sono invero stupendi; quantunque in certi punti sembrino colline naturali incassate e modellate.

Vi è pure un’altra classe di rovine molto differente, non priva di un certo interesse, quelle cioè dell’antico Callao, distrutto dal grande terremoto del 1746, col suo susseguente maremoto. La distruzione deve essere stata più compiuta anche di quella di Talcahuano. Grandi massi di ghiaia nascondono quasi le fondamenta dei muri, ed enormi mucchi di rottami sembrano essere stati trascinati come ciottoli dalle onde che si ritiravano. È stato riconosciuto che durante quella memorabile scossa, il terreno si abbassò: non potei scoprire nessuna prova di questo fatto; tuttavia non sembra improbabile, perchè la forma della costa deve certamente aver sopportato qualche mutamento dopo la fondazione dell’antica città; perchè nessuna popolazione ragionevole avrebbe scelto di sua volontà, per fabbricarla, lo stretto tratto coperto di ciottoli sul quale stanno ora le rovine. Dopo il nostro viaggio, il signor Tschudi è venuto a conchiudere, comparando le carte antiche colle moderne, che tanto la costa settentrionale quanto la meridionale di Lima si sono certamente abbassate.

Sull’isola di San Lorenzo vi sono prove molto chiare di sollevamento durante il periodo recente, questo naturalmente non si oppone alla credenza che un lieve abbassamento del terreno abbia avuto luogo in seguito. La parte di quest’isola che sta in faccia al golfo di Callao, è scavata in tre oscure terrazze, la più bassa delle quali è coperta da un giacimento lungo un miglio composto tutto di conchiglie di diciotto specie che vivono nel mare vicino. L’altezza di questo giacimento è di ventisei metri. Molte fra queste conchiglie sono profondamente rose, ed hanno un aspetto più vecchio; e più distrutto di quelle che si trovano all’altezza di 150 o 180 metri sulla costa del Chilì. Queste conchiglie sono unite a molto sale comune ed a un po’ di solfato di calce (probabilmente questi due corpi sono stati lasciati dallo svaporamento della spuma, mentre il terreno si alzava lentamente), insieme con solfato di soda e muriato di calce. Esse riposano sopra frammenti dell’arenaria sottostante, e son coperte da detriti dello spessore di pochi centimetri. Le conchiglie, che stanno più in alto su questa terrazza si possono osservare scaglionate in lamine e ridotte in polvere impalpabile; e sulla terrazza superiore all’altezza di cinquanta metri, e parimenti in altri punti ancor più alti trovai uno strato di polvere salina di aspetto esattamente simile, e giacente nella stessa posizione relativa. Non ho alcun dubbio che questo strato superiore fosse in origine un giacimento di conchiglie, simile a quello della terrazza alta ventisei metri; ma ora non contiene traccia di struttura organica. La polvere è stata analizzata per conto mio dal signor F. Reeks; si compone di solfati e muriati di calce e di soda, con pochissimo carbonato di calce.

Tutti sanno che il sale comune ed il carbonato di calce lasciati in una massa per qualche tempo insieme, si scompongono in parte l’un l’altro; sebbene questo non segua nelle piccole quantità disciolte. Siccome le conchiglie semi-decomposte dello strato salino superiore sono associate con molto sale comune unitamente con talune delle sostanze saline che compongono lo strato superiore salino, e siccome quelle conchiglie sono rose e distrutte in modo notevole, io ho un forte sospetto che questa doppia scomposizione abbia qui avuto luogo. I sali che ne sarebbero derivati, però, dovrebbero essere carbonato di soda e muriato di calce; questo ultimo vi si trova, ma non il carbonato di soda. Quindi sono propenso a credere che per qualche mezzo inesplicabile, il carbonato di soda siasi mutato in solfato. È ovvio che lo strato salino non avrebbe potuto conservarsi in nessun paese ove cadesse molta pioggia; d’altra parte, questa stessa circostanza, che a prima vista sembrerebbe essere favorevolissima alla lunga conservazione delle conchiglie scoperte, è stato probabilmente il mezzo indiretto, per non essere stato il sale comune portato via dalle acque, della loro scomposizione e prematuro disfacimento.

Provai molto interesse trovando sulla terrazza, all’altezza di ventisei metri, incorporati fra le conchiglie e molti rottami trasportati dal mare, alcuni pezzi di tela di cotone, giunchi intrecciati, e torzoli di grano indiano: paragonai questi avanzi con altri simili presi dai Huacas, o antiche tombe peruviane, e li trovai identici nell’aspetto. Sulla terra ferma in faccia a San Lorenzo, presso Bellavista, vi è una vasta pianura alta circa trenta metri, di cui la parte inferiore è composta di strati alterni di sabbia e creta impuri misti ad un po’ di ghiaia, e la superficie fino alla profondità di 90 centimetri a 1,80, è fatta di un’argilla rossiccia che contiene alcune poche conchiglie marine ed un gran numero di cocci di una stoviglia rossa ordinaria, che abbonda di più in certi posti che non in altri. Dapprima io ero disposto a credere che questo strato superficiale, per essere così esteso e liscio, dovesse essersi depositato sotto il mare, ma in seguito vidi in un punto, che riposava sopra un terreno artificiale di ciottoli rotondi. Sembra, quindi, molto probabile che nel periodo in cui la terra si trovava ad un livello più basso, vi fosse una pianura molto simile a quella che circonda ora Callao, la quale essendo protetta da una spiaggia sassosa, è sollevata poco al di sopra dei livello del mare. Su questa pianura, coi suoi strati d’argilla rossa, suppongo che gli indiani fabbricassero le loro stoviglie; e che, durante qualche violento terremoto, il mare si rovesciasse sulla spiaggia, e convertisse la pianura in un lago temporaneo, come ebbe luogo intorno a Callao nel 1713 e 1746. L’acqua allora avrà depositato terra, contenente pezzi di stoviglie presi dalle fornaci, più abbondanti in certi punti che non in altri, e conchiglie del mare. Questo giacimento con stoviglie fossili, sta quasi alla stessa altezza delle conchiglie della terrazza inferiore del S. Lorenzo, nella quale trovai incorporati fili di cotone ed altri residui. Quindi si può conchiudere con certezza, che durante il periodo Indo-umano vi è stato un sollevamento, come abbiamo detto prima, di oltre ventisei metri; perchè un po’ dell’altezza deve essersi perduta nell’abbassamento seguìto nella costa dopo che le carte geografiche antiche furono disegnate. A Valparaiso, quantunque nei 220 anni prima della nostra visita, il sollevamento non abbia superato i sei metri, tuttavia dopo il 1817 vi è stato un sollevamento, parte insensibile e parte repentino durante la scossa del 1822, di tre metri o di tre metri e trenta centimetri. L’antichità della razza Indo-umana in questo luogo, giudicando dall’essersi la terra alzata di ventisei metri dacchè le reliquie furono incorporate, è tanto più notevole, in quantochè sulla costa della Patagonia, quando il terreno si trovava più basso dello stesso numero di metri, viveva la Macrauchenia; ma siccome la costa della Patagonia è alquanto distante dalle Cordigliere, il sollevamento può essere stato colà più lento che non in questo luogo. A Bahia Blanca, la terra si è sollevata soltanto di pochi metri dopo che i numerosi e giganteschi quadrupedi furono sotterrati; e, secondo l’opinione generale quando vivevano questi animali estinti l’uomo non esisteva. Ma il sollevamento di quella parte della costa della Patagonia non ha forse nessun rapporto colle Cordigliere, ma si collega piuttosto con una linea di antiche roccie vulcaniche della Banda Oriental, cosicchè può essere stato infinitamente più lento che non sulle spiaggie del Perù. Tutte queste supposizioni tuttavia debbono essere incerte; perchè chi può dire, se non vi siano stati parecchi periodi di abbassamento, intercalati con quelli di sollevamento; perchè sappiamo che lungo tutta la costa della Patagonia, vi sono state certamente molte e lunghe pause nell’azione delle forze sollevatrici.


 
CAPITOLO XVII.
ARCIPELAGO GALAPAGOS.

Arcipelago Galapagos - L’intero gruppo è vulcanico - Numero dei crateri - Cespugli senza foglie - Colonia all’isola Carlo - Isola James - Lago salato in un cratere - Storia naturale di quel gruppo d’isole - Ornitologia, curiose frangille - Rettili - Grandi tartarughe, loro costumi scavatori, erbivora - Importanza dei rettili nell’Arcipelago - Pesci, conchiglie, insetti - Botanica - Tipo americano di organizzazione - Differenze nelle specie o razze nelle differenti isole - Dimestichezza degli uccelli - Il timore dell’uomo è un istinto acquisito.

Settembre 15. - Quest’arcipelago si compone di dieci isole principali, di cui cinque sono più grandi delle altre. Stanno sotto l’Equatore e fra le cinque o seicento miglia ad occidente della costa d’America. Son tutte fatte di roccia vulcanica; mentre alcuni pochi frammenti di granito singolarmente verniciati ed alterati dal calore, non si possono quasi considerare che come una eccezione. Alcuni dei crateri che sovrastano le isole principali, sono di una mole immensa, e si alzano ad una altezza di mille o mille e trecento metri. I loro fianchi sono forati di un numero infinito di orifizi. Io non esito quasi ad affermare, che in tutto l’arcipelago vi saranno almeno duemila crateri. Questi sono composti talora di lava e scoria, talora di terra simile ad arenaria finamente stratificata. Moltissimi di questi ultimi sono in bel modo simmetrici; vanno debitori della loro origine alle eruzioni di fango vulcanico senza lava; è un fatto ben notevole quello che ognuno dei ventotto crateri di terra che furono esaminati, avevano il loro lato meridionale molto più basso che non gli altri lati, o al tutto rotto e rimosso. Siccome tutti questi crateri sembrano essere stati fatti quando erano nel mare, e siccome le onde prodotte dai venti regolari e dalle maree del Pacifico, univano qui la loro azione sulle coste meridionali di tutte le isole, si può agevolmente spiegare questa singolare uniformità nello stato di rottura dei crateri, composti di terra molle e cedevole.

Considerando che queste isole stanno proprio sotto l’equatore, il clima è tutt’altro che caldissimo; questo fatto sembra derivare dalla temperatura singolarmente bassa dell’acqua circostante, che viene qui dalla grande corrente meridionale polare. Tranne durante una breve stagione, cade pochissima pioggia, ed anche allora è irregolare, ma generalmente le nubi stanno sopra le isole e molto basse. Quindi, mentre le parti più basse delle isole sono sterilissime, le parti superiori, all’altezza di trecento metri ed anche più, hanno un clima più umido ed una vegetazione discretamente rigogliosa. Questo è specialmente il caso nelle parti delle isole esposte al vento, che ricevono e condensano per le prime l’umidità dell’atmosfera.

Il mattino del 17 sbarcammo sull’isola Chatham, la quale, simile alle altre, sorge con un profilo liscio e rotondo, rotto qua e là da sparsi monticelli, avanzi di antichi crateri. Non v’era nulla di meno attraente di quel primo aspetto. Un campo scosceso di lava basaltica nera, fatto in forma di un aspro ondeggiamento ed attraversato da grandi spacchi, e ovunque coperto di una bassa vegetazione stentata ed abbrustolita, che mostra segni di poca vita. La superficie asciutta e abbronzita, riscaldata dal sole del meriggio, dava all’aria un non so che di chiuso e di afoso, come quella di una stufa; ci parve anche di sentire che i cespugli emanassero un odore sgradevole. Quantunque cercassi di raccogliere con cura il maggior numero di piante possibili, non potei averne che pochissime, e queste avevano un aspetto così meschino che era più adatto alla Flora artica che non alla equatoriale. Da una certa distanza i cespugli parevano senza foglie come i nostri alberi in inverno, e mi ci volle un certo tempo prima che mi avvedessi che non solo ogni pianta era coperta di foglie, ma che la maggior parte erano in fiore. La pianta più comune è una Euforbiacea; un’acacia ed un grande e singolare cactus sono gli unici alberi che presentino un po’ di ombra. Dopo la stagione delle forti pioggie, si dice che le isole siano per un breve tempo parzialmente verdi. L’isola vulcanica di Ferdinando Noronha, posta per molti rispetti in condizioni quasi simili, è l’unico paese ove io abbia veduto una vegetazione al tutto simile a quella delle isole Galapagos.

La Beagle veleggiò intorno all’isola Chatham e gettò l’àncora in vari piccoli seni. Una notte dormii a terra sulla spiaggia sopra una parte dell’isola, ove s’incontravano in gran numero coni tronchi neri; da una piccola altura ne contai sessanta, tutti sormontati da crateri più o meno perfetti. Il maggior numero si componeva solo di un anello di scoria rossa, cementata insieme, e si alzavano sulla pianura di lava solo di quindici o trenta metri: nessuno è stato recentemente attivo. Tutta la superficie di questa parte dell’isola sembra essere stata impregnata, come un crivello, di vapori sotterranei; qui e là la lava, mentre era molle, è venuta su in grosse bolle; ed in altre parti, le cime delle caverne formate nello stesso modo sono cadute dentro, lasciando pozzi circolari con pareti scabre. Per la forma regolare dei numerosi crateri, l’aspetto del paese acquista un non so che di artificiale, che mi rammentava molto quelle parti del Staffordshire, ove le grandi fucine di ferro sono numerosissime. La giornata era caldissima e il camminare su quella scabra superficie ed in mezzo a quegli intricati boschetti, era faticosissimo; ma fui ben ricompensato dalla vista di quello strano paesaggio da Ciclopi. Mentre stava girovagando incontrai due grosse testuggini, ognuna delle quali avrà pesato almeno cento chilogrammi; una stava mangiando un pezzo di cactus, e mentre mi accostava ad essa, mi guardò fisso e lentamente se ne andò; l’altra fece udire un profondo sibilo, e trasse dentro il capo. Questi tozzi rettili, circondati dalla nera lava, dai cespugli senza foglie, e da grandi cactus, sembravano alla mia mente simili a qualche animale antidiluviano. I pochi uccelli dai colori smorti non si curavano di me, più che non facessero quelle grosse testuggini.

Settembre 23. - La Beagle continuò il viaggio per l’isola Carlo. Questo arcipelago è stato visitato da un pezzo, prima dai Filibustieri, ed ultimamente da balenieri, ma non sono che sei anni dacchè una piccola colonia si è qui stabilita. Gli abitanti sono in numero di due a trecento; sono quasi tutti uomini di colore, che sono stati banditi per delitti politici dalla repubblica dell’Equatore, di cui Quito è la capitale. Lo stabilimento è posto quattro miglia e mezzo dentro terra, ad una altezza di circa trecento metri. La prima parte della strada passa in mezzo a boschetti senza foglie come nell’isola Chatham. Più in su, i boschi si van facendo sempre più verdi; ed appena passato l’orlo dell’isola, una lieve brezza meridionale venne a rinfrescarci, ed i nostri occhi si riposarono sopra una bella e verde vegetazione. In questa regione superiore abbondano erbe grossolane e felci; ma non vi sono felci arboree: in nessun luogo vidi specie della famiglia delle Palme, ciò che è molto singolare, mentre a 360 miglia al nord, l’isola Cocco prende il suo nome dal gran numero di alberi di noci di cocco. Le case sono sparse irregolarmente sopra uno spazio di terreno piano, che è coltivato a patate dolci e banane. Non ci si può fare un’idea del piacere che ci fece la vista della terra vegetale, dopo essere stati per tanto tempo avvezzi al terreno abbrustolito del Perù e del Chilì settentrionale. Gli abitanti quantunque si lamentino della povertà, hanno senza troppa fatica, ogni cosa necessaria alla vita. Nei boschi vi sono molte capre selvatiche e molti maiali pure selvatici; ma l’articolo principale di cibo animale è formato dalle testuggini. Naturalmente il numero di queste è molto diminuito in quell’isola, ma tuttavia la gente calcola su due giorni di caccia per avere il cibo pel resto della settimana. Si dice che una volta ogni nave ne portasse via fino a settecento, e che un drappello di una fregata, alcuni anni or sono abbia portato un giorno sulla spiaggia fino a duegento testuggini.

Settembre 29. - Girammo intorno alla punta sud-ovest dell’isola Albemarle, e l’indomani rimanemmo presi dalla calma tra quell’isola e quella di Narborough. Entrambe sono coperte di immensi diluvi di una lava nuda e nera, che è traboccata dall’orlo delle grandi caldaie, come la pece dall’orlo del vaso, ove è stata messa a bollire, o è scaturita fuori dagli orifizi minori dei fianchi: scendendo si è sparsa per molte miglia lungo la costa marina. Si sa che sopra queste due isole ebbero luogo varie eruzioni; e nell’Albemarle, vedemmo un filetto di fumo che usciva dalla cima di uno dei grandi crateri. La sera si gettò l’àncora nel Seno di Bank, nell’isola. Albemarle. L’indomani andai a fare una escursione a piedi. Al Sud del cratere rotto di terra, nel quale la Beagle si era ancorata, ve ne era un altro di una bella forma elittica simmetrica; il suo asse più lungo era un po’ meno di un miglio e profondo circa 150 metri. Al suo fondo vi era un lago di poca profondità, nel mezzo del quale un sottile cratere formava un’isoletta. La giornata era eccessivamente calda, ed il lago pareva chiaro ed azzurro: scesi lungo il pendio di cenere, e soffocato dalla polvere assaggiai in fretta l’acqua, ma con mio dispiacere, la trovai salata come una salamoia.

Le rupi della costa abbondavano di grosse lucertole, lunghe da novanta centimetri a un metro e venti; e sulle colline una brutta specie color giallo-bruno era pure comune. Ne vedemmo molte di quest’ultima specie, alcune che si scostavano con passo pesante da noi, ed altre che si precipitavano nelle loro buche. Descriverò ora più distesamente i costumi di quei due rettili. Tutta questa parte settentrionale dell’isola Albemarle è al tutto sterile.

Ottobre 8. - Si giunse all’isola James: quest’isola come l’isola Carlo, sono state così nomate per i nostri re della famiglia degli Stuardi. Il signor Bynoe, io, ed i nostri servitori rimanemmo qui una settimana, con alcune provviste ed una tenda, mentre la Beagle faceva la sua strada per acqua. Trovammo qui una brigata di Spagnuoli, che erano stati mandati dall’isola Carlo per seccare pesce, e salare la carne di testuggine. Sei miglia circa nell’interno, all’altezza di quasi 300 metri, era stata costrutta una capanna nella quale dimoravano due uomini, impiegati a prendere testuggini, mentre gli altri pescavano sulla costa. Feci due visite a quella comitiva e dormii colà una notte. Come nelle altre isole, la regione inferiore era coperta di boschetti di piante quasi sfogliate, ma qui gli alberi erano più rigogliosi e più alti che non altrove, mentre avevano sessanta centimetri e taluni anche settantotto centimetri di diametro. La regione superiore rimanendo umida per le nuvole, fa crescere una vegetazione verde e fiorente. Il suolo era tanto umido, che vi erano grandi tratti di un grossolano cyperus nel quale vivevano e si riproducevano un gran numero di gallinelle (Rallus). Mentre mi trovava in quella regione superiore, vissi al tutto di carne di testuggine: la parte inferiore arrostita col guscio (come dicono i Gauchos carne con cuero), è buonissima; e le testuggini giovani fanno una zuppa eccellente; ma in altro modo la carne secondo me è insipida.

Un giorno accompagnammo una comitiva di Spagnuoli nella loro barca fino alla salina, o lago dal quale si ricava il sale. Dopo sbarcati, facemmo una camminata faticosa sopra un campo scabro di lava recente, che aveva circondato quasi tutto il cratere di terra, in fondo al quale si trova il lago salato. L’acqua è profonda soltanto sette od otto centimetri e riposa sopra uno strato di bellissimi cristalli di sale bianco. Il lago è interamente circolare, ed è orlato di piante verdi, succulente, le pareti quasi a picco del cratere sono boscheggiate, cosicchè il paesaggio era al tutto pittoresco e singolare. Pochi anni or sono, i marinai di una nave di cacciatori di foche assassinarono il loro capitano in quel luogo remoto, e ne vedemmo il teschio giacente in mezzo ai cespugli.

Durante la maggior parte del tempo in cui rimanemmo colà, il cielo fu sereno, e se il vento regolare mancava per un’ora, il caldo diveniva allora soffocante. Per due giorni il termometro sotto la tenda segnava per alcune ore 35° cent.; ma all’aria aperta, al vento ed al sole era solo a 30°. La sabbia era estremamente calda; messo il termometro sopra un po’ di sabbia bruna, saliva all’istante a 60° e non so fin dove sarebbe salito ancora, ma quello strumento non aveva gradi più alti. La sabbia nera era ancor più calda, per cui malgrado i grossi stivali era molto spiacevole camminarvi sopra.

La storia naturale di queste isole è sommamente curiosa e merita bene tutta la nostra attenzione. La maggior parte dei prodotti organici sono creazioni aborigene che non s’incontrano in nessuna altra parte; vi è anche una differenza fra gli abitanti delle varie isole; tuttavia mostrano tutti una spiccata affinità con quelli dell’America, sebbene siano separati da quel continente da un vasto spazio di mare, largo circa 500 a 600 miglia. L’arcipelago è in se stesso un piccolo mondo, o meglio un satellite attaccato all’America, dal quale ha tratto alcuni pochi coloni dispersi, ed ha ricevuto il carattere generale delle sue produzioni indigene. Considerando la piccola mole di queste isole sentiamo maggior meraviglia pel numero dei loro esseri aborigeni, e per la ristretta cerchia di questi. Vedendo ogni altura circondata dal suo cratere, ed i limiti della maggior parte delle correnti di lava ancor distinti, siamo indotti a credere che durante un periodo geologicamente recente, lo sconfinato oceano coprisse qui ogni cosa. Quindi, tanto nello spazio quanto nel tempo, ci pare di esserci in certo modo avvicinati a quel grande fatto - quel mistero dei misteri - la prima comparsa di nuovi esseri su questa terra.

Fra i mammiferi terrestri havvene uno solo che si può considerare come indigeno, cioè un topo (Mus Galapagoensis), e questo è limitato, per quanto ho potuto accertarmi, all’isola Chatham, la più orientale dell’intero gruppo. Appartiene, come mi ha detto il signor Waterhouse, ad una divisione della famiglia dei topi caratteristica dell’America. All’isola James, vi è un sorcio sufficientemente distinto dalla specie comune per meritare che il signor Waterhouse gli abbia dato il nome e lo abbia descritto; ma siccome appartiene alla divisione della famiglia del mondo antico, e siccome quest’isola è stata frequentata dalle navi durante gli ultimi centocinquanta anni, non posso guari dubitare che questo sorcio sia soltanto una varietà prodotta dal clima, dal cibo e dal suolo nuovo e particolare a cui esso è andato soggetto. Quantunque nessuno abbia il diritto di speculare senza fatti distinti, tuttavia anche rispetto al topo dell’isola Chatham può nascere nella mente l’idea che esso forse sia una specie americana importata qui; perchè ho veduto, in una parte pochissimo frequentata dei Pampas, un topo indigeno che viveva sul tetto di una capanna fabbricata di fresco, e quindi non è improbabile che possa essere stato trasportato da un bastimento; fatti analoghi sono stati osservati dal dottor Richardson nel Nord America.

Ottenni ventisei specie di uccelli terragnoli, tutti particolari al gruppo di isole e che non si trovano in nessun altro luogo, eccettuato un fringuello lodoliforme del Nord America (Dolichonyx oryzivorus), che su quel continente si estende al nord fino al 54° di lat., e frequenta generalmente le paludi. Gli altri venticinque uccelli consistono, primo, in un falco, di cui la struttura sta in mezzo in modo singolare fra una poiana ed il gruppo americano dei Polybori che si nutrono di carogne; ed ha maggiore affinità, nei costumi e nella voce con questi ultimi uccelli. In secondo luogo, vi sono due gufi, che rappresentano il barbagianni e l’allocco di palude di Europa. Terzo, un fiorrancino, tre piglia-mosche tiranni (due di essi sono specie di Pyrocephalus uno o due dei quali potrebbero essere considerati da alcuni ornitologi come semplici varietà), ed una tortora - tutte analoghe, ma distinte dalle specie americane. Quarto, una rondine, la quale sebbene differisca dalla Progne purpurea delle due Americhe, soltanto per avere colori più smorti, ed essere più piccola, e più sottile, è considerata dal signor Gould come specificamente distinta. In quinto luogo vi sono tre specie di tordi beffeggiatori - forma molto caratteristica dell’America. Gli altri uccelli terragnoli formano un singolarissimo gruppo di fringuelli, affini fra loro nella struttura del becco, nella brevità della coda, nella forma del corpo, e nel piumaggio; ve ne sono tredici specie che il signor Gould ha diviso in quattro sotto-gruppi. Tutte queste specie sono particolari a quest’arcipelago, e così pure l’intero gruppo, eccettuato una specie del sotto-gruppo Cactornis, portato di recente dall’isola Bow, nell’arcipelago Low. Le due specie di Cactornis si veggono sovente arrampicate sui fiori dei grandi cactus arborei; ma tutte le altre specie di questo gruppo di fringuelli, stanno insieme in branchi e trovano il loro cibo sull’asciutto e sterile terreno delle regioni più basse. I maschi di tutti o certamente del maggior numero, sono affatto neri, e le femmine (eccettuate forse una o due) sono brune. Il fatto più curioso è la perfetta graduazione nella mole del becco delle differenti specie di Geospiza, da uno grosso quanto quello di un becco frusone a quello di un fringuello, e (se il signor Gould ha ragione nel comprendere il suo sottogruppo, Certhidea, nel gruppo principale), anche a quello di una Silvia. Il becco più grosso nel genere Geospiza si vede nella fig. 1, ed il più piccolo nella fig. 3; ma invece di esservi solo una specie intermedia con un becco della mole della fig. 2, vi sono non meno di sei specie con becchi insensibilmente graduati. Il becco del sotto gruppo Certhidea si vede nella fig. 4. Il becco del Cactornis somiglia in certo modo a quello di uno stornello; e quello del quarto sotto-gruppo, Camarhynchus, è un po’ a forma di quello di un pappagallo. Vedendo questa graduazione e diversità di struttura in un gruppo piccolo e molto affine di uccelli, si può realmente immaginare che da un piccolo numero originario di uccelli di questo arcipelago, ne venne presa una specie e modificata per vari scopi. Nello stesso modo si può immaginare che un uccello il quale era in origine una poiana, sia stato indotto qui a fare l’ufficio del Poliboro mangiatore di carogne del continente americano.

1. Geospiza magnirostris.

3. Geospiza parvula.

2. Geospiza fortis.

4. Certhidea olivacea.

Non mi fu possibile raccogliere più di undici specie di gralle e di uccelli di acqua, e di queste solo tre (compreso un porciglione limitato alle alture umide delle isole) sono specie nuove. Considerando le abitudini girovaghe dei gabbiani, fui sorpreso di trovare che la specie che vive in queste isole è particolare, ma affine ad una che vive nelle parti meridionali del Sud America. La particolarità maggiore degli uccelli terragnoli, cioè venticinque su trentasei essendo nuove specie o almeno nuove razze, comparate colle gralle ed i palmipedi, concorda colla cerchia più grande che questi ultimi ordini hanno in tutte le parti del mondo. Vedremo in seguito come questa legge nelle forme acquatiche, siano di acqua salsa o dolce, sia meno particolare in un dato punto della superficie della terra, che non quella delle forme terrestri delle medesime classi, illustrate evidentemente nelle conchiglie, ed in un grado minore negli insetti di questo arcipelago.

Due fra le gralle sono piuttosto più piccole che non le stesse specie portate da altri luoghi, la rondine è pure più piccola, sebbene appaia dubbio se sia o no distinta dalla sua specie analoga. I due gufi, i due pigliamosche tiranni (Pyrocephalus) e la tortora, sono pure più piccoli che non le specie analoghe ma distinte, coi quali sono più intimamente affini; d’altra parte, il gabbiano è un po’ più grande. Sono parimente più scuri delle loro specie analoghe i due gufi, la rondine, le tre specie di tordi beffeggiatori, la tortora nei suoi colori separati sebbene non in tutto il suo piumaggio, il totanus ed il gabbiano; e nel caso del tordo beffeggiatore e del totanus, più che in nessuna altra specie dei due generi. Eccettuato un fiorrancino col petto di un bel colore giallo, nessuno degli uccelli ha colori brillanti, come si potrebbe aspettare in una regione equatoriale. Quindi sembrerebbe probabile, che le stesse cause che hanno fatto qui divenire più piccoli gli immigranti di talune specie, hanno rimpicciolito moltissime delle specie particolari delle isole Galapagos, come pure le hanno fatte divenire generalmente di colori molto più scuri. Tutte le piante hanno un aspetto meschino e avvizzito, e non vidi un solo bel fiore. Anche gl’insetti sono piccoli e di colori sbiaditi e, secondo quello che mi ha detto il signor Waterhouse, non vi ha nulla nel loro aspetto generale che mostri essere essi nati sotto l’equatore. Gli uccelli, le piante e gli insetti hanno il carattere del deserto, e non sono coloriti più brillantemente di quelli della Patagonia meridionale; quindi, possiamo conchiudere che i colori vivaci che s’incontrano consuetamente nei prodotti intertropicali non han rapporto nè colla luce nè col calore di quelle zone, ma derivano da qualche altra causa, forse dal fatto che le condizioni di esistenza sono generalmente favorevoli alla vita.

Volgiamoci ora all’ordine dei rettili, che dà il carattere più spiccato alla zoologia di queste isole. Le specie non sono numerose, ma il numero degli individui di ogni specie è straordinariamente grande. Vi è una piccola lucertola che appartiene ad un genere del Sud America, e due specie (e probabilmente altre) dell’Amblyrhynchus, genere limitato alle isole Galapagos. Vi ha un serpente che è molto numeroso; esso è identico, secondo quello che mi ha detto il signor Bibron, col Psammophis Temminckii del Chilì. Credo che vi siano più di una specie di tartarughe marine, e di terragnole ve ne sono, come mostrerò ora, due o tre specie o razze. Non v’hanno affatto nè rospi, nè rane; fui molto sorpreso di questo, sembrando a me che i boschi umidi e temperati delle regioni superiori fossero per essi molto acconci. Ciò mi fece venire in mente l’osservazione fatta da Bory San Vincent[108], cioè che non s’incontra alcuna specie di questa famiglia in nessuna delle isole vulcaniche dei grandi oceani. Per quello che ho potuto riconoscere da varie opere, questa legge sembra prevalere in tutto il Pacifico, ed anche nelle grandi isole dell’arcipelago Sandwich. L’isola Maurizio presenta una apparente eccezione, perchè vidi colà molto abbondante la Rana Mascariensis; dicesi che questa rana abiti ora le Seychelles, Madagascar e Borbone; ma d’altra parte, Du Bois, nel suo viaggio nel 1669, asserisce che nell’isola Borbone non vi erano altri rettili tranne le testuggini; e l’Officier du Roi asserisce, che prima del 1778 si era tentato, ma invano, d’introdurre rane nell’isola Maurizio, suppongo per mangiarle; quindi si può con ragione dubitare che questa rana non sia originaria di queste isole. La mancanza della famiglia delle rane nelle isole oceaniche è tanto più notevole, in quantochè contrasta col fatto delle lucertole che brulicano sulle isole più piccole. Non può essere questa differenza cagionata dalla maggior facilità con cui le uova delle lucertole, protette dal guscio calcareo, possono venir trasportate in mezzo all’acqua salsa che non le uova molli delle rane?

Descriverò prima di tutto i costumi della testuggine (Testudo nigra, anticamente chiamata Indica), della quale abbiamo frequentemente parlato. Questi animali s’incontrano, credo, in tutte le isole dell’arcipelago; certamente nella maggior parte. Frequentano di preferenza le parti alte e umide, ma vivono pure nelle regioni basse ed aride. Ho già mostrato, dal numero di esse prese in un solo giorno, quanto siano abbondanti. Alcune vengono grossissime; il signor Lawson, un inglese vice-governatore della colonia, ci disse di averne vedute alcune così grandi, che ci volevano sei od otto uomini per alzarle da terra, e talune avevano somministrato fino a cento chilogrammi di carne. I maschi vecchi sono i più grossi, di rado le femmine giungono ad una mole così grande; il maschio si riconosce subito dalla femmina per la maggior lunghezza della coda. Le testuggini che vivono in quelle isole ove non v’ha acqua, o nelle parti basse ed aride delle altre, si nutrono principalmente dei succolenti cactus. Quelle che frequentano le regioni più alte ed umide, mangiano le foglie di vari alberi, una specie di bacca (chiamata guayavita), che è acida ed amara e parimente un lichene filamentoso verde pallido (Usnera plicata), che pende in treccie dai rami degli alberi.

La testuggine è amantissima dell’acqua; ne beve grandi quantità e sguazza nel fango. Le isole più grandi sole hanno qualche sorgente, e queste sono sempre collocate verso le parti centrali, e ad una notevole altezza. Perciò, le testuggini, che frequentano le regioni inferiori, quando hanno sete sono obbligate a percorrere grandi distanze; quindi si veggono diramarsi sentieri ben segnati, in ogni direzione, dalle fontane fino alla costa marina, e gli Spagnuoli seguendoli scoprirono per la prima volta le fontane. Quando sbarcai all’isola Chatham, non poteva capire quale fosse l’animale che viaggiava così metodicamente lungo sentieri bene scelti. Presso le sorgenti era spettacolo curioso osservare molte di queste tozze creature, di cui una brigata saliva in fretta col collo sporgente, mentre un’altra schiera tornava in giù dopo essersi a sazietà abbeverata. Quando la testuggine giunge alla fontana senza badare a nessun spettatore, immerge il capo nell’acqua fin sopra gli occhi, e allegramente manda giù grandi sorsi a ragione di dieci al minuto. Gli abitanti dicono che ogni animale rimane tre o quattro giorni presso l’acqua e poi ritorna nelle regioni più basse; ma non sono d’accordo intorno alla frequenza di queste visite. Probabilmente l’animale le regola secondo la natura del cibo del quale ha vissuto. Tuttavia, è certo, che le testuggini possono vivere anche in quelle isole, ove non v’ha altr’acqua se non quella che cade durante alcuni pochi giorni dell’anno.

Credo che sia cosa certa, che la vescica della rana agisca come serbatoio per l’umidità necessaria alla sua esistenza; questo sembra essere il caso colla testuggine. Per qualche tempo dopo una visita alle fontane, le loro vesciche urinarie sono distese pel fluido, che dicesi vada gradatamente scemando di volume, e divenga meno puro. Gli abitanti, allorchè camminano nelle regioni basse, e son presi dalla sete, spesso traggon partito da questa circostanza, e bevono il contenuto della vescica se questa è piena; in una che vidi uccisa, il fluido era al tutto limpido, ed aveva solo un lievissimo sapore amaro. Tuttavia, gli abitanti, bevono sempre prima l’acqua che trovasi nel pericardio, che si dice essere migliore.

Le testuggini, quando si avviano per un dato punto, viaggiano notte e giorno e giungono alla fine del loro cammino molto più presto di quello che si crederebbe. Gli abitanti, dall’osservazione fatta sopra animali distinti, suppongono che fanno circa otto miglia in due o tre giorni. Una grossa testuggine, che io osservai, camminava a ragione di cinquantaquattro metri in dieci minuti, vale a dire 324 all’ora, o quattro miglia al giorno - occupando pochissimo tempo per mangiare lungo il cammino. Durante la stagione delle nozze, quando il maschio e la femmina stanno insieme, il primo manda un aspro muggito o sibilo, che dicesi si oda alla distanza di oltre novanta metri. La femmina non fa mai udire la sua voce, ed il maschio solo in quel tempo; cosicchè quando la gente sente quel rumore sa che i due animali stanno insieme. In questo tempo (ottobre) essi stavano deponendo le uova. La femmina, dove il terreno è sabbioso, le depone insieme, e le copre di sabbia; ma dove il terreno è roccioso le depone a caso in ogni buca; il signor Bynoe ne trovò sette in una fessura. L’uovo è bianco e sferico; uno che misurai aveva la circonferenza di 17 centimetri e 3 millimetri e quindi era più grosso di un uovo di gallina. Le giovani testuggini, appena sbocciate, divengon preda abbondante dei falchi sopramenzionati. Le vecchie sembrano morire generalmente per accidente, come per cadute dai precipizi; almeno taluni abitanti mi dissero di non averne mai incontrato una morta senza una causa evidente.

Gli abitanti credono che questi animali siano al tutto sordi; certamente non si accorgono di una persona che cammina dietro di loro. Mi divertiva molto il vedere uno di quei grossi mostri mentre stava camminando tranquillamente, trarre dentro ad un tratto il capo e le zampe nel momento in cui io passava, e mandare un profondo suono, mentre cadeva sul terreno come un corpo morto. Spesso io saliva sul dorso di essi, e allora con qualche colpo sulla parte inferiore del loro guscio, li faceva alzare e camminare - ma trovai difficile tenermi in equilibrio. La carne di questo animale è adoperata in grande, tanto fresca quanto salata, e col suo grasso si prepara un olio chiarissimo. Quando una testuggine vien presa, l’uomo fa una incisione nella pelle presso la coda, tanto da vedere nell’interno del suo corpo se il grasso sotto la scaglia dorsale è spesso. Se non lo è, l’animale vien lasciato libero; e dicesi risani subito di quella strana operazione. Onde poter assicurarsi di queste testuggini, non basta voltarle come si fa delle marine, perchè spesso sanno raddrizzarsi di nuovo sulle zampe.

Non vi può essere guari dubbio che questa testuggine sia indigena delle Galapagos; perchè si trova in tutte, o quasi tutte quelle isole, anche in alcune delle più piccole ove non si trova acqua; non è guari possibile che sia una specie importata perchè quelle isole sono state pochissimo frequentate. Inoltre gli antichi filibustieri trovarono questa tartaruga ancor più abbondante che non ora: anche Wood e Rogers, nel 1708, dicono essere opinione degli Spagnuoli, che non si trovi in nessun altro luogo che in questa parte del mondo. Ora ha una larga cerchia di dimora; ma si può chiedere se in qualunque altro luogo sia indigena. Le ossa di una testuggine di Maurizio, unite con quelle dell’estinto Dodo, sono state generalmente considerate come appartenenti a questa testuggine; se questo era il caso, senza dubbio doveva essere stata indigena colà; ma il signor Bibron m’informa che egli crede che essa era distinta, siccome le specie che vivono ora colà lo sono certamente.

Amblyrhynchus cristatus.

a, Dente di grandezza naturale, e ingrandito.

L’Amblyrhynchus, specie notevole di lucertole, è limitato a questo arcipelago; vi sono due specie, che si rassomigliano fra loro nella forma generale, una è terragnola e l’altra acquatica. Quest’ultima specie (A. cristatus) venne prima caratterizzata dal signor Bell, che previde a meraviglia, alla vista del suo capo breve, largo e per i forti artigli di lunghezza uguale, che il suo modo di vivere doveva essere particolarissimo e differente da quello della Iguana, sua stretta affine. È comunissimo in tutte le isole del gruppo, e vive esclusivamente sulle spiaggie marine rocciose, non incontrandosi mai, almeno non ne vidi mai alcuno, anche a nove metri entro terra. È una creatura dall’aspetto schifoso, di un colore nero sucido, stupida, e dai movimenti impacciati. La lunghezza dell’animale adulto, è di circa novanta centimetri, ma ve ne sono taluni lunghi anche un metro e venti centimetri; uno grosso pesava dieci chilogrammi; sull’isola di Albemarle sembrano giungere ad una grandezza maggiore che non altrove. La coda è piatta sui lati, e tutti i quattro piedi sono in parte palmati. Sono stati veduti talora a qualche centinaio di metri dalla spiaggia, nuotanti tutti intorno; ed il capitano Collnett, nel suo viaggio dice: Vanno in mare in branchi per pescare e si scaldano al sole sulle roccie; si potrebbero chiamare alligatori in miniatura. Non si può supporre, tuttavia che vivano di pesce. Quando sta nell’acqua questa lucertola nuota con grande agevolezza e velocità, con un movimento serpentino del corpo e della coda compressa - le gambe rimangono immobili e strettamente vicine ai lati del corpo. Un marinaio del bordo ne fece affondare una attaccandole un grosso peso, credendo di farla morire subito; ma quando la tirò su un’ora dopo, era sempre vivissima. Le membra ed i forti uncini sono meravigliosamente acconci per strisciare sopra i massi scabri e fessi di lava, che costituiscono ovunque la costa. In quei luoghi sovente si veggono sei o sette di questi schifosi rettili stare insieme a scaldarsi al sole sulle roccie nere, pochi centimetri sopra i frangenti.

Apersi lo stomaco di parecchi e lo trovai pieno di alga sminuzzata (Ulvae) che cresce in foglie larghe di color verde brillante o rosso scuro. Non ricordo di aver veduto questa alga un po’ abbondante sulle roccie bagnate dalla marea; ed ho buone ragioni per credere che cresca in fondo al mare, ad una certa distanza dalla costa. Se questo fosse il caso, si spiegherebbe il motivo per cui quegli animali si allontanano da terra. Nello stomaco non v’era che alga marina. Tuttavia, il signor Bynoe, trovò in una un pezzo di gambero; ma questo è forse un caso, nello stesso modo in cui ho veduto un bruco, in mezzo ad alcuni licheni nel ventre di una testuggine. Gli intestini sono grandi, come negli altri animali erbivori. La natura del cibo di questa lucertola, come pure la struttura della coda e dei piedi, e il fatto di essere stata veduta natante nell’alto mare, dimostrano evidentemente i suoi costumi acquatici; tuttavia v’ha per questo riguardo una strana anomalia, cioè che quando è spaventata non vuole entrare nell’acqua. Quindi è facile incalzare quelle lucertole in ogni punto che sovrasta il mare, ove si lasciano prendere da chiunque per la coda piuttosto che saltare nell’acqua. Non sembrano avere nessuna nozione del mordere; ma quando sono molto spaventate schizzano da ogni narice una goccia di fluido. Io ne gettai una parecchie volte lontano quanto mi fu possibile in una profonda pozzanghera lasciata dalla marea; ma invariabilmente tornava in linea retta al luogo ove io mi trovava. Nuotava presso il fondo con un movimento graziosissimo e veloce, e alle volte si aiutava sul terreno disuguale coi piedi. Appena arrivava presso l’orlo, ma sempre sotto acqua, cercava di nascondersi nei ciuffi di alga, o di entrare in qualche fessura. Quando credeva che il pericolo fosse passato, usciva sulle roccie asciutte e guizzava via il più presto possibile. Presi parecchie volte quella stessa lucertola, facendola andare fino a un certo punto, e quantunque fosse dotata di facoltà tanto perfette per tuffarsi e nuotare, non mi fu possibile farla entrare nell’acqua; ed appena io l’aveva gettata dentro, ritornava nel modo sopra descritto. Forse questo saggio di apparente stupidità può essere attribuito al fatto, che questo rettile non ha nemici affatto sulla spiaggia, mentre in mare deve spesso divenir preda dei numerosi pescicani. Quindi è probabile che persuasa, per un istinto ereditario e fisso che la spiaggia è il suo luogo di salvezza, qualunque sia il caso essa vi corre come a suo rifugio.

Durante la nostra visita (ottobre), vidi individui piccolissimi di questa specie, e nessuno credo oltrepassasse l’età di un anno. Da questo fatto sembra probabile che la stagione degli amori non fosse ancor cominciata. Domandai a vari abitanti se sapessero ove deponevano le uova; mi dissero che non sapevano nulla della loro propagazione, quantunque conoscessero bene le uova della specie terrestre - fatto per nulla straordinario visto quanto è comune questa lucertola.

Veniamo ora alla specie terrestre (A. Demarlii), con coda rotonda e dita non palmate. Questa lucertola, invece di trovarsi come l’altra sopra tutte le isole, è limitata alla parte centrale dell’arcipelago, cioè nelle isole Albemarle, James, Barrinton ed Indefatigable. Al sud, nelle isole Carlo, Hood e Chatham, ed al nord, in Towers, Bindloes ed Abingdon, non ne vidi, nè udii parlare di nessuna. Sembrerebbe che sia stata creata nel centro dell’arcipelago, e quindi si sia distribuita solo ad una certa distanza. Alcune di queste lucertole dimorano nelle parti alte ed umide delle isole, ma sono molto più numerose nelle regioni più basse e più aride presso la costa. Io non posso dare una prova più evidente del loro numero, se non dicendo che quando fummo lasciati all’isola di James, non ci fu dato per qualche tempo di trovare un punto libero dalle loro escavazioni per poter piantare una sola tenda. Come le loro affini le specie marine, sono brutti animali, color gialliccio arancio sotto, e rosso bruno sopra: pel loro angolo facciale basso hanno un aspetto singolarmente stupido. Sono forse un po’ meno grandi che non le specie marine; ma alcune pesano da cinque a sette chilogrammi e mezzo. Hanno movimenti tardi e semi-torpidi. Quando non sono spaventati strisciano lentamente trascinando sul terreno la coda ed il ventre. Si fermano sovente, e dormicchiano per un minuto o due, cogli occhi chiusi e le zampe stese sul suolo riarso.

Abitano buche che si fanno talora tra i pezzi di lava, ma per lo più sopra spazi piani del molle terreno simile all’arenaria. Le buche non paiono molto profonde, e penetrano nel suolo con un piccolo angolo; per cui camminando sopra queste abitazioni di lucertole, il terreno cede continuamente sotto i passi, con grande noia dello stanco viaggiatore. Questo animale quando si scava la buca, mette in azione alternativamente i due lati del corpo. Per un po’ di tempo una delle zampe anteriori gratta il terreno, e getta la terra verso il piede posteriore, che è ben collocato per ammucchiarla dietro l’ingresso della buca. Allorchè quella parte del corpo è stanca, l’altra riprende il lavoro, e così avanti alternativamente. Ne osservai una per lungo tempo, finchè la metà del suo corpo fu affondata; allora me le accostai e la presi per la coda; rimase di ciò molto sorpresa, ed uscì subito fuori per veder che cosa succedeva; poi mi guardò in faccia come per dire: «Perchè mi tenete per la coda?»

Mangiano di giorno, e non si scostano molto dalle loro buche; se sono spaventate corrono verso quelle con andatura sgarbata. Tranne quando scendono da una collina, non vanno molto presto, probabilmente per la posizione laterale delle loro zampe. Non sono per nulla timide: quando si osservano ben da vicino, drizzano la coda, e sollevandosi sulle zampe anteriori, muovono il capo verticalmente, con un moto veloce cercando di darsi un aspetto feroce; ma in realtà non lo sono affatto; se allora si batte sul terreno, abbassano la coda, e fuggono via in fretta quanto più possono. Sovente vidi alcune piccole lucertole che si nutrono di mosche, mentre stavano in agguato di alcune di queste, muovere il capo precisamente nello stesso modo; ma non so invero a qual fine facessero quel movimento. Se questo Amblirinco è tenuto fermo e tormentato con un bastoncino, morde molto dolorosamente; ma io ne presi molti per la coda, e nessuno cercò mai di mordermi. Se se ne mettono due sul terreno e si tengono insieme, combattono e si mordono tra loro, fino al sangue.

Gli individui, e sono molto numerosi, che abitano le regioni basse, non assaggiano una goccia d’acqua lungo tutto l’anno ma mangiano molti succulenti cactus, di cui i rami sono per caso spezzati dal vento. Parecchie volte ne gettai un pezzo a due o tre di essi mentre erano insieme; ed era assai curioso vederli cercare di ghermirlo e portarselo via di bocca, come fanno i cani affamati con un osso. Mangiano benissimo, ma non masticano il cibo. Gli uccellini li conoscono per animali innocui; ho veduto un fringuello dal becco grosso beccare da un capo un pezzo di cactus (che è un cibo prelibato per tutti gli animali delle regioni inferiori), mentre una lucertola mangiava all’altro capo; ed in seguito l’uccellino colla massima indifferenza saltò sul dorso del rettile.

Apersi lo stomaco di parecchi, e li trovai pieni di fibre vegetali e di foglie di vari alberi specialmente di una acacia. Nella regione superiore vivono principalmente delle bacche acide ed astringenti del guayavita, sotto gli alberi del quale ho veduto queste lucertole mangiare unitamente a grosse testuggini. Per avere le foglie dell’acacia strisciano sopra gli alberi bassi ed intisichiti, e non è raro vederne un paio pascolare tranquillamente, seduti sopra un ramo a qualche metro da terra. Queste lucertole, quando son cotte, somministrano una carne bianca che viene apprezzata da coloro di cui lo stomaco è superiore ad ogni pregiudizio. Humboldt ha osservato che nell’America meridionale tropicale, tutte le lucertole che abitano nelle regioni asciutte sono considerate come leccornie per le mense. Gli abitanti asseriscono che quelle che abitano le parti superiori umide bevono acqua, ma che le altre non partono, come le testuggini, dalla loro regione asciutta a cercarla nelle terre superiori. Durante la nostra visita, le femmine avevano nel corpo un gran numero di uova grosse, allungate, che depongono nei loro buchi; gli abitanti le cercano per cibarsene.

Queste due specie di Amblirinchi sono concordi fra loro, come ho già detto, nella struttura generale, ed in molti costumi. Nessuno dei due possiede quei movimenti veloci che sono caratteristici dei generi Lacerta ed Iguana. Sono entrambi erbivori, quantunque il genere di vegetazione di cui si nutrono sia tanto differente. Il signor Bell ha dato il nome del genere per la brevità del muso; infatti la forma della bocca può quasi compararsi a quella della testuggine; si può quasi credere che questo sia seguìto per adattarsi al loro nutrimento erbivoro. È un fatto interessantissimo trovare un genere bene caratterizzato, che ha le sue specie marine e terrestri, ed appartiene ad una parte così limitata del mondo. La specie acquatica è molto più notevole, perchè è l’unica lucertola vivente che si nutra di prodotti vegetali marini. Come osservai prima, queste isole non si fanno notare tanto pel numero delle specie dei rettili, come per quello degli individui; quando pensiamo ai sentieri ben battuti, fatti da migliaia di tozze testuggini - alle tante tartarughe - alle tane dell’Amblirinco terrestre - ed ai gruppi delle specie marine che si scaldano al sole sulle coste scogliose di ogni isola - dobbiamo ammettere che non vi è nessuna parte del mondo ove quest’ordine sostituisca i mammiferi erbivori in un modo tanto straordinario. Il geologo udendo questo ritornerà forse colla mente alle epoche secondarie, quando le lucertole, alcune erbivore, altre carnivore, e di dimensioni simili a quelle delle nostre balene, brulicavano tanto sulla terra come nel mare. È quindi degno di essere notato, che questo arcipelago, invece di avere un clima umido ed una rigogliosa vegetazione, non può essere considerato che come aridissimo, e per una regione equatoriale, notevolmente temperato.

Per finirla colla zoologia dirò che le quindici specie di pesce di mare che mi procurai qui, sono tutte specie nuove; appartengono a dodici generi, tutti estesamente distribuiti, tranne il Prionotus, di cui le quattro specie precedentemente note vivono sul lato orientale dell’America. Raccolsi sedici specie di conchiglie terrestri (e due varietà ben distinte) di cui, tranne una Helix che s’incontra a Tahiti, tutte sono particolari a questo arcipelago; una sola di acqua dolce (Paludina), è comune a Tahiti ed alla Terra di Diemen. Il signor Cuming, prima del nostro viaggio, si procurò qui novanta specie di conchiglie marine, e queste non comprendono parecchie specie non ancora esaminate specificatamente di Trochus, di Turbo, di Monodonta e di Nassa. Egli ha avuto la cortesia di darmi i seguenti interessanti risultamenti; di novanta conchiglie, non meno di quarantasette sono ignote ovunque - fatto meraviglioso se si considera quanto siano grandemente distribuite le conchiglie marine. Di quarantatre conchiglie trovate in altre parti del mondo, venticinque abitano la costa occidentale di America, e di queste otto si distinguono come varietà; le rimanenti diciotto (compresa una varietà), furono trovate dal signor Cuming nell’arcipelago Low, ed alcune di quelle anche alle Filippine. Questo fatto di conchiglie di isole delle parti centrali del Pacifico che s’incontrano qui, merita di essere notato, perchè non si conosce una sola conchiglia marina che sia comune alle isole di quell’oceano ed alla costa occidentale di America. Lo spazio di mare che corre dal nord al sud fuori della costa occidentale, separa due provincie conchigliologiche al tutto distinte; ma nell’arcipelago Galapagos abbiamo un punto di sosta, ove molte nuove forme sono state create, ed ove queste due grandi provincie conchigliologiche hanno mandato pure parecchi coloni.

La provincia americana ha parimente mandato alcune specie rappresentanti; perchè vi è una specie di Galapagos di Monoceros, genere che si trova solo sulla costa occidentale dell’America; e vi sono specie di Galapagos di Fissurella e di Cancellaria, generi comuni alla costa occidentale, ma che non si trovano (come mi ha assicurato il sig. Cuming) nelle isole del centro del Pacifico. D’altra parte sonovi specie di Galapagos di Oniscia e Stylifer, generi comuni alle Indie occidentali ed ai mari della Cina e dell’India, ma che non s’incontrano nè sulla costa occidentale di America, nè nel centro del Pacifico. Aggiungerò ancora, che dopo studi fatti dai signori Cuming e Hinds di circa 2000 conchiglie prese sulle coste orientale ed occidentale di America, si trovò una sola conchiglia comune ad entrambi, cioè la Purpura patula, che abita le Indie occidentali, la costa di Panama e le Galapagos. Abbiamo inoltre, in questa parte del mondo, tre grandi provincie marine di conchiglie, al tutto distinte, sebbene meravigliosamente vicine fra loro e separate da grandi tratti al nord e al sud tanto di terra quanto di mare aperto.

Cercai attivamente di raccogliere insetti, ma, tranne la Terra del Fuoco, non vidi mai per questo riguardo alcuna regione tanto povera come questa. Anche nelle parti più alte e più umide non ne trovai che pochissimi, se si eccettuano alcuni piccoli Ditteri ed Imenotteri, per la maggior parte di forme comunissime di tutto il mondo. Come ho già notato prima, gli insetti, per essere di una regione tropicale, sono di forma piccolissima e di colori oscuri. Raccolsi venticinque specie di coleotteri (eccettuati i Dermesti ed i Coryneti importati, in ogni luogo ove tocca una nave); di questi, due appartengono alle Arpalidi, due agli Idrofilidi, nove a tre famiglie di Eteromeri, e le altre dodici ad altrettante differenti famiglie. Questo fatto di insetti (e potrei dire anche di piante), poco numerosi ed appartenenti a molte famiglie differenti, è, credo, molto generale. Il signor Waterhouse, che pubblicò una relazione intorno agli insetti di questo arcipelago, ed al quale vado debitore dei ragguagli soprariferiti, mi disse che vi sono parecchi generi nuovi; e che fra i generi non nuovi, uno o due sono americani, ed il rimanente appartengono a tutto il mondo. Eccettuato un Apate rodilegno, ed uno o forse due coleotteri acquatici del continente americano, tutte le specie sembrano essere nuove.

La botanica di questo arcipelago è tanto interessante quanto la zoologia. Il dottor J. Hooker pubblicherà in breve nelle Linnean Transactions una estesa relazione della Flora di questa regione, ed io gli sono debitore dei seguenti ragguagli. Di piante a fiori ve ne sono, per quello che si conosce finora, 185 specie, e 40 specie crittogame, che sommano insieme a 225; di questo numero ebbi la fortuna di portarne in patria 193. Delle piante a fiori 100 sono specie nuove, e forse sono limitate a questo arcipelago. Il dottor Hooker suppone che, fra le piante non limitate a questa regione, almeno 10 specie trovate presso la parte coltivata dell’isola Carlo, siano state importate. È sorprendente, credo, che un maggior numero di specie americane non siano state introdotte naturalmente, considerando che la distanza è solo di 500 o 600 miglia dal continente; e che (secondo Collnett, p. 58) pezzi di legno, bambù, canne e noci di palma, vengono spesso gettati dalle acque sulle sponde sud-est. La proporzione che 100 piante a fiori delle 185 (o 175 tolte le piante importate) sono nuove, basta, credo, a fare dell’arcipelago Galapagos una provincia botanica distinta; ma questa Flora non è forse tanto particolare come quella di Sant’Elena, nè, come mi informò il dott. Hooker, di Juan Fernandez.

La particolarità della Flora nelle Galapagos si dimostra meglio da certe famiglie - così vi sono 20 specie di Composite, di cui 20 sono particolari a questo arcipelago; queste appartengono a dodici generi, e di questi generi, non meno di dieci sono limitati a questo arcipelago! Il dottor Hooker mi ha fatto noto che la Flora ha certamente il carattere dell’America occidentale e non ha potuto scoprire in essa nessuna affinità con quella del Pacifico. Perciò se eccettuiamo le diciotto specie di conchiglie marine, una di acqua dolce, e una terrestre, che sono venute, a quanto pare, in questo luogo come coloni dalle isole centrali del Pacifico, e parimente la specie distinta del Pacifico del gruppo delle fringille delle Galapagos, vediamo che questo arcipelago, sebbene si trovi nell’oceano Pacifico, zoologicamente fa parte dell’America. Se questo carattere derivasse solamente dalla immigrazione dall’America, non vi sarebbe in esso nulla di notevole; ma vediamo che una grande maggioranza degli animali terragnoli, e più di una metà delle piante a fiori, sono prodotti indigeni.

Faceva un grande effetto vedersi circondati da nuovi uccelli, nuovi rettili, nuove conchiglie, nuovi insetti, nuove piante, e ancora da innumerevoli piccoli particolari di struttura, ed anche dal suono della voce e dal piumaggio degli uccelli, per cui mi si producevano vivamente al pensiero le pianure temperate della Patagonia, o i caldi ed aridi deserti del Chilì settentrionale. Perchè mai sopra quei piccoli tratti di terra, i quali durante un periodo geologico recente debbono essere stati coperti dall’oceano, che son fatti di lava basaltica, e quindi differiscono nel carattere geologico dal continente americano, e che stanno in un clima particolare - perchè, dirò ancora, mentre i loro abitanti indigeni erano associati in proporzioni differenti tanto nel genere quanto nel numero in modo diverso - furono essi creati sopra lo stesso tipo di organizzazione di quelli dell’America? È probabile che le isole del gruppo del Capo Verde rassomiglino in tutte le loro condizioni fisiche molto più strettamente alle isole Galapagos di quello che queste ultime rassomiglino fisicamente alla costa di America; tuttavia gli abitanti indigeni dei due gruppi sono al tutto differenti; quelli delle isole del Capo Verde hanno un’impronta di Africa, come gli abitanti dell’arcipelago Galapagos hanno l’impronta di quelli dell’America.

Non ho finora fatto menzione del carattere più notevole della storia naturale di questo arcipelago; ed è, che le differenti isole sono abitate su una grande distesa da una serie differente di esseri. Il signor Lawson, vice-governatore, fu il primo che richiamò la mia attenzione sopra questo fatto, dichiarando che le testuggini differivano nelle varie isole, e che avrebbe potuto dire con certezza al solo vederne una a quale isola appartenesse. Non badai molto per un certo tempo a questa asserzione, e mescolai già parzialmente le collezioni di due delle isole. Non mi passava neppur per la mente che isole, discoste appena cinquanta o sessanta miglia, e di cui la maggior parte si vedevano l’una dall’altra fatte precisamente della stessa roccia, poste sotto un cielo al tutto simile, quasi di una uguale altezza, avessero abitanti molto differenti; ma vedremo ora che questo era il caso. È il destino di moltissimi viaggiatori, di non scoprire subito quello che v’ha di più interessante in una località che veggono in fretta; ma debbo, forse, dirmi ben fortunato di aver potuto raccogliere sufficiente materiale per stabilire questo notevolissimo fatto nella distribuzione degli esseri organici.

Gli abitanti, come ho detto, dicono che possono distinguere le testuggini delle varie isole, e che differiscono non solo nella mole, ma anche in altri caratteri. Il capitano Porter ha detto che quelle dell’isola Carlo e dell’isola più vicina a questa, cioè, l’isola Hood, hanno il guscio della parte anteriore spesso e rivolto in su come una sella spagnuola, mentre le testuggini dell’isola James sono più rotonde, più nere, ed hanno miglior sapore quando sono cucinate. Inoltre, il signor Bibron, mi fa sapere che egli ha veduto ciò che considera come due specie distinte di testuggini provenienti dalle Galapagos, ma non sa da quale delle isole vengano. Gli esemplari che portai da tre isole erano giovanissimi, e probabilmente per questo nè il signor Gray nè io potemmo trovare in esse nessuna differenza specifica. Osservai che l’Amblyrhynchus marino era più grande dell’isola Albemarle che non altrove; ed il signor Bibron mi ha informato di aver veduto due specie acquatiche distinte di questo genere; cosicchè le differenti isole hanno probabilmente le loro specie o rappresentanti di Amblirinchi, come pure di testuggini. La mia attenzione venne per la prima volta svegliata, comparando insieme i numerosi esemplari di tordi beffeggiatori uccisi da me e da parecchi altri del bordo, quando, con mia meraviglia scopersi che tutti quelli presi all’isola Carlo appartenevano ad una specie (Mimus trifasciatus); tutti quelli dell’isola Albemarle al M. parvulus; e tutti quelli presi dalle isole James e Chatham (tra le quali stanno due altre isole, come anello di congiunzione) appartengono al M. melanotis. Queste due ultime specie sono intimamente affini, e da taluni ornitologi sarebbero considerate solo come razze o varietà ben distinte. Ma il Mimus trifasciatus è ben distinto. Disgraziatamente la maggior parte degli esemplari della tribù dei fringuelli erano mescolati assieme; ma ho forti ragioni per sospettare che alcune delle specie del sottogruppo Geospiza, siano limitate ad isole distinte. Se le varie isole hanno i loro rappresentanti di Geospiza, ciò potrebbe aiutare a spiegare la cagione del gran numero di specie di questo sotto-gruppo in questo piccolo arcipelago, e come probabile conseguenza del loro numero, le serie perfettamente graduate nella mole del loro becco. Due specie del sotto-gruppo Cactornis, e due nel Camarhynchus, furono prese nell’arcipelago; e dei numerosi esemplari di questi due sotto-gruppi uccisi da quattro raccoglitori all’isola James, tutti furono trovati appartenere ad una specie di ognuno; mentre i numerosi esemplari uccisi tanto nell’isola Carlo quanto nell’isola Chatham (perchè le due serie erano mescolate insieme) appartenevano tutte alle due altre specie; quindi possiamo essere quasi certi che queste isole hanno i loro rappresentanti in questi due sotto-gruppi. Nelle conchiglie terrestri questa legge di distribuzione non sembra prevalere. Nella mia piccolissima collezione d’insetti, il signor Waterhouse ha osservato, che fra quelli i quali avevano l’etichetta della loro località, nessuno era comune alle due isole.

Se ci volgiamo ora alla Flora, vedremo che le piante aborigine delle differenti isole sono meravigliosamente differenti. Riferirò qui i ragguagli seguenti sulla autorità del mio amico, il dottor J. Hooker. Dirò che raccolsi alla rinfusa ogni cosa in fiore nelle varie isole, e fortunatamente tenni separate le mie collezioni. Non bisogna tuttavia metter troppa fiducia in questi risultamenti proporzionali, perchè le piccole collezioni portate in patria da alcuni altri naturalisti, sebbene in alcuni rispetti confermino i detti risultamenti, dimostrano chiaramente che molto rimane da fare nella botanica di questo gruppo: le Leguminose, inoltre sono state finora solo studiate approssimativamente:

NOME

dell’isola



delle

specie

NUMERO

delle specie

trovate

nelle altre parti

del mondo

NUMERO

delle specie

confinate

all’arcipelago

Galapagos

NUMERO

limitato ad una

sola isola

NUMERO

delle specie limitate

all’arcipelago

Galapagos

ma trovate in più

di una isola

Isola James

Isola Albemarle

Isola Chatham

Isola Carlo

71

46

32

68

33

18

16

39

(o 29 se si tolgono le piante importate probabilmente da sottrarsi)

38

26

16

29

30

22

12

21

8

4

4

8

Quindi abbiamo il fatto veramente meraviglioso, che nell’isola James, delle trentotto piante delle isole Galapagos, o di quelle che non si trovano in nessuna altra parte del mondo, trenta sono esclusivamente limitate a quella sola isola; e nell’isola Albemarle, delle ventisei piante aborigene delle Galapagos, ventidue sono limitate a quella sola isola, cioè solo quattro sono ora conosciute per crescere in altre isole dell’arcipelago, e così avanti come mostra la tavola suddetta, colle piante prese nelle isole Chatham e Carlo. Questo fatto avrà, credo, maggior rilievo menzionando alcuni esempi: - così, la Scalesia, notevole genere arborescente di Composite, è limitato all’arcipelago; contiene sei specie; una di Chatham, una di Albemarle, una dell’isola Carlo, due nell’isola James, e la sesta di una delle tre ultime isole, ma non si sa di quale; nessuna di queste sei specie cresce sopra due isole alla volta. Parimente, l’Euforbia, genere universale o molto sparso, ha otto specie, di cui sette sono limitate all’arcipelago, e nessuna si trova sopra due isole contemporaneamente: l’Acalifa e la Borreria, entrambe generi universali, hanno ognuna sei o sette specie, nessuna delle quali è la stessa in due isole, tranne una Borreria che s’incontra in due isole. Le specie di Composite sono particolarmente locali; ed il dott. Hooker mi ha fornito parecchi altri esempi molto notevoli della differenza delle specie sopra le differenti isole. Egli osserva che questa legge di distribuzione prevale tanto in quei generi limitati all’arcipelago, quanto in quelli che sono sparsi in altre parti del mondo: nello stesso modo abbiamo veduto che le varie isole hanno specie loro proprie del genere testuggine che è universale, e del genere largamente sparso in America del tordo beffeggiatore, come pure dei due sotto-gruppi di fringuelli delle Galapagos, e quasi certamente del genere Amblirinco delle Galapagos.

La distribuzione degli abitatori di questo arcipelago non sarebbe forse tanto meravigliosa se, per esempio, un’isola avesse un tordo beffeggiatore ed un’altra isola un genere al tutto distinto, se un’isola avesse il suo genere di lucertola, ed una seconda isola un altro genere distinto, o non ne avesse affatto - o se le varie isole fossero abitate, non da specie rappresentanti dello stesso genere di piante, ma da generi affatto differenti, come segue fino a un certo punto; perchè, per dare un esempio, un grosso albero che produce bacche all’isola James, non ha specie rappresentanti nell’isola Carlo. Ma è il fatto, che parecchie delle isole hanno la propria specie di tartarughe, di tordi beffeggiatori, di fringuelli e di numerose piante, e queste specie hanno gli stessi costumi generali, occupano situazioni analoghe, ed ovviamente tengono lo stesso posto nella economia naturale di questo arcipelago, tanto da colpire di meraviglia. Si può supporre che alcune fra le specie rappresentative, almeno nel caso delle tartarughe, di alcuni uccelli, possano in seguito essere riconosciute come razze bene distinte; ma ciò sarebbe pure di grande interesse pel naturalista filosofo. Ho detto che la maggior parte delle isole sono tanto vicine che si vedono l’una dall’altra: dico che l’isola Carlo dista cinquanta miglia dalla parte più prossima dell’isola Albemarle. L’isola Chatham dista sessanta miglia dalla parte più prossima dell’isola James, ma vi sono due isole intermedie tra queste che io non visitai. L’isola James è lontana solo dieci miglia dalla parte più vicina dell’isola Albemarle, ma due punti ove furono fatte le collezioni erano lontani trentadue miglia. Debbo ripetere, che nè la natura del suolo, nè l’altezza della terra, nè il clima, nè il carattere generale degli esseri associati, e perciò la loro azione reciproca, possono differire molto nelle varie isole. Se vi è qualche differenza sensibile fra i loro climi, deve esistere fra il gruppo sotto vento (cioè le isole Carlo e Chatham), e quello sopra vento, ma non sembra esservi una differenza corrispondente nei prodotti di queste due metà dell’arcipelago.

L’unica luce che io posso spargere su questa notevole differenza negli animali che abitano nelle varie isole, è, che certe correnti fortissime del mare che si dirigono in una direzione occidentale e O.-N.-O. debbono separare, per quello che riguarda il trasporto per via di mare, le isole meridionali dalle settentrionali; e tra queste isole settentrionali venne osservata una forte corrente N.-O., che deve separare effettivamente le isole James e Albemarle. Siccome l’arcipelago è libero notevolmente da ogni uragano di vento, nè gli uccelli, nè gli insetti, nè i più piccoli semi, possono essere portati da un’isola all’altra. Ed infine la profondità del mare tra le isole e la loro origine, da quanto pare vulcanica (in senso geologico), rendono molto improbabile che esse fossero mai unite: e questa, probabilmente, è una considerazione molto più importante di qualunque altra, rispetto alla distribuzione geografica degli esseri che le abitano. Osservando di nuovo i fatti sopra riferiti, si rimane meravigliati della somma di forza creatrice, se si può adoperare questa espressione, spiegata in queste piccole, nude e rocciose isole; ed anche più della varia, sebbene analoga azione, sopra punti tanto prossimi fra loro. Ho detto che l’arcipelago Galapagos può dirsi un satellite attaccato all’America, ma si potrebbe meglio chiamarlo un gruppo di satelliti, tra loro fisicamente simili, organicamente distinti, quantunque intimamente affini, e tutti affini in un grado ben spiccato, sebbene molto minore al grado continente americano.

Conchiuderò la mia descrizione intorno alla storia naturale di queste isole, dando un cenno della somma famigliarità degli uccelli.

Questa disposizione è comune a tutte le specie terrestri; cioè, ai tordi beffeggiatori, ai fringuelli, ai florraneini, ai pigliamosche tiranni, alla tortora, ai polibori. Tutti spesso si avvicinavano tanto da venire uccisi con una bacchetta e talora, come io stesso tentai, con un cappello od un berretto. Un fucile è qui quasi superfluo; perchè colla canna del fucile feci andar via un avoltoio appollaiato sopra un ramo di albero. Un giorno, mentre io stava sdraiato, un tordo beffeggiatore venne a posarsi sulla cima di una brocca, fatta col guscio di una testuggine, che io teneva in mano; e cominciò tranquillamente a bere l’acqua, lasciò che mi alzassi da terra mentre stava posato sul vaso; cercai sovente, e vi riuscii quasi di prendere quegli uccelli per le gambe. Sembra che gli uccelli siano stati anticamente anche più famigliari che non ora. Cowley (nell’anno 1684) dice che «Le Tortore erano così famigliari, che sovente si posavano sopra i nostri cappelli e sulle nostre braccia, cosicchè si potevano quasi prendere vive: esse non temevano l’uomo, finchè qualcuno della nostra brigata non ne ebbe uccise alcune col fucile; allora divennero un po’ più timide. Anche Dampier, nello stesso anno, dice che un uomo durante una passeggiata di un mattino poteva uccidere sei o sette dozzine di quelle tortore. Adesso, quantunque certamente molto famigliari, tuttavia non si posano sulle braccia delle persone, nè se ne possono uccidere un numero straordinario. È cosa meravigliosa che non siano divenute più selvatiche; perchè queste isole durante gli ultimi centocinquanta anni sono state sovente visitate dai filibustieri e dai balenieri; ed i marinai, girando pei boschi in cerca di testuggini, si prendono il barbaro diletto di uccidere quegli uccellini.

Questi uccelli, quantunque ora sempre più perseguitati, non divengono facilmente selvatici: nell’isola Carlo, che è stata colonizzata da circa sei anni, vidi un fanciullo seduto accanto ad un pozzo con un bastoncino in mano, col quale uccideva le tortore ed i fringuelli che venivano a bere. Egli se ne era già procurato un mucchietto pel pranzo; e mi disse che soleva sempre stare accanto a quel pozzo per quello scopo. Sembrerebbe che gli uccelli di quest’arcipelago, non avendo ancora imparato che l’uomo è un animale più pericoloso che non la testuggine o l’Ambliringo, non ci badino, nello stesso modo in cui in Inghilterra gli uccelli timidi come le gazze, non badano alle vacche ed ai cavalli che pascolano pei nostri campi.

Le isole Falkland offrono un secondo esempio di uccelli forniti di una consimile disposizione. La somma famigliarità del piccolo Opetiorinco è stata osservata da Pernety, Lesson e altri viaggiatori. Non è tuttavia particolare a quell’uccello: il Poliboro, il beccaccino, l’anatra delle alte e delle basse terre, il tordo, lo zigolo e anche i veri falchi, sono tutti più o meno famigliari. Siccome gli uccelli sono tanto famigliari nelle Falkland, ove s’incontrano volpi, falchi e gufi, possiamo dire che la mancanza di tutti gli animali rapaci nelle Galapagos, è la cagione della loro indole famigliare in questa regione. Le anatre delle terre alte delle Falkland dimostrano, colla loro precauzione di fabbricare i loro nidi nelle isolette, che conoscono i pericoli che corrono dalle volpi; ma non per questo divengono timide verso l’uomo. Questa famigliarità degli uccelli, specialmente gli uccelli marini, contrasta fortemente coi costumi delle stesse specie nella Terra del Fuoco, ove per molti secoli sono stati perseguitati dagli indigeni selvaggi. Nelle isole Falkland il cacciatore può talora uccidere in un giorno un numero di anatre maggiore di quello che possa portare; mentre nella Terra del Fuoco è quasi tanto difficile ucciderne una, quanto in Inghilterra.

Al tempo di Pernety 1763, tutti gli uccelli sembra fossero più famigliari che non ora; egli asserisce che l’Opetiorinco veniva quasi a posarsi sul suo dito, e che con una verghetta ne uccise dieci in una mezz’ora. In quel periodo gli uccelli debbono essere stati quasi tanto famigliari, quanto lo sono ora alle Galapagos. Sembrano avere imparato la diffidenza più lentamente in queste ultime isole che non alle Falkland, ove hanno avuto mezzi proporzionati di esperienza; perchè oltre le visite frequenti delle navi, quelle isole sono state colonizzate ad intervalli durante l’intero periodo. Anche anticamente, quando tutti gli uccelli erano così famigliari, tornava impossibile, secondo la relazione di Pernety di uccidere il cigno dal collo nero - uccello di passaggio, il quale probabilmente aveva con sè le cognizioni acquistate in paesi forestieri.

Aggiungerò che, secondo Du Bois, tutti gli uccelli di Bourbon nel 1571-72, eccettuati i fenicotteri e le anatre, erano sommamente famigliari, tanto che potevano venir presi colle mani, od uccidersi in gran numero con un bastoncino. Di nuovo a Tristan d’Acunha, nell’Atlantico, Carmichael[109] asserisce che i soli due uccelli terragnoli, un tordo ed uno zigolo, erano «tanto famigliari da lasciarsi prendere con una rete a mano». Da questi varii fatti possiamo conchiudere; prima, che la selvatichezza degli uccelli verso l’uomo, è un istinto particolare diretto contro di esso, e non dipendente da nessun grado generale di cautela che nasca da altre sorgenti di pericolo; in secondo luogo, che non viene acquistato dagli uccelli individualmente in un breve tempo, anche quando sono molto perseguitati; ma che nel corso delle successive generazioni diviene ereditario. Negli animali domestici siamo avvezzi a vedere nuovi abiti mentali od istinti acquisiti e divenuti ereditari; ma negli animali allo stato di natura, deve sempre essere molto difficile scoprire esempi di cognizioni ereditarie acquisite. Rispetto alla selvatichezza degli uccelli verso l’uomo, non vi è modo di attribuirla ad altro che ad un’abitudine ereditata; comparativamente pochi uccelli giovani, in ogni anno, sono stati danneggiati dall’uomo in Inghilterra; tuttavia quasi tutti anche i nidiacei hanno paura di esso; molti individui, d’altra parte, tanto alle Galapagos quanto alle Falkland, sono stati perseguitati e danneggiati dall’uomo, ma tuttavia non hanno acquistato nessun salutare timore di esso. Da questi fatti possiamo dedurre quale strage l’introduzione di un qualche nuovo animale di rapina deve cagionare in una regione, prima che gli istinti dei suoi abitanti indigeni si siano adattati alla forza ed al potere dello straniero.


 
CAPITOLO XVIII.
TAHITI E LA NUOVA ZELANDA.

Viaggio attraverso all’arcipelago di Low – Tahiti – Aspetto - Vegetazione sui monti - Vista di Eimeo - Escursione nell’interno – Burroni profondi - Successione di cascate d’acqua - Numero di piante selvatiche utili - Temperanza degli abitanti - Loro stato morale - Parlamento riunito - Nuova Zelanda - Golfo delle Isole – Hippah - Escursione a Waimate - Stabilimento di Missionari - Semi di piante d’Inghilterra rinselvatichite - Waiomio - Funerale di una donna alla Nuova Zelanda - Partenza per l’Australia.

Ottobre 20. - L’ispezione dell’arcipelago Galapagos essendo terminata, facemmo vela alla volta di Tahiti e cominciammo il nostro lungo viaggio di 3200 miglia. Nel corso di pochi giorni uscimmo fuori dalla cupa e nuvolosa regione oceanica che durante l’inverno si estende molto lontano dalla costa del Sud America. Avemmo allora il vantaggio di un tempo bello e sereno, mentre procedevamo piacevolmente a ragione di 150 o 160 miglia al giorno prima d’incontrare il vento regolare costante. In questa parte più centrale del Pacifico la temperatura è più alta che non presso la sponda americana. Nella cabina di poppa il termometro, notte e giorno, stava fra i 27° e il 28° cent., ciò che era piacevolissimo; ma con un grado o due di più, il caldo diviene opprimente. Passammo in mezzo all’arcipelago Low o Pericoloso e vedemmo parecchi di quei curiosissimi anelli di roccie coralline, che sorgono appena dall’acqua e vennero chiamati Atolli. Ad una lunga e bianchissima spiaggia sovrasta un margine di verde vegetazione e la striscia di terra, guardando dai due lati, rapidamente ristringendosi in lontananza si perde sotto l’orizzonte. Dall’albero di maestra si vede dentro l’anello una ampia distesa di acqua tranquilla. Queste basse isole coralline non sono proporzionate al vasto oceano dal quale sorgono repentinamente, e fa meraviglia che questi deboli invasori non siano vinti dalle onde potentissime e incessanti di quel grande mare, a torto chiamato Pacifico.

Novembre 15. - Allo spuntar del giorno, Tahiti, isola che deve rimanere per sempre classica al viaggiatore del mare meridionale, fu in vista. In distanza il suo aspetto non era attraente. La rigogliosa vegetazione della parte più bassa non si poteva ancora scorgere, e siccome le nuvole correvan fitte, le punte più scoscese e più aguzze si mostravano verso il centro dell’isola. Appena fummo ancorati nel golfo di Matavai venimmo circondati da barchette. Era la nostra domenica, ma il lunedì di Tahiti; se il caso fosse stato contrario, non avremmo ricevuto una sola visita; perchè il divieto di mettere in acqua una barchetta in giorno di festa è rigorosamente seguito. Dopo pranzo sbarcammo per godere di tutte le gioie prodotte dalle prime impressioni di un nuovo paese, quando quel paese è la bella Tahiti. Una folla di uomini, di donne, di fanciulli raccolti sulla memorabile Punta di Venere, ci aspettavano per riceverci con volti allegri e ridenti. Essi ci avviarono alla casa del signor Wilson, missionario della località, il quale ci incontrò sulla via, e ci ricevette con grande amorevolezza. Dopo di esserci riposati un poco di tempo nella sua casa, ci separammo per andare a spasso, ma tornammo colà la sera.

Il terreno coltivabile, è dappertutto poco più di una striscia di terra di alluvione bassa, accumulata intorno alle falde dei monti, e protetta dalle onde del mare da un banco di corallo che circonda tutta la linea costale. Entro questo banco v’ha una distesa di acqua tranquilla, come quella di un lago, ove le barchette degli indigeni possono muoversi senza timore e dove le navi gettano l’àncora. Il terreno basso che scende fino alla spiaggia di sabbia corallifera, è coperto dei più bei prodotti delle regioni tropicali. In mezzo alle banane, agli aranci, alle noci di cocco, ed agli alberi del pane, alcuni tratti sono diboscati e vengono coltivati con gams, patate dolci, canne da zucchero, ed ananassi. Anche la bassa vegetazione è costituita da un albero fruttifero importato, cioè il guava, il quale per essere divenuto tanto abbondante è nocevole quasi quanto un’erbaccia. Nel Brasile ho spesso ammirato il contrasto prodotto dalla svariata bellezza dei banani, delle palme, degli aranci; e qui avevamo di più l’albero del pane, bellissimo, per le sue foglie grandi, lucenti e profondamente dentellate. È meraviglioso vedere boschetti di un albero, fornito di rami robusti come quelli di una quercia d’Inghilterra, carico di frutta grosse e molto nutrienti. Tuttavia di rado l’utilità di un oggetto può essere in rapporto col piacere prodotto dalla sua vista, e nel caso di quei bellissimi boschi, la conoscenza della loro grande utilità entra senza dubbio per molto nel senso di ammirazione che ispirano. I sentierini tortuosi, freschi per l’ombra che li circonda, conducono a case sparse; i proprietari delle quali ci accolsero ovunque con amorevolissima ospitalità.

Quello che mi piacque maggiormente furono gli abitanti. La dolcezza della espressione delle loro fisonomie bandisce ad un tratto l’idea di un selvaggio; e l’intelligenza che vi brilla mostra che progrediscono in civiltà. I popolani quando lavorano tengono la parte superiore del corpo al tutto nuda, ed è allora che i Tahitiani fanno più bella figura. Sono molto alti, colle spalle larghe, atletici, e bene proporzionati. È stato osservato, che basta un po’ di abitudine per rendere all’occhio di un europeo una pelle nera più piacevole e naturale che non il suo proprio colore. Un bianco che si bagna accanto ad un Tahitiano, somiglia ad una pianta imbiancata dall’arte del giardiniere comparata con un bell’albero verde oscuro che cresce vigoroso in mezzo ai campi. La maggior parte degli uomini sono ornati di tatuaggi, e questi ornamenti seguono le curve del corpo tanto graziosamente, che producono un effetto elegantissimo. Un disegno comune, che varia solo nei particolari è alcunchè simile al capitello di una palma. Esce fuori dalla linea centrale del dorso, e gira con grazia intorno ai lati. La similitudine può parere fantastica, ma io pensai che il corpo di un uomo cosifattamente adorno fosse simile al tronco di un albero maestoso, stretto da un delicatissimo rampicante.

Molte fra le persone attempate hanno i piedi coperti di figurine, messe per modo da sembrare uno zoccolo. Tuttavia, questa moda è in parte scomparsa ed altre le si sono sostituite. Qui, sebbene la moda sia tutt’altro che immutevole, ognuno è tenuto a seguire quella che prevaleva nella sua gioventù. In tal modo un vecchio ha la sua età stampata sul corpo, e non può atteggiarsi a giovanotto. Anche le donne hanno tatuaggi come gli uomini, e comunissimamente li hanno sulle dita. Una moda è ora quasi universale che non sta guari bene, cioè quella di radersi i capelli della parte superiore del capo, circolarmente, tanto da lasciare solo un anello esterno. I missionari hanno cercato di persuadere la popolazione a mutare questo costume; ma è la moda, e questa risposta vale tanto a Tahiti quanto a Parigi.

L’aspetto delle donne produsse in me un vero disinganno: per ogni rispetto sono molto inferiori agli uomini. L’uso di portare un fiore bianco o scarlatto sul di dietro del capo, o attraverso ad un forellino dell’orecchio, è molto grazioso. Portano pure una corona di foglie di cocco intrecciate per fare ombra agli occhi. Le donne sembrano aver maggior bisogno degli uomini di qualche moda che vada loro bene.

Quasi tutti gli indigeni capiscono un po’ l’inglese - cioè, sanno il nome delle cose comuni, e con questo e coll’aiuto di qualche segno, si può fare con essi una scarsa conversazione. Tornati a sera alla barca, ci fermammo per osservare una scena graziosissima. Un gran numero di bambini si trastullavano sulla spiaggia, ed avevano acceso fuochi che illuminavano il placido mare e gli alberi circostanti; altri in cerchia cantavano versi tahitiani. Ci sedemmo anche noi sulla sabbia, e ci unimmo alla brigatella. Le canzoni erano improvvisate, ed avevano rapporto, credo, col nostro arrivo: una fanciullina cantava un verso, che il resto ripeteva in parte, formando così un coro molto piacevole. Tutta la scena ci dimostrava con evidenza che eravamo seduti sulle spiaggie di un’isola del rinomato mare del Sud.

Novembre 17. - Questo giorno è segnato sul giornale di bordo come martedì 17, invece di lunedì 16, ciò che è dovuto al nostro finora felice andar contro al sole. Prima di colazione la nave fu circondata da una flottiglia di barchette, e quando fu dato il permesso agli indigeni di salire a bordo, suppongo che non erano meno di duecento. Tutti eravamo di opinione che sarebbe stato difficile averne ricevuti un numero uguale da qualunque altra nazione, senza che ci dessero disturbo. Ognuno portava qualche cosa da vendere, le conchiglie erano il principale articolo di traffico. I Tahitiani conoscono ora il valore del danaro, e lo preferiscono ai vestiti vecchi o ad altri oggetti. Tuttavia le varie monete spicciole inglesi o spagnuole li mettono nell’imbarazzo e non sembrano dar molto credito alle monetine di argento finchè non siano cambiate in dollari. Alcuni fra i capi hanno accumulato considerevoli somme di danaro. Un capo, non è molto tempo, offerse 800 dollari (circa 4000 lire) per un piccolo bastimento, e spesso comprano barche baleniere e cavalli a ragione di 250 a 500 lire.

Dopo colazione scendemmo a terra e salimmo il pendìo più vicino fino all’altezza di 800 o 1000 metri. I monti esterni sono lisci e conici, ma ripidi, e le antiche roccie vulcaniche, di cui son fatti, sono fesse da profondi burroni, che divergono dalle parti spezzate del centro dell’isola fino alla costa. Avendo attraversata la stretta e bassa striscia di terra fertile ed abitata, seguii una liscia e ripida altura fra due profondi burroni. La vegetazione era singolare, e consisteva quasi esclusivamente di piccole felci nane, miste, più in su, ad erba grossolana; ed essa non era molto differente di quella che si trova sopra alcuni colli del paese di Galles, e questa loro vicinanza ai giardini di piante tropicali della costa, era grandemente maravigliosa. Nel punto più alto al quale giunsi, gli alberi tornavano a comparire. Delle tre zone di comparativa bellezza di vegetazione, la più bassa va debitrice della sua umidità, e quindi della sua fertilità, all’essere piana; perchè essendo poco più alta del livello del mare, l’acqua delle parti più elevate scola giù lentamente. La zona intermedia, non può come la superiore giungere fino all’atmosfera nuvolosa, e quindi rimane sterile. I boschi della zona superiore sono bellissimi, e le felci arboree sorgono invece degli alberi di cocco della costa. Non si deve tuttavia supporre che questi boschi uguaglino lo splendore delle foreste del Brasile. Il gran numero di prodotti che caratterizzano un continente, non si può certamente credere di trovarlo in una isola.

Dal punto più alto ove giunsi, vi era una bella vista dell’isola lontana di Eimeo, dipendente dallo stesso sovrano di Tahiti. Sulle alte e spezzate guglie, si vedevano ammucchiati massi di nuvole bianche che formavano una isola nel cielo azzurro, come Eimeo nell’azzurro oceano. L’isola, eccettuato un piccolo ingresso, è al tutto circondata da una scogliera. A quella distanza, era solo visibile una stretta, ma ben definita linea bianca brillante, ove le onde cominciavano ad incontrare il muro di corallo. I monti sorgevano scoscesi dallo specchio della laguna, chiusa entro quella stretta linea bianca, fuori della quale le acque mosse dall’oceano avevano un colore più scuro. Il colpo d’occhio era meraviglioso. Quando a sera scesi dal monte, un uomo, al quale aveva fatto un piccolo dono, mi venne incontro portando banane arrostite, un ananas, e alcune noci di cocco. Dopo aver camminato sotto un sole ardente, non conosco nulla di più delizioso del latte di una noce di cocco fresca. I frutti di ananas son qui tanto abbondanti che la gente li mangia colla stessa profusione come noi facciamo delle rape. Hanno un eccellente sapore - forse anche migliore di quelli coltivati in Inghilterra e questo credo sia il più bel complimento che si possa fare a qualunque frutto. Prima di giungere a bordo, il signor Wilson mi fece l’interprete col Tahitiano che era stato tanto cortese con me, e gli disse che io aveva bisogno che egli ed un altro uomo mi accompagnassero in una breve escursione sui monti.

Novembre 18. - Al mattino scesi a terra di buon’ora, portando con me alcune provviste in un sacco, e due coperte per me e pel servitore. Queste erano legate ad ogni capo da una lunga pertica, che era portata sulle spalle alternativamente dai miei compagni Tahitiani. Quegli uomini sono avvezzi a portare, per un giorno intero, anche un peso di venticinque chilogrammi appeso ad ogni capo delle loro pertiche. Dissi alle mie guide di provvedersi di cibo e di vestimenta; ma mi risposero che sui monti avrebbero trovato di che nutrirsi abbondantemente, e pel vestiario bastava la loro pelle. Il nostro cammino era per la valle di Tia-auru, lungo la quale scorre un fiume che si versa nel mare alla Punta di Venere. Questo è uno dei principali corsi d’acqua dell’isola, e la sua sorgente scaturisce alle falde delle guglie centrali più alte, che sorgono all’altezza di 2100 metri. Tutta l’isola è tanto montuosa che il solo mezzo per penetrare nell’interno è quello di risalire le valli. Dapprima la nostra strada passava in mezzo ai boschi che fiancheggiano i due lati del fiume, e la rapida e confusa vista delle guglie centrali, che si aveva in mezzo agli alberi, con qua e là un albero di cocco che alzava la cima da un lato, era sommamente pittoresca. La valle andò subito ristringendosi, e le sponde si fecero alte e più scoscese. Dopo aver camminato tre o quattro ore, trovammo che il fondo del burrone era appena superiore al letto di un corso d’acqua. Dai due lati le pareti erano quasi verticali; tuttavia per la natura molle degli strati vulcanici, gli alberi ed una bella vegetazione sporgevano dall’orlo di quelle pareti. Quei precipizi dovevano essere alti un migliaio di metri; ed il complesso formava una gola di monte molto più bella e grandiosa di quello che avessi fino allora veduto. Fino al mezzogiorno il sole rimase verticalmente sopra il burrone, l’aria era fresca ed umida, ma allora divenne soffocante. All’ombra di una sporgenza di roccia, sotto una parete di lava a colonne, mangiammo il nostro desinare. Le mie guide si erano già procurato un piatto di pesciolini e di granchiolini d’acqua dolce. Avevano portato con loro una reticella stesa sopra un cerchio, ed ove l’acqua era profonda e faceva gorghi si tuffavano, e come lontre, cogli occhi aperti seguivano il pesce nei buchi e negli angoli e così lo prendevano.

I Tahitiani hanno la destrezza degli animali anfibi nell’acqua. Un aneddoto menzionato da Ellis mostra quanto si sentano a casa loro in questo elemento. Quando nel 1817 veniva sbarcato un cavallo per Pomarè, la barca si ruppe, ed esso cadde nell’acqua: immediatamente gli indigeni si gettarono in acqua, e colle loro grida e vani tentativi di aiuto quasi lo fecero affogare. Appena, però, il cavallo fu giunto alla sponda, tutta la popolazione se la diede a gambe, e andò a nascondersi pel timore del maiale che portava un uomo, come battezzarono essi il cavallo.

Un po’ più in su, il fiume si divideva in tre piccole correnti. Le due settentrionali erano impraticabili, per una serie di cascate che scendevano dalle cime dentellate delle più alte montagne; l’altra aveva tutta l’apparenza di essere pure inaccessibile, ma riuscimmo a salirla per una strada ben straordinaria. I fianchi della valle erano quasi a picco; ma come segue sovente nelle roccie stratificate, sporgevano fuori alcuni piccoli spigoli, che erano fittamente coperti di banani selvatici, di piante gigliacee, ed altri rigogliosi prodotti dei tropici. I Tahitiani, arrampicandosi su questi spigoli, per cogliere le frutta avevano scoperto un sentiero mercè il quale tutto il precipizio poteva essere scalato. La prima ascensione dalla valle fu molto pericolosa, perchè bisognò varcare un tratto molto pendente di roccia nuda coll’aiuto di corde che avevamo portato con noi. Non posso affatto comprendere in qual modo una persona abbia potuto pensare che un luogo tanto pericoloso fosse l’unico punto praticabile del monte. Allora noi con molte precauzioni continuammo la nostra via lungo uno degli spigoli finchè giungemmo ad una delle tre sorgenti. Questo spigolo formava uno spazio piatto sopra il quale una bella cascata, alta circa alcune centinaia di metri, versava giù le sue acque, e sotto un’altra alta cascata cadeva nel corso d’acqua principale della valle sottostante. Da quel fresco ed ombroso recesso, facemmo un giro per scansare la cascata d’acqua che ci stava sopra. Come prima, seguimmo alcuni piccoli spigoli sporgenti, di cui il pericolo era celato dalla fitta vegetazione. Passando da uno spigolo all’altro, vi era una parete verticale di roccia. Uno dei Tahitiani, uomo bello ed attivo, pose il tronco di un albero contro questa, vi si arrampicò sopra, e poi aiutandosi coi crepacci giunse alla cima. Attaccò le corde ad una punta sporgente, e le abbassò pel nostro cane e pel nostro bagaglio, e poi ci arrampicammo noi stessi. Sotto lo spigolo in cui l’albero morto era stato collocato, il precipizio deve essere stato profondo cent’ottanta metri e se l’abisso non fosse stato in parte celato dalle felci sovrastanti, avrei avuto le vertigini, e nulla avrebbe potuto indurmi a tentare quella ascensione. Continuammo a salire, talora lungo gli spigoli, e talora sopra sporgenze di roccia a lama di coltello, avendo da ogni lato profondi burroni. Nelle Cordigliere ho veduto monti molto più grandi, ma, per la natura scoscesa, non v’ha nulla che possa stare a petto di questi. A sera giungemmo ad un piccolo spazio piano sulle sponde dello stesso fiume, che avevamo sempre seguito, e che scende in una serie di cascate; qui ponemmo il bivacco per la notte. Da ogni lato del burrone erano grandi tratti coperti di banani di monte, carichi di frutta mature. Molte di quelle piante erano alte da sei a sette metri e mezzo, e avevano circonferenza di novanta centimetri. I Tahitiani in pochi minuti ci costrussero una bellissima capanna, adoperando i bambù per sostegni e pel coperchio; e le foglie larghe delle banane per stoppia, e colle foglie secche fecero un soffice letto.

Dopo si accinsero a far fuoco, e cucinare la nostra cena. Si accese il lume sfregando una verghetta aguzza entro un foro fatto in un’altra, come se si volesse farlo più profondo, finchè per la frizione prese fuoco. Si adopera per questo scopo un legno particolarmente leggero e bianco (l’Hibiscus tiliaceus): è lo stesso legno che serve per le pertiche colle quali si portano i pesi. In pochi secondi il fuoco fu acceso: ma per chi non conosce bene l’arte, richiedesi, come mi accorsi io stesso, una grandissima pratica; alla fine, con mia somma soddisfazione ed orgoglio riuscii io pure a far fuoco. I Gauchos nei Pampas adoperano un metodo al tutto differente: prendono una verghetta elastica lunga circa 46 centimetri, piegano un capo di questa sul petto, e l’altra punta aguzza la introducono in un buco fatto in un pezzo di legno, e poi girano violentemente la parte curva. I Tahitiani avendo fatto un piccolo fuoco di fascine, posero una quantità di ciottoli della grossezza circa di palle da giuoco sul fuoco acceso. In dieci minuti le fascine furono consumate e le pietre calde. Avevano prima ravvolto in frammenti di foglie, pezzi di bue, di pesce, banane mature ed immature e cime di arum selvatico. Questi involtini verdi furono stesi in strati fra due file di pietre calde, e tutto il complesso venne poi coperto di terra, tanto che nè fumo, nè vapore potesse sfuggirne. In un quarto d’ora circa, ogni cosa era deliziosamente cucinata. I migliori bocconi furono poi stesi sopra una tovaglia di foglie di banana, ed i gusci delle noci di cocco ci servirono di coppa per bere l’acqua fresca del fiume; in tal modo assaporammo il nostro rustico desinare.

Io non poteva guardare le piante che mi stavano intorno senza provare un senso di ammirazione. Da ogni lato sorgevano foreste di banani; il frutto di questi, sebbene serva di nutrimento in vari modi, marciva in mucchi sul terreno. In faccia a noi vi era una grande distesa di canne da zucchero selvatiche: ed il fiume era ombreggiato dai tronchi verdi scuri dell’Ava, tanto famosi anticamente pei loro effetti inebbrianti. Ne masticai un pezzo e trovai che aveva un sapore acre e sgradevole, che avrebbe indotto ognuno a giudicarlo velenoso. Mercè i missionari, questa pianta prospera ora soltanto in questi profondi burroni innocua ad ognuno. Accanto a me vidi l’arum selvatico, di cui le radici, quando sono bene cotte, son buone da mangiare, e le foglie son migliori dello spinacio. Vi era pure l’yam selvatico, ed una pianta gigliacea detta Ti, che cresce in abbondanza, ed ha una radice bruna e molle, simile nella forma e nella mole ad un grosso pezzo di legno; questa ci tenne luogo di frutta, perchè è dolce come il miele, ed ha un sapore gradevole. Vi sono, inoltre, parecchi altri frutti selvatici e vegetali utili. Il fiumicello, oltre la sua fresca acqua, somministra anche anguille e gamberelli. Io ammirava invero quel paesaggio, quando lo comparava con uno non coltivato delle zone temperate. Compresi la forza della osservazione, che l’uomo, almeno l’uomo selvaggio, colle sue facoltà di ragionamento sviluppate solo in parte, è figlio dei tropici.

Mentre la sera stava per cadere, andai a passeggiare sotto l’ombra scura dei banani lungo il corso del fiume. La mia passeggiata fu terminata in breve, interrotta da una cascata d’acqua alta da 90 a 190 metri, e sopra questa ve ne era subito un’altra. Menziono tutte queste cascate in questo solo fiumicello, per dare un’idea generale della inclinazione del terreno. Nel piccolo recesso ove cadeva l’acqua, non sembrava che fosse mai soffiato un alito di vento. I margini sottili delle grandi foglie dei banani, umide dalla spuma, erano rimaste intatte, invece di essere, come segue per solito, tagliate in mille striscie. Dalla nostra posizione, quasi sospesa ai fianchi del monte, avevamo la vista del fondo delle valli vicine; ed i punti più alti dei monti centrali, torreggianti entro sessanta gradi dello zenith, celavano quasi il cielo. Seduti così, era uno spettacolo sublime osservare le ombre della notte che oscuravano le ultime e più alte guglie.

Prima di coricarci per dormire, il Tahitiano più vecchio si inginocchiò, e cogli occhi chiusi recitò nella sua lingua nativa una lunga prece. Pregava come dovrebbe fare un cristiano, con vera divozione, e senza timore del ridicolo o nessuna ostentazione di pietà. Ai nostri pasti nessuno degli uomini che erano con noi assaggiava cibo, senza prima aver fatto una breve preghiera. Quei viaggiatori che credono che un Tahitiano prega solo quando il missionario lo sta a guardare, avrebbero dovuto passare con noi quella notte sui fianchi del monte. Prima del mattino cadde una fitta pioggia; ma il buon tetto di foglie di banane ci tenne bene asciutti.

Novembre 19. - All’alba i miei amici, dopo l’orazione del mattino, prepararono una eccellente colazione nello stesso modo della sera precedente. Certamente essi ne presero una ampia parte, perchè invero non ho mai veduto uomini mangiare tanto.

M’immagino che l’enorme capacità del loro stomaco dipenda molto dal loro nutrimento che si compone in gran parte di frutta e vegetali, i quali contengono, in un dato volume, una porzione comparativamente piccola di nutrimento. Senza volere fui causa che i miei compagni infrangessero, come seppi in seguito, una delle loro leggi e risoluzioni: aveva preso con me una bottiglia di liquore, che non poterono rifiutare di assaggiare; ma appena ne ebbero bevuto un poco, si misero le dita sulla bocca, e pronunziarono la parola Missionario. Due anni prima circa, sebbene l’uso dell’ava fosse proibito, l’ubbriachezza per l’introduzione degli spiriti era divenuta molto generale. I missionari persuasero alcune buone persone, che vedevano come il loro paese si avviasse alla rovina, ad unirsi ad essi per fondare una Società di temperanza. Per buon senso o per vergogna, tutti i capi e la regina si persuasero a farne parte. Immediatamente fu fatta una legge, che non permetteva di introdurre nell’isola nessun liquore spiritoso, e che colui che vendeva o che comprava l’articolo proibito sarebbe stato punito con una multa. Con una giustizia veramente notevole, venne accordato un certo periodo per smaltire la provvista esistente, prima che la legge fosse applicata. Ma quando fu spirato il termine, venne fatta una perquisizione generale, nella quale non furono eccettuate neppure le case dei missionari, e tutta l’ava (nome che danno gl’indigeni a tutti i liquori spiritosi) venne distrutta. Quando si riflette all’effetto della intemperanza sugli Aborigeni delle due Americhe, sono di opinione che certamente ogni uomo che ami il bene di Tahiti ha un debito non comune di gratitudine per i missionari. Per tutto il tempo in cui l’isoletta di Sant’Elena rimase sotto il governo della Compagnia delle Indie orientali l’importazione dei liquori spiritosi, pel grande danno che producevano era impedito; ma il vino veniva somministrato dal Capo di Buona Speranza. È un fatto piuttosto notevole e per nulla bello che nello stesso anno in cui fu accordato il permesso di vendere spiriti a Sant’Elena, il loro uso venne bandito da Tahiti per la libera volontà del popolo.

Dopo colazione continuammo il nostro viaggio. Siccome il mio scopo era solo di vedere un po’ del paesaggio interno, tornammo per un altro sentiero, che scendeva nella valle principale più bassa. Per un po’ di strada scendemmo, serpeggiando, per un intricatissimo sentiero, lungo il fianco del monte che formava la valle. Nelle parti meno ripide passammo in mezzo a larghi boschetti di banane selvatiche. I Tahitiani, col loro corpo nudo e coperto di tatuaggi, col capo ornato di fiori, veduti nell’ombra scura di quei boschetti, avrebbero fatto un bel quadro dell’uomo abitante di qualche terra primitiva. Nella nostra discesa seguimmo la linea degli spigoli; questi erano strettissimi, e per lunghi tratti diritti come un scala a piuoli; ma tutti coperti di vegetazione. La somma cura necessaria per posare il piede rendeva il camminare faticosissimo. Io non cessava di osservare quei burroni e quei precipizi; quando si guardava il paese da uno degli spigoli a lama di coltello, il punto di sostegno era tanto piccolo che l’effetto riusciva quasi simile a quello che deve essere veduto da un pallone. In questa discesa non adoperammo le corde che una volta sola, nel punto in cui stavamo per entrare nella valle principale. Dormimmo sotto la stessa sporgenza di roccia sotto la quale avevamo pranzato il giorno prima: la notte era bella, ma per la grande profondità e strettezza della gola, profondamente buia.

Prima di aver veduto questo paese, stentava a comprendere due fatti menzionati da Ellis; cioè che dopo le micidiali battaglie dei tempi antichi, i superstiti della fazione conquistata si ritirarono nei monti, ove pochi uomini poterono resistere ad una moltitudine. Certamente una mezza dozzina di uomini, nel luogo ove i miei compagni rizzarono l’albero secco, avrebbero potuto respingere migliaia di combattenti. Secondo, che dopo l’introduzione del Cristianesimo vi fossero uomini selvaggi che vivessero nei monti, e di cui i ricoveri fossero ignoti agli abitanti più inciviliti.

Novembre 20. - Al mattino partimmo di buon’ora e giungemmo al mezzogiorno a Matavai. Sulla strada incontrammo una numerosa comitiva di uomini belli dalle forme atletiche che andavano in cerca di banane selvatiche. Trovai che la nave, per la difficoltà di fare acqua, era andata al porto di Papawa, ed io mi diressi immediatamente a quella volta. È questo un luogo piccolissimo. Il seno è circondato da scogliere a fior d’acqua, e l’acqua è liscia come in un lago. Il terreno coltivato, coi suoi bei prodotti sparsi di capanne, scende fino al margine dell’acqua.

Dalle varie relazioni che io aveva letto prima di vedere queste isole, aveva molta voglia di formarmi, colle mie proprie osservazioni, un giudizio del loro stato morale - quantunque un cosifatto giudizio dovesse necessariamente riuscire imperfetto. Per solito le prime impressioni dipendono da idee già preconcette. Le mie cognizioni erano attinte dalle Ricerche intorno alla Polinesia del signor Ellis, lavoro bellissimo e molto interessante, ma che considera naturalmente ogni cosa da un punto di vista favorevole; dal viaggio di Beechey, e da quello di Kotzebue, che è avversissimo a tutto il sistema delle missioni. Colui che paragona questi tre lavori, si formerà, credo un concetto discretamente esatto dello stato attuale dl Tahiti. Una delle mie impressioni, che io aveva attinto dalle due ultime autorità, era decisamente erronea; cioè che i Tahitiani fossero divenuti una razza melanconica, e vivessero timorosi dei missionari. Non vidi traccia di quest’ultimo sentimento, a meno che il timore ed il rispetto siano confusi in un nome solo. In luogo di essere lo scontento un sentimento generale, credo che sarebbe difficile trovare in Europa in una folla neppure la metà di un numero tanto grande di uomini di buon umore. La proibizione del flauto e del ballo è biasimata come dannosa e sciocca - il modo più che presbiteriano di osservare la festa è considerato nello stesso modo. Intorno a questi argomenti non voglio pretendere di dare la mia opinione, contro quella di uomini che hanno dimorato in quell’isola, tanti anni quanti giorni vi ho passato io.

Nel complesso, mi sembra che la moralità e la religione degli abitanti siano molto rispettabili. Vi sono molti che censurano, anche più acerbamente che non Kotzebue, tanto i missionari, quanto il loro sistema e gli effetti da esso prodotti. Quei ragionatori non comparano mai lo stato attuale dell’isola con quello di soli venti anni fa; nè anche con quello dell’Europa di oggi; ma lo comparano con quello della più alta perfezione evangelica. Vorrebbero che i missionari compiessero ciò in cui non riuscirono neppure gli Apostoli. In qualunque parte dove la condizione delle genti si scosta da quell’alto punto di perfezione, si getta il biasimo al missionario, invece di lodarlo per quello che ha fatto. Essi dimenticano, o non ricordano, che i sagrifizi umani, e la potestà dei preti idolatri - un sistema di scelleraggine che non aveva riscontro in nessuna altra parte del mondo - l’infanticidio, conseguenza di quel sistema - le guerre sanguinose nelle quali i vincitori non risparmiavano nè donne, nè bambini - sono stati aboliti; e che la disonestà, l’intemperanza, e la svergognatezza sono molto diminuite dopo l’introduzione del Cristianesimo. In un viaggiatore, dimenticare queste cose è una bassa ingratitudine; perchè se egli per disgrazia naufragasse sopra qualche ignota costa, alzerebbe al cielo una ben divota preghiera, perchè le lezioni dei missionari si fossero estese fino a quella regione.

In quanto alla moralità è stato detto che la virtù delle donne, sia una vera eccezione. Ma prima di biasimarle troppo severamente, bisogna tener ben presente alla mente le scene descritte dal capitano Cook e dal signor Banks, in cui le nonne e le madri della razza presente avevano molta parte. Coloro i quali sono i più severi, debbono considerare come la moralità delle donne in Europa sia dovuta alla educazione data di buon ora dalle madri alle loro figliuole, e in ogni caso individuale ai precetti della religione. Ma è inutile discutere contro cosifatti ragionatori - credo che delusi per non aver trovato un campo di licenziosità tanto vasto quanto era prima, essi non prestan fede ad una moralità che non desiderano praticare, o ad una religione che non apprezzano, se pur non disprezzano.

Domenica 22. - Il porto di Papiete, ove risiede la regina può esser considerato come la capitale dell’isola; è pure la sede del Governo, ed il luogo principale ove le navi sono più numerose. Il capitano Fitz Roy condusse seco colà una comitiva per ascoltare il servizio divino, prima in lingua di Tahiti, e poi in inglese. Il signor Pritchard missionario capo dell’isola, officiava in persona. La cappella era una grande ed ariosa costruzione di legno; ed era piena zeppa di gente pulita, netta, di ogni età e dei due sessi. Fui un po’ deluso per la loro apparente poca attenzione: ma credo che le mie aspettazioni fossero salite troppo alto. In ogni caso in complesso l’aspetto del luogo era al tutto simile a quello di una chiesa di campagna in Inghilterra. Il canto degli inni era veramente gradevolissimo; ma il linguaggio del predicatore, quantunque fosse scorrevole, non aveva un bel suono: la ripetizione costante di parole come tata ta, mata mai, lo rendeva monotono. Dopo il servizio in inglese, una comitiva ritornò a piedi a Matavai. Era una passeggiata piacevole, talora lungo la spiaggia del mare e talora all’ombra di bellissimi alberi.

Circa due anni fa, un bastimento con bandiera inglese venne saccheggiato dagli abitanti delle isole di Low, che erano allora sotto il governo della regina di Tahiti. Si credette che gli autori di questo fatto fossero stati istigati a ciò da qualche legge indiscreta emanata da sua maestà. Il Governo inglese chiese una riparazione, che venne accordata, e si rimase d’accordo che sarebbe stata pagata una somma di quasi tremila dollari (15.000 lire) il primo del trascorso settembre. Il Commodoro a Lima ordinò al capitano Fitz Roy di informarsi intorno a quel debito, e domandare soddisfazione qualora non fosse stato pagato. In conseguenza il capitano Fitz Roy chiese una udienza dalla regina Pomarè, divenuta in seguito celebre pei cattivi trattamenti che ebbe dalla Francia, e fu tenuto un parlamento per considerare la questione, nel quale si riunirono tutti i capi principali dell’isola e la regina. Non cercherò di descrivere quello che ebbe luogo, dopo l’interessante relazione data dal capitano Fitz Roy. Il danaro, a quanto sembra, non era stato pagato; forse le ragioni addotte erano alquanto equivoche; ma d’altra parte non posso dire quanto grande fosse la sorpresa di noi tutti pel grande buon senso, per la forza dei ragionamenti, per la moderazione, l’ingenuità e la pronta risoluzione che venne spiegata da tutti. Credo che uscimmo da quella assemblea con una opinione dei Tahitiani, ben diversa da quella che avevamo entrando. I personaggi principali ed il popolo determinarono di fare una sottoscrizione onde compiere la somma che mancava; il capitano Fitz Roy osservò che era duro che essi dovessero sagrificare i proprii danari per i delitti di lontani isolani. Essi risposero che lo ringraziavano della sua osservazione, ma che Pomarè era la loro regina, e volevano aiutarla in questo suo frangente. Questa determinazione e la sua pronta esecuzione, perchè l’indomani di buon’ora la sottoscrizione venne aperta, fece una bella chiusa a quella lodevolissima scena di lealtà e buon sentimento.

Dopo che fu terminata la discussione principale parecchi fra i capi, presero l’occasione di fare al capitano Fitz Roy molte intelligenti domande intorno a leggi e costumi internazionali, che avevano relazione ai bastimenti ed ai forestieri. In alcuni punti, appena venne presa quella decisione, la legge fu verbalmente fatta sul luogo. Questo parlamento Tahitiano durò parecchie ore, e quando fu terminato il capitano Fitz Roy invitò la regina Pomarè a fare una visita alla Beagle.

Novembre 25. - A sera quattro barche vennero mandate incontro a sua maestà; la nave era tutta pavesata e al suo arrivo a bordo i pennoni manovrarono. Essa era accompagnata da molti capi. Il contegno di tutti fu molto conveniente; non chiesero nulla, e rimasero molto contenti dei doni del capitano Fitz Roy. La regina è una donna grande e tarchiata, senza nessuna bellezza, nè grazia, nè dignità. Essa ha solo un attributo reale: una perfetta immobilità di espressione in tutte le circostanze, e che anzi è piuttosto torva. I razzi furono molto ammirati; ed un profondo Oh! si poteva sentire dalla sponda, tutto intorno al golfo, dopo ogni esplosione. Le canzoni dei marinai furono ammirate; e la regina disse che una delle più rumorose non poteva certo essere un inno! La comitiva reale non ritornò alla spiaggia fin dopo mezzanotte.

Novembre 26. - La sera, con una brezzolina di terra, ebbe principio il nostro viaggio per la nuova Zelanda, e mentre il sole tramontava, ci congedammo dai monti di Tahiti, isola alla quale ogni viaggiatore ha offerto il tuo tributo di ammirazione.

Dicembre 19. - La sera vedemmo in lontananza la Nuova Zelanda. Bisogna aver navigato sopra quel vastissimo oceano per comprenderne l’immensità. Procedemmo avanti con buona andatura per intere settimane senza mai incontrar altro che lo stesso mare azzurro e profondissimo. Anche negli arcipelaghi le isole non sembrano che macchie, e molto distanti le une dalle altre. Avvezzi a guardare le carte geografiche disegnate sopra piccola scala, ove le macchie, le ombre, i nomi s’incrociano per ogni verso, non possiamo giudicare bene quanto infinitamente piccola sia la proporzione di terra asciutta in confronto dell’acqua di quella vasta distesa. Abbiamo oltrepassato anche il meridiano degli antipodi; ed ora ogni miglio, pensavamo noi con gioia, era un miglio più vicino all’Inghilterra. Questi antipodi richiamano alla nostra mente antiche ricordanze di dubbi e di meraviglie infantili. Solo l’altro giorno io desiderava questa aerea barriera come un punto definito del nostro viaggio verso la patria; ma ora mi accorsi che questo, come tutti i punti di sosta della nostra immaginazione, somiglia alle ombre che un uomo che cammina non può mai afferrare. Una burrasca che durò parecchi giorni, ci diede pienamente la misura delle future stazioni del nostro lungo viaggio di ritorno, e ce ne fece desiderare ardentemente la fine.

Dicembre 21. - Entrammo di buon’ora nel Golfo delle Isole, e siccome vi furono alcune ore di calma presso l’imboccatura, non giungemmo all’ancoraggio fino alla metà del giorno. Il paese è montuoso, con un profumo dolce, ed è profondamente interrotto da molti bracci di mare che si estendono dal golfo. La superficie sembra da una certa distanza come se fosse coperta di un’erba grossolana ma in realtà, non sono altro che felci. Sulle colline più lontane, come pure in certe parti delle valli, vi è buona copia di terra boscheggiata. La tinta generale del paesaggio non è un bel verde brillante; ed il paese somiglia ad una piccola distanza al sud di Concezione nel Chilì. In molti punti del golfo, alcuni villaggetti di case quadrate e pulite sono sparse fino all’orlo dell’acqua. Tre bastimenti balenieri erano ancorati, e di tratto in tratto una barchetta andava da una sponda all’altra; tranne queste eccezioni, un’aria di grande quiete regnava in tutta la località. Una sola barchetta si accostò alla nostra nave. Questo, e l’aspetto di tutta la scena, faceva uno spiccato, quantunque non gradito contrasto, coll’allegro e chiassoso ricevimento avuto da noi a Tahiti.

Nel pomeriggio scendemmo a terra e ci avviammo verso uno dei gruppi più grandi di case, che tuttavia non merita il nome di villaggio. Si chiama Pahia: è la residenza dei missionari, e non vi si trovano altri indigeni che i servitori e i coltivatori. Presso il Golfo delle Isole, il numero degli Inglesi, comprese le loro famiglie, sale dai due ai trecento individui. Tutte le capanne, molte delle quali sono imbiancate ed hanno un aspetto di molta nettezza, appartengono agli inglesi. I tuguri degli indigeni sono tanto piccoli e miseri che appena si scorgono ad una certa distanza. Era una cosa piacevolissima vedere a Pahia fiori di Inghilterra nei giardini posti innanzi alle case; vi erano varie specie di rose, di caprifoglio, di gelsomini, di garofani e vere siepi di rosa canina.

Dicembre 22. - Al mattino uscii per passeggiare; ma trovai subito che il paese era veramente impraticabile. Tutte le colline sono fittamente coperte di alte felci insieme ad un arboscello basso che ha l’aspetto di un cipresso, e pochissimo terreno è stato diboscato e coltivato. Allora mi volsi verso la spiaggia del mare; ma procedendo dai due lati, la mia passeggiata fu in breve interrotta da seni di acqua salsa e da profondi ruscelli. La comunicazione tra gli abitanti delle varie parti del golfo, è (come in Chiloe) quasi tutta fatta dai battelli. Fui sorpreso di trovare che quasi tutte le colline sulle quali io salii, erano state anticamente più o meno fortificate. Le cime erano tagliate a gradini o successive terrazze, e spesso erano state protette da profondi fossi. Osservai in seguito che le colline principali dell’interno mostravano nello stesso modo un profilo artificiale. Son questi i Pas tanto spesso menzionati dal capitano Cook col nome di hippah; la differenza del suono deriva dall’articolo che vi sta unito.

Che i Pas fossero anticamente molto adoperati, era evidente dai mucchi di conchiglie, e i fossi nei quali, come mi fu detto, si solevano conservare le patate dolci. Siccome non v’era acqua su quelle colline, i difensori non potevano mai prepararsi ad un lungo assedio, ma solo far fronte ad un assalto improvviso per scopo di saccheggio, contro il quale le successive terrazze potevano somministrare una buona protezione. L’introduzione generale delle armi da fuoco ha mutato tutto il sistema di guerra; ed una posizione esposta sulla cima di una collina è ora non solo inutile, ma dannosa. I Pas quindi, sono oggi costruiti sempre in pianura. Consistono di un doppio steccato di grossi e fitti pali, messi in una linea tortuosa, per modo che ogni parte possa essere protetta. Entro lo steccato vi è un monticello di terra, dietro il quale i difensori possono stare al sicuro, o adoperare le loro armi da fuoco salendo sopra di esso. Sul piano interno talora alcune piccole arcate passano in mezzo a questa costruzione, mercè le quali i difensori possono strisciar fuori dallo steccato per riconoscere i loro nemici. Il Rev. W. Williams, che mi diede questi ragguagli, aggiunse che in un Pas aveva osservato sostegni e sproni che sporgevano nella parte interna e protetta dal monticello di terra. Avendo chiesto al capo a che cosa servissero, egli rispose, che se due o tre dei suoi uomini venivano uccisi, i loro compagni non ne avrebbero veduto i corpi, e non si sarebbero sconfortati.

Questi Pas sono considerati dagli indigeni della Nuova Zelanda come ottimi mezzi di difesa; perchè la forza degli aggressori non è mai bene disciplinata da irrompere in corpo contro lo steccato, tagliarlo ed entrare. Quando una tribù parte per una guerra, il capo non può ordinare ad una brigata di andare da una parte, e ad un’altra di andare da una parte diversa; ma ogni uomo combatte nel modo che più gli aggrada; e ad ogni individuo separato che si accosta allo steccato difeso con armi da fuoco, la morte deve parere inevitabile. Io non credo che si incontri in nessuna altra parte del mondo una razza più bellicosa di quella degli indigeni della Nuova Zelanda. Il modo con cui si comportarono la prima volta che videro un bastimento, come descrive il capitano Cook, dimostra con evidenza questo fatto: il gettare nuvoli di pietre contro un oggetto così grande e così nuovo, e lo sfidare che fecero i nuovi venuti, dicendo: «Venite a terra e noi vi uccideremo tutti e vi mangieremo» mostra una straordinaria baldanza. Questa indole bellicosa si mostra in molti loro usi, ed anche nelle più piccole azioni. Se un Nuovo Zelandese viene colpito, anche per scherzo, il colpo vien subito reso, e vidi di ciò un esempio con uno dei nostri ufficiali.

Al giorno d’oggi, pel progresso dello incivilimento, vi sono molto meno guerre tranne che fra qualche tribù meridionale. Mi venne narrato un aneddoto caratteristico che ebbe luogo qualche tempo fa nel sud. Un missionario trovò un capo e la sua tribù che si preparavano per la guerra; i loro fucili erano netti e brillanti e le munizioni pronte. Il missionario fece lunghi ragionamenti intorno all’inutilità della guerra ed al frivolo motivo che la cagionava. Il capo rimase molto scosso nella sua risoluzione e sembrava dubbioso; ma alla fine gli fece osservare che un loro barile di polvere da schioppo era in cattivo stato e non avrebbe potuto durare più a lungo. Questo argomento venne messo avanti come motivo inesorabile di dichiarar subito la guerra; l’idea di lasciar andar perduta tanta buona polvere non era ammissibile, e questo chiuse la discussione. Alcuni missionari mi dissero che nella vita di Shongi, il capo che visitò l’Inghilterra, l’amor della guerra fu uno dei moventi più durevoli di ogni sua azione. La tribù della quale egli era uno dei capi principali, era stata una volta molto oppressa da un’altra tribù del fiume Tamigi. Tutti gli uomini giurarono solennemente che quando i loro fanciulli fossero cresciuti e fossero divenuti abbastanza forti, non avrebbero mai nè dimenticato nè perdonato quelle ingiurie. Il compimento di quel giuramento sembra essere stato il motivo principale del viaggio di Shongi in Inghilterra; e quando fu colà quello era il suo solo pensiero. Ogni dono era apprezzato soltanto se si poteva convertire in armi; e le sole arti che avevano rapporto colla manifattura delle armi erano quelle che lo interessavano. Quando fu a Sydney, Shongi, per una strana coincidenza, incontrò in casa del signor Marsden il capo nemico del fiume Tamigi; si trattarono molto civilmente l’un l’altro; ma Shongi gli disse che quando sarebbe tornato alla Nuova Zelanda non avrebbe mai cessato di far la guerra al suo paese. La sfida fu accettata; e Shongi tornato in patria mise a compimento la minaccia fino all’ultimo confine. La tribù del fiume Tamigi, fu al tutto sconfitta, e il capo stesso il quale era stato sfidato venne ucciso. Shongi, quantunque serbasse nell’animo sensi di odio e di vendetta profonda, era, a quanto si dice, una brava persona.

La sera andai col capitano Fitz Roy ed il sig. Baker, uno dei missionari, a far una visita a Kororadika; girammo pel villaggio e parlammo con molte persone uomini, donne e bambini. Guardando l’indigeno della nuova Zelanda, naturalmente si fa il paragone col Tahitiano; poichè entrambi appartengono alla stessa famiglia umana. Tuttavia il paragone è sfavorevole al Nuovo Zelandese. Forse quest’ultimo supera il primo in energia, ma per ogni altro rispetto il suo carattere è molto inferiore. Una sola occhiata all’espressione del loro volto vi convince pienamente che uno è selvaggio, l’altro un uomo incivilito. Invano si troverebbe in tutta la Nuova Zelanda una persona colla faccia ed il contegno del vecchio capo tahitiano Utamme. Senza dubbio il modo straordinario in cui si pratica il tatuaggio, dà una brutta espressione al loro aspetto. Le figure complicate, sebbene simmetriche che coprono tutto il volto, imbarazzano e traviano un occhio non avvezzo: inoltre è probabile che le profonde incisioni, distruggendo il giuoco dei muscoli superficiali, dia ai loro volti un aspetto rigido ed inflessibile. Ma oltre questo v’ha un movimento dell’occhio che non può indicare altro che malizia e ferocia. La loro corporatura è grossa e la loro statura è alta, ma non si può comparare per la eleganza a quelle delle classi lavoratrici di Tahiti.

Tanto le loro persone quanto le loro case son sucidissime e disgustose; l’idea di lavarsi il corpo o le vestimenta non sembra che venga loro nella mente. Vidi un capo che portava una camicia nera e piena di macchie di sporcizia, il quale quando gli venne chiesto in qual modo l’avesse fatta, così sucida, rispose con sorpresa: «Non vedete che è vecchia?» Alcuni uomini hanno camicie; ma la maggior parte veste due o tre grandi coperte, generalmente nere pel sudiciume, che si gettano sulle spalle in un modo sconveniente e sgarbato. Alcuni pochi fra i capi principali hanno vestimenta decenti all’europea; ma non le mettono se non che nelle grandi occasioni.

Dicembre 23 - In un luogo chiamato Waimate, a circa quindici miglia dal golfo delle Isole, a mezza strada fra la costa orientale e quella occidentale, i missionari hanno comprato un po’ di terra per scopo di agricoltura. Fui presentato al Rev. W. Williams, il quale, avendogliene io espresso il desiderio, m’invitò a fargli una visita in quel luogo. Il signor Bushby, residente inglese, si offerse a portarmi nella sua barca ad un seno, ove avrei veduto una bella cascata di acqua, abbreviando così la mia gita. Egli mi procurò pure una guida. Avendo chiesto ad un capo vicino a quel luogo di trovarmi un uomo, il capo stesso si offerse a venire; ma la sua ignoranza intorno al valore del danaro era così grande, che dapprima mi chiese quante lire sterline gli avrei dato, ma poi si contentò di due dollari. Quando mostrai al capo un piccolissimo involto che mi doveva portare, fu assolutamente necessario che prendesse seco uno schiavo. Questi sentimenti orgogliosi cominciano a sparire; ma anticamente un capo sarebbe piuttosto morto anzichè sopportare l’indegnità di portare il più piccolo carico. Il mio compagno era un uomo leggero ed attivo, vestito di una sucida coperta, e col volto al tutto coperto di tatuaggi. Era stato ai suoi tempi un grande guerriero. Mi pareva essere in buoni rapporti col signor Bushby; ma varie volte si erano disputati violentemente. Il signor Bushby osservò che un po’ di tranquilla ironia faceva spesso tacere qualunque indigeno anche nei momenti di più grande collera. Questo capo era venuto una volta e si era rivolto con piglio di padronanza al signor Bushby, dicendogli: «Un gran capo, un grande uomo, un mio amico, è venuto a farmi visita; voi dovete dargli bene da mangiare, fargli qualche bel dono, ecc.» Il signor Bushby lo lasciò terminare il suo discorso, e poi gli rispose a un dipresso così: «Che cosa altro faranno per voi i vostri schiavi?» Allora l’uomo cessò istantaneamente con una espressione molto comica, di fare il bravaccio.

Qualche tempo fa, il signor Bushby corse un pericolo molto più serio. Un capo ed una brigata di uomini cercarono di invadere la sua casa nel mezzo della notte, e non trovando la cosa tanto facile, cominciarono un fuoco di moschetteria ben nudrito. Il signor Bushby venne lievemente ferito; ma gli aggressori furono alla fine scacciati. Poco dopo si venne a sapere chi era stato l’aggressore; e fu tenuta una adunanza di tutti i capi per tener consiglio intorno all’avvenimento. Fu considerato dai Nuovi Zelandesi come un attentato atrocissimo, perchè era una aggressione notturna, ed il signor Bushby era ammalato in casa sua; quest’ultima circostanza, e ciò fa loro molto onore, è considerata in ogni caso come una protezione. I capi furono d’accordo di confiscare le terre dell’aggressore, al re d’Inghilterra. Tuttavia, questo procedimento di giudicare e punire un capo era affatto senza precedenti. Inoltre l’aggressore perdette la stima dei suoi pari; e ciò venne considerato dagli Inglesi come di maggiore conseguenza che non la confisca della terra.

Mentre la barca stava per partire, un secondo capo vi saltò dentro, desideroso soltanto di avere il piacere di navigare su e giù nel seno. Non ho mai veduto un’espressione di volto più orrida e feroce di quella di quell’uomo. Mi venne subito in mente l’idea di aver veduto in qualche parte il suo ritratto: si può trovare nei disegni di Retzch fatti alla ballata di Schiller di Fridolin, ove due uomini spingono Roberto nella fornace ardente. È l’uomo che ha il suo braccio sul petto di Roberto. In questo caso la fisionomia diceva il vero; questo capo era stato un noto assassino, ed era un vero codardo. Nel punto ove approdò la barca, il signor Bushby mi accompagnò per qualche tratto sulla strada; non potei a meno di ammirare la fredda impudenza di quel vecchio furfante che lasciammo sdraiato nella barca, mentre gridava al signor Bushby «Non state un pezzo, perchè mi annoierò qui ad aspettarvi».

Allora cominciammo la nostra gita. La strada consisteva in un sentiero ben battuto, chiuso dai due lati dalle alte felci che coprono tutto il paese. Dopo aver camminato alcune miglia, giungemmo ad un piccolo villaggio campestre, composto di poche capanne riunite, intorno alle quali alcuni tratti di terreno erano coltivati a patate. L’introduzione della patata è stato un importantissimo benefizio per quest’isola; ora si consuma in molto maggior copia che non qualunque altro vegetale indigeno. La Nuova Zelanda ha un grande vantaggio naturale; vale a dire, i suoi abitanti non possono mai morir di fame. Tutto il paese abbonda di felci; e le radici di questa pianta, se non sono molto gustose, contengono tuttavia buona copia di materia nutritiva. Un indigeno può sempre vivere di queste e dei molluschi dalla conchiglia che sono abbondanti in ogni parte della costa marina. I villaggi sono principalmente cospicui per i rialzi di terreno che si elevano in quattro punti di tre o quattro metri sopra il terreno, e sui quali si possono mettere al riparo da ogni accidente i prodotti dei campi.

Essendomi accostato ad una delle capanne, mi divertii molto vedendo fare con grande cerimonia lo sfregamento, o come sarebbe più giusto, il pigiamento dei nasi. Al nostro avvicinarsi, le donne cominciarono a mormorare qualche parola con voce molto dolente; poi si accoccolarono a terra sollevando il volto; il mio compagno stando ritto sopra di esse, una dopo l’altra, pose la punta del suo naso ad angolo retto sopra il naso di esse, e cominciò a pigiare. Questo pigiamento durava forse un po’ più di una nostra cordiale stretta di mano; e come noi variamo la forza della mano scuotendola, così fanno essi nel pigiare. Durante l’operazione facevano udire piccoli grugniti di soddisfazione, molto simili a quelli che mandano due maiali quando si sfregano l’uno contro l’altro. Osservai che lo schiavo pigiava il naso di chi incontrava senza badare se fosse prima o dopo del suo padrone il capo. Sebbene fra questi selvaggi, il capo abbia un potere assoluto di vita o di morte sopra il suo schiavo, tuttavia non v’hanno affatto cerimonie fra loro. Il signor Burchell ha osservato la stessa cosa nell’Africa meridionale, presso i rozzi Bachapins. Ove l’incivilimento è salito ad un grado tal quale, sorgono in breve complesse formalità fra i vari gradi della società; così a Tahiti tutti erano formalmente obbligati a scoprirsi il capo in presenza del re.

Compiuta a dovere la cerimonia dello sfregamento dei nasi, ci sedemmo in giro in faccia ad una capanna, e ci riposammo colà per una mezz’ora. Tutte le capanne hanno a un dipresso la stessa forma e le stesse dimensioni, e tutte concordano nell’essere disgustosamente sudicie. Somigliano ad una stalla aperta da un lato, ma dentro la quale una cameretta molto buia vien praticata con un tramezzo. In questa gli abitanti mettono in serbo i loro averi, e quando il tempo è freddo vi passano la notte. Tuttavia mangiano e passano il loro tempo nella parte aperta di prospetto. Le mie guide avendo terminato di fumare le loro pipe continuammo la nostra passeggiata. Il sentiero proseguiva in mezzo allo stesso paesaggio ondulato, coperto dappertutto uniformemente di felci. Alla nostra destra avevamo un fiume serpeggiante, le sponde del quale erano adorne di alberi, e qua e là sui fianchi dei colli una macchietta d’alberi. Tutto il paesaggio, malgrado il suo colore verde, aveva un aspetto piuttosto desolato. La vista di tante felci imprime nella mente l’idea della sterilità; ciò, tuttavia, non è giusto; perchè ovunque le felci crescono spesse e alte fino al petto di un uomo, la terra dopo essere stata arata diviene molto fertile. Alcuni dei residenti suppongono che tutto questo vasto paese di pianura fosse in origine coperto da foreste, e che sia stato diboscato col fuoco. Si dice che, scavando nei luoghi più aridi, si trovino sovente massi di quella sorta di resina che scaturisce dal pino kauri. Gli indigeni avevano uno scopo bene evidente nel diboscare il paese perchè le felci, che prima formavano la parte principale del loro nutrimento, crescono solo sopra tratti di terreno aperto e diboscato. La mancanza quasi assoluta di erbe associate, che forma un carattere tanto notevole della vegetazione dell’isola, si può forse attribuire a ciò che la terra è stata in origine coperta di alberi da foresta.

Il terreno è vulcanico; in parecchie parti passammo sopra scabre lave, ed i crateri si potevano benissimo scorgere sopra molte delle colline circostanti. Quantunque il paesaggio non sia in nessun punto bello, e solo qua e là grazioso, ebbi molto piacere nella mia passeggiata. L’avrei goduta ancora di più, se il mio compagno, il capo, non fosse stato di umore così ciarliero. Io sapeva soltanto tre parole: buono, cattivo e sì; e con queste rispondeva a tutte le sue osservazioni, senza avere capito, ben inteso, neppure una parola di tutto quello che diceva. Questo però era sufficiente; io era un buon ascoltatore, una persona piacevole, ed egli non cessò mai di volgermi la parola.

Finalmente giungemmo a Waimate. Dopo aver camminato per tante miglia in mezzo ad un paese disabitato ed improduttivo, l’aspetto repentino di un podere tenuto all’inglese, coi suoi campi ben coltivati, collocato colà come una bacchetta magica di un incantatore, riusciva gradevolissima. Il signor Williams non essendo in casa, fui ricevuto dal signor Davies cordialissimamente. Dopo aver preso il thè colla sua famiglia, facemmo un giro nel podere. A Waimate vi sono tre grandi case, dove risiedono i missionari, signori Williams, Davies e Clarke; ed accanto a quelle vi sono le capanne degli agricoltori indigeni. Sopra un’altura vicina, stavano in piena maturazione bei campi di orzo e di frumento; ed in un’altra direzione si estendevano campi di patate e di cedrangola. Ma non tenterò neppure di indicare tutto quello che vidi; vi erano vasti verzieri, ove crescevano tutte le frutta e gli ortaggi che produce l’Inghilterra; e molti appartenenti a climi più caldi. Menzionerò come esempio lo sparago, i fagiuoli, i cetrioli, il reobarbaro, le mele, le pere, i fichi, le pesche, le albicocche, la vite, l’ulivo, l’uva spina, il luppolo, l’erica per siepi e le quercie d’Inghilterra; vi erano pure molte specie di fiori. Intorno all’aia del podere stavano le stalle, una tettoia per trebbiare il grano colla sua macchina a vento, una fucina da fabbro, e sul terreno vi erano aratri ed altri utensili: in mezzo si vedeva quel felice miscuglio di maiali e di pollame, che stanno tanto bene assieme, come in tutti i cortili dei poderi d’Inghilterra. Alla distanza di poche centinaia di metri, ove l’acqua di un ruscelletto era stata chiusa in un laghetto, si era costrutto un grande e forte molino ad acqua. Tutto ciò è molto sorprendente, se si considera che cinque anni or sono non crescevano sopra quel terreno altro che felci. Inoltre questo mutamento si è compito per opera degli indigeni ammaestrati dai missionari; l’insegnamento dei missionari è stata la bacchetta magica. La casa è stata fabbricata, le finestre furono fatte, i campi vennero vangati, ed anche gli alberi innestati dagli indigeni della Nuova Zelanda. Nel mulino io vedeva un nuovo zelandese bianco dalla farina come un mugnaio d’Inghilterra. Osservando quello spettacolo, mi sentii preso da ammirazione. Non era solo perchè l’Inghilterra mi si ripresentava vivamente allo spirito, sebbene l’ora del crepuscolo, i suoni domestici, i campi di grano, il paese ondulato in lontananza coperto di alberi potessero benissimo essere scambiati colla patria lontana; non era neppure un senso di orgoglio, vedendo quello che gli Inglesi avevano potuto compiere; ma era piuttosto una grande speranza pel futuro progresso di questa bella isola.

Parecchi giovani, cui i missionari avevano redento dalla schiavitù, erano impiegati nel podere. Erano vestiti di una camicia, una giubba e un paio di pantaloni, ed avevano un aspetto molto bello. Giudicando da un aneddoto insignificante, credo che debbono essere onesti. Mentre passeggiavamo pei campi, un giovane contadino si accostò al signor Davies, e gli diede un coltello ed un succhiello, dicendogli che li aveva trovati sulla strada, e non sapeva a chi appartenessero. Questi giovani come pure i fanciulli hanno un aspetto allegro e sereno. La sera vidi una brigata di essi giuocare alla palla: pensando all’accusa di austerità data ai missionari, mi fece piacere vedere uno dei loro figli prendere parte attiva al giuoco. Un mutamento più spiccato e più importante si osservava nelle giovani donne, che facevano ufficio di serve nelle abitazioni. Il loro aspetto pulito, decente e sano, come quello delle cameriere inglesi, formava un contrasto meraviglioso colle donne dei sucidi tuguri di Kororadika. Le mogli dei missionari cercarono di persuaderle a non praticare più il tatuaggio; ma essendo giunto un famoso operatore del sud, esse dissero: «Davvero abbiamo bisogno di farci qualche linea intorno alla bocca; altrimenti, quando saremo vecchie, le nostre labbra saranno grinzose, e faremo troppo brutta figura». Non vi è più tanto tatuaggio come prima; ma siccome è un segno che distingue il padrone dallo schiavo, sarà probabilmente praticato per lungo tempo. L’abitudine ha una forza tale sulla mente umana, che i missionari mi dissero che anche ai loro occhi, una faccia pulita senza macchie era meschina e non pareva loro degna di un personaggio della Nuova Zelanda.

La sera, ad ora piuttosto tarda, andai in casa del signor Williams, ove passai la notte. Trovai colà una brigata numerosa di bambini, che si erano riuniti pel Natale, e stavano tutti seduti intorno ad una tavola da thè. Io non vidi mai una riunione più bella, nè più allegra; e pensare che questo era nel centro della terra del cannibalismo, dell’assassinio e di tutti i più atroci delitti! La cordialità e la felicità che erano dipinte sui volti della brigata dei bimbi brillavano pure sul volto delle persone più attempate della missione.

Dicembre 24. - Al mattino si lessero le preghiere in lingua indigena a tutta la famiglia. Dopo la colazione andai in giro pei giardini e pel podere. Era un giorno di mercato, in cui gli indigeni dei villaggi vicini vengono a portar le loro patate, il grano turco, i maiali per cambiarli con coperte, tabacco, e talora, in seguito alle persuasioni dei missionari, con sapone. Il figlio maggiore del signor Davies, che fa andare un podere di sua proprietà, è il factotum del mercato. I figli dei missionari che vennero da bambini nell’isola, comprendono il linguaggio indigeno meglio dei loro genitori, e possono essere serviti dagli indigeni più prontamente.

Un po’ prima del mezzodì i signori Williams e Davies vennero con me a fare un giro in una parte della foresta vicina, per mostrarmi il famoso pino kauri. Misurai uno di quegli alberi maestosi, e gli trovai una circonferenza di nove metri sopra le radici. Ve ne era un altro accanto a quello che io non vidi, della circonferenza di nove metri e novanta centimetri, e sentii dire che ve ne era un altro non minore di dieci metri e venti centimetri. Questi alberi sono notevoli pel loro tronco liscio e cilindrico, che si eleva all’altezza di diciotto ed anche di ventisette metri, con un diametro quasi uguale, e senza un solo ramo. Il ciuffo di rami della cima è sproporzionatamente piccolo pel tronco; e le foglie sono parimenti piccole a petto dei rami. La foresta era qui quasi tutta composta di kauri; e gli alberi più grandi, pel parallelismo loro, sorgevano come tante gigantesche colonne di legno. Il legno del kauri è il prodotto più ragguardevole dell’isola; inoltre, una quantità di resina sgorga dalla corteccia, che si vende due soldi il mezzo chilogrammo agli Americani, ma che allora era ancora ignota. Alcune delle foreste della Nuova Zelanda debbono essere straordinariamente impenetrabili. Il signor Matthews m’informò che una foresta larga solo trentaquattro miglia, e che separava due regioni abitate, era stata da poco tempo attraversata per la prima volta. Egli ed un altro missionario, ognuno con una brigata di cinquanta uomini, impresero il còmpito di aprire una strada; ma ci volle il lavoro di quindici giorni. Nei boschi vidi pochissimi uccelli. Rispetto agli animali, è un fatto notevolissimo, che un’isola tanto grande, che si estende sopra una latitudine di oltre 700 miglia, con varie stazioni, un bel clima e altitudini differenti, da 4200 metri in giù, non possegga nessun animale indigeno, tranne un piccolo topo. Le varie specie di quel genere di uccelli giganteschi, il Deinornis, sembrano aver qui sostituito i quadrupedi mammiferi, nello stesso modo dei rettili nell’arcipelago Galapagos. Si dice che il topo comune della Norvegia, nel breve spazio di due anni, abbia distrutto in questa parte settentrionale dell’isola, le specie della Nuova Zelanda. In molti luoghi notai parecchie sorta di piante, le quali come i topi, fui obbligato di riconoscerle come compatriotte. Una sorte di porro aveva invaso interi distretti, e si mostrava molto incomodo, ma era stato importato come un regalo da una nave francese. L’acetosa comune è pure molto sparsa, e resterà, temo, una prova sempiterna della scelleratezza di un inglese che vendette i semi di quella pianta per semi di tabacco.

Tornati a casa dalla nostra piacevole passeggiata, pranzai dal signor Williams, e poi, essendomi stato imprestato un cavallo, tornai al Golfo delle Isole. Mi congedai dai missionari pieno di riconoscenza pel loro cordiale accoglimento, e tutto compreso di alto rispetto per la loro indole educata, benefica ed elevata. Credo che sarebbe difficile trovare una riunione di uomini meglio adatti all’alto ufficio che compiono.

Giorno di Natale. - Fra pochi giorni compiremo il quarto anno dacchè abbiamo lasciato l’Inghilterra. Il nostro primo Natale lo passammo a Plymouth; il secondo nel golfo di San Martino, presso il Capo Horn; il terzo a Porto Desiderio, in Patagonia; il quarto ancorato in un porto selvaggio nella penisola di Tres Montes; questo quinto qui; ed il prossimo, spero nella Provvidenza, saremo in Inghilterra. Andammo a sentire il servizio divino nella cappella di Pahia; parte del servizio fu letto in inglese e parte nel linguaggio indigeno. Mentre eravamo nella Nuova Zelanda non sentimmo parlare di nessun atto recente di cannibalismo; ma il signor Stokes trovò ossa umane bruciate sparse intorno agli avanzi di un fuoco sopra una isoletta vicina al luogo dell’ancoraggio; ma queste tracce di un saporito banchetto possono essere state colà da parecchi anni. È probabile che lo stato amorale della popolazione andrà rapidamente facendosi migliore. Il signor Bushby mi narrò un curioso aneddoto come prova della sincerità di alcuni almeno di quelli che professano il Cristianesimo. Uno dei suoi giovani solito a dire le preghiere cogli altri servitori, lo lasciò. Alcune settimane dopo essendo passato a notte tarda vicino ad una tettoia, vide e udì uno dei suoi uomini che leggeva agli altri la Bibbia con difficoltà alla luce del fuoco. Dopo questa preghiera, la brigata si inginocchiò e fece orazione: nelle loro preci menzionavano il signor Bushby, la sua famiglia ed i missionari, ognuno separatamente nel suo rispettivo distretto.

Dicembre 26. - Il signor Bushby offerse al signor Sulivan ed a me di portarci nella sua barca in una escursione lungo il fiume Cawa-Cawa; e ci propose poi di andare a piedi fino al villaggio di Waiomio, ove vi erano alcune curiose rocce. Avendo seguita una delle diramazioni del golfo, godemmo di una piacevole passeggiata in barca, in mezzo ad un grazioso paesaggio, finchè fummo giunti ad un villaggio, oltre il quale la barca non poteva passare. Da questo luogo un capo con una brigata di uomini si offerse spontaneamente di accompagnarci fino a Waiomio, lontano quattro miglia. Il capo in quel tempo era assai noto per avere impiccato di fresco per adulterio una delle sue mogli ed uno schiavo. Quando uno dei missionari gli fece delle rimostranze sembrò sorpreso, e disse che aveva creduto di seguire esattamente il metodo inglese. Il vecchio Shongi, che si trovava in Inghilterra durante il processo della regina, mostrava la sua disapprovazione per tutto quel fatto; egli diceva che aveva cinque mogli, e avrebbe loro tagliato la testa a tutte piuttosto che aver tanti fastidi per una sola. Lasciato questo villaggio, ne attraversammo un altro collocato sul pendio di una collina a poca distanza. La figlia di un capo, che era ancora idolatra, era morta cinque giorni prima. La capanna ove era spirata era stata bruciata fino a terra; il suo corpo dopo esser stato chiuso in due barchette, venne drizzato sul terreno, e protetto da un recinto che portava le immagini in legno dei loro dei; e tutto questo tinto in rosso, tanto smagliante da esser veduto da lontano. Il suo vestito era attaccato alla bara, ed i suoi capelli che erano stati tagliati, erano sparsi ai suoi piedi. I parenti della famiglia si erano dilaniati la carne delle braccia, del corpo e del volto per cui erano coperti di sangue rappreso, e le donne vecchie avevano un aspetto disgustoso e ributtante. Il giorno seguente alcuni degli ufficiali visitarono quel luogo, e trovarono le donne che urlavano ancora e si dilaniavano le carni.

Continuammo la nostra passeggiata, e giungemmo in breve a Waiomio. Vi sono in questo luogo singolari massi di calcare, che sembrano castelli in rovina. Queste roccie servivano un tempo di luogo di sepoltura, e quindi sono considerate come troppo sacre per andarvi vicino. Tuttavia uno dei giovani sclamò: «Facciamoci coraggio», e corse a prendere il primo posto della fila; ma quando fu ad un centinaio di metri, tutta la brigata ci pensò sopra e si fermò sul luogo. Nondimeno ci lasciarono, con grande indifferenza, esaminare tutta la località. Rimanemmo alcune ore in questo villaggio, durante il qual tempo vi fu una lunga discussione col signor Bushby intorno al diritto di vendita di certe terre. Un vecchio, che pareva essere un famoso genealogista, mostrava i successivi possessori con pezzetti di bastone piantati nel terreno. Prima di lasciare le case ci venne offerto ad ognuno un panierino di patate dolci arrostite; e secondo l’uso portammo queste con noi per mangiarle lungo il cammino. Osservai che fra le donne che facevano cucina vi era uno schiavo uomo; deve essere una grande umiliazione per un uomo di questo paese bellicoso di essere adoperato per fare il lavoro donnesco che si considera come il più basso. Non è permesso agli schiavi di andare alla guerra; ma questo forse non si può considerare come una durezza. Sentii parlare di un povero diavolo, il quale durante le ostilità, disertò per andare col partito contrario; essendo stato incontrato fu preso da due uomini; ma siccome non erano d’accordo a quale dei due dovesse appartenere, ognuno lo minacciava con una scure di pietra, determinati a quanto pare a non lasciarlo vivo all’avversario. Il poveretto, mezzo morto dallo spavento, fu salvo per l’abilità della moglie di un capo. Godemmo al ritorno di una bella passeggiata in barca, ma non giungemmo al bastimento che ad ora tarda.

Dicembre 30. - Nel pomeriggio uscimmo dal golfo delle Isole diretti a Sidney. Credo che fummo tutti ben lieti di lasciare la Nuova Zelanda. Non è un bel luogo. Fra gli indigeni non vi è quella bella semplicità che si trova a Tahiti; e la maggior parte degli Inglesi sono il rifiuto della società. Neppure il paesaggio ha molte attrattive. Ritorno colla mente ad un solo punto brillante ed è quello di Waimate, coi suoi abitanti cristiani.


 
CAPITOLO XIX.
AUSTRALIA.

Sydney - Escursione a Bathurst - Aspetto dei boschi - Brigata di indigeni - Graduata estinzione degli Aborigeni - Infezione generata da uomini sani riuniti - Montagne azzurre - Vista delle grandi valli a mo’ di golfi - Loro origine e loro formazione - Bathurst, incivilimento generale delle classi inferiori - Stato della società - Terra di Diemen - Hobart Town - Gli indigeni tutti sbanditi - Monte Wellington - Stretto del Re Giorgio - Aspetto malinconico del paese - Capo Bald, aspetto calcareo dei rami degli alberi - Brigata di indigeni - Partenza dall’Australia.

Gennaio 12, 1836. – Di buon ora al mattino una lieve brezza ci portava verso l’ingresso di Porto Jackson. Invece di vedere un paese verde, sparso di belle case, una linea diritta di rupi giallognole ci ricordò alla mente le coste della Patagonia. Un faro solitario, costrutto di pietre bianche, solo ci annunziava che eravamo presso ad una grande e popolosa città. Essendo entrati nel porto, esso ci apparve bello e spazioso, con spiaggie scogliose di arenaria stratificata orizzontale. Il paese quasi piano è coperto di alberetti sottili e stentati, che mostrano la maledizione della sterilità. Andando più dentro terra, il paese migliora; belle ville e graziose capanne sono sparse qua e là lungo la spiaggia. In lontananza, alcune case di pietra, alte due a tre piani, e parecchi mulini che sorgevano sull’orlo di un banco ci indicavano la vicinanza della capitale dell’Australia.

Alla fine gettammo l’àncora entro il golfo Sydney. Trovammo un piccolo bacino occupato da molti grandi bastimenti e circondato da magazzini per le merci. A sera andammo a passeggiare nella città, e tornammo tutti ammirati per quello spettacolo. È la prova più splendida della potenza della nazione inglese. Qui, in un paese meno fertile, pochi anni hanno fatto molto di più di quello che si sia fatto in un numero uguale di secoli nel Sud America. Il mio primo sentimento fu quello di congratularmi meco per esser nato inglese. Avendo poi veduto meglio la città, forse la mia ammirazione scemò alquanto; ma tuttavia è una bella città. Le strade sono regolari, larghe, pulite, e tenute in buonissimo ordine; le case sono ampie e le botteghe ben fornite. Si potrebbero comparare ai grandi sobborghi che si estendono intorno a Londra, e ad alcune altre grandi città d’Inghilterra; ma neppure presso Londra o Birmingham vi ha un aspetto cosifatto di rapido accrescimento. Il numero delle grandi case o di altri fabbricati finiti allora era veramente meraviglioso; nondimeno tutti si lagnavano del caro prezzo degli affitti e della difficoltà di trovare una casa. Venendo dal Sud America, ove nelle città ogni persona un po’ agiata è conosciuta, nulla mi faceva più meraviglia del non poter sapere subito a chi appartenesse quella o quell’altra carrozza.

Noleggiai due cavalli e mi procurai una guida per andare fino a Bathurst, villaggio circa centoventi miglia nell’interno, e nel centro